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Adozioni gay e morti viventi della politica

Adozioni gay,Oliviero toscaniAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era poco da rallegrarsi e c’era poco da preoccuparsi: il Tribunale non ha pronunciato una sentenza storica in merito alle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso, che abbiano esteso il loro vincolo affettivo ad un bambino “estraneo” ad ambedue, ma ciononostante desiderato e già amato. La sentenza infatti si fonda sull’articolo 44 della legge del 1983 che regola la materia e che prevede l’adozione «in casi particolari» sottolineando che «l’adozione è consentita, oltre che ai coniugi, anche a chi non è coniugato», a prescindere dalla sussistenza di un contratto matrimoniale, così come dall’inclinazione sessuale. Non vietandola dunque né ai single né agli omosessuali la legge stabilisce un principio di non discriminazione rispetto alle coppie gay così come a quelle di fatto eterosessuali, sancendo uno standard minimo di civiltà, ciononostante intollerabile – si direbbe – per gran parte del nostro ceto politico. Una parte del quale concorda nemmeno tanto silenziosamente con il truculento plagio di un poster di Toscani, che il partito di Giorgia Meloni voleva affiggere, nel solco della massima condivisa: meglio puttanieri che froci, che si sa si mettono in casa un bambino per capriccio e magari poi lo abbandonano in autostrada.

Altri manifestando la loro preoccupazioni per il benessere di minori, che trascurano sfrontatamente ogni giorno smantellando lo stato sociale, privandoli di cure e servizi, cancellando concretamente la possibilità di avere un futuro dignitoso, perché la dignità è un valore che rivendicano come un monopolio destinato soltanto a loro stessi privilegiati, garantiti, eterosessuali, bianchi, cattolici, meglio se del Nord, ancorché adulteri, frequentatori di corpi in vendita, zii adottivi di puttanelle, sulle cui origini non vanno troppo per il sottile, spesso irrisolti sul loro orientamento sessuale, problema che preferiscono affrontare in clandestinità e a pagamento. Altri ancora a cominciare dal premier, trattano la materia a intermittenza, giusto per assecondare superficialmente segmenti di elettorato, giusto per rassicurare estremismi confessionali, giusto per accendere un riflettore occasionale che diriga la luce altrove rispetto alle quotidiane avvelenate miserie, fingendo di provare interesse per temi etici, come se non lo fosse il lavoro, l’istruzione, il territorio, i beni comuni.

Da gennaio a oggi, navigando su Google, si può scoprire che il monello al governo si è occupato di unioni gay circa 12 volte, alternando la volontà di attribuire al tema la priorità promessa durante le primarie, con la necessità di offrire rassicurazioni alla pletora di riottosi alleati: quindi si fanno, non si fanno, sono pro e sono contro, ci sono problemi più rilevanti, no, colloco le unioni di fatto ai primi posti nel mio cronoprogramma. In realtà il tema proprio non gli piace, non è nelle sue corde, non ci si guadagna niente a meno che Oscar Farinetti non metta su una società di catering per nozze gay, a meno che un’abiura spettacolare dai più elementari principi di civile convivenza nel consorzio umano non gli garantisca l’appoggio per qualcuna delle sue riforme più oltraggiose della solidarietà e dell’uguaglianza. E in ogni caso il premier che confonde coraggio con spregiudicatezza, si è mostrato per una volta meno sbruffone, a conferma che la concezione di etica dei giovanotti al governo è discrezionale, si applica come strumento di controllo sociale sulle nostre esistenze, ma si può omettere in caso di lotta al malaffare, in caso di contrasto della corruzione, in caso di tutela dei diritti, dai quali ci si può astenere, che non rientrano mica nell’agenda del governo, nei 100 giorni, nel suo orizzonte limitato alla contemplazione di sé e della sua personale affermazione e permanenza al potere.

Così se proprio fosse costretto a “metterci la faccia”, sceglierebbe la soluzione più anodina, più asettica, quella che corrisponde di più a un sentimento diffuso: se proprio vogliono lasciamoglielo fare, ma nel modo più lontano possibile dal matrimonio così come lo prevede il diritto, pubblico, privato o canonico: una unione contrattuale alla tedesca, una civil partnership, un regolamento giuridico, così da assomigliare alla maggioranza, ma restando minoranza, ammessa con dei limiti, tollerata a certe condizioni, possibilmente meno esuberante e soprattutto indegna appunto di prendersi cura di un bambino, azione che la natura e una etica pubblica imposta da ragioni confessionali, concede a assassini, criminali, genitori indegni o semplicemente inadeguati, impreparati o semplicemente distratti, che si sa che per esserlo , padri e madri, non serve diploma, formazione, verifica dell’efficacia. Eh si, prima di tutto viene l’interesse del bambino e a nulla valgono ricerche, a nulla vale l’accettazione che i nostri figli dimostrano per bambini “altri”, spesso diversi solo perché sono stati più desiderati, più accuditi, più cercati, in modo meno autoritario, meno distratto, meno formale, meno repressivo, come si verifica anche nelle adozioni “tradizionali” A nulla vale l’obbligo di rispettare il diritto fondamentale di vivere liberamente la condizione di coppia e di famiglia, se sono fondati sull’amore, sul rispetto, sull’accudimento, sull’affetto e la solidarietà. A nulla vale che sia venuta l’ora che la giurisprudenza e il diritto, ridotti a funzioni notarili, riassumano il ruolo che compete loro e la potenza simbolica di legittimazione di comportamenti civili, basati sull’uguaglianza nel rispetto delle differenze di aspirazioni, inclinazioni, volontà, aspettative.

Ieri Gasparri, parlando di chi si batte per i diritti che riguardano la persona e lo svilupparsi della sua esistenza dalla nascita alla morte con dignità, li ha definiti “esercito del male”, rivendicando il monopolio dei temi etici per chi è autorizzato dall’appartenenza alla comunità dei cristiani a occuparsene e a difenderli dal rischio del pensiero e della libera espressione. Dimenticando che quella chiesa si è alimentata di parole e messaggi d’amore, di solidarietà, di comprensione e di compassione. Com’è moralmente ciclica e saltuaria rispetto alla morale, la classe dirigente lo è anche nella sua rappresentazione dello Stato, cui si toglie sovranità e potere, per esigerla quando si tratta di intervenire nel privato e nella privacy, terreno esclusivo di pochi e oggetto di scorrerie e ingerenze per quasi tutti gli altri, decidendo se un vincolo d’amore ha diritto a più rispetto di altri, se una morte è più onorevole, se una conversazione è più protetta, se una vita vale di più, se un affetto ha il marchio doc o è solo un capriccio.


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