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Giornalisti al top… secret

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da certe cene tra amici sarebbe consigliabile andarsene per ultimi: così non resta nessuno a malignare o tagliare i panni addosso.
Ma ci sono casi invece nei quali invece andare via prima permette di fare gustose rivelazioni su chi è rimasto. Oggi, quando mi sono trovata a commentare prima de il Simplicissimus il singolare comportamento professionale e l’approssimazione deontologica con la quale l’ex direttrice dell’Unità ha trattato il caso di un autorevole dirigente del Pd che alle ultime elezioni regionali sosteneva l’avversaria del suo candidato, sono stata accusata di essere la solita pruriginosa frustrata, invidiosa della carriera carismatica di una ben più brillante collega. A conferma appunto che certe loquacità tardive, certe rivelazioni postume, che hanno solo l’effetto di delazioni ormai inutili, continuano a avere successo anche dopo la caduta del governo dei cialtroni, che ben rappresentava una derisoria ostilità collettiva per doveri, morale, competenza e professionalità.

Ai vecchi tempi nei quali tutti volevano il bavaglio forse perché così avevano un alibi materiale per stare zitti, uno degli slogan che mi infastidì di più fu quello che suonava: stampa libera, il diritto di informare. La De Gregorio appassionata di diritti più che di doveri, ne ha dato una interpretazione restrittiva, ritenendo che esista una tacita licenza e una civile tolleranza relativa a tempi, nomi, tempestività e puntualità. Come dire ho una notizia e devo essere libera di tenerla nel salvadanaio degli scoop e decidere come, dove, quando semmai divulgarla. Si deve essere questo che si intende per libertà di stampa.

Forse – in fondo tutti teniamo famiglia – per qualcuno questa inclinazione al disvelamento a posteriori è una specie di assicurazione contro i licenziamenti: meglio tenerseli nel giornale, che se li cacci poi chissà cosa vanno a raccontare. Insomma, ma per carità non sarà certo questo il caso, la detenzione di informazioni è una specie di bomba a orologeria, una minaccia a babbo morto, un avvertimento educatamente minaccioso, secondo quella esplicita contiguità di molte attività con la mafia.
Eh si il berlusconismo non è finito: non perché ha radicato, quanto perché ci assomiglia troppo nella smania giocondamente provinciale di essere ammessi al potere, siano politici nostrani che sgangherati cancellieri, di conoscerne segreti e tic, di imitarli e ammirarli per poi irriderli e sbeffeggiarli se cadono in disgrazia o se cambiamo padrone.

E il potere lo sa, degli arcana imperii rivela solo quello che gli fa comodo far sapere, regola l’ammissione ai suoi retroscena scegliendo i più ambiziosi e vulnerabili alla corruzione del suo contagio. Somministra piccole “esclusive”, concede gentili favori, elargisce segmenti oculati di informazione, mostra letti sfatti per nascondere campi di battaglia, persuade con le buone maniere dell’autorevolezza per celare il brutto muso dell’autoritarismo.
Fossi la candidata trombata da sempre schierata nella condanna ai complotti dell’informazione di regime, suonerei le trombe dell’apocalisse contro chi non ha denunciato la cospirazione. Ma per che chi ha scelto di dormire sonni dorati non è arrivato il “quando” per svegliarsi.


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