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Caste innocenti, cittadini colpevoli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non sono una sfegatata ammiratrice delle virtù nazionali, per via  ad esempio di una accidiosa indole a indifferenza e delega, per via dell’ammirazione, che di solito supera il ventennio, per dittatori che più ancora si distinguono da quelli di altri stati di Bananas per disonestà, mascalzonaggine, istrioneria,  per via dell’indulgenza riservata a se stessi ma anche a quelli un gradino più su – forti coi deboli, deboli coi forti – per familismo, clientelismo, micro e maxi corruzione, considerate indispensabili per sopravvivere e irrinunciabili per vivere alla grande.

Ciò premesso però non è tollerabile l’esercizio cui sta dedicando il ceto delle caste, le cerchie, i cerchi e i circhi ormai tutti fedeli, ma è sperabile che non si arrivi ai fatidici vent’anni, al Pieraccioni di Palazzo Chigi e ai suoi famigli. E che via via sempre più giù nelle gerarchie e negli ascensori sociali, dopo aver incolpato della devastazione sociale e ambientale del Paese i vari livelli decisionali territoriali, regioni spendaccione, comuni ignavi, vestigia delle province,  finalmente con un gesto festosamente liberatorio punta il dito contro i veri peccatori, i veri criminali, i veri irresponsabili, i cittadini. Rei di costruire casucce sui greti e sugli argini in barba a leggi urbanistiche, di comprarsi autorizzazioni e licenze da amministratori infedeli, di occupare case abusivamente, di parcheggiare malamente vicino a sottopassaggi, di non tutelare la loro salute esponendosi a fermi e arresti doverosi, di manifestare per i loro diritti, possibilmente a ridosso di qualche festività, invece di contribuire alla crescita del paese soggiacendo ai diktat e ai ricatti dei padroni.

Come se questo non fosse il paese della reiterazione periodica dei condoni, della svendita da parte dei comuni di licenze e autorizzazioni da quando il cespite più pingue proveniva dalle concessioni edilizie fino a oggi che leggi del governo, votate con entusiasmo plebiscitario dal Parlamento, promuovono il primato proprietario, una semplificazione che cancella il sistema di vigilanza sul territorio, una lista di opere irrinunciabili pensate per arricchire le solite cordate del cemento.

Spopolano in questi giorni le interviste ad Erasmo d’Angelis, equipaggiato di un curriculum la cui credenziale più  autorevole è l’appartenenza alla tribù toscana, tanto che collocato al vertice di “Italia sicura”, la struttura in forma commissariale che dovrebbe contrastare il dissesto idrogeologico, parla da Firenze, in attesa del definitivo trasferimento della capitale sulle rive dell’Arno. Abbiamo ormai capito che Legambiente, almeno per quanto riguarda i suoi leader, è una fucina di abiure, conversioni al nucleare, “sviluppismo” e adorazione del cemento, come benefico motore di crescita e occupazione, basta pensare alla Melandri,  a Testa, a Realacci. E D’Angelis non si sottrae. Gli manca la competenza tecnica (era un giornalista) ma in compenso non gli fa difetto la sfrontata adesione al pensiero unico che muove le scelte governative, quelle, per intenderci, di Renzi, Lupis, Poletti, Franceschini, Galletti, quelle che tramite una gestione centralistica promuovono una fabbrica speciale, quella che produce cemento, autostrade, costruzioni pesanti e inutili e insieme corruzione e illegittimità, poiché si accompagnano allo smantellamento delle cosche dei gufi, dei molesti controllori, dei petulanti e barbosi soggetti di vigilanza, che ostacolano crescita e credibilità del Paese all’estero.

Dal suo osservatorio privilegiato, dalla sua “missione” che, ci tiene a dire, non è un’operazione di marketing del governo, benché finora di Salva Italia sappiamo soprattutto che prevede degli spot pubblicitari, un sito geo-referenziato dove con un semplice click sulla cartina dell’Italia tutti potranno monitorare i cantieri avviati nella propria città, nel proprio territorio e l’esecuzione dei lavori (anche tramite selfie?),  informa di aver  scoperto che mancano all’appello 2,3 miliardi di fondi su una dotazione di 5,4 miliardi, stanziati dal 1998, non spesi a suo dire “soprattutto per lungaggini e burocrazia, e a causa del vincolo di stabilità”, che oggi a loro rischio i sindaci sono autorizzati a aggirare, grazie al permesso di libero indebitamento. Non ci dice dove sono finiti, non fa una piega sul particolare non irrilevante che è al servizio di un governo che si è alleato e ha al suo interno i principali responsabili del Disastro Italia appunto dal ’98 in poi, non si sottrae a quella logica dell’emergenza che è il contrario dell’impegno in manutenzione. E tanto per non smentirsi dichiara che dello Sblocca Italia non gli è gradito il trattamento privilegiato offerto alla proprietà privata, mentre sottoscrive il resto, espropriazione di competenze degli enti locali, esclusione dei cittadini dalle scelte, elenco delle grandi opere considerate prioritarie, compreso il Mose, compreso l’Expo, incaricata di  restituire smalto all’immagine dell’Italia ridotta alla fame con un bell’evento ottocentesco sull’alimentazione, che insiste su aree contigue al Seveso, che farà la parte del solito disfattista  che disturba il manovratore.

Non c’è da star tranquilli, come scrive oggi il Simplicissimus, malgrado le perentorie rassicurazioni del responsabile di Italia Sicura: “ai 2,3 miliardi individuati dal Governo, ha detto,  si aggiungerà un investimento di 5 miliardi per 6 anni per circa 5mila opere e interventi in tutte le Regioni, su un budget nazionale di 44 miliardi, che vede per la prima volta tante risorse a disposizione del contrasto al dissesto. Con questo investimento stimiamo di riuscire ad avere un rischio accettabile”. Ne parlano come dei soldi del Monopoli, come del milione di Bonaventura. Ne parlano come se si potesse dichiarare “accettabile” un rischio, se può portare lutti, rovina, umiliazione.


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