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Gpp Pompei, Gran Patacca Prendiperifondelli

1_p_20101214163903Anna Lombroso per il Simplicissimus

Facciamo finta che Pompei distesa su uno scomodo “punico”, appena appena coperta dalla sua unica protezione, quel che resta della cenere del vulcano, si legga i giornali online e scopra che dopo un susseguirsi di bigi e apparentemente invisibili ministri, chi poeta, chi accademico, chi non si sa bene, sempre sorpresi dallo stato rovinoso del patrimonio artistico e culturale e perciò inclini ad affidarlo alla carità pelosa di rapaci sponsor privatissimi, il dicastero di competenza è stato affidato a Franceschini.

Non potremmo stupirci se abbia deciso di darsi una eutanasia più rapida della morte cui è condannata, crollando pezzo su pezzo mentre si ciancia di Azioni Parallele, futuriste e dinamiche  quanto improbabili, ad alto contenuto  mediaticoe spettacolare e a bassissima efficacia tecnica, quelle disegnate  nel Grande Progetto Pompei (GPP), Gran Patacca Prendiperifondelli,  che come per l’Aquila, vorrebbe convertire il più esteso sito archeologico del mondo  in una smart city, da realizzare grazie a 4 ministeri, la presidenza del Consiglio, Invitalia che non manca mai e la prefettura antimafia a vigilare sui bandi perché, qualcuno disse allora, quelli di Pompei non dovevano essere inquinati dalla camorra, mentre invece gli altri sì?

Perché se quelli di prima seguivano un loro disegno ancora indefinito, che perseguivano grazie all’inazione, all’inadeguatezza, all’incompetenza, perfino a una  candida innocenza, quella del Bray che va in visita da normale cittadino in treno scoprendo in una volta sola un intero repertorio di anomalie italiane, Franceschini invece è stato collocato con lo scopo preciso di realizzare un programma strategico a alto valore ideologico, che investe tutti i settori della società. Più determinati dello scettico Tremonti, più cinici dello smargiasso Berlusconi il neo ministro e il suo capo non hanno mai nascosto di  voler abolire le soprintendenze, definite “una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia”. E non deve stupire, al bullo di Palazzo Chigi come al suo referente morale e ideale non piacciono gli organismi di controllo, le regole, i procedimenti autorizzativi, entusiasti come sono delle licenze e della flessibilità in tutti i campi, pilastri delle libera iniziativa, delle festosa economia creativa, della profittevole  mobilità. E non lascia dubbi il riferimento alla cultura, esiguo come l’interesse riservatole, proferito dal neo presidente del Consiglio nel suo discorso di insediamento:   «se è vero che con la cultura si mangia, allora dobbiamo aprire i Beni culturali agli investimenti privati». E infatti il passo successivo è stato affiancare al Franceschini la solita damazza che usa le sponsorizzazioni anche con se stessa pagandosi con una ricca donazione anche l’elezione, Ilaria Carla Anna Borletti Dell’Acqua Buitoni, la profetessa della necessità di  “spezzare  finalmente quell’improduttivo «legame indissolubile» tra lo Stato e il patrimonio storico e artistico, per perseguire la profittevole valorizzazione”, aggiungendo che, visto che non ci sono quattrini, bisogna far buon viso lasciando allo Stato solo la tutela, mentre la gestione dovrebbe essere affidata ai privati, “con o senza fini di lucro”. E facendolo aiutare anche dalla furbetta dei rimborsi, la Barracciu, a garanzia di una certa vivace disinvoltura che potrebbe portare aria nuova in quei saloni sordi e  grigi.

Come non comprendere il dolce e accelerato suicidio di Pompei in un giorno di pioggia nel quale si festeggia l’Oscar a un film che celebra volgarità, corruzione, piccolo e grande malaffare come componenti indissolubili dell’autobiografia nazionale, magari liricamente ritratti come altrettanto poeticamente il  sito archeologico più leggendario del mondo conservato per secoli dalla cenere, si polverizza ora senza remissione, per incuria e incompetenza. Quando,  contigua a tanta bellezza, è sorta una miriade di costruzioni abusive tirate su dall’ignoranza e dall’avidità più che dal bisogno, tenute insieme dal cemento di correità criminali, della corruzione delle amministrazioni sleali, nell’indifferenza o l’impotenza degli organismi di controllo. Quando, a sancire il disinteresse per il nostro patrimonio artistico, il piccolo esercito addetto alla custodia è numericamente al di sotto di un organico in grado di garantire vigilanza e tutela, sottopagato, demotivato, impreparato, perché, come è d’uso tra noi, non esiste una programmazione di lavori socialmente utili. Che in troppi luoghi le visite siano gratuite, elargizione quanto mai controproducente, sigillo definitivo sulla possibilità di fare della più formidabile risorsa del paese un sistema produttivo e profittevole e conferma dell’accidiosa riluttanza a investire per conservarla e promuoverla anche commercialmente. O dal fatto che in attesa delle futuriste applicazioni di procedure e tecnologie innovative per la tutela e la riparazione, sulle quali il ministro Barca aveva rivendicato di aver fieramente “giocato la faccia”, non si sia continuato a fare quello che arcaicamente ma saldamente aveva funzionato negli anni: l’ordinaria manutenzione, quando ogni giorno, restauratori e artigiani che lavoravano stabilmente nel sito archeologico, intervenivano ai primi segnali di degrado.

Dopo la lavata di testa dell’Unesco, una cui commissione   ha redatto una relazione fatta in loco a Pompei nel gennaio dell’anno scorso nella quale- si mettono in evidenza, in maniera molto documentata, le carenze strutturali (infiltrazioni d’acqua, mancanza di canaline di drenaggio) e i danni apportati dalla luce, segnalando costruzioni improprie non previste dal precedente piano e la mancanza di personale, e che poteva mettere in forse l’erogazione dei 105 milioni stanziati dall’Europa  sui fondi Fesr, poco più di una goccia nel mare: di euro che ne servirebbero almeno 500 solo per fermare la rincorsa alla definitiva rovina, un unico atto è stato compiuto.

Si tratta  delle nomine del nuovo Direttore e vicedirettore incaricati di coordinare il progetto “Grande Pompei”: un generale dei carabinieri, Giovanni Nistri, per molti anni a capo del Nucleo per la tutela del patrimonio culturale e Fabrizio Magani, finora Direttore Regionale dei beni culturali e del paesaggio in Abruzzo, dove stava guidando la ricostruzione postsismica dopo i vergognosi ritardi del precedente commissariamento. Basterebbe questo a motivare ancora di più l’accorata decisione di Pompei: lo spostamento a nuova destinazione di qualcuno che sta facendo bene in un luogo che conosce e pratica da tempo. E la scelta di un militare magari competente in materia investigativa, a occuparsi del più straordinario sito archeologico del mondo, forse considerato preda della guerra ai beni comuni, forse ormai ridotto in macerie come si addice agli sconfitti.

L’unico auspicio  che possiamo fare, conoscendo il pantheon e i riferimenti culturali del presidente del consiglio e dei suoi cari, è che Pompei si ravveda e si ribelli al destino di Archeoland che l’aspetta. Altrimenti, per dirla coi leghisti, non le resta che sperare nella protezione del Vesuvio.


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