Populismo e “spopulismo”

C’è un filo che si dipana attraverso il continente, dalla diroccata Grecia all’imperante Germania, qualcosa che viene volgarmente etichettato come populismo, che assume caratteri e consistenze diverse a seconda dei Paesi, che si espande come un contagio dagli Indignati ai Pirati, dagli occupy qualcosa ai grillini. Un magna che tracima da destra a sinistra e che ha mille sfumature. Ma se andiamo a vedere dove, come e quando questo nuovo fenomeno europeo trova i suoi punti caldi troveremo immancabilmente che esso si sviluppa rigoglioso dove le forze politiche tradizionali, rinunciano ai propri caratteri per confluire dentro coalizioni di emergenza o di sostanza, arrendendosi di fatto ai poteri finanziari ed economici.

Questo avviene in Germania dove un malinteso senso degli interessi nazionali fa convergere Cdu ed Spd, in Italia dove la convergenza è suggerita non solo dalla mancanza di idee e volontà alternative, ma da un opaco spirito di casta, alla Spagna dove Mariano Rajoy, sempre più dolente perché la sua macelleria non convince i mercati, trova quanto meno comprensione e corrività  in molti settori del Psoe, in Grecia dove si gonfia a dismisura il favore verso partiti fino all’altro ieri marginali o si esprime in maniera pericolosa attraverso le destre che spesso sono populiste già di loro come il poujadismo lepeniano in Francia.

Si potrebbe continuare a lungo e dimostrare dati alla mano questa correlazione. Ma la cosa che va notata è che questa “ribellione” spesso istintiva, finora – e finora suona come un monito – non si è lasciata sedurre, nel suo complesso da un rifiuto della democrazia, anzi è una reazione alla sua sostanziale messa in mora sotto la spinta dei poteri economici.  Grandi coalizioni politiche e spesso anche mediatiche, macellerie sociali contrattate a tavolino con il benestare di tutti, assenza di forti modelli alternativi, ma anche della loro elaborazione, deprivazione di prospettive e speranze, creano ancora di più un senso di soffocamento e di impotenza che spinge a cercare aria altrove. La democrazia vive di consenso, ma anche se non soprattutto di dialettica e di tensioni sia ideali che materiali: quando queste non sono più interpretate dal sistema politico i cittadini si sentono indifesi, almeno quel 90% dei cittadini che non partecipano al grande bottino.

Così il populismo nascente che brandisce, spesso alla cieca, la propria rabbia, nasce in contrapposizione allo “spopulismo” della politica tradizionale, al suo rifugiarsi in posizione elitarie rispetto al popolo, ma subalterne rispetto alla finanza e ai suoi diktat. E se il primo risulta confuso, demagogico ed enigmatico nelle sue prospettive, il secondo è invece totalmente glabro di idee se non quelle suggerite da banchieri e potentati, decisi a spazzare via definitivamente la stagione dei diritti. E arriverà il momento che anche una scelta al buio sembrerà più saggia di una avvilente e degradante certezza.

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