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Lettera dalla pancia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono la pancia del paese, quella cui tutti parlano, pretendendo di interpretarne appetiti e borborigmi, mentre la vuotano, per riempire quel vorace ventre incontentabile di pochi insaziabili.

Sono la pancia de paese, affamata e incazzata. Per questo non mi importa un granché delle espulsioni, quelle sgangherate dei 5stelle poco inclini a adempimenti ragionieristici in merito a stipendi così lauti da rappresentare un affronto per troppi, o quelle felpate del partito della Nazione, interessata invece come sono alla cacciata dal contesto “civile” delle ragioni di che non ha voce nei talkshow, di che per esprimere critica ha solo la piazza.

E ben poco mi avevano interessato le risse tra deputati, dei manrovesci dei questori, che dopo i lanci di mortadelle a sigillo di decenni di  occupazione dei palazzi istituzionali da parte di usurpatori del mandato elettorale, di incoronati senza nemmeno prerogativa dinastica, di scambisti dediti a vorticosi giri di poltrone.   Quando guardavo da quella parte ed ero di buonumore ne ridevo come di una baruffa al casin dei nobili, come di uno di quei duelli mimati tra malavitosi, attenti a non farsi male, messo in scena per darcela a bere che tra i contendenti esistesse una qualche differenza ideologica, ideale, morale. Se invece ero mal mostosa e irascibile, mi indispettivano almeno quanto le condanne perbeniste dei clan e dei circoli di affini, ipocritamente convinti che fossero, quelle offese al bon ton, i veri attentati alla democrazia e non ben altri oltraggi, ben altre espropriazioni, ben altre lesioni delle regole, della libera espressione, dei diritti, primo tra tanti quello a partecipare della vita pubblica e delle scelte. E, oggi, come se ci fossero differenze non solo formali tra gli espulsi dal gran maleducato e la soffice rimozione di Mineo, come se l’imposizione di figurine Panini in cima alle liste, sempre le stesse in un acrobatico “partito di giro”, fosse più democratica della nomina da parte di una ristretta cerchia di aficionados del web, come se la liturgia delle primarie – perfino quella ormai malvista dal dittatorello di Rignano e dalla sua compagnia – fosse più rispettosa della partecipazione e della democrazia delle consultazioni in rete. E come se fosse più grave non interloquire con il premier meno credibile degli ultimi 150 anni, che chiudere la porta in faccia alle rappresentanze, alla negoziazione e alla concertazione.

Sono la pancia del paese e ogni giorno di più sono incline a una certa diffidenza nei confronti del gioco delle parti, delle liti più o meno simulate, di chi fa la voce grossa coi deboli e quella querula coi forti. Ho imparato a attribuire il giusto valore alle intemperanze delle opposizioni: sono il minimo che si possa esprimere quando viene praticata una esclusione organizzata  dalla discussione parlamentare, con il martellamento di richiami all’ordine, con le ghigliottine, con il continuo ricorso alla fiducia, con la cancellazione, anche grazie a una presidenza venuta da Sel, dei meccanismi legittimi e legali di dissenso.

Sono il minimo e siccome sono diventata sospettosa, forse per la fame di pane, lavoro, ascolto, non mi basta. Perché i 5stelle pretendono anche loro di intercettare i miei umori, di rappresentarli e testimoniarne, ma hanno perso, se mai l’hanno avuto, il senso del m. E non possono arrogarsi la comprensione di quell’istinto di rivolta che ormai mi prende  di fronte alle disuguaglianze, né tantomeno di istituzionalizzarlo, legittimarlo e dirigerlo e governarlo dentro ai palazzi.

Se non è vero che questo avviene in ragione del fatto che sono una opposizione “distruttiva”, assimilabile ai gufi, a fronte di un partito unico, media altrettanto unici, tutti intesi a dimostrare indole “costruttiva”, soprattutto di opere inutili, di edilizia superflua, di riforme demolitrici della democrazia, la loro distanza è invece  ormai accertata, e proprio per l’incapacità non tanto a dare risposte pragmatiche, ma a immaginare “altro” da questo, a questa realtà e a questo presente, a reinventarsi la vita e la politica, a riconoscersi oltre al  generalizzato unanimismo intorno a parole d’ordine e slogan, pensate per compiacermi, per calmare la mia fame col vapore che esce da pentola nella quale bolle l’acqua con dentro i sassi, messi là per fare rumore.   Un borbottio che non sa nascondere posizioni cripto fasciste, piccole infamie razziste, la pochezza di pensieri nati in uno dei cortili italiani che paradossalmente ha lasciato spazio a un altro cortile, più radicato, più ingeneroso, capace di captare e catalizzare il marcio che la disperazione sa nutrire, il veleno che la miseria alimenta, l’abiezione che la paura fa affiorare e sdogana.

Ho ascoltato con stupita desolazione la Taverna gridare”non sono una politica, non sono una politica”, a discolpa sua e di un’organizzazione che invece dovrebbe reclamare di essere politico e in quanto tale agire in nostro nome e nel nostro interesse.

E, ormai disincantata, mi ritrovo a dire “sono tutti uguali”: si vede proprio che non esiste via virtuosa al potere, nemmeno quello mediocre per non dire miserabile, di qualche certezza, di qualche garanzie, di qualche puntello quando tutto cede alla rovina e crolla.

 

 


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