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Cent’anni di ipocrisia

images (13)A leggere i giornali di oggi si entra nel realismo magico che fa da contrasto all’irrealismo dozzinale e bugiardo di cui i chierichetti del potere fanno un uso intensivo: c’è non credere ai propri occhi leggendo che il fiscal compact ci costerebbe solo 9 miliardi (da togliere alla sanità e alla scuola, ovviamente)  quando invece elaborando le cifre del def la mazzata è di 54 miliardi. Ma ancora di più si hanno deflagrazioni di ipocrisia senza veli quando si deve respirare l’incenso di cui è circonfusa la scomparsa di Gabriel Garcia Marquez. Il contrasto fra il sostegno complice a politiche reazionarie e il cordoglio con cui si celebra lo scrittore sudamericano restituisce un senso di allucinazione e di falso che ha niente a che vedere con il mondo visionario di Macondo.

Ma come, Marquez l’amico di Fidel Castro, conoscitore del Che, uno degli scrittori che più ha combattuto Pinochet e che per trent’anni è stato persona non gradita negli Usa, che in Cent’anni di solitudine ha raccontato la storia della Colombia dalle speranze alla sottomissione all’imperialismo Yankee e alle sue multinazionali, ora è celebrato dai conservatori filo Usa e filo europeisti. Cosa che del resto accade anche nella stampa statunitense e anglosassone in genere, come se “Gabo” fosse avulso da ciò che ha scritto o si potesse ridurre la sua opera di cui forse i celeberrimi Cent’anni non sono il meglio, a una sorta di fiaba, di luogo dell’anima o di escursionismo nel senso del tempo.

Marquez era invece giornalista più che mai e la sua letteratura non era che la trasfigurazione del reale o caso mai immaginazione realistica che non può essere separata dalla vita concreta, così come Macondo è incomprensibile senza la strage bananiera del 1928 o la United Fruit. Evidentemente ciò che al potere piaceva di Marquez era la possibilità di essere frainteso, che la trasfigurazione del mondo fosse un buon modo per nasconderlo, che finalmente si potesse leggere un vero scrittore, ignorandone l’ispirazione.  Non è forse un caso che i suoi reportage giornalistici che nulla hanno da invidiare ai suoi romanzi, anzi sono forse il meglio della sua scrittura, siano i meno frequentati dall’editoria. E in fondo è stato proprio il suo contrario,Vargas Llosa, divenuto ultraconservatore a trovare le parole per definire questo atteggiamento: «In politica no, ma come scrittore è un gigante». 

Come se le due cose si potessero separare e come se la letteratura fosse solo un gioco di “machinae” immaginative e dei relativi stilemi. Ma quelli che vogliono un mondo muto, fatto di eccitazioni volgari o raffinate nella separatezza delle persone, amano molto questa arcadia. E la menzogna che la sorregge, amano le mille rivolte perse del coronel Aureliano Buendia. E che la rivoluzione sia solo una favola.


A Strasburgo per i servizi antisociali

l43-parlamento-europeo-strasburgo-140217185230_mediumMagari c’è qualcuno che ancora s’indigna vedendo le liste per le europee di Forza italia infarcite di condannati e inquisiti a più non posso in una benemerita e preventiva azione svuotacarceri. Qualcun altro può rimanere perplesso per l’infornata di insulsi ricicciati della politica presentati dal Pd. Ma che importa, mica si tratta di mandare persone competenti, intelligenti, combattive e tanto meno oneste: andranno tutti a Strasburgo a fare il servizio antisociale che si concreta poi nel fornire una cornice estetica all’inesistente democrazia europea.

Sono comparse dentro un palazzo vuoto che non decide un bel nulla e che al massimo dona una sorta di diritto di tribuna a qualche personaggio fuori le righe. il parlamento di Strasburgo è soltanto un luogo simbolico e magari anche mediatico, mentre tutte le decisioni passano per due filtri, il Consiglio e la Commissione che rappresentano le gli stati e assieme le lobby e gli interessi dei potentati. L’unico modo del Parlamento europeo ha per riempire il vuoto è quello di contestare se stesso e la governance europea.

Del resto inutile nascondersi che da molti anni, sono abbastanza vuoti anche i palazzi e le cerimonie del potere nazionale che ubbidisce a logiche e a comandi che vengono da altrove e che poco o niente hanno a che fare con i cittadini, con il lavoro, con la rappresentanza: il cambiamento negli anni della crisi è stato solamente estetico e funzionale passando dal tycoon sempre più a corto di viagra politico, al sobrio Monti, allo spento Letta e all’anfetaminico Renzi. Sempre più giovani, sempre più marionette. Che possono saltare e gridare senza grandi limiti perché non c’è alcuna opposizione al pensiero unico, nessuna visione complessiva di un altro modo di essere della società, ma solo la contestazione disaggregata dei problemi via via più ampi che pone il liberismo e il suo esplicito piano di ritorno al lavoro servile.

So che molti storceranno la bocca di fronte a queste parole perché la cosa più difficile è credere che stia succedendo davvero. Che il mondo conosciuto fino ad ora dalle generazioni in vita si stia disgregando: è solo un momentaccio, ci sarà la ripresa, almeno ci si è liberati delle vecchie classi dirigenti, Renzi è il nuovo, tutto tornerà come prima, in fondo ci sono le quote rosa, devo ubbidire per conservare il lavoro. Tutti questi alibi e necessità impediscono di uscire dalla gabbia. E in un certo senso anche l’indignazione per i grassatori da inviare a Strasburgo ne fa parte: a cosa mai potrebbero servire dei galantuomini o dei veri politici nello scenografico parlamentino europeo se non a dare l’impressione che si tratti di una costruzione in pietra e non un disegno su tela e acrilico?


Scuola: il modello privato va al fallimento

studenti americaniDa molti anni la scuola è sotto attacco: dalle prebende concesse agli istituti privati di sua santità con l’insensato pretesto della libertà d’istruzione, si è passati a favorire apertamente la privatizzazione impostandone gli strumenti e le premesse anche nella scuola pubblica e nell’università. Con buona pace di quelli che “è finito il tempo delle ideologie”, questo disegno vago e al tempo stesso arrogante era sostanzialmente un frutto dell’ideologia liberista che ha trovato slancio nella crisi innescata dalla medesima. Ma più che un frutto maturo si tratta di un frutto marcio dal momento che il modello di riferimento anglosassone cui andavano le preci dei nostri riformatori brancolanti nel tunnel dei neutrini era da tempo in crisi conclamata. Mentre classifiche se non sospette (come affermano parecchi docenti che si sono occupati della cosa), comunque costruite appositamente per soddisfare la vanagloria delle università dove si forma la classe dirigente Usa, indicano il cammino ai nostri “privatisti”, quel modello sociale e didattico è entrato in crisi, tanto che ancora nei primi anni del nuovo secolo l’amministrazione Usa ha dovuto riconoscere che è ormai imprescindibile “importare” almeno il 50% dei ricercatori.

Ora queste dinamiche stanno accelerando e la National Association of Independent Colleges and Universities ha lanciato l’allarme sul fatto che molte università saranno destinate a chiudere. Anzi un suo portavoce, il professor Clayton Christensen di Harvard è stato più specifico ha detto che circa 4000 tra università e centri di istruzione di vario tipo saranno destinati a chiudere nei prossimi 15 anni, praticamente la metà di quelli esistenti (vedi qui ).

La ragione è una sinergia tra modello didattico, nuovi media e realtà economica. Le minori prospettive di guadagno per i laureati stanno mettendo in gravissime difficoltà il settore dei “prestiti d’onore”  tanto che si prefigura lo scoppio di una bolla anche in questo campo. Inoltre le minori disponibilità economiche della middle class e la maggiore prudenza nella concessione dei prestiti, rendono improponibili sostanziali aumenti delle rette, tanto che ormai le spese superano del 60% le entrate e molti istituzioni cominciano a chiudere. C’è poi un problema a monte: un orientamento culturale indirizzato alla specializzazione nel suo senso meno nobile e un sistema didattico fondato sui test, rendono facile, se non addirittura più funzionale l’insegnamento on line, favorendo la scomparsa delle scuole “fisiche”. Purtroppo una parte essenziale dell’istruzione è proprio il confronto, lo scambio e la discussione con docenti e compagni resa possibile solo dalla scuola in carne ed ossa per così dire.

Tutto questo naturalmente porterà ad un abbassamento drammatico del livello dell’istruzione generale che rimarrà alto solo per le classi dirigenti, per chi può pagare, cosa che peraltro non disturba affatto le oligarchie, perché anzi l’esclusione è uno dei loro obiettivi. E va detto che  il fenomeno non riguarda solo le università o i corsi di studio finali,  ma l’intera scuola, con quelle pubbliche praticamente abbandonate a se stesse e quelle private sempre meno accessibili.

Così abbiamo un tragicomico effetto paradosso: la crisi ha fatto esplodere le carenze del modello educativo anglosassone, mentre da noi ha accelerato le istanze ideologiche ad aderire a quel modello. Nulla di strano per un Paese che arriva con trent’anni di ritardo, in eterno controtempo.

 

 


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