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Due ventenni: la profezia di Garibaldi

garibaldi_ferito_NAnna Lombroso per il Simplicissimus

Proprio vero che le parole sono pietre che siamo inclini a tirare con leggerezza.

Sfidando la spirale della storia che si avvita su se stessa, viene chiamata ventennio l’era Berlusconi a confermare un luogo comune, forse per questo diventata certezza scientifica:la ricorrenza perfino temporale delle tirannie, l’invenzione periodica propria della creatività italica  di nuovi modelli dittatoriali.

E con altrettanta lievità purtroppo non solo semantica, il presidente del consiglio lo liquida come concluso, mette una lapide apotropaica – o complice- sul sepolcro imbiancato, seppellisce la mummia per tenerla viva tramite il pupazzo del ventriloquo ancora sulla ribalta.

Le differenze ci sono tra i due ventenni, più formali che reali, olio di ricino, treni in orario, assassini e repressioni meno cruenti e espliciti, fattezze di un regime solo formalmente democratica, ma in realtà autoritario, razzista, corrotto, lesivo del sistema parlamentare e delle sue prerogative,segnato  da una esplicita e esibita indole al disprezzo delle leggi e della giustizia, irridente della Carta e dei diritti che rivendica universalmente, che si vuole ridurre a selettivi privilegi, forte dell’illusorietà convincente dei suoi miti più deteriori: i primati della forza, dell’ambizione personale, della furbizia come autodifesa, dell’egoismo come valore, della sopraffazione come metodo di governo.

E in ambedue i casi la loro affermazione è stata promossa dalla sottovalutazione di chi li considerava fenomeni passeggeri, pittoreschi, volgari e quindi effimeri. Ma la somiglianza non si limita certo a questo: tutti e due sono stati caratterizzati dalla straordinaria manipolazione dell’opinione pubblica.  Tanto da rendere persuasive le grandi menzogne convenzionali, l’oscuramento della realtà della crisi, la necessità di partecipare a guerre sotto vero e o falso nome. Fino a elezioni evidentemente truccate, da sistemi perversi e osceni, come dalla disparità insita nella presenza di candidati in piena vigenza di conflitto di interesse, indulgentemente consentito, di un leader proprietario di tutti i mezzi di informazione, in un clima culturale contaminato dalla spettacolarizzazione, da modelli di consumo e di affermazione di controvalori, dalla derisione di principi morali, dalla proposizione della corruzione come scappatoia irrinunciabile per stare a galla.  Si sa che è l’esempio a indirizzare i comportamenti dei bambini: rassicurati dallo stereotipo di un popolo infantile e docile, il ceto dirigente ha esemplarmente incarnato lo stravolgimento delle regole, le piccole e grandi astuzie, la mercificazione delle relazioni, il dileggio della cultura, fino alla cancellazione delle garanzie per conseguire l’obiettivo vero, quello della fine del lavoro per imporre la precaria servitù, della sostituzione dell’economia reale con il gioco d’azzardo della finanza, della disgregazione dello stato in favore di di non più occulti poteri privati, anche esplicitamente criminali.

Qualcuno ha detto: “la società europea è troppo corrotta e troppo egoista per essere in grado, una volta liberatasi di un despota, di sostituirlo immediatamente con un regime repubblicano”. Quel qualcuno era Garibaldi, che si rivela profetico soprattutto per questo secondo ventennio italiano, che come il secolo breve, si dimostra lungo e non ancora davvero concluso, che non ha visto una assunzione di responsabilità e un affrancamento di popolo e tanto meno di èlite, che si stempera nella melma delle intese compromissorie, delle pacificazioni, delle correità.

Non è che Letta e i suoi dimostrino una ridotta capacità linguistica. È che rinnegano di essere loro stessi a mantenere vivo insieme ai soci di maggioranza in consiglio di amministrazione – quelli che hanno i soldi – il regime. Sono loro che hanno tollerato  che un delinquente, condannato in via definitiva, compaia a reti unificate a tentar di scatenare i propri seguaci contro i propri giudici, sono loro che  sopportano l’elogio di Bruto, ma anche di appartenenti alla loro formazione,  di impenitente truffatore  dello Stato  che usa il potere di ricatto della presenza dai suoi scherani al governo, per difendere la propria pessima causa. Sono loro che mellifluamente suggeriscono ricomposizioni e modalità di gestione del partito, per rafforzarne i delfini più o meno fedeli, purché siano leali con la larga intesa sempre più stretta e inclusiva, in modo che sia rimossa ed esclusa  l’ipotesi stessa di una alternativa, esorcizzata ogni voce non conforme, allontanata l’improrogabile riforma elettorale.

Anche fosse finito il ventennio di Berlusconi, non è finito lo stato di eccezione: quello che permette di confutare sentenze definitive, aggirare leggi, sospendere quella nromalità che si chiama Costituzione e quella armonia che si chiama democrazia, per alimentare una guerra contro la sovranità di popolo.


Pianeta Italia: blitz contro il ricatto del lavoro

delfiniFinalmente, dopo molti mesi di polemiche le autorità sono intervenute per metter fine a una situazione vergognosa: la necessità di essere costretti col ricatto a sopportare durissime condizioni di lavoro, sottoposti a rumore spaccatimpani, a temperature sempre al limite della sopportabilità, a un ritmo di attività troppo intenso ed esposti infine a veleni che minano la salute e la vita.

Con un blitz avvenuto la sera del 12 settembre si è messo la parola fine a una vergogna nazionale: il non rispetto delle leggi peraltro già troppo permissive, l’aggiramento degli accordi solennemente presi, i trucchi messi in atto per negare situazioni di pericolo, cose che andavano avanti ormai da troppi anni e che probabilmente derivavano da opache intese sottobanco  volte  a garantire il massimo profitto possibile ai proprietari e i minori diritti possibili a chi sopporta la fatica.

Dunque, dopo tante bugie, mezze parole, ambiguità e giravolte si è affrontato il problema dell’Ilva? Ma no, mica siam matti, quelli del delfinario di Rimini: gli animali sottoposti a superlavoro e a condizioni impossibili sono stati trasferiti.


Il “mio” 11 settembre

cileNon parlo delle torri abbattute dagli aerei, di quella tragedia che ha cercato di rinnovare artificiosamente un’innocenza perduta e del cuore di tenebra che invece ancora vi si cela come una muta bestia in agguato. No, parlo dell’ 11 settembre 1973, giorno del golpe di Pinochet in Cile e del suicidio o più probabilmente omicidio di  Salvador Allende, del primo tentativo in Sudamerica di liberarsi dalla colonizzazione statunitense, del primo governo di vera sinistra nel continente e in generale nell’Occidente del dopoguerra. Ne parlo per molte ragioni: perché fu uno choc meno spettacolare, ma molto più profondo di quello delle torri,  perché fu quella la prova generale della lotta di classe al contrario in cui le corporation si esercitarono a prendere il sopravvento sulla politica, perché ha avuto sull’Italia conseguenze enormi che ancora oggi agiscono sia pure in un contesto diverso e last but not least perché si lega a ricordi personali.

Comincio da questi ultimi perché nei primi anni di lavoro ebbi a che fare con la “tutela” professionale di Giancarlo  Zanfrognini, l’unico giornalista italiano presente in Cile al momento del golpe. Al Resto del Carlino circolava una voce maligna secondo la quale il pezzo sulla vittoria dei golpisti era stato dettato due ore prima dell’assalto dei militari alla Moneda, cosa che in un primo momento era sfuggita a causa del fuso orario. Ma in ogni caso di certo Zanfrognini si poteva considerare persona informata dei fatti. Così lo sfruculiavo continuamente su quei giorni dei quali del resto aveva parlato in due libri. E da quello che diceva era più che evidente il ruolo dei servizi segreti americani e non solo, nel tragico epilogo dell’esperienza di sinistra in Cile. Una cosa che adesso è ovvia e provata, ma che allora veniva negata con sdegno dalla moderazione democristiana.

Però per capirci qualcosa bisogna fare un passo indietro e al  4  settembre1970, inizio della primavera in Cile, alle elezioni di Viña del Mar. Le sinistre unite nel cartello di Unidad popular erano in relativa minoranza, sfiorando al massino il 40% dell’elettorato, ma erano più attive, più consapevoli rispetto all’area moderata e di destra, tenevano la piazza per così dire. Il vecchio democristiano Frey non poteva più ripresentarsi alle elezioni presidenziali perché aveva già fatto due mandati consecutivi e questo costituì un primo problema. Il secondo fu dovuto al clima particolarmente tiepido in quell’anno che spinse la borghesia di Santiago ad andare in massa nella Rimini cilena, Viña del Mar  appunto. Quando i più giovani sentono gli inviti ad andare al mare è proprio da questo che deriva e Craxi che fu il primo fautore dei disimpegni balneari lo sapeva benissimo.

Così Allende vinse per 40 mila voti, senza superare però il 51%, anzi prendendo il 36 e passa per cento contro il 34 del candidato conservatore e il 27 di quello democristiano. Nixon tentò disperatamente, con la complicità delle destre cilene di fare una sorta di golpe costituzionale tentando di far eleggere il candidato arrivato secondo il quale poi si sarebbe dovuto dimettere per dare di nuovo la parola alle urne. Si poteva fare perché l’elezione popolare doveva essere confermata da quella parlamentare. Ciò avrebbe permesso formalmente al vecchio Frey di ripresentarsi e probabilmente di vincere. Il piano non riuscì perché la Dc del sud del mondo, dopo aspre discussioni scelse di votare Allende. Tuttavia questa ebbe un prezzo, anche dovuto alle enormi pressioni Usa e costrinse fin da subito il nuovo presidente a dover scendere a patti con i centristi. I successivi tre anni si consumarono al’insegna di questa di questo primo choc:  Allende dovette  moderare di molto il suo programma, andare con i piedi di piombo, scontentando così  la parte più a sinistra di Unidad popular spinta sempre di più verso posizioni rivoluzionarie, senza però accontentare i moderati, anzi spaventandoli ancora di più. Tra le concessioni di Allende ci fu anche la nomina di Pinochet, noto uomo di destra, se non di aperte simpatie naziste, al comando dell’esercito, sperando di dare garanzie al centro. Invece il generale già covava il golpe in accordo con i molti amici di Washington.

Tutto questo in Italia ebbe un impatto enorme: da una parte alcuni settori dell’estrema sinistra ne dedussero che non era possibile collaborare con la borghesia e che dunque  la violenza era necessaria, rinsaldando e confermando una via alla soluzione armata. Dall’altra convinse il Pci che non si governa col 51% e ciò indusse Berlinguer ad abbozzare la strategia del compromesso storico, ipotizzata in tre articoli su Rinascita di cui il più rilevante è ” Dopo il golpe in Cile”.

Oggi le cose sono molto cambiate: il liberismo ha sommerso e sconfitto sia la classe operaia, sia la borghesia intesa come ceto, sgominandola con la forza di promesse e illusioni individuali che solo adesso cominciano a mostrare la corda. Ma rimane in sottofondo l’idea che si possa governare solo con un compromesso globale e questo nonostante non esista più una sinistra rivoluzionaria insurrezionale e nemmeno una socialdemocrazia. La sensibilità del milieu economico finanziario versi i temi della cittadinanza, dello stato, del welfare, dei diritti del lavoro è diventata  più acuta man mano che riusciva a far introiettare le sue tesi, rendendole l’unica realtà possibile e oggi è spaventata persino dall’ ubbidienza “più qualcosa” che viene proposto in alternativa. Dal canto loro i partiti, costretti dentro la camicia di forza del compromesso necessario, ipnotizzati da una mitica centralità centro, si sono adeguati, sono diventati comitati di potere e affari, hanno perso qualsiasi tensione ideologica nel tentativo di diventare contenitori universali ed avere perciò la “patente per governare”.Gli echi di quell’11 settembre del 1973 si fanno ancora sentire, risuonano ancora in questi giorni.

E riaprono le ferite, rilanciano e le angosce sempre più acute per le sorti della democrazia. Ma forse danno anche la vertiginosa emozione che il futuro, il nostro futuro va tutto di nuovo inventato e conquistato.


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