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Via Solferino, sfrattato il Corriere indebitato

IMG_4263_-_Milano_-_Sede_del_Corriere_della_Sera_in_via_Solferino_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto_20-jan_2007Anna Lombroso per il Simplicissimus

Debiti con le banche per 900 milioni di euro, un massiccio piano tagli, 600 per la sola Italia, via dieci periodici coi dieci direttori (si salva solo Maria Latella, l’Anna La Rosa della carta patinata: la patria glielo deve per il record di interviste riuscitissime nell’intento  di  nascondere anziché rivelare, compiacere anziché informare). Ma quello che brucia di più ai giornalisti del Corriere della Sera è lo sfratto da  via Solferino. La decisione di abbandonare la sede storica del quotidiano, ritornata all’ordine del giorno dopo anni di rinvii, è  un aferita insanabile che sta minando i rapporti tra la redazione  e il  direttore Ferruccio de Bortoli, che si era impegnato personalmente a contrastare a decisione. Tanto che – racconta il Fatto – non si escludono gesti estremi, dopo l’assemblea di stasera.

È arduo immaginare cosa si intenda per gesti estremi:   spettinare il ciuffo proverbiale di De Bortoli, tirare la farina – è  martedì grasso – imbrattando il doppiopetto di Mieli, fare un titolo d’apertura critico del governo,  dirottare Merlo e Rizzo alla redazione di Sgurgula Marsicana.

Ma invece   per via di quel rimpianto – per  gesti dimostrativi  un po’ scapigliati e per ribellioni scapestrate, narrate solo in supplemento cultura – che a volte afferra, magari in età avanzata, i più composti imitatori dei costumi anglosassoni, è probabile che i giornalisti del corrierone occupino la loro sede storica.

I posti sono importanti, si intrecciano con la storia e gli uomini che la popolano e la fanno, sono simbolici, riconoscibili, entrano nell’immaginario e nella vita quotidiana come presenze domestiche e familiari.

Nell’autobiografia della nazione ci sono gallerie, caffè, trattorie, librerie che hanno nutrito incontri prodigiosi, alimentato idee e movimenti, rafforzato moti e pensieri. Come se chi ci passeggiava avanti e indietro irrequieto, chi stava seduto ore senza consumare nulla a discutere o solo ascoltare, avesse respirato la potenza del ragionare insieme, del guardarsi negli occhi, prendersi sottobraccio o anche a schiaffi, ma contagiandosi così di impressioni, sentimenti, passioni.

Via Solferino, il posto dove si faceva del Corriere, parla a Milano e di Milano, non quella da bere magari, che da là è cominciato il degrado,  lo sconfinamento nell’esibizionismo e nella volgarità dei commendatori delle commediacce con Boldi e dei cine panettoni, lo sprofondare nel pacchiano sogno berlusconiano e nel miserabile  avventurismo leghista, la corruzione e il disfacimento della politica. No, parlo della Milano e della Via Solferino che incuteva rispetto anche in chi era la sentiva ostile o estranea,  riconosciuta anche da chi a Milano era stato un terun tollerato,  familiare anche a chi faceva la controinformazione,   domestica anche per chi il Corriere lo occhieggiava in tram per guardare i titoli o lo sfogliava in latteria la mattina presto, col freddo della nebbia addosso,  onorevolmente “nemica” per chi si sentiva a Milano un apocalittico rabbioso e visionario come Bianciardi, che a lui non lo cacciavano era lui che se ne andava.

E a chi non succedeva di passare per Via Solferino la notte e spiare alzandosi in punta di piedi per sentire le voci di dentro, aspettare di vedere uscire sui carrelli  i pacchi di giornali legati con lo spago. Quei giornali con quei titoloni e quelle foto nere espressioniste, pesanti come macigni in  dicembre o in  agosto per parlavano di morti, quei giornali su cui adesso passiamo le dita sfiorandoli, immateriali e sfuggenti come la realtà amara che abbiamo intorno.

Hanno ragione di occuparla, se lo faranno, Via Solferino. Lasciare certi posto porta male. Pensate a Botteghe Oscure, pensate se quella defezione non ha rappresentato simbolicamente la rinuncia a una storia di rappresentanza degli interessi e dei bisogni degli sfruttati, pensate a Via dei Taurini, se andando via da là non se n’è andata anche la vera Unità, il giornale comunista fondato da Antonio Gramsci. Non c’è nulla di così “politico” nello sfratto da Via Solferino. Ma c’è molto di incivile, è la rimozione del passato di una città viva, laboriosa, quando il lavoro c’era, operaia, quando gli operai c’erano e non erano delle comparse sbiadite da emarginare come attrezzi inutili, quando c’erano gli intellettuali liberi, quando c’era ancora chi pensava che il mondo si cambia con le parole e le idee e i colori e le pietre e la musica che ci canta dentro.


F35, il bidone volante invisibile solo ai media

cacciabombardiere F35Sull’ultimo numero de L’Espresso c’è un pezzo nel quale si rivela che gli F35, i caccia del nostro scontento, sono un bidone. La cosa è strana:  che si trattasse di uno dei più costosi catorci della storia dell’aviazione era ben noto da tempo, bastava leggere, anche solo per curiosità, i media specializzati. Non ci voleva molto, tanto che su questo stesso blog alla fine del 2011 ho scritto un post (qui) in cui si analizzavano tutte le manchevolezze dell’apparecchio, i problemi di progetto e infine l’esorbitante costo di manutenzione. Occorreva solo lo sforzo di  digitare F35 e con un po’ di pazienza andarsi a recuperare le documentazioni più corpose.

Però sulla stampa mainstream, guarda caso, non è comparso nulla di tutto questo fino a che l’acquisizione del nuovo caccia non è stata ben al sicuro nella saccoccia di governo. Si, querimonie sulle spese belliche sconsiderate, ma badando bene a dare l’idea che l’ F35 fosse un gioiello della tecnologia. Viene da pensare che si volesse in qualche modo proteggere l’insensata operazione agli occhi di quella parte di opinione pubblica  magmatica e disorientata che senza un input chiaro non sa dove voltarsi: la notizia che non solo si spendeva una marea di miliardi per nuovi strumenti bellici dall’uso imprecisato, ma che questi strumenti erano anche un bidone avrebbe avuto un “effetto risveglio” e creato un fronte del no assai più vasto e imbarazzante per il governo.

Non grido affatto al complotto, ma a una astuta o inconscia arrendevolezza al potere e magari alle politiche editoriali che trasforma i segugi  che vorrebbero essere i giornalisti, in cani da tartufo così privi di olfatto che un tubero odoroso non lo troverebbero nemmeno a una sagra di trifolau. Ma impareggiabili nell’avvertire il tartufismo di quelli che contano. Dall’altra parte ci si scontra spesso con una sorta di cecità psicologica che fa ritenere alle molte persone impegnate contro la guerra e lo spreco di risorse che la pessima qualità degli strumenti bellici per cui si buttano via risorse preziose, sia un elemento marginale  del discorso, mentre magari è quello più efficace per chi non è abituato a destreggiarsi nelle questioni di principio e a conviverci.

Sta di fatto che la tecnologia stealth, l’invisibilità ai radar vantata dall F35, ma in realtà assai dubbia, anzi quasi inesistente secondo la documentazione canadese, ha funzionato a meraviglia nel tenere nascosta la sostanziale mediocrità di un progetto. Oltre che la proterva e opaca adesione ad esso, nonostante ogni razionalità. Stupisce infatti che mentre fiorivano interrogazioni che sollecitavano il governo a creare un ente che si occupi di gestire gli alieni di Medvedev, non ci sia stato uno straccio di parlamentare che abbia osato informarsi e denunciare la bidonata che stavamo per prendere.


Italia, la bella addormentata nel losco

La-bella-addormentata-nel-bosco-01L’evento televisivo del’anno appena nato è nientemeno che Berlusconi da Santoro, c’è da rimanere folgorati e disorientati per la rapidità con cui cambia questo Paese. E naturalmente ora c’è l’imperdibile coda di commenti, considerazioni, litanie, autodafé su questa riunione delle due faccia della medaglia di un’epoca. Ma mentre ci dilettiamo con il passato, salgono in campo altro bugiardi che promettono posti di lavoro e tagli di tasse, riprendendo le stesse illusioni, usando le medesime fumisterie riferendosi a grovigli di idee che hanno già fatto fallimento.

Guardiamo le scene come fossero un balletto, un tango, mentre il dramma sociale batte alla porta. Non ci accorgiamo che il Paese  è conteso da poteri esterni e da un liberismo al tramonto che oggi si divide tra chi cerca di salvare il salvabile di un’Europa ormai in agonia e chi invece vuole accelerare il massacro sociale. Non ci accorgiamo che molto sta cambiando attorno a noi e ci facciamo ipnotizzare dai nostri ritratti di Dorian Gray, come dice Anna Lombroso. Appena appena ci accorgiamo che la prima decade di questo 2013 si presenta con le scuse di uno dei guru del liberismo per aver sbagliato i calcoli, con la rottura di Juncker rispetto alle tesi di rigida osservanza bundesbankaria e persino rispetto alle barricate dell’euro a tutti i costi, che insomma le necessità assolute di un anno fa sono carta straccia e tutto ciò che è stato fatto viene oggi considerato inutile e dannoso. Sapete, perfino dai cattivi maestrini alla Zingales, indimenticabile consigliere economico di Renzi che oggi si chiede se le cose fatte dal governo Monti – distruzione dell’articolo 18 compreso – nascessero da convinzioni economiche o non fossero regali alla confindustria e alla classe dirigente in vista di una salita in politica.

Viviamo dentro il nostro piccolo mondo antico senza sporgerci a guardare dove stiamo andando, con una politica che si contende i posti con le unghie e con i denti, ma rifugge dalle idee come la natura dal vuoto. E ancor prima che dalle idee da un minimo di consapevolezza di ciò che è stato fatto e delle sue conseguenze, della leggerezza con la quale ci siamo fatti trascinare dentro i colpi di coda di un pensiero unico al tramonto e agli egoismi nazionali. Meglio non pensarci, aprire il cassetto dei ricordi e rispolverare la facile indignazione o la perversa ammirazione per trucco e parrucco: meglio le vecchie abitudini che mettersi a pensare ai nuovi caimani.


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