Maledetta primavera

Licia Satirico per il Simplicissimus

Gli aumenti di luce e gas sono “rozzi”, ma sempre meglio che fare la fine della Grecia: questo, in sintesi, il Monti d’Oriente sul nuovo peggioramento delle condizioni di vita degli italiani. I rincari appena annunciati si sommano all’incremento della pressione fiscale e alla precarizzazione del lavoro, contribuendo a rendere illusoria la prospettiva della crescita di un Paese in cui gli stranieri dovrebbero investire con profitto a danno dell’articolo 18. “Repubblica” li chiama leggiadramente “aumenti di primavera”: una trappola da cui si potrebbe uscire, secondo Corrado Passera, con liberalizzazioni “ulteriori” del mercato del gas e dell’elettricità. Se ne deduce che le liberalizzazioni attuali non solo non abbiano ridotto i prezzi di beni e servizi, ma stiano producendo nell’immediato l’effetto opposto.

Il dubbio è che rozza sia l’idea di partenza: che i sacrifici necessari a evitare la fine ellenica siano ispirati a equità nelle politiche fiscali, pensionistiche e del lavoro. I dati Irpef sul reddito medio degli italiani, diffusi ieri dal dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia, parlano di una nazione con moltissimi poveri e pochissimi ricchi, divisa in modo diseguale tra uno 0,7 per cento che dichiara più di trecentomila euro l’anno e un 49 per cento che non supera i quindicimila euro lordi (non pagando l’Irpef). Le cifre potrebbero anche essere plausibili se non fosse per l’inquietante circostanza statistica che gli imprenditori tendono a dichiarare un reddito inferiore a quello dei loro dipendenti: i lavoratori rischiano quindi non solo di essere licenziati da datori di lavoro in odore di miseria, ma di essere addirittura costretti a mantenerli. I soggetti gravati dal maggiore carico fiscale sono poi gli odiatissimi dipendenti statali, massacrati a marzo dall’aumento retroattivo delle addizionali regionali e comunali Irpef.

Questi dati sono il frutto della convergenza di due fenomeni perversi: l’inasprimento insostenibile della crisi e l’occultamento fraudolento delle ricchezze. Il primo può tradursi in un circolo vizioso che sfocia nel secondo. La “rozzezza” di costo della vita e carico fiscale non determina, nel tempo, un introito delle entrate dello Stato: a un aumento delle tasse si accompagna, fatale, un incremento dell’evasione, che assume forme socialmente tollerate e capillari. Alle cifre del dramma si affiancano quelle occulte della farsa: aumenta il numero dei suicidi e quello degli evasori. Poveri reali e poveri dichiarati si contendono il campo con evidenza brutale.
La povertà si combatte anche col welfare, vittima sacrificale del governo in carica. L’evasione non si combatte solo coi blitz. Per questo motivo le dichiarazioni di Corrado Passera a margine del Workshop Ambrosetti lasciano perplessi: per il ministro dello Sviluppo economico si tratta di “una situazione da aggiustare”, da accompagnare in prospettiva a opportune “sanzioni sociali”. Il ministro omette di precisare che l’evasione si accompagna, di solito, a sanzioni penali, dalla cui applicazione dipende un effetto deterrente ancora lontano da livelli soddisfacenti.

E tuttavia il discorso delle sanzioni sociali diventa interessante – sia pure per atroce contrasto – nel giorno di gloria dell’onorevole Calearo, evasore contento e parlamentare latitante per necessità di mutuo. Nessuna sanzione disciplinare incombe sul parlamentare che ha attraversato come una spora gli emicicli di Montecitorio per radicarsi in un posto premiale di sottogoverno (al welfare, tanto per cambiare), salvo poi lamentarsi della natura usurante del mestiere di deputato. Nessuna censura, del resto, hanno mai avuto le dichiarazioni sul diritto di evadere le tasse dell’ex premier, oggi principale sostenitore del governo Monti. C’è stata indulgenza verso le politiche dei condoni fiscali, nei confronti dei lavori in nero e degli strani affitti in contanti pagati da ex ministri.
L’Ocse chiede da tempo anche all’Italia di adeguarsi agli standard internazionali sulla trasparenza fiscale, ma noi rispetto all’Ocse soffriamo di amnesie selettive: ce ne ricordiamo solo per sancire il de profundis della concussione, strana priorità di un governo giunto per salvarci dalle nostre deviazioni sociali ma non anche da quelle penali.

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