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Lavoro: Renzi e il metodo Stanislavskij

imagesAlmeno c’è qualcosa di divertente nella querelle sul lavoro. E non mi riferisco né alla timidezza e all’ipocrisia dei sindacati, né agli argomenti da anni ’80 che il governo usa per sopprimere definitivamente l’articolo 18: certo non si può non sorridere di fronte alla pretesa del premier di stare combattendo contro una posizione ideologica, quando è invece chiarissimo che è lui a condurla volendo sbaraccare qualcosa che ormai ha un puro valore simbolico. Ma questo semmai indurrebbe ad un amaro sarcasmo sulla pochezza dell’uomo di Palazzo Chigi e di una vasta parte di cittadini ormai incapaci di distinguere la realtà dall’inganno e sul perdurare di posizioni vetuste, richiamate con le stesse parole d’ordine di trent’anni fa.

Quello che invece suscita il riso sono le disavventure del padre Tiziano e delle aziende di famiglia del premier che – al di là della specifica questione  giudiziaria- ci presentano il quadro di un Matteo difensore del lavoro e dei giovani e che tuttavia fino a qualche anno fa navigava in un ambiente dove lo sfruttamento del precariato era la regola e la ragion d’essere. Appare evidente che tutte le complesse vicende del pater familias (ultimamente dedito a far fruttare l’augusta parentela) sono riconducibili ad attività che hanno il loro fulcro proprio nei contratti precari e nel loro uso indiscriminato  come si evince qui e qui. D’altro canto la stessa Chil dei Renzi dedita all’organizzazione dello strillonaggio, del volantinaggio e del porta a porta lavorava tutta a suon di precari, tanto che lo stesso Matteo, titolare pro forma dell’impresa familiare per un certo periodo, si è visto condannare in cassazione per non aver voluto riconoscere alcuna continuità lavorativa a chi distribuiva La Nazione.

Questo era il meraviglioso mondo di Matteo prima della sua discesa in politica, anzi funzionale ad essa. E c’è davvero da ridere se adesso parla della precarietà contrattuale come della terra promessa della crescita e dello sviluppo, messa purtroppo in pericolo dall’esistenza di tutele residuali e da contratti a tempo indeterminato. Bisogna dargli atto che almeno in questo non è un semplice e volgare ventriloquo dei circoli finanziari e reazionari oltre che della umiliante e avida classe dirigente di questo Paese, ma parla in proprio, esprime appieno la propria cultura di riferimento, l’acqua dalla quale proviene. In questo senso sembra più credibile di altri perché almeno in questo non recita un copione sia pure ideologicamente affine come Monti, non dà la sensazione di aver imparato a memoria e non capito come Letta, ma esprime con la lingua, i modi, la tetragona ottusità della provincia italiana, il grande imbroglio del liberismo finanziario. Insomma partecipa in prima persona a ciò che gli viene ordinato e in questo l’ambiente di provenienza funziona come il metodo Stanislavkij dell’Actor Studio.

Tutto il resto è retorica e sordida bugia perché nemmeno ci sono i soldi per gli ammortizzatori universali dati in pasto ai media per giustificare la morte del contratto a tempo indeterminato e delle tutele ad esso legate. Qui si che la recitazione è evidente, fuori dalle righe e dimostra l’incapacità di uscire dal modesto imprinting della Chil e di un ambiente che vive di clan, di scambi autour de la politique, di strette di mano col pollice sul dorso. E che la guapperia diventa puro e insopportabile vaniloquio.


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