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A Strasburgo per i servizi antisociali

l43-parlamento-europeo-strasburgo-140217185230_mediumMagari c’è qualcuno che ancora s’indigna vedendo le liste per le europee di Forza italia infarcite di condannati e inquisiti a più non posso in una benemerita e preventiva azione svuotacarceri. Qualcun altro può rimanere perplesso per l’infornata di insulsi ricicciati della politica presentati dal Pd. Ma che importa, mica si tratta di mandare persone competenti, intelligenti, combattive e tanto meno oneste: andranno tutti a Strasburgo a fare il servizio antisociale che si concreta poi nel fornire una cornice estetica all’inesistente democrazia europea.

Sono comparse dentro un palazzo vuoto che non decide un bel nulla e che al massimo dona una sorta di diritto di tribuna a qualche personaggio fuori le righe. il parlamento di Strasburgo è soltanto un luogo simbolico e magari anche mediatico, mentre tutte le decisioni passano per due filtri, il Consiglio e la Commissione che rappresentano le gli stati e assieme le lobby e gli interessi dei potentati. L’unico modo del Parlamento europeo ha per riempire il vuoto è quello di contestare se stesso e la governance europea.

Del resto inutile nascondersi che da molti anni, sono abbastanza vuoti anche i palazzi e le cerimonie del potere nazionale che ubbidisce a logiche e a comandi che vengono da altrove e che poco o niente hanno a che fare con i cittadini, con il lavoro, con la rappresentanza: il cambiamento negli anni della crisi è stato solamente estetico e funzionale passando dal tycoon sempre più a corto di viagra politico, al sobrio Monti, allo spento Letta e all’anfetaminico Renzi. Sempre più giovani, sempre più marionette. Che possono saltare e gridare senza grandi limiti perché non c’è alcuna opposizione al pensiero unico, nessuna visione complessiva di un altro modo di essere della società, ma solo la contestazione disaggregata dei problemi via via più ampi che pone il liberismo e il suo esplicito piano di ritorno al lavoro servile.

So che molti storceranno la bocca di fronte a queste parole perché la cosa più difficile è credere che stia succedendo davvero. Che il mondo conosciuto fino ad ora dalle generazioni in vita si stia disgregando: è solo un momentaccio, ci sarà la ripresa, almeno ci si è liberati delle vecchie classi dirigenti, Renzi è il nuovo, tutto tornerà come prima, in fondo ci sono le quote rosa, devo ubbidire per conservare il lavoro. Tutti questi alibi e necessità impediscono di uscire dalla gabbia. E in un certo senso anche l’indignazione per i grassatori da inviare a Strasburgo ne fa parte: a cosa mai potrebbero servire dei galantuomini o dei veri politici nello scenografico parlamentino europeo se non a dare l’impressione che si tratti di una costruzione in pietra e non un disegno su tela e acrilico?


Houston, abbiamo un problema: Napolitano

220px-Astronaut-EVAAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri sera su Rai3 sono andate in onda le interviste a due uomini che parlavano dallo spazio siderale. Uno è giustificato, di mestiere fa l’astronauta.

L’altro invece ha coltivato la distanza dal pianeta e dalle terrene esistenze come una virtù necessaria all’esercizio di un potere ormai esplicitamente dispotico, come a sancire una superiorità che giustifica la sua pedagogia e la sua didattica, dispiegate in tutti i campi, non come un padre, ma una divinità sottoposta alla metamorfosi sacra, da grigio funzionario a venerabile maestro o sacerdote di una religione, le cui liturgie propagandistiche ha officiato con l’abituale sussiego.

Grazie ai buoni uffici del molto ringraziato Fazio in trasferta, è andata in onda lo spot della mamma Ue, un Mulino Bianco comunitario, officiato dal monarca Giorgio I, che ha combinato la più vieta retorica sui padri dell’utopia federale con la pensosa riflessione su perdonabili inadempienze, insieme all’auspicio che Presidenza e Parlamento possano in futuro rappresentare con più compiutezza la volontà dei cittadini elettori. Stupisce l’ostinazione con la quale i satrapi dell’Ue ci vogliano persuadere che per arricchire la partecipazione e per esaltare la sovranità sovranazionale, sia condizione necessaria e sufficiente ridurre quelle interne, come se per essere europei più ricchi fosse indispensabile essere italiani più poveri. E infatti fino ad oggi così è stato, secondo quella logica della doverosa rinuncia, della imprescindibile cedevolezza ai ricatti, che ispira il pensiero occidentale e le aberrazioni del sistema economico mondiale. Così all’augurabile pronostico, proclamato con toni vibranti, di rappresentanze direttamente scelte ed elette dagli europei, corrisponde sfrontatamente il progetto di un parlamento sempre più somigliante a un’autorità di nominati, all’incremento dei poteri di un premier per non dire di quelli del Presidente, della prassi consolidata della decretazione d’urgenza e del ricorso alla fiducia, nel contesto di una riforma che altro non è che una fotocopia peggiorativa della precedente, delegittimata dalla Corte Costituzionale.

Ma si tratta di particolari, che lasciano il tempo che trovano, delle solite lagnanze di euroscettici disfattisti, che non hanno compreso l’irrinunciabile valore dell’adesione cieca ed ubbidiente ad una superpotenza, che al suo interno ripropone la logica delle disuguaglianze con partner ricchi che comandano e parenti poveri costretti a subire, ma che poi mostra tutta la sua inadeguatezza marginale e la sua subalternità, rispetto a terribili e non certo inattesi stravolgimenti mondiali, perfino quando avvengono ai suoi confini.

È che l’utopia, nata in un’isola e che avrebbe dovuto farci uscire dal vergognoso isolamento cui ci aveva condannato una tirannide, è diventata una galera, un’istituzione totale, nella quale le catene della repressione sono costituiti da una moneta unica e da vincoli iniqui imposti da trattati capestro, da mostri giuridici che tengono legati indissolubilmente, e non federati, Stati che viaggiano chi avanti e chi indietro con differenti velocità, con una Banca centrale priva di sovranità monetaria, al servizio dei poteri forti interni ed esterni, che sta attuando un golpe dichiarato, usando la crisi per legittimare ricette che hanno come obiettivo la privatizzazione dei beni comuni, lo smantellamento dello stato sociale, l’impoverimento del sistema dei diritti, il rafforzamento dell’egemonia finanziaria, l’impoverimento del lavoro e delle sue garanzie in favore della precarietà generalizzata. Ma soprattutto mirato all’attacco alla democrazia, effettuato a colpi di trattati e direttive e facilitato dall’infiltrazione nelle istituzioni di rappresentanti del potere delle grandi società finanziarie, di membri dei loro pensatoi, di boiardi e manager, azzurri o rosa che siano, di tecnici mai super partes, di uomini nuovi nominati o vecchi irremovibili.

Il fatto è che anche l’utopia europea ha fatto la fine delle altre, del riscatto dallo sfruttamento, della redenzione dal ricatto. Ne abbiamo avuto, semmai servisse, testimonianza ieri sera, per bocca di qualcuno che con successo ha fatto parte di una formazione che via via ha dismesso ogni possibilità di immaginare e desiderare un’alternativa, che ha subito il tallone di ferro del profitto come ineluttabile, che si è arreso all’implacabilità del capitalismo e delle sue aberrazioni rinunciando perfino ad addomesticarlo col riformismo, che ha volontariamente e con determinazione rimosso la sua storia e la sua missione e giù giù è precipitata fino all’apparentamento più osceno con chi doveva fisiologicamente rappresentare il nemico, fino ai patti più scellerati, stretti voluttuosamente e sfrontatamente, con quelli contro i quali ci si doveva unire e vincere la battaglia del riscatto. Ci condannano all’ergastolo e ci danno addosso se immaginiamo un’evasione ragionevole. Ma si sa sono altre le evasioni tollerate qui da noi, sulla terra.

 

 

 

 

 


Tav: questo è il Parlamento di scherzi a parte

Il-popolo-dei-No-Tav-a-Roma-16_multimedia_full“Il presente Accordo non costituisce uno dei protocolli addizionali previsti all’articolo 4 dell’Accordo firmato tra i Governi italiano e Francese… In particolare non ha come oggetto di permettere l’avvio dei lavori dei lavori definitivi della parte comune italo-francese, che richiederà l’approvazione di un protocollo addizionale separato, tenendo conto in particolare della partecipazione definitiva dell’Unione europea al progetto.”

Il senato ha approvato questo memorandum di intesa che in realtà non dice nulla, ma era stato voluto da Monti per dare l’impressione che la Francia fosse davvero interessata all’inutile opera, del resto da tempo già esclusa dalle priorità del sistema ferroviario transalpino. Insomma era in gran parte una cortesia diplomatica che tuttavia nelle premesse escludeva con chiarezza – come è facile leggere – qualsiasi operatività, rimandata a data da destinarsi e probabilmente non prima del 2030 -2040 come dice un rapporto ufficiale del Parlamento francese. Tanto che la stampa transalpina nemmeno ne aveva parlato. Eppure questo voto sul nulla è stato voluto e presentato come l’irreversibilità della Tav rientrando in quegli accordi internazionali intoccabili che sappiamo.

In pratica il Parlamento con la complicità del sistema mediatico che lo copre, sta prendendo in giro i cittadini, non solo buttando via quattrini inutili, ma ancora una volta facendo credere che è “necessario” andare avanti con i lavori essendo ormai legati da un accordo con la Francia. In realtà il memorandum di intesa, che era misteriosamente scomparso per un anno, mentre specifica le varie parti della torta, è un chiarissimo invito a soprassedere e a ripensarci in tempi migliori e specifica la sua natura puramente interlocutoria. Questo perché non basta certo un voto consultivo del parlamentino di Strasburgo per far comparire i fondi europei destinati a coprire il 40% dell’opera (l’Italia dovrebbe metterci il 35%): il riferimento ai fondi Ue è infatti puramente teorico e volto proprio al rinvio. Ma c’è anche il problema che l’Europa potrebbe ipoteticamente dare una mano per il tunnel, ma non per l’insieme dell’opera per la quale occorreranno non meno di 35 miliardi di euro che non ci sono né a Parigi né, tanto meno, a Roma: senza questo insieme il tunnel i cui costi sono destinati a triplicarsi, non serve a nulla.

Intanto la Francia ha varato un piano di ammodernamento ferroviario che impegnerà il Paese per un decennio e da cui è esclusa completamente la Torino – Lione, tra l’altro già investita da scandali anche al di là delle alpi: casualmente il membro di una commissione di inchiesta sugli appalti era il fratello del presidente dell’azienda appaltatrice. Ma qui il sistema politico per poter mandare avanti i lavori, probabilmente già da tempo oggetto di grande e concreta riconoscenza che non può assolutamente essere tradita, ha bisogno di creare la favola dell’irreversibilità per portare avanti oggi e in condizioni drammatiche, lavori che, semmai, potrebbero essere utili fra trent’anni, ammesso che il traffico cresca e non continui a diminuire come negli ultimi quattro lustri al punto che le linee esistenti sono sottoutilizzate.  E in nome della stessa fasulla irreversibilità cercare di colpire ogni contestazione, come prova generale di un sistema sempre più autoritario.

Insomma un vero raggiro. E guai se lo denunci.


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