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Ballarò coi lupi

renzi_floris-kEdG-U10301021357637cIH-428x240@LaStampa.itAnna Lombroso per il Simplicissimus

Allora Floris se ne va dalla Rai. Non rimpiangerò lui e non avrò modo di rimpiangere i suoi ospiti che come un carro di Tespi passano la loro giornata, domenica compresa, ad avvicendarsi in talkshow e rubriche, inanellando comparsate, ripetendo instancabili i loro mantra propiziatori, europa, riforme, giustizia, modernità, innovazione, crescita. E Floris indubbiamente va a crescere, malgrado il bisticcio in diretta con il premier: a fronte di 1 milione e 8 della Rai, l’ingaggio de la Sette vale almeno il doppio. Ci consola che alpeggi e transumanze di solito non portano bene ai figli ingrati che lasciano la generosa mammella della Rai, Baudo, Carrà, Santoro, almeno in termini di audience che invece i loro gruzzoletti aumentano, altrettanto inspiegabili ed oltraggiosi quanto quelli dei giocatori di calcio, ugualmente indolenti, ugualmente smaniosi di garanzie e rispetto, ugualmente attenti a non farsi male, gli uni sempre più stesi come tappetini gli altri sempre meno propensi a correre e tirar calci.

Il conduttore motiva la decisione con uno dei soliti slogan che piacciono a questo ceto di quarantenni impuniti, fortunati oltre ogni merito, autoreferenziali oltre ogni consapevolezza di sé, tronfi oltre ogni pudore, in tutti i contesti, dal Pd al Premio Strega, alla cucina di ristoranti, alla regia di film che non durano sugli schermi oltre la settimana: “Alla Rai devo tutto, ma rimettersi in gioco è salutare e giusto”. Non se ne può più di questi intrepidi che ripetono come una cantilena che ci mettono la faccia, che sono pronti al lasciare, che hanno il proposito di andare in Africa, che si rimettono in gioco a 4 milioni, che rischiano sempre con cintura, bretelle, scialuppa e salvagente, perché saremo tutti sulla stessa barca come ha ricordato lo spudorato Renzi proprio a Floris, ma la differenza è che loro considerano la barca una loro proprietà, si comportano da scafisti e trattano noi da sgraditi clandestini da traghettare verso la miseria definitiva.

Ma la Rai invece soffre, l’Usigrai chiede tonante “un’azione di verità su costi, ingaggi e perdite di credibilità”, prodotta dalla sottrazione di uno degli stuoini prediletti dalla parata bipartisan di cattivi figuranti, di quello che legittimò a suo tempo la sguaiata Polverini promossa a prestigiosa controparte della triplice, la trucida Perina, caldeggiata come voce libera e anticonformista di una destra “moderna”, di quello che ha favorito il ripescaggio di impresentabili, proposti come deliziose rarities, voci fuori dal coro, allegre salme riesumate per animare una politica sempre più ridotta a avanspettacolo.

E soffre anche il Gasparri, che sospetta una congiura dopo l’acceso contraddittorio con il premier, cui dovremmo riconoscere il merito di aver facilitato una scelta forse già maturata e dal quale aspireremmo a un incoraggiamento per altre partenze gradite, Fazio, Greco, altri cagnolini a pelo lungo fuori e dentro allo stomaco. Dovremmo, ma invece c’è come al solito da sospettare che la reprimenda apparentemente ragionevole e sensata del guappo all’altro guappo – li accomuna l’indole a far la voce grossa solo con chi sta più sotto – sia dettata da quell’istinto a impoverire. A impoverire pensieri, in nome della ostentata superficialità, valori sacrificati al realismo, lingua italiana in favore di ogni gergo che denunci giovinezza e modernità. A impoverire noi in modo da ridurci sempre più col ricatto e la minaccia, a una ottenebrata ubbidienza. A impoverire tradizione, risorse, bellezza, beni comuni, storia, che così li si può svendere meglio, che così si promuove una competitività e una concorrenza già viziata dalla presenza di favoriti, più ricchi, meno osservanti di regole, più spregiudicati, più amici e affini.

Il trailer ce l’hanno già mostrato e continuiamo a far finta che il film non arriverà nelle sale. Come in Grecia stanno svendendo la radiotelevisione pubblica, l’informazione, a scopo dimostrativo, anche se è già scaduta a servizio privato, le orchestre, i teatri, Cinecittà, le fontane di Roma, il Colosseo, la Laguna di Venezia, San Marco che ricorderemo dentro una boule di vetro che se la scuoti scende la neve, le coste sarde, come l’isola di Budelli, i nostri porti per smantellare armi altrui e navi di armatori e capitani incapaci e criminali, paesaggio, montagne, perfino i vulcani, che forse si arrabbieranno e magari salveranno Pompei coprendola nuovamente di cenere


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