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Sottosegretari privati

sala-consiglio-ministri-olycom-258Anna Lombroso per il Simplicissimus

Arriva  sempre nell’organizzazione dei  matrimoni, royal wedding o nozze borghesi, il momento della difficile trattativa sulla lista degli invitati: ma mica vorrai non far venire zia Giuseppina che mi ospitava in campagna quando ero piccolo e ci ha promesso il Folletto? E ti pare che non invito Luca che giocavamo a calcetto insieme? Lo zio Gianni non mi perdonerà mai se non mettiamo al nostro tavolo quel magistrato, sai quello che lo aiutò in quel  momento difficile.

Deve essere successo così nelle fasi del delicato negoziato per la stesura dell’elenco dei sottosegretari, con le famiglie, unite dal comune intento, ormai uguali nelle modalità e procedure, ma divise dalla smania di disobbligarsi con parenti potenzialmente serpenti, dalla   vocazione, condivisa ma conflittuale, a fare del governo una agenzia di collocamento per amici e famigli dai quali ci si aspettano favori, vantaggi e intercessioni.

Tra  manuale Cencelli e rubrica dell’I- Phone, con il supporto dell’album fotografico della prima comunione ed anche della banca dati del prestigioso thin tank dello sbriga faccende di Berlusconi, quel VeDrò – ma noi invece vorremmo non vederlo mai – giacimento di talenti di regime e sacerdoti della teologia di mercato,  ecco compilato il catalogo dei sottosegretari.  “Non divisivi”, perché accontentano l’indole al compromesso feroce, non sorprendente, perché realizza le peggiori previsioni.

E all’anima della “freschezza” tanto decantata dal perdente per antonomasia, a meno che non si riferisse a un certo tipo di “fresco”, quello che auspichiamo per il patron, ma anche per alcuni eccellenti inquisiti entrati a far parte dell’autorevole parterre.

Google non perdona, condanna all’eterna memoria di atti e malefatte, di imprudenze e viltà. E se Wikipedia non concede molte informazioni, può essere molto utile la consultazione del sito Open Parlamento, che annovera alcune voci esaustive e implacabili aggiornamenti sul gradimento alle misure governative e sulle presenze ai lavori parlamentari dei “nominati” scelti tra gli eletti. Di modo che siamo informati sui record di assenteismo di Vincenzo De Luca, quello che a Salerno lo votano “anche le pietre”, indagato nell’ambito di un procedimento relativo all’inchiesta avviata sul progetto urbanistico Crescent, o  sulla coazione a votare vigorosamente si a tutti i provvedimenti più infami del governo Monti, di Sesa Amici.

Ma a guardar bene, sono solo peccati veniali. C’è ben di peggio, a cominciare dal più impresentabile  tra gli impresentabili: Gianfranco Miccichè, del quale a tutti, ma forse non a Letta, sono note le amicizie e le frequentazioni, gli usi e i consumi.  E cosa dire di  Bruno Archi (Esteri),   teste a difesa nel processo Ruby, passato all’onore della cronaca per aver sostenuto che in eventi istituzionali si era parlato diffusamente della fastosa parentela della giovane protetta del premier,  o di  Jole Santelli, la esuberante giovane di studio di Cesare Previti,   che nelle funzioni di sottosegretaria e “esperta” di problemi della giustizia ha accreditato il suo delirante appoggio alle leggi   ad personam come necessari “provvedimenti di interesse generale”.  Cursus honorum altrettanto disinvolti sono quelli di Filippo Bubbico (Interno), che ha un processo in corso per abuso d’ufficio,  di Giuseppe Castiglione (Politiche Agricole Forestali e Alimentari),  coinvolto e poi prosciolto da un’accusa di associazione mafiosa e assolto da un’accusa di turbativa d’asta, e genero dell’ex senatore di Forza Italia Giuseppe Firrarello, condannato in via definitiva a due anni per corruzione e turbativa d’asta, di Rocco Girlanda (Infrastrutture e Trasporti)  fedelissimo di  Denis Verdini tanto che compare nelle intercettazione della Procura di Firenze che indagava sul caso del Credito Fiorentino.    

Appartengono alla categoria  dei casi clinici, ancora più che “umani”  alcune groopies  di Berlusconi, la  senatrice Simona Vicari (Sviluppo Economico), cui si deve la frase immortale:  Berlusconi è l’uomo più perseguitato dalla giustizia. E non il più perseguitato della politica dell’Italia o dell’Europa, ma dell’umanità.  O l’ineffabile Biancofiore, impareggiabile amazzone del Pdl, ancor più sgangherata della Santanchè,  passata dall’ammirazione per Mussolini al culto di Silvio, “un figaccione  che vivrà, ohinoi, fino a 120 anni” e “uno statista unico, un tycoon” che fa “spellare le mani per la sua lucidità”, mica come “quell’avvocatuccolo di Obama”.

C’è da tremare, e si sapeva, per le sorti dei diritti civili e per i temi eticamente sensibili, rivendicati come intangibili e inalienabili ma solo dai loro ancestrali pregiudizi: sempre l’implacabile Google riporta le forsennate difese della famiglia di pluridivorziati  o neo fondamentalisti, in odor di sant’Egidio (Mario Giro, agli Esteri), Walter Ferrazza, assurto alla politica  grazie al sostegno di quel Samori, ingegnere del consenso di ignari pensionati,  di Luigi Casero, ex sottosegretario all’Economia nell’ultimo governo Berlusconi, che colloca la difesa della famiglia al centro dei suoi interessi.

I neo sottosegretari non avranno la remunerazione aggiuntiva e se ne duole di certo   Gioacchino Alfano, deputato del Pdl che viene dalla zona di Castellammare di Stabia, cui lo stipendio di parlamentare già non basta proprio: “Il mio stipendio è contato, anche se al confronto con altri…” dice Alfano, nomen homen.. E i tagli, per l’onorevole, “sono lama sulla mia pelle già martoriata”.

La più festosa inclinazione all’uso improprio è appagata dalla nomina in quota renziana di una vedette della Leopolda, tal  Simonetta Giordani, responsabile dei pomposi  “Rapporti Istituzionali nazionali e internazionali” di Autostrade per l’Italia, messa a dare un nuovo contributo di eccentrico dinamismo al dicastero dei Beni Culturali, nel segno della continuità con quel Resca, manager di Mc Donald’s caro all’aedo Bondi: una garanzia per spericolati mecenati e sponsor discutibili.

Appropriatissima  invece la scelta di Marta Dassù, simbolo vivente di passioni, frequentazioni, istinti e interessi della cerchia del premieri: studiosa di politica internazionale, è stata direttore generale delle attività internazionali di Aspen Institute Italia (presidente Giulio Tremonti)  direttore della rivista di politica estera Aspenia, membro del comitato scientifico  di Confindustria, del direttivo Iai e della Trilaterale,  sottosegretario agli Esteri del Governo Monti  al fianco di Staffan De Mistura, brillante negoziatore nel caso dei marò.

Dura minga, si dice già del Governo, ma abbiamo già una nuova conferma che per poco che duri, ne farà di malanni.

 

 

 

 


Io che ho visto il lavoro

Edmondo_Rossoni_in_Piazza_del_Popolo_a_Roma_annuncia_la_promulgazione_della_Carta_del_LavoroMariaserena Peterlin per il Simplicissimus

Conosco il significato del lavoro da quando ero bambina, quindi da decenni. Sono nata in una casa nel cortile di un mulino di cui mio padre era capo mugnaio, un tecnico con un compito difficile, dirigere uno stabilimento in cui entrava il grano ed uscivano crusca, cruschello e vari tipi di farine; e con la responsabilità di tutto il personale. Adesso è tutto diverso, la farina la importiamo e il grano non si coltiva quasi più. Infatti il pane è di solito cattivo.
Quel tecnico indossava un abito da lavoro, e non il completo in blu con cravatta a pallini, portava il basco in testa e arrivava a casa imbiancato di farina fin nelle ciglia degli occhi; aveva un buon odore di farina, quasi di pane.

Conosco il significato del lavoro perché sotto le mie finestre passavano autisti, facchini, operai, cilindristi, meccanici, falegnami che arrivavano a piedi o in bicicletta e avevano il fagotto del pranzo sotto al braccio. Anche loro si cambiavano d’abito: il mulino infarina e le differenze si devono conquistare, non basta affermarle.
Passava anche il padrone. Entrava in mercedes, ma abitava là anche lui.

Ho visto la fatica di chi si metteva sulle spalle un sacco da un quintale, di chi si asciugava il sudore sotto un berretto fatto col giornale; ho visto gruppi di uomini che si fermavano solo per masticare la ciriola con la mortadella, ho sentito le voci di chi bestemmiava (ma non credo che in cielo ci si aspettasse qualcosa di diverso) e ho visto anche qualcuno portato di corsa in ospedale.

Ho visto scioperi risolti con cinquemila lire aggiunti alla paga di quel giorno; ma ho visto anche i pacchi dei regali di natale del padrone ai bambini, numerosi allora, degli operai.

Un altro mondo.

Però in quegli anni, il lavoro aveva guadagnato rispetto e i lavoratori diritti.

E chi come me ha visto, ascoltato, annusato quel mondo non riesce a capire come oggi si possa definire lavoro sculettare in tv, dare notizie vestiti come i manichini degli abiti firmati per uomo, esibire baldanzose opinioni da una bocca gonfia di lifting che spicca in una faccia incorniciata da una simil parrucca luminosa come una cometa mechata.

No, proprio no.

Per cui quando ho sentito in tv il noto comico Crozza sfottere la Fornero per il suo “choosy” appioppato ai giovani presunti schizzinosi del lavoro sono stata abbastanza d’accordo e la frase “vi potrebbero fare un choosy così “ mi è sembrata proporzionata. Invece quando ho sentito una sfavillante telegiornalista intervistare dei giovani e, citando il comico, affermare “sono sorpresa perché ancora non avete fatto un choosy così” allora mi sono irritata.
Sì perché nonostante la deferenza dovuta a tutte le professioni, non possiamo negare che per fare il choosy a chi accumula privilegi e abbranca potere con qualsiasi mezzo ci vuole coesione tra lavoratori, ci vogliono sacrifici e lotte, ma ci vuole anche una informazione senza bavagli e non a pigione dal potere e ignorante del mondo del lavoro.

E se non chiediamo alla stampa ed ai giornaloni di scendere in piazza al posto dei disoccupati, degli esodati, dei mai occupati, dei cassintegrati e così via, gli chiediamo almeno di rendersi conto che non è vero che qualunque lavoro ti permette di andare avanti e di crescere socialmente o di alzare la voce e la testa.

Infatti, per fare un caso specifico, il precario della scuola ad esempio non può iscriversi a un sindacato (posto che serva a qualcosa): come pagherebbe la sua quota di iscrizione prelevata dalla busta paga di quelli di ruolo?
E  per fare un caso generale occorre dire che il disoccupato, l’esodato, il mai occupato non hanno potere contrattuale: come farebbero infatti a scioperare se sono stati sbattuto fuori dal luogo di lavoro o non ci sono mai entrati?

Considero una fortuna l’aver conosciuto il mondo del lavoro, esserci vissuta in mezzo, averlo visto crescere, averlo visto fischiare i sessantottini, oggi in tutte altre faccende affaccendati e che all’epoca volevano coinvolgere gli operai in una lotta non priva di sfumature elitarie e che erano chiarissime per i lavoratori, ma meno chiare per le muse delle rivoluzioni di papà.

Una vera fortuna; perché sopportare il presente è un gran peso, ma almeno si sa che ce ne potrebbe essere uno molto diverso. Senza tutte queste muse pronte a cantar dei pelidi o candidati di spicco di oggi.
 

 


La politica del casting nel salone da barbiere

saloni2“Monti sono me”. Mezz’ora di intervista di Bersani hanno dato questo risultato di sostanza, senza che venisse fuori, nemmeno per sbaglio la più piccola idea sul Paese e nemmeno un giochino a trova la differenza. Certo la cosa si presentava difficile visto che a fare le domande era la bilderberghina Lili Gruber, “giornalista prestata alla politica” come si definisce e sulla quale pesa il fitto mistero su chi mai l’abbia prestata al giornalismo, ma non c’è dubbio che si rimane sconcertati dalla totale  auto referenzialità ai problemi di schieramento e manovra nella quale annega la campagna elettorale del centro-sinistra.

E se Berlusconi si presenta con i medesimi argomenti del 2008, appena appena liftati, il Pd ripropone pari pari la strategia di  Veltroni dove al posto delle idee per rappresentare il proprio elettorato vengono recuperati candidati  che dovrebbero costruire un’ecumenica allegoria della società: la politica si trasforma nel casting come per un talk show e un reality con tanto di grande fratello dietro l’angolo.  Così alla giornalista anticamorra, viene associato il papà di Ichino, quel Carlo dell’Aringa che formulò la precarizzazione del lavoro, usata poi per la legge Biagi, al giornalista economico del Corrierone, eretico da salotto, viene aggiunta l’innocua femminista Marzano che non hai mai fatto male a una mosca, nemmeno di sesso maschile e  per fare da contrappeso al bolscevico Vendola, quello che se la rivoluzione d’ottobre avesse lu mere sarebbe una piccola Regione Puglia, viene candidato l’ennesimo bocconiano ed ex direttore generale di confindustria, Giampaolo Galli.

Ovvio che tutto questo serve a fare terra bruciata attorno a Monti e alla sua improvvida quanto proterva salita in politica che ne rivela i limiti di supponente burocrate ed esecutore. Chiaro che si vuole rassicurare Bruxelles così come il passo indietro di Berlusconi serve a rassicurare il Ppe. Però una volta usciti da questa divertente partitina a scacchi cosa sappiamo di più sul Paese e su cosa si vuole fare per non farlo finire come la Grecia e il Portogallo? Cosa sappiamo in più sul nostro futuro se non quell’agitarsi del feticcio europeo come a una processione di flagellanti? Esiste e in che modo, con quali mezzi, una differenza tra le agende? Esiste un’idea di società o è diventata solo quella gaia scienza da bar sport che viene così familiarmente narrata nella Repubblica degli Zucconi of America?

No, non esiste perché se ci fosse, qualche indizio salterebbe fuori anche non volendo.E’ una battaglia di potere nella quale si misura una casta ormai indistinta. E non perché destra e sinistra non abbiano più significato, anzi mai come in questo momento hanno un senso, ma perché è la loro rappresentanza ad essere venuta meno, ad essersi stemperata, confusa, confricata dentro uno stesso alambicco. Così dopo mezz’ora abbiamo appreso che Monti è stretto in un angolo, a meno che non intervengano i cannoni allo spread della Bce, ma l’agenda rimane con le sue funeste scadenze e i giorni della civiltà sociale cancellati.

Bersani, lasciate le bambole, sta pettinando Monti ancor più di quanto non faccia lo stesso professore con quel vezzo da liceale degli anni ’50.  Che uno si chiede se lo facesse anche “dopo”, al posto della sigaretta. Ma non ha molto senso saperlo, né lasciarci prendere dagli strumenti di questo salone da barbiere, quando è a noi, alla nostra Costituzione, al modello sociale da essa disegnato e mai realizzato che stanno facendo tutti insieme barba e capelli.


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