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L’uomo del colle ha detto sì: Silvio “pilastro della convivenza nazionale”

pesce-marcioL’uomo della trattativa non sta nei corridoi in penombra, ma siede sul colle più alto da dove, scusate la formulazione un po’ letteraria, auspica alla luce del sole che si faccia il buio. E ieri per incitare a prendere e perdere tempo, Napolitano ha in sostanza detto che Berlusconi  e uno dei “pilastri della nostra convivenza nazionale senza i quali tutto è a rischio”. Certo non ha fatto il nome del Cavaliere, ma il senso era quello, l’invito a non mettere a rischio la Santa Alleanza che ha ammorbato e devastato il Paese, a tutelare quella consociazione di fatto che il presidente con vivo e vibrante maneggio è riuscito a far diventare palese e oltretutto anche pilastro.

Il pesce puzza dalla testa e del resto il primo bi -presidente della storia repubblicana è stato eletto proprio perché espressione dello spirito consociativo tra la  politica residuale della società italiana, la mancanza di etica della destra e la perdita di ideali e di progetto della sinistra. Il suo merito è stato quello di rendere compatibili e organiche queste due mancanze, di farle convergere nella figura di Berlusconi come idolo o come avversario. E adesso dall’alto dei cieli di Roma è diventato il vero nodo gordiano della Repubblica, il vero punto di intreccio non solo della salvazione di Silvio, ma anche nel progetto di sfascio della Costituzione e nella preservazione di ogni anomalia italiana. La nomina del ragazzo di bottega Giuliano Amato alla Corte Costituzionale, è l’ultima gioiosa novità che viene dal Quirinale, un’altro piccolo golpettino di cuore.

Così si andrà avanti a lungo nella danza rituale della espulsione di Berlusconi, mentre ai bimbi d’Italia Saccomanni e Letta raccontano la favola della ripresa o dei costi dell’instabilità, quando è ovvio che il governo dei rimandi è la iattura più grande che ci si potesse aspettare, che il Pd ha tutto l’interesse a tenere le cose nel vago e Berlusconi non ha l’intenzione di fare adesso una crisi che lo affonderebbe. Che tutto finirà in un’appiccicosa melassa a meno che non ci sia un’insubordinazione aperta al Colle. La stabilità del nulla diventa allora il nuovo feticcio, la nuova commedia e scopriamo che Letta si auto valuta un miliardo quando non lo si vorrebbe nemmeno regalato.

Chissà allora quanto vale Napolitano. Tanto oro quanto pesa. Bè magari non proprio oro.


Il “mio” 11 settembre

cileNon parlo delle torri abbattute dagli aerei, di quella tragedia che ha cercato di rinnovare artificiosamente un’innocenza perduta e del cuore di tenebra che invece ancora vi si cela come una muta bestia in agguato. No, parlo dell’ 11 settembre 1973, giorno del golpe di Pinochet in Cile e del suicidio o più probabilmente omicidio di  Salvador Allende, del primo tentativo in Sudamerica di liberarsi dalla colonizzazione statunitense, del primo governo di vera sinistra nel continente e in generale nell’Occidente del dopoguerra. Ne parlo per molte ragioni: perché fu uno choc meno spettacolare, ma molto più profondo di quello delle torri,  perché fu quella la prova generale della lotta di classe al contrario in cui le corporation si esercitarono a prendere il sopravvento sulla politica, perché ha avuto sull’Italia conseguenze enormi che ancora oggi agiscono sia pure in un contesto diverso e last but not least perché si lega a ricordi personali.

Comincio da questi ultimi perché nei primi anni di lavoro ebbi a che fare con la “tutela” professionale di Giancarlo  Zanfrognini, l’unico giornalista italiano presente in Cile al momento del golpe. Al Resto del Carlino circolava una voce maligna secondo la quale il pezzo sulla vittoria dei golpisti era stato dettato due ore prima dell’assalto dei militari alla Moneda, cosa che in un primo momento era sfuggita a causa del fuso orario. Ma in ogni caso di certo Zanfrognini si poteva considerare persona informata dei fatti. Così lo sfruculiavo continuamente su quei giorni dei quali del resto aveva parlato in due libri. E da quello che diceva era più che evidente il ruolo dei servizi segreti americani e non solo, nel tragico epilogo dell’esperienza di sinistra in Cile. Una cosa che adesso è ovvia e provata, ma che allora veniva negata con sdegno dalla moderazione democristiana.

Però per capirci qualcosa bisogna fare un passo indietro e al  4  settembre1970, inizio della primavera in Cile, alle elezioni di Viña del Mar. Le sinistre unite nel cartello di Unidad popular erano in relativa minoranza, sfiorando al massino il 40% dell’elettorato, ma erano più attive, più consapevoli rispetto all’area moderata e di destra, tenevano la piazza per così dire. Il vecchio democristiano Frey non poteva più ripresentarsi alle elezioni presidenziali perché aveva già fatto due mandati consecutivi e questo costituì un primo problema. Il secondo fu dovuto al clima particolarmente tiepido in quell’anno che spinse la borghesia di Santiago ad andare in massa nella Rimini cilena, Viña del Mar  appunto. Quando i più giovani sentono gli inviti ad andare al mare è proprio da questo che deriva e Craxi che fu il primo fautore dei disimpegni balneari lo sapeva benissimo.

Così Allende vinse per 40 mila voti, senza superare però il 51%, anzi prendendo il 36 e passa per cento contro il 34 del candidato conservatore e il 27 di quello democristiano. Nixon tentò disperatamente, con la complicità delle destre cilene di fare una sorta di golpe costituzionale tentando di far eleggere il candidato arrivato secondo il quale poi si sarebbe dovuto dimettere per dare di nuovo la parola alle urne. Si poteva fare perché l’elezione popolare doveva essere confermata da quella parlamentare. Ciò avrebbe permesso formalmente al vecchio Frey di ripresentarsi e probabilmente di vincere. Il piano non riuscì perché la Dc del sud del mondo, dopo aspre discussioni scelse di votare Allende. Tuttavia questa ebbe un prezzo, anche dovuto alle enormi pressioni Usa e costrinse fin da subito il nuovo presidente a dover scendere a patti con i centristi. I successivi tre anni si consumarono al’insegna di questa di questo primo choc:  Allende dovette  moderare di molto il suo programma, andare con i piedi di piombo, scontentando così  la parte più a sinistra di Unidad popular spinta sempre di più verso posizioni rivoluzionarie, senza però accontentare i moderati, anzi spaventandoli ancora di più. Tra le concessioni di Allende ci fu anche la nomina di Pinochet, noto uomo di destra, se non di aperte simpatie naziste, al comando dell’esercito, sperando di dare garanzie al centro. Invece il generale già covava il golpe in accordo con i molti amici di Washington.

Tutto questo in Italia ebbe un impatto enorme: da una parte alcuni settori dell’estrema sinistra ne dedussero che non era possibile collaborare con la borghesia e che dunque  la violenza era necessaria, rinsaldando e confermando una via alla soluzione armata. Dall’altra convinse il Pci che non si governa col 51% e ciò indusse Berlinguer ad abbozzare la strategia del compromesso storico, ipotizzata in tre articoli su Rinascita di cui il più rilevante è ” Dopo il golpe in Cile”.

Oggi le cose sono molto cambiate: il liberismo ha sommerso e sconfitto sia la classe operaia, sia la borghesia intesa come ceto, sgominandola con la forza di promesse e illusioni individuali che solo adesso cominciano a mostrare la corda. Ma rimane in sottofondo l’idea che si possa governare solo con un compromesso globale e questo nonostante non esista più una sinistra rivoluzionaria insurrezionale e nemmeno una socialdemocrazia. La sensibilità del milieu economico finanziario versi i temi della cittadinanza, dello stato, del welfare, dei diritti del lavoro è diventata  più acuta man mano che riusciva a far introiettare le sue tesi, rendendole l’unica realtà possibile e oggi è spaventata persino dall’ ubbidienza “più qualcosa” che viene proposto in alternativa. Dal canto loro i partiti, costretti dentro la camicia di forza del compromesso necessario, ipnotizzati da una mitica centralità centro, si sono adeguati, sono diventati comitati di potere e affari, hanno perso qualsiasi tensione ideologica nel tentativo di diventare contenitori universali ed avere perciò la “patente per governare”.Gli echi di quell’11 settembre del 1973 si fanno ancora sentire, risuonano ancora in questi giorni.

E riaprono le ferite, rilanciano e le angosce sempre più acute per le sorti della democrazia. Ma forse danno anche la vertiginosa emozione che il futuro, il nostro futuro va tutto di nuovo inventato e conquistato.


Come vivere infelici e morire democristiani

ao03Almeno una metà degli italiani aspirava a non morire democristiana, ma è ormai chiaro che dovrà arrendersi a questo destino che le stano preparando i due topi di sacrestia e di cappuccio che rispondono al nome di Renzi e Letta. I tempi e i modi nei quali si realizzerà il progetto neo democristiano dipenderanno anche dal destino di Berlusconi che – salvato o meno – è ormai il passato. Renzi si proprone di guidare il gregge piddino in una transumanza vero il centrodestra, mentre Letta ha in animo di partire dal centro e aggregare via via i resti del partito berlusconiano che da aziendale si va trasformando in occasionale.

Così il premier pensa ad un’aggregazione governativa nel caso il cavaliere dia battaglia e si sfili dalle larghe intese, perché la tessitura sottobanco è nelle sue corde: perciò lancia messaggi in codice alla classe dirigente, mantenendo tutti gli assurdi impegni di spesa presi dai governi precedenti e fa balenare altri magna magna come le Olimpiadi. Solo un simbolo per far capire che una certa “filosofia” democristiana non verrà abbandonata. Forse a Renzi che non ha le chiavi del governo, conviene di più una persistenza di Berlusconi che gli lasci attaccata una parte più consistente del Pd, compresa quella socialdemocratica ridotta ormai allo stato di puro apparato e a logica di potere.

Anche per questo è difficile capire come si articolerà la vicenda del Cavaliere: se con un rinvio infinito o qualche salvacondotto sotterraneo. Alla fine si tratta proprio solo di un ricambio generazionale tra il tycoon senza scrupoli che prese l’eredità del pentapartito e i neodemocristiani di ultima generazione. Tuttavia non sarà un ritorno: la Dc che le persone con una certa età hanno conosciuto, non c’entra nulla con quella che si va costruendo ora. Quella non solo risentiva, soprattutto ai suoi inizi, dell’influsso del cattolicesimo popolare, ma era costretta ad essere “moderata” dalla presenza di un forte partito comunista e dall’esistenza dell’Unione Sovietica che teneva aperta in tutto il mondo occidentale la stagione keynesiana. La neo dc nasce in tutt’altra situazione e se ha qualcosa di moderato è solo nei toni e nella mancanza di idee proprie, nella caratterialità vaselinosa: ma la sostanza è destra liberista allo stato puro, con l’aggiunta di elementi di devozione al Vaticano.

Non è un caso che proprio in questo quadro si collochi l’aggressione alla Carta costituzionale, sentita come un ostacolo alla realizzazione di uno stato autoritario dove i cittadini siano solo formalmente chiamati a decidere, ma di fatto sottoposti alla dittatura congiunta del sistema politico e mediatico a sua volta succube dei poteri economici e finanziari.  In un certo senso è un paradosso che l’ultimo ostacolo sia proprio Berlusconi, l’uomo che aveva riunito in una sola persona tutti e tre i poteri reali, politica, media ed economia, facendosi sfuggire l’unico ambito superstite, quello della magistratura.

Ma anche a questo sarà posto rimedio ed evidentemente agli italiani non dispiace visto che di alternative concrete, né marginali, né di carattere salvifico non c’è traccia e moltissimi si limitano a sperare che quella del Pd sia solo morte apparente, quando invece è chiaro che la sua stessa nascita era parte di questa logica. Moriremo democristiani e l’epitaffio sarà quello (falso) attribuito alla tomba di Geroges Bernanos: si prega l’angelo trombettiere di suonare forte, il defunto è duro d’orecchi.

 


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