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Italia, etica del fruttarolo

melaMa che noia. Nemmeno dopo l’ultimo scandalo che ha travolto  la capitale, il ceto politico cerca di rendersi credibile e dopo i primi momenti di sconcerto, ha messo sul giradischi dei media, sempre a disposizione, la solita messa cantata con coro di garantismo fuori luogo, anzi francamente grottesco, riti di bizantinismo pseudo giuridico, visioni di poche mele marce in uno splendido cesto secondo la teoria del fruttarolo e scarico di responsabilità verso imprecisati livelli amministrativi che nella narrazione berlusconiana e renziana, sarebbero i veri e inamovibili padroni occulti.

Si assiste persino allo spettacolo di personaggi travolti da vecchi scandali che adesso pontificano e illustrano coram populo quanto fossero onesti e specchiati prima che poteri forti incarnati dal pubblico impiego li piegassero a cose che mai avrebbero immaginato nella loro candida coscienza Anzi più si approfondisce lo scandalo, più si addensano nubi sui protagonisti politici e più cresce la tracotanza con cui questi professano innocenza e mettono in moto la macchina scaricabarile. La speranza e purtroppo la realtà è quella così bene espressa da Renzi: “gli italiani sono coglioni con la promessa degli 80 euro abbiamo già’ la vittoria in tasca”.

E hanno perfettamente ragione: gli italiani sono così coglioni che potrebbero essere davvero convinti che i problemi siano quelli creati dalle regole in quanto tali e non dal fatto che regole e le leggi sono calibrate proprio per tenere in piedi il milieu politico affaristico. Che ciò che accade è frutto di un sistema. Del resto negli ultimi mesi abbiamo assistito impotenti alla farsa del job act nella quale il granitico complesso politico mediatico ci ha da una parte tempestato sul fatto che flessibilità e la mancanza di posto fisso fossero il futuro per poi salutare con giubilo la comparsa delle tutele crescenti come segnale di attenzione al lavoro. A parte il fatto che si tratta di una pura truffa (vedi qui ) volta a aumentare i profitti, nessuno ha rilevato la contraddittorietà fra l’esaltazione del lavoro segmentato, esternalizzato, precario e l’introduzione di criteri di tutela che invece prevedono lunghe permanenze nello stesso posto e in aziende con la medesima ragione sociale. Se questa incoerenza fosse stata notata, forse si sarebbe potuto capire fin da subito che il mito delle tutele crescenti è sempre stato uno specchietto per le allodole.

Così non mi meraviglierei se Alemanno diventasse un martire al valor politico per essere stato indicato dagli uomini di mezzo come esportatore di capitali di opaca origine in Argentina, se per caso non si potesse provare ciò che viene detto nelle intercettazioni. In fondo è molto più facile dare la colpa a zingari e immigrati facendo regredire la complessità a livelli infantili che sentirsi in varia misura corresponsabili della permanenza di un”sistema” a cui si è dato credito e che alla fine ci sta distruggendo. Paradossalmente può anche essere moralmente assolutorio, sempre che si pensi di cavarsela con un pater, ave e gloria.


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