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Il conflitto di interessi ha 20 anni. 100 di questi giorni

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nel solco della tradizione il partito di maggioranza – erede fedele della forza che scelse di condurre una campagna elettorale senza mai nominare il competitor e che si ostinò protervamente a non risolvere mai il nodo cruciale della presenza al governo e in parlamento di rappresentanti portatori di interessi contrastanti ed incompatibili con quelli dei rappresentati, quanto leale alleato oggi in virtù di un patto osceno di un condannato – ha fatto bocciare in Commissione Bilancio la legge sul conflitto d’interesse, con l’improbabile motivazione, per bocca del sottosegretario Ivan Scalfarotto, che non si tratterebbe, ma guarda un po’, di un provvedimento preminente e che “la priorità va data invece al ddl Riforme da portare in aula il 16 dicembre”, in modo da concludere un golpe nemmeno tanto soffice in venti giorni e rinviare quello che è stato procrastinato per più di 20 anni.
Per un miserabile gioco di prestigio ci si vorrebbe persuadere che la crisi della rappresentanza e dunque della democrazia, che la disaffezione e l’astensionismo, che la perdita di credibilità della classe politica non dipendano largamente da quel nodo, che si doveva da subito spezzare con un colpo di spada, e che ha contribuito a rendere illegittimi risultati elettorali solo virtualmente legali, in presenza dell’evidente disparità dei contendenti, che ha permesso quel processo di privatizzazione dell’informazione, del confronto politico, del parlamento ridotto a terreno di scorrerie e a compravendite immonde e impunite, della stessa costituzione, oggetto di trattative e bramosie personali, delle leggi convertite in favoritismi, concessioni di licenze, indulgenze, scudi, condoni e amnistie.
E come se il conflitto di interesse non sia stato il perno intorno al quale si è avvitata la corruzione come sistema di governo centrale e locale, come se la sostanziale complicità non abbia fatto da terreno di coltura per smisurate e quotidiane disuguaglianze nell’accesso alla politica, quindi ai processi decisionali, come se l’appartenenza condivisa a un ceto non sia servita da motore per la moltiplicazione di arbitrari privilegi riservati ai soliti noti, come sostanza aggregante di cerchie fondate su legami dinastici e sul convergere concorde di pretese di denaro e potere, come collante di alleanze opache che esigono fidelizzazione, ubbidienza, assoggettamento, in sostituzione del consenso, di valori comuni, di identità di visioni e aspirazioni. E come se non abbia promosso la conversione della politica in affarismo e l’irruzione di affaristi in politiche dando luogo a figure mitologiche che combinano “pubblico e privato”, con una forte naturale inclinazione a premiare quest’ultimo, imprenditori che dettano leggi ammazza lavoro, banchieri che intervengono sulla sovranità monetaria, fiscalisti incaricati di riforme economiche, finanzieri frequentatori di paradisi fiscali che si pronunciano sul diritto di sciopero, delfini di dinastie che si sono arricchite nella culla del parassitismo a degli aiuti di stato che rivendicano il diritto di parola in svendite di beni comuni. Nessun partito ne è stato esente: prima durante e dopo, si fa per dire, del regime berlusconiano, era ed è impensabile non produrre in pubblica ostensione elettorale il proprio imprenditore, nelle obbligatorie quote nere padronali.
Adesso si capisce meglio come mai gli elettori Ds e poi Pd abbiano tollerato che si rimuovesse quell’appuntamento cruciale dall’agenda politica, sia che il partito fosse all’opposizione sia che detenesse una maggioranza sia pure fragile. Adesso è più visibile quella empatia, quell’affinità tra organizzazioni rappresentative di lobby, interessi privati, rendite, e quelle che aspirano allo stesso ruolo, avendo obliterato quello di difendere bisogni, istanze e diritti di lavoratori, di chi un lavoro non ce l’ha più e non l’avrà mai, di ceti medi che patiscono la perdita di beni, garanzie e certezze.  Adesso è evidente che l’invidia per i successi facili, per la tracotante disinvoltura, per l’arrogante dileggio di regole e leggi, per la facoltà di contrattare fino a stabilire un prezzo per tutto e tutti, così che prodotti, uomini, donne, paesaggio, arte, cultura, sogni diventino merce è diventata imitazione, emulazione e l’indole alla trasgressione profittevole, alla proficua licenza che sconfina nel crimine tollerato fino a essere generalizzato è diventato modello da ripetere, esercizio cui guardare con ammirazione, autodifesa necessaria in un mondo di ladri.

Adesso è dimostrata senza ombra di dubbi la volontà del ceto dirigente di ubbidire alle intimazioni dei poteri finanziari, agli inviti indirizzati a noi “periferie” a liberarci delle Costituzioni nate “dopo i fascismi” e dunque inquinate da una dose eccessiva di “socialismo”, come scrisse in un memorandum J.P Morgan che ha di sicuro ispirato le riforme del governo Renzi, a cancellare quelle conquiste che avevano ammansito il totalitarismo capitalistico, che avevano illuso sulle possibilità di un progresso equilibrato nel quale fosse possibile vivere non solo di rendita, profitto, mercato, ma anche di idee, progetti, speranze, dove non fosse così netta la differenza tra potenti e impotenti, a subire l’ineluttabilità del ricatto del ‘fallimento dello Stato’, trasformato in un’azienda commerciale che, in caso di fallimento, deve essere ‘commissariata’ da banchieri, giocatori d’azzardo del casinò dell’economia immateriale, multinazionali imperscrutabili che dettano la giurisprudenza che regola le nostre vite, grandi patrimoni, manager intenti ad appagare gli appetiti di azionariati parassitari, tycoon dell’informazione, insieme ai capitalisti per procura, eminenze grigie per la facoltà che hanno di decidere le strategie di investimento, i piani di sviluppo, le linee di produzione anche di quel che resta dell’economia reale, secondo i comandi di una cerchia ristretta e rapace, credito, imprese, investitori e speculatori più o meno istituzionali, criminalità esplicitamente illegale o legittimata.
Vi ricordate quando Monti disse che i governi hanno il dovere pedagogico di educare il Parlamento, rappresentante del popolo? Vi ricordate l’ottimismo di Draghi in predicato per il Colle, che non temeva la presa sull’opinione pubblica di tesi anti europee e antifinanziarie, perché, disse, l’Italia ha il pilota automatico? Altro che conflitto, hanno vinto la guerra con elezioni indette come atto notarile a sigillo di soluzioni autoritarie consolidate, con ‘larghe intese’, formula praticata dell’immobilismo, con riforme istituzionali, che hanno come unica finalità l’‘efficientizzazione’ del sistema,non certo la sua democratizzazione; con l’oscuramento e la repressione dell’opposizione criminalizzata come forza eversive, con misure contro la corruzione e di riforma della giustizia, messe cantate per turlupinare la morale e soddisfare il moralismo di facciata. Presto una nuova Costituzione introdurrà con l’obbligo di sudditanza, con il dovere di ubbidienza, con l’onere di conformismo, il diritto a un sonno senza sogni e a una quieta subalternità.


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