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Opposizione casuale

download (7)E’ come nei film di una volta quando compariva la scritta qualsiasi riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale. Così purtroppo accade in Italia: qualsiasi riferimento a idee politiche è puramente casuale. Basta aver i numeri per formare un gruppo purchessia per fare opposizione o da contrappeso a un governo al quale si è appena data la fiducia.

L’incredibile vicenda dei senatori M5S, espulsi per aver criticato lo streaming di Grillo contro Renzi, dunque per lesa guraggine e non per qualcosa di sostanza, ridà fiato a Civati, a sua volta spesso minacciato di espulsione dal Pd in caso di mancato allineamento, compresa la volta in cui Franceschini pretese un voto favorevole ad Alfano sulla vicenda  Shalabayeva. La diaspora grillina infatti permetterebbe di formare, assieme a Sel e ai civatiani superstiti nel Pd renzizzato, un nuovo gruppo di una trentina di senatori da contrapporre agli alfaniani. Ora non si sa bene quali affinità, programmi, idee, prospettive possa avere il nuovo gruppo, a parte le facilities previste per i gruppi parlamentari (2 milioni e 100 mila euro circa in questo eventuale caso, se non faccio male i conti).

Insomma per organizzare una qualche opposizione non hanno alcuna importanza le idee e nemmeno la voglia di cambiare le cose secondo prospettive condivise, ma le espulsioni e la casuale possibilità di mettere assieme un certo numero di persone. Inutile dire che questo difficilmente accadrà anche perché Civati è già stato minacciato di espulsione dal Pd  e negli ultimi minuti parla non di un gruppo, ma una “rete” che in qualche modo unisca la trentina di senatori che si suppongono a sinistra di Renzi e dunque anche dei diktat europei, tanto per parlar chiaro.

E’ abbastanza evidente però che le pratiche di lungo corso democristiano e berlusconiano ormai divenute normalità, l’aggio delle convenienze personali, spesso legate alla politica anche per ciò che concerne le carriere esterne alla stessa, il senso di appartenenza ad apparati e congreghe, l’abitudine al privilegio, la prospettiva di prebende, hanno giocato un ruolo pesante nell’incapacità di organizzare una opposizione credibile a governi sempre più chiaramente imposti da fuori. Questo mentre l’unica opposizione visibile, pur volonterosa, continua a vivere in un mondo costruito con il lego, senza veri luoghi di mediazione politica tra vertice, base, parlamentari divenendo così inefficace. Forse volutamente e qui si aprirebbe un altro abisso di questo Paese, forse con l’idea sorniona e furbetta che basti la non contaminazione ad assicurare il successo.

In ogni caso ciò che salta agli occhi è la mancanza di carburante politico nella politica come dimostra anche l’ascesa di Renzi, l’erraticità e l’accidentalità delle mosse, la subalternità finale al pensiero unico.  Opposizione occasionale appunto.


Questo è un Paese per Nessuno

italia-malataAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto qualcuno scrive: questo non è un Paese per giovani. Questo non è un Paese per donne. Questo non è un Paese per vecchi. È probabile semplicemente che non sia più un Paese. O  almeno che sia solo un posto dove stanno bene i ricchi, quelli che possono ancora godere di bellezze in via di decomposizione, di diritti ridotti a erogazione benevola e arbitraria, di certezze che si possano comprare come merci di lusso.

E comunque altro che scriteriata e creativa spensieratezza italiana, alimentata da sole, mare, pummarola, canzonette, questo  non è un Paese felice, né tantomeno soddisfatto.

Sai che selva di bandierine occuperebbe la geografia della scontentezza legittima e fisiologica, quella libera e disordinata, quella più o meno organizzata, quella che serpeggia e quella che affiora come un fiume carsico, quella che ci si stupisce che non appicchi incendi, quella che cova silenziosa e astiosa in attesa di identificare un nemico per scendere in una guerra infame come tutte le guerre: omosessuale, straniero, ebreo, donna, barbone.

Intanto contiamo gli “oppressi” a vario titolo, da “riforme”, “tagli”, Equitalia, Banche, quelli che si arrampicano come cavie instancabili su e giù per le scalette nelle gabbie dei prestiti, dei mutui, delle cessioni del quinto, delle tasse variamente denominate. Diciamo che ormai la percentuale, in salsa greca, è di circa il 90%, più o meno consapevole delle fattezze del dominio che si accanisce su di lei, Stato, sistema finanziario, padroni e padroncini, amministrazioni sleali. Di questo 90% fanno parte anche quelli che si sentono repressi nel loro diritto alla critica strangolata dal pensiero unico, quello di un potere fatto di vari gradi di servitori locali di una cupola globale.

E poi ci sono gli indignati, gli Occupy nostrani, poco ascoltati e pochissimo propagandati costretti a salire su torri e Piramidi, nella stupefatta sorpresa di Cuperlo, i senza casa, senza lavoro, senza cassa integrazione ma che protestano contro una globalizzazione che include solo a patto di precarizzare, che accoglie solo in previsione di ricacciare fuori al momento debito.

Che poi ci sono altri come loro, invisibili, che non rientrano più neppure nelle statistiche, quelle dell’Istat e le nostre, che non incontriamo più certi vicini, certi inquilini come noi,  certi clienti del supermercato. Ci sono poi gi antagonisti, quelli più smaliziati, quelli più strutturati, avanguardie di altri malesseri immateriali e non, quelli che identificano tecnostrutture “imperiali”, Tav, Ponti, Torri, Strade, Mose, piramidi inutili magari cominciate e che continuano a divorare risorse, che conviene promettere e non fare per tenersi buoni i signori dei progetti e del cemento. Ci metterei anche i non collaborazionisti, i micro-sabotatori, i corsari informatici, che non hanno grande spazio di manovra in una nazione che i ministri che si susseguono vogliono trasformare in uno smart paese, ma senza banda larga, in modo da estendere sempre di più la massa di esclusi, marginali, vittime.

Ah, c’è anche una èlite: non parlo dei soliti sospetti, le firme in calce, i voluttuosi volontari della minoranza, che si autoalimentano della loro aristocratica diversità. Parlo di chi su fronti solidaristici o laici, in forme più o meno organizzate di resistenza a poteri lobbistici e opachi, lavora magari a livello locale, tramite class action, esperienze di democrazia deliberativa, tentativi di rivendicazione di beni comuni.

Gente come me a vario titolo si sente di appartenere a “questo” altro Paese scontento. E che non è rappresentato in alcun modo da quelle organizzazioni che oggi si contendono la palma della democrazia. E’ più democratico un organismo politico che impone grazie a alte protezioni e medie complicità un premier non eletto, che interpreta in previsione di un amalgama unico interessi di pochi, che persegue una forma di partecipazione che esclude sistematicamente i cittadini dalle scelte, che propone come riforma del lavoro (e bisognerebbe denunciarlo per abuso di ambedue i termini) misure che limitano le libertà sindacali, che annientano le conquiste in previsioni dell’affermazione di quella economia informale, che sconfina nell’illegalità, senza regole, precaria, arbitraria. E che esibisce come un valore l’accondiscendenza ai diktat europei e all’egemonia finanziaria. Un partito che non espelle i dissidenti: non ne ha bisogno dato che impera l’autocensura, nel migliore di casi, l’interesse personale, l’ambizione, l’irriducibile attaccamento a condizioni di privilegio, anche fosse limitato solo a una tribuna pubblica dalla quale esprimere “diversità”.

O è più democratico un movimento che fa del disordine una virtù ma della disciplina ferrea un caposaldo grazie a un interessante ossimoro, lo stesso che, criticando la natura plebiscitaria e populista del “partito padronale” di Berlusconi, rivendica la forma di democrazia partecipativa e diretta tramite qualcosa di altrettanto populista, ma ancora più immateriale, discrezionale e incontrollabile, il Web. Grazie al quale monta processi, guida espulsioni, induce a vergognose abiure. Dubito che Grillo o Casaleggio abbiano letto Simone Weil che nel 1943 preconizzava la benefica fine dalla forma partito e alla sua vocazione totalizzante e illiberale. E altrettanto dubito di qualsiasi lettura di Renzi che non sia Dylan Dog, men che meno quella di Osborne e Gaebler che prefigurano un nuovo paradigma organizzativo, “l’organizzazione catalitica”, una coincidenza di partito e governo che si limita a decidere ma non a eseguire, lasciando il secondo compito all’economia, all’amministrazione, a una classe di tecnici e funzionari che facciano di conto come, lo sottolinea proprio oggi il Simplicissimus,  non sa fare Del Rio.

Siamo sempre più spaesati a casa nostra, chi si è collocato in alto a distanze siderali, accarezza impudentemente gli scolaretti o indirizza cachinni e sberleffi indiscriminati ma è lontanissimo e indifferente. Quanto ormai siamo distanti noi da loro. Tanto che qualcuno spera in salvezze calate dal Partenone. Mentre la via salvifica è quella delle riappropriazione della responsabilità, del riprenderci le decisioni a cominciare dalla liberazione  dalle cravatte europee, di marca, di seta, ma che strangolano come i soliti cappi dei boia e che vanno di moda su vari costumi locali, ungheresi, ucraini, italiani.

 

 


Streaming yourself

StreamingGrilloRenzi1-568x254Non mi metterò certo a ipotizzare chi abbia vinto nel duello streaming tra Grillo e Renzi, a strologare se il guru del M5S sia “fascista” come dice qualche piddino posseduto dagli alieni o se Renzi abbia fatto scena muta semplicemente perché appena fuori dal mellifluo ambiente di partito o dei media amici, non ha nulla da dire. Lascio il compito ai mass mediologi veri o presunti perché la cosa vera è che ancora una volta hanno perso i cittadini.

Grillo è andato da Renzi a dirgliene quattro che è poi quello che volevano gli iscritti e lo ha fatto nel suo modo da uomo di spettacolo, è stato come un torrente in piena a cui Renzi non ha saputo far fronte, non perché sia un “democratico”, ma proprio perché al di fuori di un contesto in cui non può far valere il perso dell’autorità, non è stato in grado di sfoggiare la solita parlantina e si è limitato a qualche battuta. Figuriamoci come sarà loquace di fronte alla sua grande elettrice, ossia la Merkel, che non è simpatica come Grillo, ma che è una specie di panzer quando vuole raggiungere uno scopo come sa chi è in grado di seguire le conferenze stampa della cancelliera o le sue repliche in Parlamento. Tuttavia è stata un’occasione mancata per Grillo di stringere all’angolo l’avversario, di stanarlo dall’antro degli slogan e  magari per Renzi di mostrare che invece dietro lo spot c’è davvero un prodotto: forse perché entrambi erano impari rispetto a questo compito. I cittadini sono stati privati di un momento di verità per capire chi è davvero il premier in pectore, ancora una volta sono stati defraudati di un’informazione che non fosse quella autoreferenziale dello scontro di fronte alla telecamera.

Se fossi stato nel “portavoce” del M5S dopo aver sottolineato i voltafaccia dell’ultimo mese invece di affermare tout court che Renzi è l’uomo dei finanzieri (non quelli in divisa, s’intende) avrei semplicemente chiesto a Renzi dove concordava e dove dissentiva rispetto alla lettera che un gruppo di economisti tra cui Guido Rossi e Luciano Gallino avevano scritto un anno e mezzo fa proprio sulla carenza e la distorsione della realtà operata dai media e dalle istituzioni:   “La politica è scontro d’interessi, e la gestione di questa crisi economica e sociale non fa eccezione. Ma una particolarità c’è, e configura, a nostro avviso, una grave lesione della democrazia. Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e un’intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell’opinione pubblica. Le scelte delle autorità comunitarie e dei governi europei, all’origine di un attacco alle condizioni di vita e di lavoro e ai diritti sociali delle popolazioni che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate … come comportamenti obbligati … immediatamente determinati da una crisi a sua volta raffigurata come conseguenza dell’eccessiva generosità dei livelli retributivi e dei sistemi pubblici di welfare. Viene nascosto all’opinione pubblica che, lungi dall’essere un’evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista ben definito (quello della teoria economica neoliberale), oggetto di severe critiche da parte di economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori.” 

Ecco credo che sarebbe stato l’ideale per saggiare la consistenza del monologhismo di provincia del Renzi, direttamente derivato da Amici miei, ma anche il modo per gettare una luce più generale sul depistaggio sistematico a cui siamo esposti dalla lente anamorfica dell’informazione. Cosa avrebbe detto Renzi che sceglie i propri consiglieri, padrini e finanziatori proprio nel campo del liberismo?  Capisco che lo scontro fra due personalità sia più appassionante dal punto di vista dello spettacolo, ma per questo esiste la fiction. E forse sarebbe bene cominciare a rendere la politica un genere a parte se vogliamo scrivere il copione del nostro futuro.


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