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Il chiasso degli “innocenti”

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il cornetto al governo non ha il cuore tenero. Le canta chiare alle caste, manager pubblici, magistrati, perfino gli imprenditori colpevoli di ritardare la consegna di grandi interventi grandemente inutili quando non dannosi: chi sbaglia, paga, dice. È una questione di buonsenso, conferma. Sarà perché sente il suo consenso – perfino presso la stampa più assoggettata del mondi senza bisogno di censure, che fa da sola – e allora alterna i gesti da monello, da Re Mottarello, alla voce grossa, uso di solito impiegare contro i più deboli. Ma tanto sa bene che è una finta e ancora di più lo sanno i destinatari dei suoi rimbrotti, soprattutto alcuni soliti ricambiare le cortesie e anche i rabbuffi come soci alla pari in operazioni tutte ispirate a interessi comuni che però non sono i nostri.

Perché pare proprio che la materia della quale ormai è fatta la politica è quella, gli ingredienti sono quelli: quattrini e politica, da accumulare, ammassare, moltiplicare grazie al grande gioco d’azzardo nel quale consiste oggi l’economia, da ripartirsi entro una stessa cerchia, ristretta, un’enclave chiusa, nella quale si sta per nascita, per fidelizzazione cieca, per adesione ubbidiente, per somiglianza che viene riconosciuta come una qualità anche se si basa su vizi, perversioni, aberrazioni che convertono l’ambizione in delirio di onnipotenza, in egoismo, in tracotanza, nutrita dalla certezza incrollabile che grazie a quella combinazione maledetta chi ha potere e denaro non paga mai, non salda i debiti, che perfino una condanna diventa arma di ricatto, strumento di propaganda. Che imprenditori e manager corrotti e corruttori vengono spostati come in una scacchiera dove il re vince e comanda le mosse, che agli artefici dei più clamorosi insuccessi, Alitalia, Poste, viene offerta una sine cura, che suona come un’oltraggiosa promozione, in politica, che l’ineleggibilità non vale per i nominati in posti di comando dove si sono distinti né più né meno che come Schettino, che in fondo potrebbe anche aspirare a un collegio più sicuro di una nave.

Certamente non sarà con questo “potere” legislativo, per non parlare della profonda “rivoluzione” impressa da questo governo all’ordinamento giudiziario e alla giustizia in generale, studiato a tavolino per privatizzarla tanto da rendere superflue le leggi ad personam, che verrà riconosciuta e stabilita la responsabilità, almeno quella civile, se non  penale, per i membri del potere Esecutivo che hanno portato il Paese nel baratro. O – per loro sarebbe ancora peggio – se mai verrà fissato un sistema di sanzioni pecuniarie a fare da contrappeso alla perdita di un quarto della capacità produttiva dell’industria, di multe per dieci punti di calo del Pil, di rimborsi per i 60 miliardi di corruzione,m secondo l’Ue, di risarcimento per un ingresso forzato e dissennato nell’euro, di oneri a carico di chi ha prodotto direttamente quel  rapporto debito pubblico-Pil che si avvia verso il 140 per cento, di indennizzo per una scuola pubblica smantellata come un edificio bombardato da un susseguirsi di “riforme” tossiche, per una ricerca talmente impoverita da averci tolto qualsiasi ipotesi di competitività, da un’università retrocessa a teatro della spartizione di baronie.

Qualcuno ha detto che l’Europa si avvia ad essere una “maschera costituzionale dei mercati”. È già successo con la democrazia, qui. E da anni, se i responsabili del disastro sono inamovibili o si avvicendano con altrettanti e più feroci irremovibili, da loro stessi manovrati come marionette, se si susseguono leggi elettorali, studiate ad arte per impedire che possano essere puniti dalle urne, se l’astensionismo viene visto con sollievo, come una manifestazione di maturità e non come quella desiderata impunità, se le elezioni, quel che sia il sistema in vigore, possiedono un velenoso vizio di fondo: concentrazione dei media in mani private, fiumi di denaro a finanziare movimenti e organizzazioni già consolidati o capaci di corrompere in breve tempo le new entry a tutti i livelli territoriali e gerarchici. Se – non occorre Gramsci per dirlo, lui che si rigira nella tomba a pensare all’indegna sorte che quelli che dovevano stare denunciare sopraffazione e sfruttamento hanno riservato al suo giornale – le èlite che dettano leggi e condizionano pensiero comune sono quegli stessi impresari della paura e del ricatto: finanzieri, mandarini sindacali, direttori di giornali e intrattenitori di talk show invitati alle riunione della Bilderberg, che vogliono persuaderci che bisogna sottostare all’austerità, che è ineluttabile rinunciare ai diritti, che è inevitabile abiurare alla visione di qualcosa d’altra da questo.

Docce fredde e gelati non devono raffreddare la collera e la giustizia a differenza della vendetta, è più buona quando è calda.


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