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Scambisti in Parlamento

Voto-di-ScambioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri dunque con entrata in vigore immediata, è stata votata la legge sul voto di scambio secondo la quale non servirà più necessariamente lo scambio di denaro per punire penalmente il commercio politico-mafioso, ma anche “altre utilità” che presuppongono accordi tra politici e organizzazioni mafiose. Il reato, dunque, sarà allargato anche ad altro tipo di legami e favori, non solo dietro pagamento di denaro. La pena detentiva prevista per il reato punito dall’articolo 416 ter del Codice penale passa però da un minimo 4 anni a un massimo 10 anni, mentre nel testo uscito precedentemente dal Senato la pena prevista era minimo 7, massimo 12.

Questa misura “regressiva”, come sempre lo sono le indulgenze, frutto probabilmente dall’affettuoso tête-à-tête tra Renzi e Berlusconi o dal ruolo di influente suggeritore di Verdini, è stata accolta con violento disappunto dall’opposizione. E vorrei ben vedere. Non c’è giustificazione alcuna per aver reso ancora meno severa una legge che ancora una volta suona come una dichiarazione di impotenza e resa di fronte al malaffare, all’accondiscendenza alla criminalità, alla complicità diventata sistema di governo a tutti i livelli. E che rende palese nel ceto dirigente quella specie di divina indifferenza all’immoralità, quella potente cultura dell’illegalità che in tutto il Paese ha prodotto e incrementato antichi connubi fra borghesia imprenditoriale, Stato, poteri pseudoreligiosi come Comunione e Liberazione, che tace sull’infiltrazione della criminalità organizzata fino ad assecondarla. E che ne fa pratica quotidiana, come ha segnalato proprio ieri da Cantone, alla guida dell’Autorità contro la Corruzione, che ha denunciato come da quando il suo organismo è stato esautorata dal compito di esprimere un parere sulla conferibilità degli incarichi a chi viene condannato, messo in carico a un organo politico, come il Ministero per la Semplificazione, nessuno se ne stia più occupando.

E d’altra parte la legge sul voto di scambio è un corollario alla legge anticorruzione varata dal governo Monti, addomesticata e addolcita per accontentare e blandire il partito dell’allora incriminato, non per superare Tangentopoli, ma per poterla più compiutamente perpetuare. E che non reintroduce il falso in bilancio, svuotato da Berlusconi nel 2002: eppure il crac del San Raffaele cominciò proprio così. Non contempla un reato essenziale, l’autoriciclaggio: punito in gran parte d’Europa; reclamato, prima che da Bruxelles, dalla Banca d’Italia, pur sapendo che la non punibilità dell’autoriciclaggio “frena le indagini, non consente di indagare su quanti, avendo commesso un reato, utilizzano i proventi del denaro sporco per investirlo in attività lecite e turbare l’economia”, come in altri tempi denunciò l’attuale presidente del Senato. Una legge che elenca come attestazione di buone intenzioni, crimini punibili solo in teoria – traffico di influenze, concussione – visto che i trasgressori rischiano pene talmente ridotte che prestissimo otterranno la prescrizione.

Ma non è solo l’indulgenza sospetta a essere poco convincente in merito alla volontà di reprimere – che di prevenzione sarebbe vano parlare – possibili connivenze, correità, commerci infami. La nuova norma sul 416 ter rischia di essere inutile, allorché prevede che i voti siano procurati attraverso il metodo “mafioso”, ossia attraverso intimidazione o violenza, cosa che nella realtà non avviene quasi mai. E dire che sono molti i nostri rappresentanti che hanno avuto a che fare con l’inquietante controparte, siano essi temporaneamente a Beirut, abbiano assunto stallieri, abbiano ricevuto sostegno in campagne elettorali in tutte le latitudini. E dovrebbero sapere che la criminalità organizzata ha cambiato aspetto, dismettendo la coppola e preferendo la grisaglia, ha maturato formidabili competenze professionali, ha identificato nuovi brand più redditizi del pizzo, attribuisce meno rilevanza a business tradizionali, droga, prostituzione, entrando con determinazione e abilità nell’economia “legale”, diventata già così informale da aprire varchi e da garantire la penetrazione in aziende sane sia pure in crisi, da favorire l’accesso a appalti sempre meno trasparenti, da lanciare affari insospettabili. Le mafie entrano nei consigli di amministrazione di istituti di credito decidendo dell’”affidabilità” di clienti e l’erogazione di crediti, comprano collezioni di moda, acquisiscono vendemmie per collocare sul mercato i loro vini. In sostanza le forme del ricatto e dell’intimidazione sono marginali rispetto a persuasioni molto più convincenti e molto meno appariscenti. E per una legge che dovrebbe punire il reato di voto di scambio e quindi le insane alleanze dei politici e criminali, si sono affievoliti i controlli sui commerci tra magie e funzionari della pubblica amministrazione.

Ma soprattutto si registra un moderno e dinamico trend che mira – in nome della cosiddetta semplificazione – ad accelerare i tempi, a superare i vincoli, a rendere più agili le procedure di controllo e autorizzazione, a preparare il terreno per altri scudi, altri condoni, altri ravvedimenti operosi, di quelli che con una multarella compiacente permettono abusi, oltraggi, crimini. In modo che l’informalità e la licenza aprano la strada all’indecenza e all’illegalità. È una delle forme dell’involuzione autoritaria che è stata impressa a tutto il processo di “revisione istituzionale”. L’insofferenza alla critica che la connota la dice lunga, l’accusa di disfattismo di chi chiede severità, quella rivolta ai dissenzienti di inopportunità, di gridare “al lupo” immotivatamente, quella di ostacolare la crescita con le ubbie dei professoroni dimostra che il potere è determinato a vincere sul diritto. Gridano “al lupo” ma i lupi sono loro.


Ospizio Italia

Berlusconi-ai-servizi-socialiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Lo stato di diritto prevede che il carcere e quindi le misure alternative abbiano un fine riabilitativo. Si sa che l’Italia è patria del diritto, ma non sa esercitare la giustizia, via via la sua identità di stato è stata umiliata, impoverita e oltraggiata, figuriamoci la funzione di custodia delle prerogative irrinunciabili della cittadinanza. E suona come un ameno paradosso la probabilità di una redenzione del condannato Berlusconi tramite una estemporanea attività umanitaria in un ospizio, dove è facile ipotizzare che sotto i poderosi riflettori di tutte le tv, sue e diversamente sue, allieterà gli ospiti con il repertorio di Apicella, o verserà insipide zuppe col grembiulone come in un masterchef benefico. Che tanto ha dimostrato di saper trattare con i vegliardi, compresi quelli augusti, in numerose visite al Colle.

E d’altra parte l’uomo ha sempre fatto in modo che magari altri rivelassero la sua irresistibile indole alla carità, dalla mai dimenticata dentiera per la terremotata, alle elargizioni generose per amici, giovani amiche, famigliole in difficoltà, a cominciare dai Tarantini beneficati da copiose donazioni.

Ma certo che oltre a questo istinto allo spendersi per gli altri, singoli o un intero paese per il quale continua imperterrito a scendere in campo, gli va riconosciuta una corretta lettura del ruolo politico della magistratura, almeno in questo caso, che ha realizzato con questa bonaria misura i desiderata di un ceto politico, interessato a difendere un suo appartenente con un precedente che faccia testo, a non farne una vittima con restrizioni più severe, a legittimarlo grazie a questo spettacolare processo di redenzione in modo da continuare a riferirsi a lui come a un autorevole, rispettabile e irrinunciabile interlocutore e alleato, con il quale è necessario, anzi desiderabile stringere patti, predisporre leggi, avviare riforme.

Perché stupirsi, le toghe non sono rosse come certamente non lo è il Pd, autore diretto ed esplicito della resurrezione di Berlusconi. Ci avevano dato qualche speranza che fosse morto per via giudiziaria visto che nessuno lo voleva uccidere per via politica. Hanno fatto il loro lavoro, ma dobbiamo al Pd che adesso il fuorilegge detti legge a un Parlamento illegittimo, a un leader che ne incarna ideologia e progetti, a un governo che ne ha ricevuto l’eredità e agisce a suo nome e grazie a lui, che vada a Palazzo Chigi a dare paterno sostegno e al Quirinale in visita di cortesia tra pari.

Perché stupirsi se la narrazione pubblica, ad opera di giornali sempre più ridicolmente collusi, protervamente assoggettati, oscuramente ricattati, si arricchisce di un nuovo capitolo, quello umanitario, accreditando dopo la resurrezione la redenzione, l’avvicinamento simbolico del leader remoto, del ricco avido alla povertà, alla caducità dei corpi come in una parabola evangelica, così che ne trarrà giovamento morale, spinta ascetica e salvezza, contribuendo, di è già sentito da dire dalla schiera dei suoi improbabili opinionisti e agiografi, a richiamare l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica sulle drammatiche condizioni in cui versano gli anziani nel nostro Paese, governato proprio da lui per una ventina d’anni. Ma si sa che gli si addiceva di più una palpitante sintonia con le giovani, cui ha dedicato con abnegazione e spirito di servizio la sua appassionata dedizione, e con i giovani dai quali succhia vitalità come un vampiro e che ha proclamato suoi eredi.

E fa bene a fidarsi di loro, se la Bicamerale era stato un tentativo – illusorio o perverso – di ridurre la sua volontà golpista nei limiti del bon ton costituzionale, il patto con Renzi, benché Berlusconi non abbia la forza elettorale di allora e viva un evidente declino, tra tradimenti e processi, non fallirà, perché si fonda appunto su una coincidenza di obiettivi e programmi, dalla destituzione della Costituzione, alla conferma di una legge che retrocede le elezioni a formalità, dalla cancellazione del Senato per depauperare la rappresentanza e confinarla a soggetto notarile al servizio del governo, con un premier del quale sono esaltate le funzioni, allo smantellamento del Welfare, della sanità e dell’istruzione pubblica, del lavoro e del territorio.

Le profezie secondo le quali, mediante trattati e patti scellerati, si sarebbe scritta la costituzione di una singola economia globale, a comandare sugli stati non più sovrani, si devono estendere alle politiche nazionali. E il nostro Paese ne è un laboratorio sperimentale: a comandare un unico potere, quella cupola dell’imperialismo finanziario che opera per l’esclusione di lavoratori, comunità, società civile, stati sovrani, servita da un ceto senza scrupoli, senza idee, senza cultura, senza regole e senza limiti, anche perché credono di essere invulnerabili e immortali e nemmeno la visione della effimera fragilità dei vecchi di un ospizio e nemmeno guardarsi allo specchio li convince del contrario.

 

 


Nomine di complici e compari: #italianistatesereni

2794871-combotriAnna Lombroso per il Simplicissimus

Peccato, davvero peccato che la dinastia Riva non possa esibire una delfina pronta a ricoprire un ruolo strategico nell’industria pubblica. Peccato che Lapo sia un po’ troppo esuberante. Peccato che il chairman della Thyssen Krupp sia anzianotto, ma comunque al suo posto è stata scelta una fervente ammiratrice delle strategie aziendali del gruppo, quella che ha guidato gli applausi dopo i noti incidenti. Ma peccato soprattutto che Marina sia così impegnata con le aziende di un babbo affaccendato nelle note vicende giudiziari e ancora dedito alla salvezza del paese tramite vocazione politica.

Così si è dovuto ripiegare su altri padroncini, sulle cui qualità manageriali il presidente del Consiglio è pronto a mettere l’abituale faccia, non sappiamo quale delle due, con la proverbiale noncuranza per quelle trascurabili questioni di conflitto di interesse che si addicono solo ai professoroni, che appassionano solo i parrucconi, che, insomma,   stimolano solo i moralisti, molesti avversari di modernità e imprenditorialità. E infatti la forosetta candidata alla presidenza delle Poste, l’ex imprenditrice delle costruzioni, Luisa Todini che è anche consigliere di amministrazione della tv di Stato ha già sottolineate che non esiste incompatibilità tra gli incarichi, che dipenderà da lei la decisione di scegliere, non certo per ragioni di opportunità, ma perché, dice, è abituata a far bene una cosa per volta, smentendo quel simultaneismo che connota i   “futuristi” del cerchio dinamico di Renzi.

E d’altra parte l’Europa ce lo chiede: è opportuno accelerare sulle privatizzazioni e cosa c’è di meglio che affidare le aziende pubbliche a rappresentanti esemplari del padronato, tutti con un dovizioso dossier di fallimenti, con un ricco curriculum di insuccessi, con preziose referenze in materia di irregolarità, con una dimostrata indole a intrecciare alleanza opache e stringere amicizie discutibili, in modo che nel segno della continuità ne facciano polpette magari per ricomprarsele a prezzo di liquidazione o meglio ancora per offrirle a sceicchi, amici di famiglia, compagni di merenda e furbetti del quartierino.

Quello nostrano è un padronato che non ammette dubbi sulla sua inadeguatezza, sulla sua insofferenze di obblighi e regole, sulla inefficienza e sul disinteresse per innovazione e competitività. Che non deve dimostrare nulla sul grado di slealtà nei confronti del suo Paese, dello Stato e dei cittadini dai quali ha ramazzato aiuti a pioggia, dando in cambio delocalizzazioni, evasione fiscale, crimini contro la sicurezza dei lavoratori e reati contro l’ambiente. Che ha ostentato disprezzo per l’interesse generale, e interesse privato invece e spasmodico per il gioco d’azzardo della finanza e per la moltiplicazione dei profitti azionari, così come al dispregio per il nostro territorio si accompagnava l’ammirazione per altre mete turistiche, veri e propri paradisi si, ma fiscali.

Ma queste sono considerazioni maliziose, a riscattare le innominabili nomine c’è quella sfumatura di rosa che recherà con sé maggiore sensibilità per i diritti dei lavoratori, dei cittadini e del Paese, mica tutte sono la Lagarde o la Fornero, quell’indole tutta femminile a una maggiore trasparenza e onestà, mica tutte sono Madame Poggiolini, quello spirito di sacrificio e quell’abnegazione particolarmente esaltate nelle donne, mica tutte sono la Gelmini.

È sulla competenza che restano forti dubbi.

Che la Marcegaglia sia stata una delle più funeste presidenti di Confindustria per quanto riguarda le relazioni industriali, che la sua azienda sia invischiata in inquietanti guai giudiziari dai fondi neri allo smaltimento illecito dei rifiuti, fino a un non sorprendente incidente mortale sul lavoro, per il ceto al governo deve aver rappresentato un valore aggiunto inimitabile, una prova certa di appartenenza e di riconoscimento dei principi che ne muovono il pensiero e l’azione.

Che la Todini, dopo una non brillantissima performance parlamentare in Forza Italia e una carriera di imprenditrice ancor meno smagliante, si sia dedicata all’inoffensivo Comitato Leonardo dopo essere stata gentilmente messa alla porta dall’amico Pietro Salini, che aveva salvato l’azienda della famiglia Todini nel 2009 inglobandola nel suo gruppo (oggi Salini-Impregilo) grazie al “grande supporto del sistema bancario, con particolare riferimento ai gruppi Intesa Sanpaolo e Bnl-Bnp Paribas, insieme a Unicredit e Mps”, importa poco, che tanto le piazzano di fianco uno staff di tutor di provata spregiudicatezza.

E altrettanto vale per la Marcegaglia che sarà “teleguidata” dal fedelissimo della Leopolda, l’economista Luigi Zingales, dall’ex presidente del Banco di Sicilia e vicepresidente di Alitalia in quanto patron del fondo Equinox, Salvatore Mancuso e da quel Claudio De Scalzi, già capo del settore esplorazione del Cane a sei zampe, come supervisore tecnico. Anche per le altre ladies, Catia Bastioli per la presidenza del gestore della rete elettrica Terna che è di competenza della Cassa Depositi e Prestiti e Maria Patrizia Grieco indicata dal governo per l’Enel, un km di incarichi nei più vari consigli di amministrazione sono previsti opportuni cani da guardia. Che non venga loro in mente – si sa le donne sono capricciose – di disubbidire a qualche ordine. Che non venga loro in mente – si sa le donne sono vanitose – di voler fare bella figura, quando invece sono là solo per fare le “figurine”.

 


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