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Aridatece i puzzoni

RenziGelliBerlusconiAnna Lombroso per il Siumplicissimus

Per favore, aridatece i puzzoni. Abbiamo nostalgia dei ventriloqui che avevano più ingegno e più interessi espliciti del pupazzo che parla in loro nome o in loro memoria. “Chiamatela svolta per un Paese civile“, tuona il bullo di Palazzo Chigi “ma noi non permettiamo a un avviso di garanzia citofonato sui giornali o a uno scoop di cambiare la politica industriale nazionale”. Nella sua invettiva non c’è solo il sostegno incondizionato a Descalzi, Ad dell’Eni indagato per tangenti nigeriane, c’è anche l’appoggio senza riserve al suo candidato alle primarie per la presidenza della Regione Emilia Romagna sotto inchiesta per le spese pazze. E infatti “L’avviso di garanzia non sia un vulnus della carriera politica“.

Nessuno si sogna di chiamarla svolta, semmai gradito ritorno al passato, grazie al taglio delle ferie per le toghe, alle riforme confezionate senza consultare l’Associazione nazionale magistrati, alla promozione sul campo dell’avvocato Legnini  ai vertici del Csm, per non parlare della contegnosa sobria discrezione che il Pd, tutto, ha riservato agli ultimi capitoli del feuilleton processuale di Berlusconi,   del fastidio espresso per gli avvertimenti di tecnici e saggi, di quelli mai sazi di tramezzini, sulla legge elettorale e sul nuovo Senato. L’intento, a essere maligni, viaggia su due binari: imbavagliare le inchieste prima che si trasformino in una “mani Pulite 2”, intimidendo i magistrati ma soprattutto alimentando con ancora più pervicacia un pensiero che ci si augura diventi senso comune secondo il quale è preferibile per ragioni di necessità, di opportunità, di convenienza, non andare troppo per il sottile, levare gli intralci alla libera iniziativa, aiutare i poveri imprenditori e manager, quelli della Fiat, dell’Ilva, del Consorzio Venezia Nuova, angariati da magistrati del lavoro, braccati da inchieste nemiche del progresso, molestati da giudici “verdi” e luddisti. Da Mani Pulite a oggi nemmeno Craxi, nemmeno Berlusconi si erano spinti tanto a vanti a dimostrazione che gli sguatteri sono più solerti dei padroni, più spericolati anche se non si muovono per espliciti interesse diretti, ma per salvare la loro miserabile postazione, per mantenere la divisa di lacchè, per prendersi gli avanzi di cucina. E d’altra parte non sorprende: la lotta alla corruzione è diventata un argomento tabù, quella all’evasione una battaglia che non possiamo permetterci, mentre si tagliano gli investimenti in sicurezza e dunque nel contrasto alla criminalità per rafforzare invece l’equipaggiamento militare al servizio del lontano impero.

L’altra motivazione va ricercata nello smantellamento di tutto quell’impianto di principi, tutelati anche in sede giudiziaria, che fa da sostegno morale e giuridico alla Costituzione, per accartocciarla come carta straccia a cominciare dall’articolo 1, per proseguire nella valorizzazione di paesaggio, arte e beni comuni, fino alla salvaguardia delle persone, delle loro attitudini e inclinazioni, della loro autodeterminazione.

Ma l’infamia più turpe riguarda la rivendicazione che il premier svergognato sbandiera, quella di voler così recuperare l’egemonia della politica e dei suoi “addetti” sulle toghe:  “Sono cose, dice, che io sostengo dalle primarie del 2012. Bisogna cambiare pelle: la politica prima di tutto e basta derive giustizialiste”. Dopo tanta rottamazione il meccanico vuole rimontare  i pezzi della macchina, per farne un mostro tecnologico con i componenti della destra da combinare con il suo partito, che aspira ad esserlo, di destra, una destra dinamica, futurista, tanto che ha imparato a convertire il vizio dell’ubbidienza cieca in valore moderno e che anche in occasione delle esternazioni del  post-giustizialista  tace, dimentico con entusiasmo di essersi retto per anni sull’antagonismo a quello che più che un alleato dimostra ogni giorno di più di essere il padrone.

Ma che politica è quella che dovrebbe riconquistare il suo ruolo, espropriato dalle maledette toghe rosse? Che partiti, alimentati da finanziatori e sponsor non certo disinteressati, ormai chiusi in enclave inespugnabili, sarebbero legittimati a testimoniare dei nostri bisogni e delle nostre aspirazioni e a rappresentarle? Quando è stata promossa una riforma costi­tu­zio­nale mirata a indebolire la rap­pre­sen­ta­ti­vità del par­la­mento grazie all’azzeramento politico-istituzionale del senato. Quando il governo si aggiudica  giurisdizione e potere sull’agenda dei lavori par­la­men­tari, inclusa una ghi­gliot­tina per­enne. Quando si disegna una legge elettorale stra-maggioritaria che rende ancora più inaccessibili gli isti­tuti di demo­cra­zia  e che riduce  la rap­pre­sen­ta­ti­vità della camera, pun­tando tutto sul par­tito che ha più voti e sullo schiac­cia­mento delle oppo­si­zioni, oltre che sull’esclusione dei sog­getti poli­tici minori. Quando quella mag­gio­ranza par­la­men­tare è  saldamente  nelle mani del lea­der, attra­verso liste bloc­cate. Quando nelle pieghe della  cosiddetta riforma della PA   una delega legi­sla­tiva intende potenziare il primo mini­stro nell’ambito dell’esecutivo.  Quando, tanto per non sbagliare, si rinnega la concertazione co0n le parti sociali, in modo che non ci sia contesto nel quale la cittadinanza e i lavoratori si possano esprimere e contare.

I commentatori che hanno deciso che ogni tanto la critica fa bene alle vendite e all’audience, lo chiamano autoritarismo soft, decisionismo light.  Ma il panteon del teppista al governo non è popolato di Fonzie, La Pira, degli U2 e di Kennedy. Macché i suoi numi sono Craxi,  Gelli,  Cos­siga,  Ber­lu­sconi. Ma almeno loro erano ipocriti, almeno qualcuno li votava, almeno qualcuno è morto.


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