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Matrimoni gay, il mal francese di Giovanardi

matrimonio-gay4-jpg-crop_displayAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nel giorno in cui in Francia venivano approvati il matrimonio e le adozioni gay, Franco Gallo, il presidente della Consulta, si è rivolto alle Camere in maniera esplicita: «Bisogna regolamentare i diritti delle coppie omosessuali nei modi e nei limiti più opportuni». E occorre legiferare sui diritti civili. Per le coppie gay è dal 2010 che la Corte costituzionale sollecita il legislatore in questo senso, dalla sentenza numero 138 del 2010, che escludeva  l’illegittimità costituzionale delle norme che limitano l’applicazione dell’istituto matrimoniale alle unioni tra uomo e donna,   affermando al tempo stesso che due persone dello stesso sesso hanno comunque il diritto fondamentale di ottenere il riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri, della loro stabile unione.

Gallo ha sottolineato anche come alla Consulta su questi temi sia stato più facile interagire con le istituzioni e i giudici europei. E non ne dubitavamo. I diritti della persona vivono tempi difficili se non possono più affidarsi a una sovranità impoverita e offesa.

E infatti il fronte di chi non vuole ammetterli tra quelli fondamentali e inalienabili, è vasto e bopartian.   Maurizio Gasparri insorge: «La Consulta non deve dettare le regole alle Camere».  Eugenia Roccella rincalza:«Quello di Gallo è un intervento a gamba tesa in un ambito controverso e divisivo che ci ricorda come in questi anni l’attività dei tribunali abbia sconfinato dai propri limiti».  Edoardo Patriarca, Pd, aggiunge: «La Consulta continua a riconoscere il valore dell’istituto matrimoniale, e per quanto riguarda i diritti delle coppie dello stesso sesso parla di modi e limiti più opportuni. Dunque un netto no alle nozze gay». E l’ineffabile   Giovanardi, non si smentisce: “Dobbiamo introdurre nel codice civile il cosiddetto contratto di solidarietà e convivenza, attraverso il quale i conviventi, a prescindere dagli orientamenti sessuali, possano disciplinare davanti ad un notaio tutti gli aspetti patrimoniali e assistenziali della loro vita di coppia”, proponendo con munificenza caritatevole vincoli di serie B per cittadini di serie B.

È perfino banale guardare con sospetto al rifiuto di comportamenti e inclinazioni “non convenzionali”, quel rifiuto che Nussbaum definisce come un “disgusto”, che cela un’ansia e una paura inconfessabili, probabilmente di una parte oscura di sé, e che si traducono in diffidenza, intolleranza e repressione.

In realtà, soprattutto se si pensa a individui come Giovanardi, esemplare particolarmente rappresentativo, si deve dire che questa avversione attiva che diventa deliberata violenza nei confronti di chi ha inclinazioni differenti, le ammette e le vive con consapevolezza e senza ipocrisia, ha connotati clinici, emotivi, individuali  e irrazionali, ma non può nascondere quelle componenti culturali che l’apparentano con i modi di “odiare in prima persona plurale”, animosità giustificate e sostenute dal “gruppo” o dal ceto, quali la misoginia, i razzismi, la xenofobia.

E non c’è nessun motivo legittimo per assimilare anche questa intolleranza angusta e incivile alla gamma dei temi “eticamente sensibili”, come vorrebbero frange confessionali proterve e invasive della sfera giuridica e civile della società, che vorrebbero imporre una morale di parte, totalitaria e assolutistica,  ispirata a dogmi clericali e a “norme” convenzionali come etica statale, che deve innervare le istituzioni e intridere il pensare comune.

Mentre anche i valori tiranni, più radicati e potenti grazie al sostegno  dei più forti, devono cadere davanti al primato dei diritti della persona. E tutti ne siamo titolari, direttamente o indirettamente coinvolti o investiti, quindi tutti dobbiamo essere consapevoli del dovere di farli valere.

Oggi più che mai dobbiamo difenderli, indistintamente. Oggi, che nello spazio globale si dilatano o evaporano, offrono occasioni collettive o si rinchiudono nell’ambito individuale,  subiscono gli imperativi e l’arroganza del mercato. Oggi che donne e uomini nel mondo, tanti dannati della terra,  si mobilitano attraverso reti sociali, occupano piazze, si ribellano proprio in nome di essi e scardinano regimi, lanciando messaggi nell’universo che parlano di libertà contro la sopraffazione.

Vi diranno che la legittimazione di un patto fondato sull’amore, sull’affetto e sull’eros felice e appagante è marginale di questi tempi. Vi diranno che la facoltà di morire con dignità è futile quando la povertà minaccia la dignità della vita. Vi diranno che il godimento della procreazione grazie alle tecnologi della riproduzione può suonare oltraggioso se paternità e maternità  sono retrocessi a privilegi concessi arbitrariamente dalla lotteria naturale che segue le leggi del mercato.

La verità è che esiste un disegno di negazione e cancellazione dei diritti, tutti indistintamente. A cominciare da quelli del lavoro, per ridurre i lavoratori in eserciti precari, in perenne mobilità al servizio di una padronato rapace. E quelli all’ambiente, alle risorse e ai beni comuni, alla salute, all’istruzione, alla bellezza, alla conoscenza, all’informazione, alla rete, grazie a continue e progressive riduzioni e restrizioni tutte mirate a circoscrivere sovranità e libertà. Quella nostra libertà che rappresenta per il potere il vero tabù, la vera minaccia che si declini come libertà di parola, di espressione, d’amore.

 


Via Solferino, sfrattato il Corriere indebitato

IMG_4263_-_Milano_-_Sede_del_Corriere_della_Sera_in_via_Solferino_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto_20-jan_2007Anna Lombroso per il Simplicissimus

Debiti con le banche per 900 milioni di euro, un massiccio piano tagli, 600 per la sola Italia, via dieci periodici coi dieci direttori (si salva solo Maria Latella, l’Anna La Rosa della carta patinata: la patria glielo deve per il record di interviste riuscitissime nell’intento  di  nascondere anziché rivelare, compiacere anziché informare). Ma quello che brucia di più ai giornalisti del Corriere della Sera è lo sfratto da  via Solferino. La decisione di abbandonare la sede storica del quotidiano, ritornata all’ordine del giorno dopo anni di rinvii, è  un aferita insanabile che sta minando i rapporti tra la redazione  e il  direttore Ferruccio de Bortoli, che si era impegnato personalmente a contrastare a decisione. Tanto che – racconta il Fatto – non si escludono gesti estremi, dopo l’assemblea di stasera.

È arduo immaginare cosa si intenda per gesti estremi:   spettinare il ciuffo proverbiale di De Bortoli, tirare la farina – è  martedì grasso – imbrattando il doppiopetto di Mieli, fare un titolo d’apertura critico del governo,  dirottare Merlo e Rizzo alla redazione di Sgurgula Marsicana.

Ma invece   per via di quel rimpianto – per  gesti dimostrativi  un po’ scapigliati e per ribellioni scapestrate, narrate solo in supplemento cultura – che a volte afferra, magari in età avanzata, i più composti imitatori dei costumi anglosassoni, è probabile che i giornalisti del corrierone occupino la loro sede storica.

I posti sono importanti, si intrecciano con la storia e gli uomini che la popolano e la fanno, sono simbolici, riconoscibili, entrano nell’immaginario e nella vita quotidiana come presenze domestiche e familiari.

Nell’autobiografia della nazione ci sono gallerie, caffè, trattorie, librerie che hanno nutrito incontri prodigiosi, alimentato idee e movimenti, rafforzato moti e pensieri. Come se chi ci passeggiava avanti e indietro irrequieto, chi stava seduto ore senza consumare nulla a discutere o solo ascoltare, avesse respirato la potenza del ragionare insieme, del guardarsi negli occhi, prendersi sottobraccio o anche a schiaffi, ma contagiandosi così di impressioni, sentimenti, passioni.

Via Solferino, il posto dove si faceva del Corriere, parla a Milano e di Milano, non quella da bere magari, che da là è cominciato il degrado,  lo sconfinamento nell’esibizionismo e nella volgarità dei commendatori delle commediacce con Boldi e dei cine panettoni, lo sprofondare nel pacchiano sogno berlusconiano e nel miserabile  avventurismo leghista, la corruzione e il disfacimento della politica. No, parlo della Milano e della Via Solferino che incuteva rispetto anche in chi era la sentiva ostile o estranea,  riconosciuta anche da chi a Milano era stato un terun tollerato,  familiare anche a chi faceva la controinformazione,   domestica anche per chi il Corriere lo occhieggiava in tram per guardare i titoli o lo sfogliava in latteria la mattina presto, col freddo della nebbia addosso,  onorevolmente “nemica” per chi si sentiva a Milano un apocalittico rabbioso e visionario come Bianciardi, che a lui non lo cacciavano era lui che se ne andava.

E a chi non succedeva di passare per Via Solferino la notte e spiare alzandosi in punta di piedi per sentire le voci di dentro, aspettare di vedere uscire sui carrelli  i pacchi di giornali legati con lo spago. Quei giornali con quei titoloni e quelle foto nere espressioniste, pesanti come macigni in  dicembre o in  agosto per parlavano di morti, quei giornali su cui adesso passiamo le dita sfiorandoli, immateriali e sfuggenti come la realtà amara che abbiamo intorno.

Hanno ragione di occuparla, se lo faranno, Via Solferino. Lasciare certi posto porta male. Pensate a Botteghe Oscure, pensate se quella defezione non ha rappresentato simbolicamente la rinuncia a una storia di rappresentanza degli interessi e dei bisogni degli sfruttati, pensate a Via dei Taurini, se andando via da là non se n’è andata anche la vera Unità, il giornale comunista fondato da Antonio Gramsci. Non c’è nulla di così “politico” nello sfratto da Via Solferino. Ma c’è molto di incivile, è la rimozione del passato di una città viva, laboriosa, quando il lavoro c’era, operaia, quando gli operai c’erano e non erano delle comparse sbiadite da emarginare come attrezzi inutili, quando c’erano gli intellettuali liberi, quando c’era ancora chi pensava che il mondo si cambia con le parole e le idee e i colori e le pietre e la musica che ci canta dentro.


La brioche di Monti: una bugia chiamata Europa

pinocchioTrent’anni fa l’Europa era un’aspirazione possibile, un progetto che sembrava aver qualcosa da dire sia sul piano della collaborazione economica, sia su quello del welfare: era insomma un modello a cui si guardava con attenzione. Oggi la musica è tutt’altra: si ridicolizza il potere di una burocrazia mediocre e asfissiante, si prende atto del fallimento politico e dell’inesistenza di una reale unione sul piano della politica estera, della difesa, della ricerca e insomma in ogni campo e settore in cui le dimensioni contano, mentre appare chiaro che la moneta unica, tetto costruito prima delle fondamenta, costituisce una camicia di forza destinata ad avvilire proprio quegli elementi di diversità e di elasticità che invece rappresentano un vantaggio delle dimensioni nazionali rispetto ai vecchi e nuovi colossi.

La strada imboccata all’inizio degli anni ’90 è un vicolo chiuso, un cul de sac dove fa bottino solo il potere finanziario economico e l’ elite politica ad esso collegato, ma che esclude sempre di più la volontà popolare. Se oggi si tenesse un referendum sulla permanenza nell’unione in ognuno dei Paesi che la compongono, la geografia che ne uscirebbe sarebbe devastante: solo Paesi piccoli e marginali accetterebbero di rimanere formando una ghirlanda dal baltico ai balcani con una superficie complessiva corrispondente alla metà dalla sola Italia. E non c’è da stupirsi: ormai l’unione continentale non rappresenta più un motore di sviluppo e di democrazia, ma solo di obbligazioni imposte dai Paesi più forti. La decadenza è stata rapida e drammatica e segnata dallo spartiacque dell’euro: ancora alla fine degli anni ’90 l’Europa si era fatta sentire con l’Austria e le sue tentazioni heideriane, ma oggi tace e si volta dall’altra parte su quello di assai più grave che accade in Ungheria.

Negli ultimi due decenni italiani, dominati dal berlusconismo, molta opinione di sinistra e moderata  ha trovato rifugio nell’idea d’Europa come difesa dal progetto catto-autoritario del tycoon e oasi di una democrazia diversa. Ma gli ultimi anni di crisi hanno fatto emergere l’egoismo dei forti e l’inconsistenza degli apparati, mentre le ultime manovre del Ppe  rendono evidente anche a un cieco l’errore di un simile investimento politico e anche emotivo: al Berlusconi ruspante che comunque non si ha il coraggio di espellere, si è preferito la carne lessa di Monti, ma senza alcun cambiamento né di direzione né di intenzione. E anzi mostrando di voler influire sulle scelte del Paese sia col ricatto finanziario, sia con gli endorsement plateali, sia attraverso manovre sottobanco come la vicenda Mps dimostra chiaramente.

Tuttavia i massacri sociali e costituzionali, l’impoverimento del Paese e la sua perdita di sovranità formale e sostanziale vengono appoggiati e imposti come una sorta di sacrificio in nome di un’Europa che non esiste e che nemmeno si vuole costruire, visto che ci arrende ai quei diktat che ne sono la negazione ideale. Ma a questo proposito, per chiarire il disegno oligarchico che si va condensando, ci viene in soccorso Monti, non con la sua dubbia scienza, bensì con la propria logica da piccolo e insulso burocrate che si dispiega in un libercolo scritto a quattro mani con tale Sylvie Goulard, anch’essa una funzionaria dai piedi alla cima dei capelli prestata alla politica: “La democrazia in Europa”.

Al di là del titolo che testimonia della straordinaria capacità immaginativa dei due autori, vi vengono affermate alcune cose del tutto prive di senso, naturalmente come articoli di fede:  ”E’ tempo di far valere l’idea che l’esercizio congiunto della sovranità, può solo migliorare le nostre perfomances collettive”. Purtroppo però non viene spiegato cosa si intenda per performances collettive, espressione che quindi rimane dentro un vago frasario fatto privo di oggetto e men che meno viene chiarito cosa si intenda per esercizio congiunto della sovranità visto che l’Europa non ha istituzioni che la possano esprimere: sono i singoli stati che fanno proprie le indicazioni europee e danno loro una legittimità essendo i soli titolari di consenso popolare.  Siamo quindi fronte ad un uso improprio del termine sovranità che allude a qualcosa che non  ha a che fare con istituzioni costituzionali e democratiche, ma piuttosto con un potere vago e indeterminato.

Però l’Abelardo e l’Eloisa del regno di Onan, mediocri studenti di liceo alle prese con il tema “cosa pensate dell’Europa”, recitano su un terreno franoso il loro atto di fede mostrandone tutta l’astrattezza e l’inconsistenza:  ”Siamo a tal punto dominati dal riflesso nazionale da sentire più vicini individui ideologicamente contrapposti a noi, ma che vivono nel nostro Paese di origine. L’essenziale è che la democrazia non si ritrovi più a essere sacrificata come accade oggi quando si parla di singoli stati.” Abbiamo innanzitutto la miseria intellettuale del ridurre ogni relazione a individuo e ideologia senza avere nemmeno il sospetto che le comunità esistono, però con l’abbondante stupidità di non accorgersi che se così stessero le cose non avrebbe  senso nemmeno l’Europa come entità sovranazionale fondata sulla mera contiguità territoriale. E poi  quell’ultima frase priva di significato sulla democrazia sacrificata:  la democrazia non ha nulla a che vedere con l’estensione e non si capisce proprio in che senso un Paese possa essere più o meno democratico a seconda che faccia parte di una qualche unione. Perché la democrazia sarebbe sacrificata? Francamente i due sono umanamente ottusi, ma non possono essere cretini fino questo punto. E’ chiaro che vogliono sottintendere un’altra cosa. Che vogliono ingannarci

Riuniamo le fila delle frasi riportate e ci accorgiamo che la bontà di cedere sovranità verso un consesso più ampio che non ha tuttavia le strutture politiche e istituzionali per poterla accoglierla, consiste in un semplice inganno retorico per confondere il fatto che essa dovrebbe essere depistata verso altri poteri che si vogliono sovrani: i grandi complessi economici e il sistema bancario finanziario. E verso il “mercato”. Lo Stato in quanto luogo della democrazia reale , della cittadinanza, della politica e  dei diritti è  il vero obiettivo da superare -in accordo col pensiero unico –  utilizzando la retorica europeista e il presunto non senso dei singoli Stati. Non certo in favore di uno più grande, ma verso un “non stato”.

Si tratta chiaramente della dottrina ufficialmente espressa dai circoli reazionari frequentati dal premier, appena appena mimetizzata dentro la vuota retorica europea che fa da alibi alle forze che lo sostengono e da belletto per l’opinione pubblica. E a certi segretari di partito che adesso stanno cominciando a capire chi ha il coltello dalla parte del manico, non si può perdonare il non aver capito, l”aver fatto finta di non capire, e la pervicace vigliaccheria di non voler capire.


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