Cuba, le tardive perline di Obama

CubaSarebbe una buona notizia se fosse arrivata 15 anni fa. Ma il fatto che il possibile avvio di trattative per la fine dell’embargo Usa verso Cuba arrivi adesso, nell’ultimo lembo della presidenza Obama, dovrebbe invece inquietare e non poco.  Evidentemente la prospettiva di una riapertura di rapporti con l’Avana non era tra quelle fondanti del nobel per la pace e ancora allo stato attuale il cosiddetto scambio di prigionieri è ampiamente sbilanciato: Cuba restituisce un conctractor inviato a fare da supporto ai gruppi di opposizione al governo cubano, mentre gli Usa liberano dopo 16 anni di galera tre cubani accusati sì di spionaggio, ma non nei confronti degli Usa bensì verso i gruppi anti castristi presenti in Florida e attivi nel cercare di sabotare il turismo dell’isola.

In realtà l’embargo è un grottesco fossile vivente rispetto agli anni della guerra fredda e non si capisce davvero il carico di “speranze” che subito è stato attribuito dai media mainstream a una sua eventuale fine: era semplicemente un atto dovuto all’intelligenza e alla decenza politica che Washington ha ritardato di un quarto di secolo a palesare. Proprio la sua lunga assurdità dovrebbe far riflettere sulle ragioni e i tempi dell’abbattimento di questo muro costruito sul mar mar tropicale. Certo le spiegazioni che vengono date sono del tutto insufficienti e puramente di contorno: il desiderio di Obama di fare qualcosa di “storico” per una volta in senso positivo, il ruolo del Vaticano eccetera eccetera.

Le ragioni vere sono due: gli Usa si stanno muovendo da quando hanno visto i primi sintomi di una invasione commerciale cinese e brasiliana  dell’isola il che per Washington è fumo degli occhi. Particolarmente significativo è che tra le prime possibili prospettive di interscambio ci siano i sistemi di comunicazione, quelli appunto che i cinesi stanno proponendo al governo cubano. Contemporaneamente  cercano di fermare questo naturale sbocco dell’embargo in un mondo sempre più policentrico, dando la sensazione di una maggiore apertura proprio quando le vicende ucraine e mediorientali  cominciano a creare un fronte anti Usa e parecchi malumori interni presso gli alleati -prigionieri europei. Vedete come siamo buoni e magnanimi? Mettiamo fine a un embargo anacronistico purché la stessa logica venga trasferita altrove e purché non si dica che gli Usa stiano portando il mondo sull’orlo di una guerra globale al solo scopo di mantenere l’impero.

 

D’altronde questa mossa, in preparazione da mesi a quanto si lascia intendere, non ha conseguenze politiche interne dal momento che i cosiddetti “esuli cubani” hanno cessato di essere una significativa forza di pressione politica ed elettorale visto che le seconde generazioni sono politicamente più aperte e meno monolitiche delle prime. E per il resto interviene su un regime cubano indebolito non solo dai sacrifici economici dovuti all’embargo, ma anche dalla progressiva obsolescenza dei padri fondatori della rivoluzione.

In effetti sia l’embargo, sia la sua eventuale fine sono due modi opposti per mantenere Cuba nelle acque interne americane, anche se molti idioti del congresso ( ormai anche lì i “rappresentanti” non sono che facce delle lobby) fanno resistenza. Lo dice lo stesso Obama quando afferma: “Questi 50 anni hanno dimostrato che l’isolamento non ha funzionato”. Funzionato in che senso? Nel trasformare Cuba in una grande Portorico? Nel dimostrare la fragilità del comunismo? Nel favorire al potere un qualche Batista sorvegliante di case da gioco, nell’instaurare una di quelle democrazie da baia dei porci puramente eterodirette e inconsistenti che sono la specialità della casa a Washington?  Non è dato sapere cosa non ha funzionato. Ma si può essere certi che le “aperture storiche” hanno lo scopo di far funzionare quello che s’immaginava 50 anni fa.


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