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Calearo, il segno del peccato

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri spopolavano sul web i ritrattini doverosamente velenosi dello smargiasso Calearo nel suo potente spot dell’antipolitica.
Antipolitica, c’è quella di Adelchi morente: «non resta che far torto o patirlo. Una feroce forza il mondo possiede». C’è quella di Creonte, dell’implacabile antagonismo di amico/nemico, alla quale, Antigone lo sa, si può sfuggire solo nell’Ade. C’è quella dei cialtroni che accendono sospetto e risentimento in modo da affievolire il respiro della democrazia e l’autorevolezza delle istituzioni, lasciando spazio ai veleni autoritari.
C’è quella così ben rappresentata dalla compagine governativa, fatta di disprezzo spocchioso per lo Stato, per il bene generale e per i bisogni della cittadinanza, preferendo l’interesse degli affini, il prevalere del privato, l’egemonia del mercato e del capitale, senza regole e limiti. E che aggiorna l’analisi di Julien Benda sui chierici traditori al servizio del potere temporale, pronti a servirlo con la loro spada di qualsiasi materia sia fatta. C’è lo sforzo di Thomas Mann di sfuggire alla forza d´attrazione che si sprigiona dal semplice sapere che la politica esiste, il suo opporre – un bel po’ presbite – ai demoni che si affacciano, l’incanto di un aristocratico decoro preborghese.
È che la politica ha in sé, da sempre, lo stigma del peccato, della violenza del dominio che si replica nei secoli, ché sembra non esistere una via virtuosa per conseguire il potere. E in tempi di crisi si materializzano gli archetipi di una politica che ha come madre la potenza sopraffattrice, nelle relazioni tra i popoli, tra parte e parte, tra i dominatori e gli oppressi, all’interno dei popoli delle città delle famiglie.

L’uso di categorie primordiali come, ad esempio, quelle di amore e odio, per dividere il campo dell’agone politico, sono il riflesso di questa concezione della politica basata sulla malevolenza tra gli esseri umani. I nostri ministri, austeri con noi e licenziosi con la loro cerchia, la interpretano magistralmente, inducendo divisioni, rompendo patti e vincoli secolari, creando aberranti gerarchie nei bisogni e nei diritti. Mentre la politica dovrebbe essere quella di Aristotele, il cui «compito pare essere soprattutto il creare amicizia» tra cittadini, cioè legame sociale. Quella di coloro che amano stare “con” le altre persone, non “sopra”, non “accanto” o, peggio, “altrove”; ma di coloro che conducono la loro vita insieme a quella degli uomini e delle donne intorno, stando dentro le relazioni personali e di gruppo, quelle relazioni che, nel loro insieme, fanno, di una semplice somma d’individui, una società.

Oggi i veri interpreti dell’antipolitica sono quelli che hanno trasferito e chiuso la loro polis dentro agli ambienti confinati dei salotti, delle accademie, delle fondazioni culturali, delle tavole rotonde, dei consigli di facoltà, degli studi televisivi. Siamo ormai nel pieno di un regime autocratico e oligarchico, che fa esercizio di una separatezza che, nel caso migliore, si traduce in indifferenza, in quello peggiore, in inimicizia e avversione, di una distanza siderale dalla cosiddetta gente comune, che disprezza, trattandola non come cittadini ma come plebe, oziosa, infantile, riottosa e inadeguata.
E d’altra parte succede così con i poteri “vicari” che in questo caso occupano il vuoto lasciato dalsistema dei partiti, sempre più chiuso in se stesso, incapace di riprendere il dialogo con gli elettori e spaventato del confronto coi cittadini. Lo dimostra, per il Pd, l´esperienza negativa di primarie e elezioni, da Milano a Cagliari, da Napoli all´ultimo episodio di Genova, che ora si vuol persuadere che da questa difficoltà politica si possa uscire con espedienti procedurali o accentuando il controllo partitico sulle candidature alle primarie. Mentre il nodo è altrove, e riguarda la necessità di prendere atto non solo dell´esistenza di nuovi attori politici, ma delle realtà che sono capaci di rappresentare.
Tante volte in questi giorni si è parlato di sospensione della democrazia, di una democrazia impoverita, ferita e irrisa. La verità è che se la democrazia è a porte chiuse vuol dire che non è più tale, che quello spazio un tempo attraversabile dalla rappresentanza sociale oggi è ermeticamente sigillato.

Il disincanto che proviamo si manifesta nel modo peggiore: valvola di sfogo per i cittadini, che si sottraggono alle proprie responsabilità e le scaricano sulla classe politica, divenuta il capro espiatorio universale. È questo rischio che rende questa antipolitica manovrabile da chi ne sa cogliere l´ingenuità credulona, l´imprenditore politico populista, che sfrutta il qualunquismo e l´indignazione per sostituirsi ai vecchi politici, e finge che tutto cambi perché tutto resti com´è (o peggiori radicalmente). O gli esecutori di quella ideologia che combina finanza e tecnocrazia, con la la convinzione – maturata nel positivismo ottocentesco come nelle pratiche manageriali novecentesche – che la politica sia un modo primitivo di regolare la coesistenza degli uomini, cui si deve sostituire mercato, concorrenza rapace e spietata, automazione e illiberale e arbitraria flessibilità.

Pare che la globalizzazione voglia dire soprattutto e in tutto l’Occidente che i cittadini si muovono disordinatamente in spazi diversi, impermeabili e incompatibili, minacciati dalla diffidenza e dall’odio, sfidati dai flussi di varia provenienza, ricattati dalla liquefazione di legami, avvelenati dalla solitudine e dalla paura, sconfinati e estremi, usurpati dalla necessità e dal profitto.
Eppure è proprio in questo mondo che contiene altri mondi, che configura nuove antropologie, nel quale si agitano dinamiche inedite che si deve coagulare qualcosa che si muove, che deve prendere le fattezze di un soggetto davvero politico e davvero democratico, interpretare i bisogni con responsabilità e tutelare i diritti con equità, rispondere alla moderna barbarie con l’antica umanità.


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