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Lezioni di sindacato dalle Cayman

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dovrebbe essere contento il premier modernista che, nel solco della tradizione di una nazione di poeti, artisti e stilisti, alla finanza creativa si aggiunga il sindacato creativo.

E invece no, non gli piacciono gli inventori di scioperi “ingiustificati” e distruttivi, come direbbe il neo iscritto alla sezione Pd delle Cayman, il palco dei piccoli chimici dell’antagonismo futile. E soprattutto non gli piace la cerchia di sfaccendati “che non hanno mai lavorato”, che mestano nel torbido per tutelare rendite parassitarie, che in sostanza, fa intendere, vorrebbero togliere al ceto politico l’esclusiva dello sfruttamento scroccone ai danni dei poveracci tramite scioperi “politici”. E proprio come gli accademici che vogliono insegnare come deve comportarsi al movimento degli studenti, proprio come i padroni abituati a contare le fiches del gioco d’azzardo finanziario, che vogliono indottrinare gli operai su come si fatica, il Renzi impartisce lezioni su come e quando manifestare:  mai prima del ponte, mai contro un governo doc, continuatore, a detta della purtroppo evergreen Fornero dell’opera restauratrice dell’era Monti ma in peggio, mai per danneggiare l’immagine di un operoso paese  dedito all’ubbidienza, in modo da attrarre compratori esteri in cerca di facili bottini, come se proprio grazie ai vent’anni precedenti, al condannato e agli impuniti della politica, dell’impresa, dell’evasione, oggi definitivamente legittimata, e al susseguirsi dei peggiori governi degli ultimi 150 anni  predoni internazionali non si fossero già mangiato gran parte del Bel Paese, lasciando solo le croste.

E come se non bastasse accusa il sindacato di tutelare solo gli interessi dei garantiti, di quelli del posto fisso, come se ce ne fossero ancora al di fuori dell’inattaccabile cerchia dei boiardi e delle loro partite di giro, dei nominati e incoronati che si fanno leggi appropriate per non cedere mai il posto e trasmetterlo a dinastie di altrettanto inviolabili eredi. Imputa loro con indegna sfrontatezza, e dio sa quante colpe possiamo addebitare a  rappresentanze smidollate e castali che negli anni hanno lasciato soli i lavoratori, con poche eccezioni, di non salvaguardare le vittime delle sue politiche, dettate dai suoi padroni. Come se non fosse universalmente noto che uno degli obiettivi della giuliva mobilità, della profittevole precarietà, delle loro tutele crescenti, è proprio rompere qualsiasi fronte dei lavoratori, sradicarli da un contesto nel quale si possano riconoscere tra loro e coltivare solidarietà, identificando interessi comuni, come se la loro competitività non mirasse a nutrire conflitti tra ricattati, inimicizia e contesa divisiva anche tra uguali e perfino di chi sta male contro chi sta peggio, rottura di ancestrali vincoli tra generazioni, la compiacenza verso un clima che favorisce sentenze oltraggiose, l’impiego geometrico del diritto a danno dei diritti.

La guerra di classe di chi ha contro chi non ha, incrementa la sua mutazione antropologica, assoldando pattuglie di specialisti nella lotta contro il lavoro i suoi valori i suoi diritti, la cittadinanza, la rappresentanza e infine la democrazia, facendo dell’disuguaglianza una necessità inderogabile, della rinuncia un doveroso realismo, dell’appagamento dell’avidità dei padroni, dei finanzieri, degli investitori,  la molla fatale e ineludibile per la creazione di una ricchezza che distribuirà chissà quando e chissà mai la sua polverina d’argento in giro, che magari qualche granello ne cascherà sui poveri. Beh non è polvere d’argento, è polvere da sparo e i cannoni sono puntati contro di noi.


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