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Il Palazzo si separa dal Paese: l’inciucio è divisivo

naufraghi-2E’ davvero straordinario accendere la televisione ed essere presi per i fondelli da Letta  per soli 30 centesimi, il costo giornaliero del canone, un piccolo obolo per noi, una grande raccolta per il governo. Sentirlo dire davanti a Fabio Fazio Tappetino che l’eventuale abolizione e revisione dell’Imu non è solo patrimonio del Pdl, ma anche del Pd dopo averla votata con l’esecutivo tecnico e averla difesa a spada tratta in campagna elettorale sostenendo che era impossibile farne a meno, che Berlusconi vaneggiava, apre il cuore. Ma non si tratta solo dell’ ipocrisia e dell’opportunismo a cui siamo abituati da molto tempo e nemmeno solo della chiara conferma che il principale mandato del governo in materia economica è congelare tutto o quasi in attesa delle elezioni tedesche, come ha imposto la Merkel.

Siamo invece di fronte allo spettacolo del trasformismo politico che esce dalle segrete stanze, dalle coperture retoriche, dalla contrapposizione tra il blocco berlusconiano e gli altri  e diviene palese consociazione di potere. Quella stessa che ha attraversato trent’anni della nostra storia, ha fatto schizzare in alto il debito pubblico, ha consentito di affondare mani pulite senza che nulla cambiasse, ci ha messo dentro l’avventura dell’euro pur avendo piena consapevolezza della sua scarsa adattabilità alla nostra economia, ha svenduto e distrutto  il patrimonio delle aziende statali con privatizzazioni mangiatoia, ha permesso al sistema produttivo di conservare le sue opacità di bilancio, favorendo da una parte l’accumulo di ricchezza e scaricando progressivamente i costi di tutto questo sul lavoro, sui diritti, sulla precarizzazione, sulle pensioni e sul welfare.

Con la crisi, ma anche col sopravvenire di nuove regole, questo “modello” economico-politico è entrato in profonda crisi: le banche non concedono crediti alle aziende piccole e medie sia perché devono tappare i buchi creati negli anni passati con la finanza creativa, sia perché la gran parte dei bilanci delle imprese sono al di fuori degli standard di Basilea 2. I pochi investimenti produttivi e i molti soldi confluiti sui patrimoni privati verso la finanza o gli investimenti immobiliari, le doppie contabilità, stanno producendo il drammatico effetto che vediamo con una competitività che cade come un uccello infartuato, i bassi salari, il precipizio della domanda, la disoccupazione, la perdita di futuro e l’impossibilità da parte dello Stato di immettere denaro in questo sistema a causa della moneta unica, delle sue particolarità e dei suoi vincoli.

In realtà tutti hanno partecipato a inanellare gli errori che oggi ci schiacciano, un’intera classe dirigente, dalle assemblee elettive ai consigli di amministrazione, dai sindacati alle università, ha collaborato con viva e vibrante soddisfazione a mettere insieme il puzzle drammatico di un modello destinato ad essere perdente nel paradigma mercatista, ma anche incapace di proporre alternative e correzioni. Così adesso non è nemmeno pensabile l’ipotesi di lasciare che altri entrino nella sala di comando e tentino di cambiare qualcosa: bisogna unirsi in nome della comune responsabilità. Non però nel significato di serietà, ma in quello di corresponsabilità e correità. La classe dirigente cerca nell’inciucio manifesto e persino nella subalternità all’Europa dell’austerità una sua via di scampo, una zattera battezzata  ”necessità” . Tanto tocca agli altri, ai comuni cittadini pagare il conto degli errori dei vlasti.

La riconciliazione, l’avversione a ciò che divide (ben poco nella sostanza) è soltanto l’ultima bugia di un Palazzo con tutte le sue connessioni e conplicità che si chiude in se stesso e che grottescamente si separa dal Paese: niente è più divisivo di questo inciucio.

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Euro, un anno in direzione ostinata e contraria

Oskar+Lafontaine+Activists+Protest+ESM+Fiscal+c3E3XSXQfzYlNon passa giorno che sui giornali europei  economisti di peso non prospettino o non consiglino un addio alla moneta unica. Non passa settimana che non vi siano dichiarazioni politiche in questo senso, soprattutto in Germania dove si paventa la messa in comune del debito e dove la Merkel viene incalzata da un nuovo partito anti euro. E’ di qualche giorno fa la clamorosa presa di posizione Oskar Lafontaine, padre nobile della Linke il quale esplicitamente dice, “Basta con l’euro”. Per non sottolineare che ormai i modi, i tempi, i criteri con cui è nata la moneta unica sono oggetto di critiche pressoché universali:  anche i sostenitori della moneta unica riconoscono l’opportunità di profonde modifiche a Maastricht pur ammettendo l’impossibilità politica di arrivarvi.

In Italia invece la discussione, pure vivace sul web, si ferma i margini dei media mainstream e della politica che coralmente invece rifiuta la stessa idea di qualcosa che ha comunque un’altissima probabilità di verificarsi, magari proprio per iniziativa tedesca. Una cosa è certa: così com’è la moneta unica è divenuta un fattore di disgregazione dell’Unione europea, una potente forza di impoverimento della periferia continentale e ha cessato di essere un significativo vantaggio per la Germania. O la si rende davvero comune, magari attraverso qualche marchingegno come gli eurobond, oppure sarà inevitabile abbandonarla: dai ricchi per non pagare pegno, dai “poveri” per evitare l’azzeramento delle loro economie. La teoria dell’austerità imposta dalla Germania per non rischiare di dover supportare il debito altrui, si è infatti rivelata puro veleno e anche dal punto di vista concettuale è stata fatta a pezzi, rivelandone le incongruenze e persino la poca limpidezza degli studi che la consigliavano.

Naturalmente non si tratterà di una passeggiata: se in prospettiva un ritorno alle singole valute tornerà a riequilibrare le economie continentali, nel breve periodo il problema e i contraccolpi saranno moltissimi. Ecco perché mi inquieta che il tema sia di fatto  ignorato dentro il cerchio della “governabilità”, perché una cosa è un’uscita consensuale e graduale, concordata e correttamente affrontata dal punto di vista tecnico, magari prevedendo una doppia circolazione, tutt’altra è invece un’uscita precipitosa per evitare un default o una riduzione al terzo mondo o sotto la spinta di ribellioni sociali non più contenibili. In questo senso far finta di ignorare un tema che si rivela di giorno in giorno più urgente, è come tenere la testa sotto la sabbia, facendo il gioco del sistema bancario e finanziario che naturalmente pensa ai propri interessi e non a quelli dell’economia reale. Di fatto ormai la moneta unica, per i disequilibri che crea, è diventata  il vero nemico della costruzione europea creando divisioni e odi: solo i finti europeisti o quelli non abbastanza svegli, pensano che essere contrari all’euro significhi essere anti europei, E’ vero invece il contrario.

In questo blog tutti questi temi sono stati affrontati costantemente per un anno, in direzione ostinata e contraria. E non solo sul piano economico, ma anche da quello politico: non c’è dubbio infatti che la moneta unica, si sia trasformata in un fattore di distruzione dello stato sociale, in un’arma del neo liberismo di stampo consapevolmente reazionario, come del resto alcuni economisti di nome, quali, ad esempio, il premio nobel Mundell, hanno esplicitamente sostenuto. Per questo ho messo assieme un certo numero di post sul tema, che letti complessivamente e al di là delle occasioni in cui sono stati scritti, sono forse in grado di dare una visione più chiara e razionale della situazione.

Euro ed Europa in direzione ostinata e contraria


I massacri sociali? E’ colpa di Excel

o.164949Austerità suona bene. E’ qualcosa di credibile e di spendibile dai media, fa leva su candori sopiti, ricorda i nonni parsimoniosi delle nostre campagne, i sacrifici delle madri, i ritratti confusi di una mitica borghesia del rigore e tutto un maelstrom di confusi ricordi che mischia insieme detti popolari e Berlinguer, le mille lire di paghetta e il Prigioniero della quinta strada, i retti discorsi sul consumismo e la saggezza bottegaia. Certo elude la speranza, se ne fa un baffo dell’equità, non conosce l’idea di diritto, ma sa di buono, odora di lavanda. Tuttavia è un inganno, un tranello che riesce nel suo intento basandosi su un bias, un tunnel della mente di origine smithiana, ma che viene usato ormai da quarant’anni in maniera massiccia come una droga: quello di far credere che l’insieme della società funzioni con gli stessi criteri e modalità valide per i singoli.

Naturalmente non è così, l’insieme non funziona affatto come le singole entità che lo compongono. E come le diverse parti di una nave affonderebbero immediatamente da sole, mentre solo l’insieme è in grado di galleggiare e navigare, così uno stato non può funzionare come un privato o un’azienda, secondo la favola che ci sovrasta da più vent’anni. Perciò non è affatto una sorpresa scoprire che l’austerità applicata agli stati non funziona. Funziona così poco che le economie che hanno una sovranità monetaria stampano soldi come fossero  quelli del monopoli, senza temere l’inflazione perché con una crisi epocale della domanda questo è proprio l’ultimo pensiero. Solo in Europa -dove esiste una moneta unica, ma tessuta su interessi molto divergenti – l’unica ricetta sembra essere l’impoverimento dettato dai Paesi forti ai più deboli.

Tuttavia sappiamo che non giocano solo interessi nazionali, ma anche ideologie e posizioni politiche: da un punto di vista, diciamo così, “scientifico” la teoria del risanamento del debito come motore e presupposto della crescita è stato abbondantemente sbugiardato, senza che però né i governi nazionali né la governance europea, né l’Fmi intendano recedere dai loro diktat. E’ ovvio che  lo fanno per proteggere le banche e la finanza,  sacrificando i popoli, ma la cosa che ha un suo spaventoso fascino è la schizofrenia con la quale è possibile asserire qualcosa e fare l’esatto opposto senza incontrare resistenze, di come insomma la conoscenza sia inutile e di come invece la menzogna vinca, se la prima viene solo citata e la seconda viene invece ribadita come in un campo di Pol Pot.

Per esempio alcuni mesi fa, alla fine dello scorso anno, il capo economista del fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard ha detto esplicitamente che c’era stato un grave errore concettuale nella dottrina dell’austerità: si era calcolato che per ogni euro di taglio al bilancio, si sarebbe avuta una diminuzione del pil di soli 50 centesimi, cosa che avrebbe compensato vantaggi e svantaggi. In realtà si è visto che la diminuzione del Pil non è di 50 centesimi, ma di un euro e mezzo, tre volte maggiore: dunque tutti i calcoli e i diktat erano drammaticamente sbagliati. L’Fmi prende atto, pubblica, ma continua imperterrito  nella sua politica.

Più di recente uno scandalo accademico ha coinvolto Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff due celebri economisti  di Harvard che in un saggio del 2010 avevano posto le basi della dottrina del rigore, sposata in pieno dall’Europa. Un gruppo di economisti è andato a mettere il naso dentro le cifre e ha scoperto che la teoria secondo la quale se il rapporto debito/ Pil supera il 90% si entra in recessione non soltanto non corrisponde alla realtà, anzi la ribalta, ma è stata costruita a tavolino scegliendo i dati che potevano confermarla ed eliminando quelli che la contraddicevano. Ora i due celebri economisti hanno detto che  è stato un errore nell’ utilizzo di Excel (il più noto foglio di calcolo) a creare il pasticcio. Certo sapere che questi guru dell’economia (i famosi competenti) costruiscono a tavolino le teorie che supportano tesi e visioni politiche senza nemmeno avere la patente del computer, non riempie i cuori di gioia. Ma voi pensate che da Bruxelles siano venuti segni di ripensamento? Pensate che qualche politico, tra un pianto e l’altro, si sia preso la briga di leggere la notizia e di desumerne qualche azione? Nemmeno per idea: il saggio era stato quello che loro volevano per poter avere una copertura scientifica che giustificasse il cieco sadismo sadismo o l’alibi per le cattive coscienze.

Parrebbe quasi che  l’economia rappresenti dentro il capitalismo finanziario la coscienza infelice di Hegel: una lacerazione tra la mutevole consapevolezza della realtà e la trascendenza di principi, opzioni politiche e leggi ritagliate risibilmente dalla fisica, che si traduce, come nel rapporto che il filosofo tedesco vedeva tra la singola coscienza e Dio, in semplice, rozza devozione. Ma con vescovi, sacerdoti e chierici interessati solo alla questua.


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