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L’importanza di chiamarsi Onesto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ve lo ricordate il Cipputi fulminante a proposito della questione morale?  “È il dramma di noi vetero onesti”.

Onesto, secondo il Garzanti può voler dire chi agisce con rettitudine, con lealtà, con giustizia, astenendosi dal commettere il male” o anche “conforme a principi morali giudicati validi; non ispirato a volontà d’ingannare” e “ lecito, plausibile” o “che ha dignità e decoro o che lo esprime con pudore e modestia”, come la donna Laura nel Canzoniere.  Tutte virtù che somigliano poco alle doti rivendicate del nostro ceto dirigente, che predilige disinvoltura, predica realismo, pratica disuguaglianze.

La più fortunata commedia di Oscar Wilde che si intitola The Importance of Being Earnest racconta di  Jackun giovane nobiluomo che per sfuggire alla tediosa vita della campagna in cui vive si rifugia nella mondanità londinese dove tiene comportamenti più disinibiti per non dire trasgressivi, celati dietro al nome che si è scelto, Earnst, appunto, che dovrebbe evocare franchezza, rettitudine e suscitare pregiudizi favorevoli.

Anche l’inalterabile pupo di Palazzo Chigi fa l’Earnst, grazie all’ostensione di giovinezza, che nel sentire comune dovrebbe comportare per legge di natura integrità e innocenza, grazie alla crociata per il rinnovamento contro i vecchi camaleonti, come se la rottamazione dovesse produrre fisiologicamente miglioramento, grazie alla pretesa trasparenza, come se la comunicazione tramite la rete potesse dimostrare senza altri accertamenti e altre prove intenti e atteggiamenti improntati a limpidezza cristallina, irreprensibile moralità, linda pulizia.

Non ricordo a che “innovatore” del passato che esponeva le sue concezioni, qualcuno rispose: «C’è del nuovo e del buono nelle sue teo­rie, pec­cato che il buono non sia nuovo e il nuovo non sia buono!». Una osservazione icastica che funzione bene per il “giovane” e modernista ceto dirigente, per il suo proverbiale dinamismo esercitato col pestar l’acqua nel mortaio, con le partite di giro: metti soldi, togli soldi che peraltro non ci sono, per quell’uso improprio degli stereotipi machiavellici secondo i quali è inevitabile e quindi buono che un politico sia  “impetuoso”, rapido di decisione e anche all’occorrenza violento,  fino a dover e saper  “intrare nel male”, omettendo la necessità che sappia tornare, subito dopo, alla “bontà”, e riscattando, alla fine, le sue azioni “non buone” con la costruzione di una condizione che assicuri il “bene comune”.

Mi spiace che Landini abbia fatto una ragionevole marcia indietro: sono onesta e quindi non sto con Renzi. Sono una vetero onesta come Cipputi e non sto col Pd. Sono innocente e non voglio condividere colpe e responsabilità con chi “intra nel male” e ci sta comodo e vuole persuaderci che è necessario, inevitabile, anzi opportuno.

Il fatto è che una delle perversioni cui ci ha condotto anni di convivenza con una corruzione che ha innervato comportamenti, intriso la società, condizionato le leggi, intossicato costumi pubblici e privati, ci ha portato a una rappresentazione restrittiva di onestà, riducendo per lo più la questione morale a questione giudiziaria o peggio a esercitazione moralistica di parrucconi e gufi, limitando la riprovazione e indirizzandola verso chi ci sfila i soldi di tasca (e dire che questo governo e quelli precedenti lo hanno fatto eccome), al furto con destrezza, allo scippo, alla rapina di denaro e ormai perfino di catenine della cresima. E come se la “normalizzazione” della sinistra tradizionale dovesse necessariamente richiedere alla rinuncia non solo a modelli di sviluppo alternativi, non solo al dovere di rappresentare sfruttati per marciare al loro fianco nel cammino del riscatto, non solo alle visioni radiose, ma perfino alla centralità dell’onore, del “riguardo altrui”, di quei fondamenti morali che sono indispensabili nel governo della cosa pubblica e per salvaguardare l’interesse generale, di modo che i mores nazionali, altrove oggetto di tenace etica pubblica, siano ispirati da quella sprezzante e cinica espressione “all’italiana”. Intendendo con ciò scetticismo, volgarità, brutalità anche linguistica, inglese maccheronico, sgangherata e ostentata indifferenza al bello e al bene comune, smania di apparire e dismissione dalle responsabilità personali e collettive.

È stato disonesto il ministro Trabucchi, quello dello scandalo delle banane, ma non sono altrettanto scandalosi i balbettii della Madia, le rimozioni di esodati della Fornero, le tutele crescenti di Poletti, Ichino che si sente licenziato per ingiusta causa in quanto non ri-nominato in lista, il ponte ritrovato di Lupis, l’indulgenza plenaria per gli evasori, le semplificazioni per destituire i poteri di controllo e vigilanza, una riforma elettorale in sostituzione di una legge illegale ma ancora più illegittima per quanto riguarda rappresentanza e partecipazione? Non è disonesto dirigere investimenti su opere inutili, stornandoli dalla difesa e dal ripristino del territorio oltraggiato da decenni di speculazione e abusivismo? Non è disonesto attribuire agli immigrati, imputati della colpa di essere disperati, quindi irregolari e di conseguenza condannati alla trasgressione, l’invivibilità di periferie nate brutte, nate marginali, nate per escludere e per scartare dalla società, dal benessere, dai diritti primari?

Non è disonesto assecondare ricette che peggiorano la malattia, per ubbidienza, interesse privato, incompetenza, ambizione personale?

È vero, è stato disonesto il ministro Trabucchi, quello dello scandalo delle banane, ma siamo disonesti noi verso noi stessi se tolleriamo di vivere in una repubblica delle banane, dove non abbiamo più diritto nemmeno alle bucce.


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