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Il populismo europeista

Indegna opera populista messa al bando come politicamente scorretta

Indegna opera populista messa al bando come politicamente scorretta

La visita di Obama che viene a rinsaldare le fila dopo il colpo di stato attuato dagli Usa in Ucraina con l’aiuto decisivo dell’estrema destra nazifascista, il nuovo governo “rivoluzionario”di Kiev che intende abolire il Primo Maggio, la notizia che in Grecia la troika vuole raddoppiare la data di scadenza del latte fresco, rovinando migliaia di piccoli allevatori e dando spazio alle multinazionali, sono appena poche stazioni di una via crucis infinita. La stessa che negata, nascosta, contraffatta dai media maistream ormai sostituti e succedanei delle piazze ci rivela una cosa: il populismo si trova molto più a suo agio nell’europeismo di maniera, disponibile a chiudere gli occhi di fronte a qualunque cosa, che in quell’euroscetticismo accusato continuamente di coltivare questo vizio.

Per europeismo di maniera intendo tutte quelle posizioni che fanno riferimento ai vecchi ideali di unione continentale, rifiutandosi di misurarsi con la realtà, ovvero con il fatto che il progetto originario, ancora ben lontano dalla meta è stato tradito e deviato verso tutt’altre direzioni. Lo scenario di un’Europa della pace, della democrazia e della solidarietà è ormai solo il sipario strappato dietro il quale si nascondono diversi, contemporanei, ma convergenti progetti: il dominio della finanza attraverso strumenti di diritto eminentemente privatistico, l’appiattimento della Ue sulla Nato nel quadro della geopolitica Usa e infine il progetto merkeliano di una Europa dominata dalla Germania attraverso una serie di trattati bilaterali con ciascuno dei Paesi del continente. Insomma la Ue, le cui istituzioni elettive non contano nulla e sono soltanto un costoso specchietto per le allodole, è una pelle vuota e gonfiata da vari interessi che niente hanno a che vedere con i sogni originari.

Insomma se Padoa Schioppa parecchi anni fa poteva parlare – da banchiere – di “dispotismo illuminato” riguardo all’Europa, oggi ci si accorge che l’aggettivo illuminato è definitivamente caduto non solo con la troika, ma anche sulla vicenda Ucraina. Peccato che la lista Spinelli non faccia tesoro di queste parole che pure non dovrebbero essere estranee alla protagonista.  Rimane il dispotismo di apparati bancari e finanziari e quello degli stati forti, di una governance totalmente al di fuori del controllo dei cittadini, sorvegliata e difesa dal poliziotto euro. Tanto più vantaggiosa in quanto sottratta alle elementari leggi del consenso democratico cui sono ancora fatalmente legate le politiche nazionali e che lavora per creare condizioni oligarchiche nei singoli stati, come si vede benissimo anche in Italia.

Accusare di populismo tutte quelle forze che da diversi fronti politici contestano l’attuale costruzione continentale, sulla base di umori popolari assai più concreti delle ideal-balle che vengono sfornate ogni giorno dai media come le brioche, sono perciò frutto o di ingenuità border line oppure di ipocrisia all’ultimo stadio. Come d’altronde accade in America Latina dove qualsiasi leader che non si pieghi alle multinazionali è infallibilmente populista. Che la costruzione europea sia stata frutto di una élite non c’è dubbio e di certo non costituisce scandalo, ma una normale dialettica storica per certi versi necessaria a superare i vecchi paradigmi  e i pregiudizi. Solo che in questo caso i popoli non sono mai entrati in scena e anzi sono stati tenuti il più possibile distanti dai lavori in corso, anche quando sono stati direttamente investiti – spesso in maniera negativa – dalla costruzione. Il terrore dei referendum su quel regolamento aziendale del trattato di Lisbona, mefitico succedaneo di una costituzione, lo dimostra ampiamente. Il fatto è che l’Europa dei padri fondatori e delle visioni politiche è morta alla fine degli anni ’80 quando ad essi si sono sostituiti lobby, burocrati, politici subalterni agli affari mentre la scomparsa dell’Unione Sovietica ha generato da una parte il progressivo abbandono delle politiche sociali non ritenute più necessarie come vetrina del capitalismo dal volto umano e keynesiano, dall’altro l’ascesa della Germania di nuovo unita. La nuova élite che si è instaurata è del tutto autorefenziale  quanto alla propria legittimità nel nuovo quadro che si è creato con la moneta unica e del tutto etero diretta quanto alla politica.

Proprio per questo è l’europeismo passivo o ingenuo ad essere davvero populista e demagogico, presentando le politiche Ue come necessarie e foriere di una futura ripresa e benessere senza mai confrontarsi con la valutazione del loro contenuto che svelerebbe come invece portino a un impoverimento permanente e strutturale. E facendo credere che si possa tranquillamente cambiare tutto, senza cambiare nulla.  Che poi fasce sempre più ampie di popolazione non siano più disposte a crederci perché gramscianamente non convinte dalla razionalità di tutto questo e via via sempre più consapevoli della contraddizione fra le modalità economiche e il grado di civiltà raggiunto dalla società, è un altro paio di maniche. Si può anche essere pessimi populisti, populisti da salotto non in grado di nascondere i propri istinti elitari, come appunto accade per alcuni personaggi della neo sinistra liberista e monetarista che si presenta alle europee. Così sono finiti i fan di Gramsci.

E ha anche poca importanza che parte di questa opposizione venga da destra o dal nazionalismo di ritorno: dopo Kiev la Ue si è rivelata disponibile a giocare senza scrupoli in entrambi i campi, negandoli o integrandoli solo in nome dell’internazionalismo della finanza. E di quella forma di populismo confidenziale e classista che si chiama conformismo di massa. Le gente vota per i “populisti” perché c’è chi ha tradito le classi sociali di riferimento, gli ideali, le idee, i programmi che professava, ha rubato la rappresentanza e per giunta si è fatta scippare dalle destre i propri temi. E ora pretende che i disoccupati e i precari siano politicamente corretti, mentre gli tolgono il futuro. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.


Grecia: il cancro può attendere. La strage programmata

ateneCosa ci  aspetti precipitando lungo la china alla quale non sappiamo sottrarci, quella in cui la distruzione del welfare e della più ovvia solidarietà diventano  un imperativo economico, lo illustra benissimo il ministro della salute greco Georgiadis in una intervista alla Washington Post, il cancro come una “malattia che non richiede trattamenti urgenti se non nella sua fase culminante”. Solo per chi possiede un’assicurazione privata le cose cambiano e forse si ritorna a ciò che dice la scienza medica, ossia che le possibilità di guarigione sono legate alla tempestività della scoperta e degli interventi.

Di fatto siamo di fronte a un ministro che propone, con stolida serietà, una sorta di strage programmata consentendo le cure solo nella fase terminale. Ciò che impressiona, oltre alla cosa in sé è che questi epigoni e servi del neoliberismo formato troika, dicono enormità senza alcuna vergogna, anzi tronfi del risparmio che ottengono sacrificando anche il minimo di civiltà.

In pratica il governo greco, dopo che i cittadini hanno pagato per decenni i contributi sanitari, dice che i cittadini “devono capire  che il sistema sanitario pubblico è imploso prima della crisi da anni di mala gestione e corruzione”. Come se poi i beneficiari della corruzione non fosse proprio gli uomini del sistema politico e magari anche il Georgiadis in persona. Così adesso non restano che 17 milioni per le cure anticancro, visto che i soldi versati dai greciper l’assicurazione sanitaria pubblica si sono volatilizzati per volontà della troika e sono finiti nel circuito finanziario. Troppo pochi per cure efficaci.

Mi chiedo quanto tempo ci vorrà perché un qualunque ministrucolo locale, post ideologico come dicono i giornalisti e politici che hanno seguito un corso intensivo di idiozia professionale, non verrà a dire le stesse cose e con la medesima faccia tosta. Perché la vita delle persone è niente di fronte al fiscal compact, all’euro e al benessere dei pochi ricchi. Leggere l’intervista al ministro della sanità greco, sentire come il medesimo si vanti presso gli utilizzatori finali del liberismo selvaggio del fatto che chi ha i soldi può curarsi e chi invece non può crepi, restituisce immediatamente l’ipocrisia e la leggerezza di quelli che “un’altra Europa è possibile” a patto di però di accettare tutto di questa.

Davvero basta con questi equilibrismi ormai così scoperti da essere dozzinali.

 


Tsipras, Syriza, la sinistra e il tabù dell’euro

198756580_640Una decina di giorni fa lo spagnolo El Diario ha pubblicato un intervista all’economista greco Costas Lapavitsas in cui si parla di Syriza, di Tsipras, dell’Europa e dell’euro in una prospettiva meno evasiva e vaga di quanto non avvenga in Italia dove pure il leader greco, candidato della sinistra alla presidenza della Commissione di Bruxelles, presta il proprio nome a una Lista per le elezioni continentali. La chiarezza con cui Lapavitsas, professore di economia all’Università  Londra, esprime forti perplessità sulla possibilità di essere contro l’austerità, ma favorevoli all’euro, mi ha indotto a farne una traduzione, anche per sprovincializzare il dibattito. Chi legge questo blog sa che nutro gli stessi dubbi, probabilmente comprensibili in uno Tsipras che comincia parlare con la prudenza di un premier visti i sondaggi che danno Syriza come primo partito greco, ma assai meno in una lista che dovrebbe essere di opinione e che invece amplifica fino all’inverosimile questa contraddizione, semplicemente azzerandola. Lapavitsas è editorialista del Guardian e autore di libri ben noti su moneta, banche, finanziarizzazione tra cui Crisis in the EurozoneProfiting without producing

Come sarà il voto per le europee in Grecia?

“In questo momento malcontento e rabbia sono al massimo, ma al contempo ci sono anche disperazione e vuoti di capacità organizzativa. Non so se in Europa si coglie che i greci si sentono frustrati, disillusi e deboli. E’ possibile che il Pasok – il vecchio partito socialdemocratico – sparisca completamente e Nuova democrazia, la forza di destra che ora detiene il potere rischi notevoli perdite. E’ probabile che Syriza cresca e diventi il primo partito, anche se non potrà governare da solo. Inoltre potrebbero crescere anche i nazisti e diventare il terzo o il secondo partito. Le elezioni europee, combinate con quelle municipali in Grecia possono trasformare profondamente la mappa politica del Paese. Se l’alleanza di governo fra destra e Pasok si disarticola non sarà possibile che essa continui a governare e a garantire i diktat della Troika.”

E questo sommato alla candidatura di Tsipras, leader di Syriza, alla presidenza della Commissione europea  

“Credo che sia un errore che Tsipras corra per la presidenza europea, è molto pericoloso. In ogni caso è bene che Syriza consideri il problema, specialmente se risulterà il partito più votato: sta generando molte speranze tanto in Grecia come nel resto d’Europa. E questo si capisce perché la sinistra può diventare un attore fondamentale, può uscire dalla marginalità, trasformarsi in una vera alternativa di governo. Ma bisogna che Syriza sappia cosa può e cosa non può fare. Il successo elettorale potrebbe farla scontrare con grandi problemi. In parte per la sua stessa composizione interna e anche per alcuni problemi oggettivi che si hanno in Grecia come in altri Paesi. La posta è alta: se Syriza non sarà all’altezza delle speranze che ha suscitato , la situazione per la sinistra diventerà molto complicata.”

Nel 2012 c’è stato un default in Grecia. Possiamo dedurne che un rifiuto di pagare il debito può essere una posizione politica?

“Il modo con cui la Grecia ha fatto default è stata la peggiore possibile. Nessun Paese dovrebbe accettare un default senza essere sovrano e pensando alle esigenze del creditore invece che a quelle del debitore. Il default greco fu organizzato dalla Troika e per questo è stato così disastroso: ciò che è successo è che chi non ha pagato parte del debito è stato il settore privato, non quello pubblico. Così lo stato ( per il quale non era prevista alcuna riduzione del debito n.d.r) ha dovuto indebitarsi un’altra volta per salvare la situazione. E’ la prima volta nella storia che si è visto un Paese andare in default contro se stesso, davvero incredibile. Un default va organizzato in altro modo perché esso dovrebbe diminuire non aumentare la pressione sul creditore.”

In Spagna si crede che siamo lontani da questa situazione. Il governo basandosi su alcuni indicatori macroeconomici positivi, dice che la crisi è finita.

“Due cose sono cambiane in modo analogo in Grecia e Spagna tra il 2010 e il 2012 incluso. La prima è che il deficit di cassa è diminuito a causa delle recessione: le importazioni sono diminuite e perciò la bilancia commerciale fa meno paura. La seconda è che ciò ha consentito al deficit budegtario di ridursi per effetto della recessione. Una situazione che è stata rinforzata dall’avvertimento  di Draghi di fare tutto ciò che sarebbe stato necessario. Questo ha fatto sì che i mercati si siano calmati e che non ci sia un pericolo immediato di default.  Però se guardiamo all’economia reale possiamo scoprire che questa maggiore stabilità si è ottenuta attraverso la distruzione: quella dell’economia che fa crescere la disoccupazione. Questo è ciò che ha moderato i mercati. Però non si tratta di una situazione sostenibile a lungo perché così non ci sarà una crescita che permetta di ridurre le perdite: tutti gli indicatori ci dicono che le economie della periferia rallenteranno. Questo non è risolvere la crisi, ma trasformare un’acuta crisi finanziaria in una crisi duratura dell’economia reale. A questo ci ha portato la dottrina dell’austerità.”

In Grecia si parla di prorogare la moratoria sugli sfratti e i pignoramenti di case. Perché non succede la stessa cosa in Spagna?

“In Grecia la situazione è confusa. La Troika fa pressioni per non progorare la sospensione in maniera che le banche possano disfarsi di parte degli investimenti immobiliari. Si dice che in questo modo potranno sanare i bilanci e tornare a prestare. Ma questo ragionamento non inganna nessuno: le banche ricominceranno a prestare se cacciamo la gente fuori di casa, solo l’Fmi può inventarsi qualcosa di così pazzesco. D’altronde il governo greco ha paura di sospendere la moratoria non perché abbia in simpatia inquilini e piccoli proprietari, ma perché una cosa del genere sarebbe dinamite politica. Come la Spagna anche la Grecia ha una percentuale di piccoli proprietari molto alta: pensare di cacciar via chi non riesce a pagare porterebbe alle stelle la conflittualità ed è solo per questo che il governo sta resistendo alla Troika. Questo dimostra la possibilità di differenti politiche in contesti diversi.”

La posizione di Syriza non è maggioritaria dentro la sinistra perché è contraria all’austerità, ma favorevole all’euro. Che significa questo per la politica europea?

“Per me è esattamente ciò che la classe dirigente europea desidera. Syriza dice “Vogliamo restare nell’euro costi quel che costi, ma siamo comunque radicali” Però la classe dirigente sa benissimo che questo è impossibile. Il pericolo per Syriza è che il 40% della coalizione (Syryza nasce dalla fusioni di più formazioni n.d.r) non è d’accordo con questa visione e questo presenta molti pericoli di rottura. Syriza insomma è imprevedibile, ma è proprio la possibilità di radicalizzazione ulteriore che spaventa le classi dirigenti di questa Europa. D’altra parte se Syriza avrà il successo che ci si aspetta si troverà a far fronte alle aspettative popolari, incluse quelle dei rassegnati su salari, lavoro, pensioni e anche questo è una minaccia per la governance continentale. Anche perché altri Paesi penseranno: possiamo fare lo stesso. Per questo Syriza incarna una grande speranza, ma anche un grande rischio.”

Talvolta si identifica la sinistra con posizioni anti euro. Perché?

“Questa, a mio giudizio, è l’unica posizione che apre la possibilità di fare politiche di sinistra che cambino le relazioni di forza a favore del lavoro e contro il capitale; politiche che sono necessarie per riparare il danno inflitto ai Paesi europei negli ultimi anni. Politiche sensate, fondamentali come la redistribuzione del reddito, il controllo o la nazionalizzazione delle banche, la riorganizzazione della produzione. Questi cambiamenti sono impossibili dentro la  moneta unica e portano a una Ue di segno contrario a quella che vediamo. Posso essere più specifico: un governo radicale in Grecia dovrebbe rifiutarsi di pagare una parte importante del debito che è del resto insostenibile e cambiare tutte le politiche monetarie e fiscali in modo da permettere la crescita dell’economia reale. Un governo di sinistra radicale dovrebbe nazionalizzare le banche o crearne di pubbliche che diano supporto alla rinascita della produzione. Ma tutto questo non può avvenire dentro la moneta unica.”

Non crede che con un governo deciso a realizzare questi cambiamenti, tutta la situazione politica europea evolverebbe tanto da poter pensare a un cambiamento della intera architettura comunitaria?

“A volte la sinistra ha bisogno dello stato nazione per proteggere i diritti dei lavoratori e la democrazia e non può rinunciare a questi strumenti. I governi della Grecia o del Portogallo non possono cambiare l’Europa, ma possono intervenire in Grecia e Portogallo. Questa non è una posizione nazionalista: è invece un’occasione di utilizzare i meccanismi dello stato nazionale per creare una corrente di internazionalismo. Se nel 2010 ci fosse stata la possibilità di avere diversi governi di sinistra in vari Paesi dell’Europa forse non avremmo sulle spalle 4 anni di crisi nera. Quattro anni in cui la Grecia è stata distrutta, mentre altri Paesi sono stati conciati per le feste. Ma ora non stiamo parlando di casi ideali e di ipotesi: Syriza ha la possibilità di governare e di decidere cosa fare. Se va al governo senza un piano, pensando di poter cambiare la Ue, la conseguenza sarà il caos. Devi sapere cosa fare e informare, legarti alla gente che ti ha votato.”

Quali sarebbero le conseguenze di una transizione a una moneta nazionale?

Bisogna sapere che la scelta è la morte lenta che stiamo sperimentando o uno shock controllato che può permettere una rinascita. Certo gestire lo chock non sarà una cosa facile: porre sotto controllo le banche, trovare sistemi per impedire la fuga di capitali, intervenire sui mercati energetici, alimentari e sanitari. Ci sarà bisogno di riserve per coprire le necessità di corto periodo fino a che la domanda non si sia stabilizzata. Tutto questo però può essere fatto in maniera razionale e controllata.”

Il suo lavoro si concentra sulla finanziarizzazione. Puó spiegarci cosa significa e quali le conseguenze sul capitalismo contemporaneo?

“Finanziarizzazione é una parola che si riferisce alla crescita del sistema finanziario che possiamo vedere nel mondo capitalista sviluppatosi negli ultimi tre o quattro decenni. Una crescita enorme della finanza in rapporto al resto dell’economia. Allo stesso tempo c’è anche un aumento del profitto finanziario. Una smisurata percentuale dei profitti proviene adesso dalla finanza. Lo possiamo vedere negli Stati Uniti e negli altri paesi. Sappiamo anche che il tipo di strato sociale che ne beneficia è ora molto diverso da prima: una piccola minoranza, ottiene una gran parte di questi benefici non dal fare credito, ma solo come remunerazione del lavoro nella finanza, sotto forma di bonus o stipendi o altro. Questo cambia la stratificazione sociale perché questo gruppo di gente ha un grandissimo potere di influenzare le politiche pubbliche.

Il mio punto di vista è che tutto questo si produce a un livello molto più profondo di quanto sembri, e che quindi rappresenta una trasformazione strutturale del capitalismo. Possiamo scoprire tre tendenze fondamentali. Primo, le imprese industriali e commerciali si sono finanziarizzate, il che vuol dire che non si appoggiano alle banche per fare i loro investimenti, ma che ottengono profitti dalla loro partecipazione diretta al sistema finanziario. Secondo, anche le banche si sono trasformate ed hanno cominciato ad ottenere profitti da altre banche. E il terzo elemento è che le stesse famiglie ed individui – i lavoratori dei paesi sviluppati – si sono finanziarizzati. Fanno più debiti ed hanno più attività finanziarie.”

Come devono adattarsi le lotte a questo cambiamento?

“Questa è una bella domanda sulla quale la sinistra deve cominciare a riflettere. Perché la storia è importante, ma dobbiamo adattare la lotta alle condizioni presenti e alle trasformazioni del capitalismo. Dobbiamo pensare a come opporci alla finanziarizzazione e a come invertirla. Pensare a come ripristinare la preponderanza del pubblico. Certo, bisogna pianificare come invertire la finanziarizzazione e come creare una banca pubblica, trovare la maniera di controllare i flussi di capitali, magari applicando dei limiti alla circolazione. Bisogna anche pensare a come riorganizzare l’economia produttiva. Per me, combattere contro la finanziarizzazione, invertirla, è la forma fondamentale della lotta al capitalismo di oggi.”


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