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Piccole considerazioni di un sinistro elettore

primarie-pd-bersani-e-renzi-al-ballottaggioMassimo Pizzoglio per il Simplicissimus

The day after è così mieloso e buonista (e non potrebbe essere diverso) che ormai sembra un day after-eight, un po’ dolce, un po’ amaro, ma non troppo e con quel frizzo di menta che ci dà un brividino di emozione.
Ma qualche considerazione tocca farla.

Premetto che (ormai sto diventando uno scrittore premettente):
NON sono iscritto a nessun partito né mi interessa esserlo,

di conseguenza
NON miro a nessuna carica di partito (ovviamente) né tanto meno pubblica,

di conseguenza
NON cerco visibilità o seguito.

Ciò premesso, da elector vulgaris ho partecipato alle primarie del cosiddetto centro-sinistra il cui risultato è a tutti noto.

E già qui bisogna fare un primo appunto a moltissimi commentatori o, peggio, opinionisti stipendiati della carta stampata:
Matteo Renzi ha preso i voti del 39% degli elettori del ballottaggio, che non è lo stesso che il 39% degli elettori del centro-sinistra (vero o cosiddetto non cambia), né è lo stesso che il 39% del Pd.
Quindi Bersy ne tenga ovviamente conto, ma fatta l’abbondantissima tara di chi fossero quegli elettori.
Ho frequentato, per curiosità e benevola amicizia di qualche addetto, alcuni seggi torinesi delle primarie, sia al primo sia al secondo turno, e ho visto un pubblico in parte piuttosto singolare: avendo svolto un’attività pubblica per più di trent’anni, conosco e sono conosciuto da un cospicuo numero di persone e non avendo grossi problemi di comunicazione (usando un eufemismo) ho avuto modo di parlare con svariate di quelle che ora vedevo a registrarsi e votare e posso dire per certo che non erano elettori del centrosinistra e che difficilmente lo saranno alle prossime consultazioni.
Ora, considerando ininfluenti i voti al marxista Tabacci e alla sopravvalutata (soprattutto da sé stessa) Puppato, che i vendoliani hanno votato Nichi e non altri, che casomai a Vendola sono arrivati voti da piddini incazzati, che qualche vecchio malagodiano Bersani non lo voterebbe mai, neppure sotto tortura, per esclusione non restano in molti a essere beneficiari di quei voti allogeni.
Alcuni li ho rivisti al ballottaggio, restringendo il raggio di dispersione.

Poi, per carità, minimizziamo per amor di partito, ma non chiudiamo gli occhi.

Altro punto dolente, in senso stretto, è la ricucitura in corso degli innumerevoli tagli, graffi, morsi (più o meno avvelenati) che si sono scambiati in casa Democratica renzichenecchi e bersanieri, le due tifoserie da stadio delle opposte fazioni.

Sono uscite frasi e gesti che non vedo facilmente risolvibili con una pacca sul culo e un: “Massì, dai…”

Qui vedo un certosino e affrettato lavoro da Daughters of American Revolution chine a rammendare le bandiere stracciate in combattimento, mentre fuori ancora infuria la battaglia.
Un voremose bbene che, in parte e sottolineo “in parte”, faccio veramente fatica a credere, vista la genesi della candidatura Renzi e del suo “movimento”.

In etologia, l’opportunismo è talvolta considerato positivamente per la sopravvivenza della specie, anche se può creare difficoltà a causa degli sbalzi di numero e conseguenti conflittualità nelle “popolazioni” considerate.

Ma il parassitismo è viceversa sempre negativo per l’organismo “ospite”.

Renzi dell’opportunismo ha fatto un metodo e se ne fa pure vanto (in abbondantissima compagnia) e dopo aver indagato in quale compagine cercare fortuna, date le origini democristiane e il periodo di sfascio e divisione della balena bianca, causa affollamento e temporanea disgrazia in casa berlusconiana sceglie Prodi, ben più promettente, che infatti vince.

Sgomita fino a diventare presidente della sua provincia di cui millanta rivoluzioni epocali che attualmente la Corte dei Conti mette in dubbio e oltre, si candida contro tutti alle primarie da sindaco e, a sorpresa, le vince.
Ancora nessuno si chiede con quali soldi abbia fatto la campagna di allora, ma non importa, evidentemente, perché sindaco diventa.
Ma lì, avendo pestato un po’ troppi piedi, si assesta in stand by la sua carriera anche nel partito che ha sfidato.
Allora, con l’acume che indubbiamente possiede, si riguarda intorno e abbraccia la nascente teoria della rottamazione dei giovani lombardi di Pippo Civati con cui inaugura la famosa prima Leopolda che, certo non per suo merito, era veramente un momento di stacco epocale.
Comprende che oltre a lodevolissimi motivi di riscatto generazionale e di lotta contro i dinosauri di un partito che, nascendo dalla fusione di due continenti perduti, si ritrova anche con due gallerie degli antenati e due musei delle cere, in parte animate e parlanti, nel folto gruppo dei rottamatori fermentano i trombati a vari livelli e gli incompresi, quelli che non hanno fatto la “sfolgorante carriera” che si ripromettevano.
E che, ovviamente covano rancori e fremiti di rivalsa.
E a questi in particolare dà un lumicino di speranza, per la maggior cattiveria e spregiudicatezza rispetto agli storici, convinti e ragionevoli rottamatori.
E strappa loro il ruolo di rottamatore-capo (senza grande fatica, visto che Civati & co. già si muovevano, con forse troppa prudenza, oltre) estromettendoli, con relativa eleganza, anche dalla seconda Leopolda.

Qui si chiude il cerchio: a fronte di un numero cospicuo di convinti, forse miopi, innovatoristi, lo zoccolo duro dei rancorosi revanscisti cresce e si autoconforta, aggredisce, si stizzisce, sottolinea, stigmatizza e scassa i coglioni su qualsiasi cosa, i nervi a fior di pelle e una risposta sgarbata per chiunque, anche per i propri non correttamente allineati.

Et voilà, le coup de theatre: si presenta alle primarie per il premier!

Avute rassicurazioni finanziarie da chi da un po’ lo segue con curiosità e interesse (qui) il Nostro, dopo aver cazzeggiato a lungo come un centravanti da esportazione, raduna la sua mandria di scazzati (e il suo esercito in buona fede) e parte all’attacco dell’apparato.
Apparato così ottuso (con alcune Cassandre in un mondo di sordi) da sottovalutare sprezzantemente il valore dei soldi alle spalle del toscanaccio, la quantità di giovani sanamente insoddisfatti e la rancorosa cattiveria degli scartati a qualunque selezione.

E qui scatta il parassitismo: utilizza gli interni Pd per sfruttare tutte le possibilità che un grande partito gli dà a livello di diffusione, capillarità, comunicazione interna e, ebbene sì, “apparato”.

Usano le sedi, i circoli, gli incontri, le manifestazioni (il più delle volte senza faticare, che per quello ci sono i “negri” fedeli), per diffondere il “verbo”, con le parole chiave: rottamazione, nuovo, merito (senza dire da chi stabilito), insomma, il dizionario berlusconiano al completo..

La stragrande maggioranza degli iscritti vede, comprende, borbotta, ma non esplode per amor di partito, perché i panni sporchi si lavano in casa dai tempi di Togliatti e De Gasperi.
E il contagio, soprattutto tra gli insoddisfatti (la maggioranza in qualunque grande struttura), si diffonde, anche tra gli intelligenti, disillusi, ma con qualche sasso (forse macigno) nelle scarpe.

Il resto è storia recente, tutto il campionario da figlio di “Drive in”: scorciatoie, provarci, “le regole valgono solo per gli altri”, “mah, occhio ragazzi che ci vogliono fregare”, le centinaia di migliaia di euro che non si sa da dove arrivano (o si sa ed è peggio), campagna da Obama dei poveri, sempre con quella camicina bianca, che non c’ha neppure il fisico per esibirla (eppoi l’altro è “abbronzato” e “stacca”), quei pantaloni aderenti che le riprese da dietro non l’aiutano, quell’astio da primo della classe della scuola privata, quell’occhio sempre a mezzo servizio, che l’altro mezzo pensa ad altro.

E la sconfitta, con le scuse già pronte da anni, le stesse di sempre: il partito contro, l’età (a minuti non ce la farà più a usarla come scusa), la fiorentinitudine, fuori dagli schemi (e anche fuori dalle regole)…

“Adesso!” la palla passa a Bersani e saranno cazzi in ogni caso.

A dispetto delle amichevoli dichiarazioni ufficiali, ora il vero nemico è Monti, per tutto ciò di peggio che rappresenta (ammesso che esista non un meglio, ma un pochino meno peggio) a livello di grandi poteri finanziari, di cui Renzi sarebbe stato portatore “sano”.
E il nemico sono anche le vecchie carampane, in senso lato (sì, tu sì, Rosy), che zavorrano questo Hindenburg nel viaggio verso l’America, e la frattura inesorabile delle due anime inconciliabili lo porta a cercare di stare più lontano che può da Lakehurst sperando in qualche escamotage, come un Olandese volante che spera di non fare la figura dell’olandesina della pubblicità.

Se aveste ascoltato di più i Civati di due anni fa (o anche solo dell’ignobile assemblea di Roma), non avreste avuto (forse) il Renzi della Leopolda di Gori col frigo/sponsor e, soprattutto, quest’ultimo, con la kryptonite delle banche in tasca.

E sappiate che il problema trombati lo dovete affrontare, prima o poi, non si può sempre pensare che “tanto poi passa”, perché alle prossime li troverete di nuovo lì, col prossimo Masaniello che li monta. E più primarie fate, più ne producete.
Parlate chiaro, spiegate serenamente i perchè e sappiate che vi aspettano al varco.

Adesso!, si diceva, punto e a capo.

Noi sinistri ( e non darci un’etichetta: vendoliani, ex-qualcosa, vetero-qualcosaltro. Siamo sinistri e basta, senza tanto centro) siamo qua, ad aspettare un segnale, ma sappi, Pigi, che non aspettiamo né a lungo, né con le mani in mano.

(e ricordati che mi devi un birrozzo!)

P.s. un grazie a tutti quelli che il culo per queste, forse inutili come dice qualcuno, primarie se lo sono fatto davvero, ai “vecchi” (con e senza virgolette) dei circoli che hanno ospitato i seggi, che hanno creduto davvero che servissero a cambiare, comunque la pensino.


Stilisti e Stiliti

stilitaMassimo Pizzoglio per il Simplicissimus

Un’amica che stimo molto, politica “vera” che si impegna sul campo e non sulle poltrone, riferendosi alle critiche che piovono costantemente sul suo “settore” e di cui anch’io sono un prolifico produttore, disse un giorno: “va benissimo criticare, anche aspramente, l’operato di chi fa politica, ma alla fine delle vostre filippiche domandatevi sempre, come fanno i polemisti anglosassoni «…and so what?»”.

“E quindi?” me lo sono sempre domandato, perché per indole, formazione e destino lavorativo, nella vita mi sono state sempre richieste più soluzioni che interrogativi, che mi sono sempre posto comunque per poter fornire, ove possibile, le prime.
Ora mi starei un po’ seccando di tutta una serie di critiche sterili che vengono poste a queste maledette primarie che stanno stracciando l’anima (per essere educato) a tutti quanti, in particolare sul web.

Premesso:

come ben sanno i miei amici iscritti, che non sono mai stato un fan del Pd fin da prima della sua fondazione.
Che questa fusione a freddo, che non ha ancora avuto riscontro sperimentale neppure al Cern di Ginevra, tra trinariciuti e scudocrociati non mi piace e, come ho più volte scritto, non funziona.

Che le strigliate (sempre propositive) che non ho lesinato alla succitata maionese impazzita erano sempre speranzose di stimolare ravvedimenti operosi (anche operai, sempre un po’ trascurati).

Tutto ciò premesso, uno sguardo da terra e non dalla colonna da stilita aiuterebbe a capire che adesso come adesso questo c’è sul tavolo e con questo bisogna preparare la cena.
Tra pochissimi mesi si andrà a votare e, qualunque sia la legge elettorale, produrrà una maggioranza, risicata o rosicata che sia, che comporrà un governo.
Visto il seppuku della destra (non certo la presa di coscienza dei suoi elettori dei disastri da essa causati) è altamente probabile che al suddetto governo vada ciò che attualmente viene definito centrosinistra.
E di questo cosiddetto centrosinistra il candidato premier uscirà da queste maledette primarie. Questa è l’unica certezza.

E poiché tra i due sfidanti le differenze su quello che dicono che vorranno fare una volta al governo non sono marginali, anzi, non mi sembra corretto continuare a sbeffeggiare coloro che, coscientissimi dei limiti e dei tarli dell’attuale situazione generale, sono andati a cercare di arginare la diga domenica scorsa e torneranno a farlo domenica prossima (e chi vuol fare solo la finale, un’altra volta si sveglia prima!).

Sottovalutare tre milioni e rotti di persone che si muovono all’unisono per compiere un’operazione di qualunque genere non è indice di grande attenzione, ma omogeneizzare le motivazione di costoro è segnale di presunzione intellettuale.

Le motivazioni degli elettori sono state poco meno che tre milioni e rotti.

Anche gli stati d’animo, gli spiriti e gli umori con cui costoro hanno affrontato gli eventuali disagi della tenzone sono stati milionari.

(Piccolo inciso: mi sono registrato, con scarsissima convinzione, giovedì scorso alle 16.00 in una efficiente sede  facendo zero coda e ho votato alle 10.30 di domenica in una ben meno efficiente sede perdendo otto minuti otto. Quindi se uno dei candidati è stato così poco informato sul funzionamento della SUA eventuale elezione da doversi registrare la domenica alle 17 e trenta, è il minimo del contrappasso che abbia fatto due ore e passa di coda).

Ora, credo che nessuno, ma neppure i renzichenecchi più sfegatati, abbia fatto tutto ciò per un futuro idilliaco da romanzo rosa.

Quasi (e decida ognuno quanto grande è questo quasi) tutti sono andati a votare per cercare di evitare ciò che ritengono peggio.
Nessuno (e qui il quasi proprio non ci sta) ha pensato di brandire la spada della democrazia e, come San Giorgio, decapitare il drago dell’antipolitica (grilliana o montana che fosse).
Non ho visto quegli sguardi di orgoglioso compiacimento che hanno contraddistinto i partecipanti a quelle che erano considerate svolte epocali o, almeno, pietre miliari della Storia.
La frase più sentita era “ah, sei andato anche tu a fare il tuo dovere?” vedendo il certificato in mano.

Ma, ciò detto, andremo di nuovo domenica, non a cambiare il mondo, ma a tamponare un po’ di una delle mille falle di questo nostro paese.
Ognuno con un suo perché, che può essere condiviso o meno, ma sbertucciato o stilosamente deriso no.

E (e qui parlo per me e per le persone che stimo che hanno votato) con la massima coscienza di ciò che capita, dei burattini e dei burattinai, delle parole e dei fatti, della storia e delle storie, da persone informate eccome sui fatti.
E proprio per questo moltissimi di noi “pecoroni” lunedì, se andrà come abbiamo votato, non sarà comunque soddisfatta, perché il lavoro da fare sarà appena iniziato, ma almeno un piccolo sasso su cui appoggiare il piede dentro questa guazza di fango ci sembrerà di sentirlo.

“E quindi?”

chiedo a molti dei critici strafottenti e choosy che ho letto in grande abbondanza in questi giorni.
Ok, andare a votare le primarie è stata una trovata infantile da babbioni, e allora, invece, cosa proponete?
Visto che dalla cima delle colonne la visione delle piazze semivuote vi è più chiara, visto che vedete le facce indignate e, forse un po’ attutiti da lassù, sentite i mugugni a cui però non seguono barricate, Manin, Marianne o quarti di garibaldini, visto che non si crea in un mese una monolitica coscienza civile di Popolo da parte di una moltitudine che popolo non lo è stata mai:

visto tutto ciò, un consiglio applicabile e non chimerico ce l’avete?
(non vorrei ricordare a così attenti commentatori politici che tutta una sinistra visionaria dalle ultime urne non è proprio neanche uscita)

La sinistra, quella vera, ce la dobbiamo riconquistare, con fatica, per dove si è persa e se chi uscirà vincitore sarà un po’ meno peggio, guadagneremo tempo, che di quello ne abbiamo bruciato abbastanza, a sinistra…
P.s. “un po’” è anche un mio intercalare tormentonico, finirà che dovrò andare a farmi un birrozzo col Pigi.
“dai!” invece lo lascio a don Matteo, che mi sa di questua, che è l’ultima cosa di cui sentiamo il bisogno.


La teoria del CompLoach

Massimo Pizzoglio per il Simplicimus

Lo so, sono un inguaribile complottista, ma è più forte di me: ho una fortissima intolleranza  alle coincidenze.
E forse, scopro dai giornali, non è neppure colpa del tutto mia: alcuni farmaci per la cura del Parkinson indurrebbero ludopatie devastanti (per i patrimoni), ma nel mio caso, non avendo ancora il Parkinson, potrebbero essere le medicine che prendo per la gastrite… (ne parlerò con Guariniello).

Ma a me, ‘sta storia del Gran Rifiuto di Loach, pur concordando in gran parte con l’analisi dei personaggi fatta dal Simplicissimus, non quadra del tutto.

Non riesco a credere che le organizzazioni del festival di Cannes o di Venezia, da cui il Nostro ha ritirato regolarmente i premi assegnatigli, fossero esenti dall’utilizzo di cooperative in appalto, che gli addetti agli allestimenti fossero degli esempi di entusiastica applicazione di modelli idilliaci di organizzazione del lavoro (vorrei ricordare che gli scioperi, sacrosanti, del personale tecnico dello spettacolo in Francia misero in crisi festival prestigiosi come quello di Avignone e fecero saltare tutti i programmi per alcune estati in tutto il paese).
E mi fa altrettanto strano che il sindacato che ha inviato le lettere a lui e a Scola sia stato il primo a pensare di farlo (forse, aiutato dalla sigla tecnologica Usb, ha canali preferenziali nelle e-mail), quando io che sono l’ultimo degli stupidi e che mi occupo di tutt’altro ricevo quasi quotidianamente segnalazioni di situazioni più o meno gravi in offesa alla dignità umana.

Le coincidenze che mi fanno venire l’orticaria cominciano con gli attriti tra Amelio e Müller sulle date dei festival di Torino e di Roma, su cui sembrava essersi trovata una quadra, all’ultimo smentita dall’italo-svizzero.

E prima ancora dalla defenestrazione di Müller dalla mostra del cinema di Venezia e al subentro dell’altro “torinese” Barbera, direttore dell’incriminato museo della Mole Antonelliana.
In ultimo il flop abbastanza clamoroso del festival di Roma nella prima gestione mülleriana, da lui attribuito alla crisi e al periodo storico.

Invece, tomo tomo cacchio cacchio, il Torino Film Festival arrivava alla trentesima edizione con un budget di un sesto rispetto al cugino romano, ma con un programma solido e alcuni atout interessanti che ben facevano sperare (e ancor lo fanno)

E qui è partito il siluro!
E, come in Operazione Sottoveste (per restare in tema cinematografico) ha affondato un camion…

A dire il vero un prodromo velenoso c’era stato, con una fuga di notizie sulla probabile sostituzione di Amelio da parte di Salvatores per la prossima stagione del festival.

Fastidiosa, non tanto per la sostanza, ma per i modi e la tempistica, giusto prima della presentazione del programma.
Anche l’annaspare balbettante degli assessori coinvolti non ha aiutato il cordiale svolgimento dei lavori, ma l’oliata macchina organizzativa ha risolto anche quella scivolata d’ala.

E adesso questa.

Già, adesso.
Altra coincidenza bizzarra: il carteggio tra “tutto il mondo” e Ken il rosso è iniziato ad agosto, ci sono state telefonate, incontri, una cena chiarificatrice e in tutti questi quasi quattro mesi, Lui si decide all’ultimo e dichiara di non partecipare giusto alla vigilia dell’inaugurazione?

(Tra l’altro, a leggere della quantità di mail, missive, scambi di documenti, telefonate, coinvolgimenti di terzi, quarti e quinti, stupisce che Loach sia riuscito anche a mangiare e dormire in questi mesi, seppur supportato da uno staff che speriamo tutto assunto a tempo indeterminato con contratti “svedesi” e coccole di tanto in tanto)

Mah, è davvero tutto molto strano, ma, si sa, il mondo degli artisti è fatto così…
E tanto in Italia ci sarà il solito tifo da stadio tra Loacher e Scolari con conseguente scollegamento del cervello.

Stasera inizia il Tff e molti torinesi (e non) si augurano che, invece, funzioni, perché nella città della sFiat di Markionne la conversione verso le attività culturali procede con fatica, ma procede e delle beghe e gelosie tra comari di Windsor e Parioli ne farebbe volentieri a meno.
Speriamo che la querelle si sia conclusa (quella festivaliera ovviamente perché quella occupazionale deve continuare eccome) e non ci siano colpi di coda.

In (bagna) cauda venenum.


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