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The show must go one

immigrati_lampedusa_ing--400x300_1270829Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il prevalere della visibilità sulla reputazione, dell’immagine sui contenuti, degli annunci rispetto ai fatti e della comunicazione sull’azione ormai ha intriso sistemi politici, relazioni sociali, pubbliche e sempre meno private.

I talk show sostituiscono il dialogo o i contenziosi tra i partiti, mogli celebri scelgono lettere aperte ai quotidiani per puntare il dito contro mariti troppo esuberanti, personalità istituzionali preferiscono interviste e lagnanze live  tramite stampa amica al buon uso dell’audizione e di percorsi analoghi, perfino i tradizionali avvertimenti trasversali si consumano tramite Tv, radio, twit. L’hanno capito anche i forconi, che  piazzano davanti alle telecamere casi umani molto fotogenici, con slogan molto pubblicitari: io non mi suicido, io combatto, a nascondere piazze molto vuote, tristemente consapevoli che se non vai in video non esisti, nemmeno se blocchi stazioni, fermi il traffico e disturbi lo shopping natalizio di una vecchia città troppo disincantata.

I maghi merlino intenti al perverso sortilegio di una legge elettorale che persegua l’obiettivo di escludere i cittadini da scelte e partecipazione, almeno quanto quella cassata dalla Corte, e che garantisca la loro permanenza alla consolle, magari legale ma poco legittima, scelgono per manifestarsi e esprimersi tra loro la presentazione del libro del presidente della terza Camera, lecitamente viene da dire, se tanto gli elettori si sono convertiti in passivi teleutenti abituati a scegliere leader che bucano lo schermo oltre al bilancio, più spettacolari che responsabili, più esteticamente corretti che onesti e competente.

E d’altra parte il tycoon che ha imperato per vent’anni ci ha abituati a una realtà parallela: giustizia amministrata tramite Forum, esistenze rappresentate nella casa del Grande Fratello, mai abbastanza bruciata, spese e consumi interpretate dalla Zanicchi in Ok il prezzo è giusto, ambizioni e leadership profetizzate e concretizzate dalla Ruota della Fortuna, consapevole che il possesso monopolistiche delle televisioni era condizione necessaria  il possesso monopolistico del certame elettorale, falsato,  subordinato e plagiato, del governo, delle aule e della Costituzione.

Non stupisce se istituzioni remote, distratte e sovranamente indifferenti, nazionali e sovranazionali, si accorgono della disumana inciviltà nella quale facciamo sopravvivere in una nudità fisica e di diritti, migranti che scelgono l’esilio per fame, paura, guerra, calamità, grazie alla rivelazione del telegiornale, accolta con sfrontata sorpresa quando sarebbero state necessarie misure minimali: ispezioni a sorpresa, vigilanza, controlli se era evidente l’incapacità di fronteggiare arrivi di massa o in forma di stillicidio,  con  procedure e soluzioni ispirate a accoglienza, efficienza, democrazia.

Rappresentanti e governanti preferiscono il Terzo Mondo altrove, con cui prendere contatto in viste pastorali ufficiali e occasionali, possibilmente in favore di telecamere e allestite da folti staff e operosi uffici stampa, piuttosto di quello interno, da frequentare quando proprio non si può farne a meno: annegamenti collettivi, sbarchi invasivi, fermandosi all’apparenza, all’ordine superficiale della distribuzione di pasti cadi e indumenti acconci. Dietro ai quali è impossibile non vedere la neghittosa infamia della sbrigativa   amministrazione burocratica di persone ridotte a copri nudi, la gestione rude e sommaria di un problema che da umanitario diventa inumano.

E ne ha avuto bisogno anche l’Europa, civile e solidale ad intermittenza, di un servizio televisivo, che non le bastavano i barconi, i sommersi, le fughe dal confino, gli echi della disperazione urlata dentro a campi nei quali rinchiudere e rendere invisibile la vergogna collettiva.  Ma allora se ha bisogno dei filmati, sarà opportuno trasmetterle a raffica più che lettere di intenti a conferma della nostra ubbidienza, più che  copie di contratti con i quali sottoscriviamo la condanna alla subalternità e alla povertà negli anni a venire, le prove documentate su youtube della nostre nuove e antiche miserie, dei bambini che svengono dalla fame in Grecia e presto anche qui, la ripresa delle liste d’attesa negli ospedali e degli scaffali dei medicinali vuoti, quelle dei funerali di chi non ce la fa a superare la vergogna della perdita di beni, lavoro, dignità.


Settembre andiamo, è tempo di ingannare

Televisione_in_cinema_per_Lascia_o_RaddoppiaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Graziati dall’agosto, quelli che accendono la tv preparandosi per andare al lavoro, o a cercarlo, sono stati per buona sorte beneficati da cliniche dalla foresta nera, ispettori derrick colpevoli di non arrestare l’inarrestabile Parodi per crimini contro il palato, che imperversava in replica anche di prima mattina, o Vissani che inciuciava con cozze e caffè come il suo referente italiano europeo, o da soap nordiche ambientate in luoghi senza estate.

Ma adesso con l’avanzare dell’autunno meteorologico, sono tornati tutti: così mentre gli scaffali sono vuoti: la spiegazione ufficiale è che i reduci dalla spiaggia hanno fatto provvista, quando in realtà si allestiscono i rincari, mentre potenze che hanno nutrito un nemico, spesso a caso, di frequente complice, per legittimare una guerra, la muovono prede di dissennata voluttà di supremazia, mentre lavoratori tornano in fabbriche spogliate di tutto e trasferite altrove, mentre in scuole senza il necessario, insegnanti altrettanto espropriati e frustrati hanno di fronte i nostri figli senza futuro, mentre un intero ceto politico senza differenze briga per limitare, fino ad annullarla, la sovranità dello stato e del popolo, per cancellare partecipazione e rappresentanza in modo da curare i propri interesse senza essere disturbato, come un manovratore che non vuole ascoltare e guida ubriaco un tram diretto contro un muro, mentre in ogni famiglia c’è qualcuno che ha perso il lavoro o non l’ha mai trovato e non lo troverà, ecco che ritorna l’osceno cerimoniale della passerella di portavoce e porta-scemenze, di opinionisti imbeccati, di  decisori irresoluti anche sulla scelta della cravatta, di veline e  tronisti del padrone e aspiranti tali, tutti intenti a discettare sulle vie d’uscita dalla galera per un condannato che nemmeno di andrà o che se ne potrà comprare una con piscina e home theatre coi proventi del suo malaffare, così come si è già comprato loro, a discutere sull’incostituzionalità di una legge che in nessun paese civile avrebbe dovuto servire,   che dovrebbe essere ragionevole determinazione di un partito non candidare brutti ceffi, discutibili malviventi, incompetenti inclini alla trasgressione, in presenza o meno di accertati reati. O anche impegnati a schierarsi per un becchino piuttosto che per un altro, interessato a detenere la vanga per seppellire un partito morto se non mai nato, per conservarsi il posto in attesa della quiete eterna di una pacificazione dove tutti sono amici, in quanto correi, tutti sono condannati a stare insieme per non essere sepolti anche loro sotto le macerie di un sistema che aspirava ad essere democratico e  che hanno contribuito ad abbattere.

Non mi stancherò mai di dire che parte dei mali e delle anomalie italiane sono da attribuire all’informazione e alle sue aberrazioni, prima tra tutte quella di non informare, seguita da quella di sostituire al riferire quello che si viene a conoscere, il trasmettere quello che viene ordinato. E che adesso segue una nuova tendenza: invece di cercare  le notizie e i dati, di approfondire, di mettere insieme numeri e conoscenze,   di interrogare per avere risposte, di alzare il velo sugli arcana imperii e riferirne, invece di accontentarsi di quello che il potere vuole svelare, viene data una rappresentazione di quello che sta fuori, si apre la porta degli studi televisivi e dei giornali alla rete, si narra la cosiddetta società civile. Naturalmente quella che piace loro, con le loro mediazioni, i loro ritocchi e i loro belletti, tramite testimonial e interpreti particolarmente fotogenici e in modo da rovesciare i termini di quello che dovrebbe essere un lavoro, una professione, un incarico tra i più nevralgici per la società. E invece di andare dentro alle stanze per dare conto delle scelte, per favorire la trasparenza dei processi decisionali, per pungolare, per dare la sveglia, si sceglie una scrematura della cittadinanza, magari quella più dotata di presenza scenica  da far salire sul palco del solito teatrino, a ripetere stanche sceneggiature, in una rappresentazione della liturgia democratica, messa di fronte al rituale avvicendamento delle facce patibolari  di eletti grazie a un sistema che esclude gli elettori e ad elezioni contraffatte proprio dall’occupazione e manipolazione dei media. Facce immote e indifferenti, quelle di un ceto separato e ostile che partecipa di necessità alle cerimonie mediatiche, perché sono i puntelli che li sostengono e legittimano.

Ormai sono tutte e quattro stagioni del nostro scontento, è ora di spegnere i teleschermi e di riaccendere la democrazia.


Grande fratello libro

 3234862031_ff10373d67Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ancora prima del feroce dinamismo verbale come sistema di governo, in sostituzione delle attività di pensiero e dell’esercizio della ragione o almeno della ragionevolezza, fare era un verbo molto impiegato soprattutto per esprimere e sintetizzare un processo magari nella più totale indifferenza per il prodotto. A un certo momento al cinema, subito mutuato dalla realtà, abbiamo cominciato a vedere e sentire coppiette festose decidere più o meno simultaneamente che era suonata la sveglia biologica e che era il momento di “fare” un bambino. E poi registi “facevano” un film, cantautori “facevano” un disco”, finché – ahimè- in molti hanno cominciato non a scrivere ma a “fare” in libro, incuranti di tema, risultato, successo: l’importante è “fare”, raccontare che si sta “facendo”, leggere qualche capitolo a qualche malcapitato, anticiparne la traccia a una tv locale, insomma sentirsi e narrarsi come scrittori.

Sarà per via di questo fenomeno che è cominciato il declino di Rebellato di Padova e di tutte quelle piccole case editrici alimentate dalle ambizioni   di intellettuali di paese e non, voci critiche o poetiche sulle quali sono stati costruiti tanti personaggi – tra tutti il Satta Flores di C’eravamo tanto amati –  che si sentivano “oltre” e erano disposti a qualsiasi sacrifico per vedersi pubblicati, per tenere tra le mani l’oggetto sospirato delle loro velleità. O forse la tv prima e la rete, i social network, poi,  sono diventati uno svelto palcoscenico egotico per aspirazioni e sfoghi, per creatività e esternazioni intime magari in 140 battute.

E infatti sono popolati di profili di autodefinitisi scrittori, densi di annunci che si sta “facendo” un libro autobiografico suggerito da esperienze indimenticabili e purtroppo indimenticate di vita vissuta, o un pamphlet  ispirato da eccezionali e uniche disillusioni, o una raccolta di pensieri e aforismi scaturiti da un improvvida indole al disimpegnato uso improprio, lievi sui temi ardui e pesanti su quelli leggeri.

Ma da novembre cambia tutto, ci pensa la Rai, dopo la dismissione del progetto umanitario a preoccuparsi di ben altri diseredati e reietti, degli aspiranti scrittori senza speranze, dei troppe volte respinti al mittente, di quelli che da anni stanno “facendo” un libro.

E vien bene in uno dei paesi dove si legge di meno e orgogliosamente si vede più Tv, il nuovo talent show, Masterpiece si chiama, che Rai3 proporrà da novembre in seconda serata e che metterà in scena  “autori noti che giudicheranno i lavori di scrittori in erba” .   Il romanzo vincitore del programma, che nasce da una collaborazione tra Rcs Libri, Rai e Freemantle, sarà edito dalla Bompiani con una tiratura considerevole: 100 mila copie, in edizione cartacea e digitale. Il volume sarà inoltre presentato al prossimo Salone del libro di Torino. Per il lancio saranno coinvolte da RCS Libri 100 librerie indipendenti, oltre che i principali store e-commerce, col sostegno di una campagna promozionale cross mediale con le testate quotidiane e periodiche del Gruppo RCS. Per partecipare, bisogna allegare al curriculum anche due istantanee, che, si sa, tutto fa spettacolo e anche per “fare” un libro è meglio essere fotogenici in modo da andare poi in altri talent in qualità di commentatori, in talk in qualità di opinionisti, in isole in qualità di potenziali eroi.

Per dir la verità, già prima di Masterpiece, basta accendere la televisione e sintonizzarsi su Rai, Mediaset, Telesgurgula,  la7, per imbattersi in un autore col suo prodotto in mano, del quale non è importante contenuto e stile, perché a farla da padrone è proprio l’oggetto, un certo numero di pagine le più leggibili delle quali sono quelle bianche, una bella copertina magari con la foto del noto o aspirante noto al suo primo cimento, che di solito resta tale, e che spazia tra madeleines di Proust e purè in fiocchi di Parodi,  già avvolto nel cellophane, promessa di una vantaggiosa collocazione sui banchi del supermercato.

È probabile che ci sia una spiegazione, che non credo sia quella che siamo un popolo di navigatori e poeti. No, c’è da sospettare che l’editoria, concentrata in poche note mani come tutto ormai, preferisca un popolo di scrittori che nessuno legge, a un popolo di lettori, che, dai e dai,  comincia a pensare, ragionare insieme,  arrabbiarsi e riprendersi quel bellissimo “fare” da sè il proprio destino e la propria libertà.

 

 

 

 


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