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Leopolda, prima stazione della Via Crucis italiana

Veduta prospettica della stazione Leopolda

Veduta prospettica della stazione Leopolda

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Altro che “ditta”. Gli stati generali del Partito della Nazione – e già il nome fa venire i brividi – si terranno alla Leopolda, ma andrebbe bene anche la magnificenza dell’outlet  Fashion District di Valmontone, grazie alla generosa munificenza di una pletora di sponsor, autoproclamatisi supporter del grande rinnovatore, rispondendo alla sua personale chiamata alle armi in nome dell’Italia. L’evento ha un profondo significato simbolico, ratifica la definitiva commercializzazione della politica,  conferma modi, luoghi e management del brand, racconta del suo marketing, sigilla il ruolo egemone della fondazione, fondativo, appunto, di una istituzione che si riferisce idealmente al sistema bancario, a circoli esclusivi basati sul censo, sull’appartenenza, sulla fidelizzazione.

Talmente liquido che è impossibile dare forma alla sua acqua, tanto che la frigida distanza dalla cittadinanza lo congelerà in un blocco inattaccabile da dialogo, partecipazione, critica,  permeabile invece all’adesione di ambizioni, arrivismi e personalismi, purché controllati dal bravaccio che si incarica anche così di ratificare una volta per tutte la fine della democrazia, imponendo, con alte correità, un regime autoritario nel quale il piccolo despota  della fazione dominante potrà con­trol­lare tutti gli snodi della deci­sione poli­tica,  dando vita ad un’oligarchia neo­feu­dale. «Il Pd deve essere un partito che si allarga,  ha chiarito durante la Direzione, deve contenere realtà diverse. Io spero che da Migliore con Led fino ad Andrea Romano che con quella parte di Scelta Civica che vuole stare a sinistra ci sia spazio di cittadinanza piena». E Romano, ex fedelissimo del professor Mario Monti, lo celebra: «Matteo Renzi oggi ha disegnato i confini politici e culturali di quel nuovo partito che serve alla trasformazione storica nella quale è impegnata l’italia. Un partito capace di allargare i tradizionali insediamenti sociali e culturali della sinistra italiana, aprendosi finalmente ai temi liberali e rispondendo al bisogno di rilanciare il nostro bipolarismo in chiave europea».

E come no … il nuovo Senato, che dirige le ruspe contro l’architettura costi­tu­zio­nale e che, insieme all’ipotesi dell’Italicum, scardina dalle fon­da­menta la rap­pre­sen­tanza demo­cra­tica, alte­rando la natura dello Stato., la guerra ai diritti essen­ziali del lavoro che tradisce i principi della Repub­blica anti­fa­sci­sta,  la negazione della concertazione fino al dileggio dei sindacati, il ripetuto tradimento perpetrato nei confronti del mandato parlamentare che rende tutti gli eletti del Pd ugualmente complici, il reiterato e sfrontato ricorso alla fiducia, sono gesti provocatori e dimostrativi della volontà di attuare nella nazione una  nuova forma di governo valida a sostituire alla sovra­nità dello stato quella del capi­tale privato.

Quante volte abbiamo sentito pronunciare la fosca minaccia: finiremo come l’Argentina. Magari.  L’Argentina è ancora un paese sovrano, malgrado il malsano “aggancio” con il dollaro. Noi no.  I governi che si sono avvicendati ci hanno consegnati, togliendo di mezzo la molesta democrazia costituzionale. Superfluo  il twopacks che condiziona la manovra di bilancio all’approvazione della Commissione, rendendo il dibattito  una stanca liturgia: possiamo aspettarci qualche rituale rigo di matita blu, così per riconfermare chi comanda.  Illusoria la speranza di una mitigazione parlamentare, dopo la silente costituzionalizzazione del pareggio di bilancio. Improbabile un risveglio popolare: siamo ormai anestetizzati dalla perdita e dalla malinconica rinuncia a ogni riscatto.

Il Partito della Nazione mette il lievito sul suo crack, il carburante sulla disfatta della sua giovane e vulnerabile democrazia.  I suoi promotori aspirano a essere assoldati dall’esercito di quel regime politico, non istituzionalizzato, ma ancora più potente di ogni singolo stato, di carattere internazionale e addirittura planetario; un potere che si  è autoproclamato insidiosamente, senza nemmeno bisogno di elezioni, di consenso, perché la sua forza nasce appunto dalla negazione della politica, per affermare il dominio e la guida  del profitto, del lucro, dell’accaparramento, per appagare l’inestinguibile avidità dell’accumulazione predatoria. Si sono messi al suo servizio e ora temono di essere scaricati per dimostrata incapacità, hanno paura di elezioni, benché ormai svuotate di senso,  di legittimità, paventano che il commissariamento diventi talmente totale e che occupi ogni spazio, si da renderli definitivamente inutili.

Dietro alle frasi proterve, alle spacconate da bulli comincia a circolare la paura. Noi ora, che non abbiamo  più nulla da perdere, potremmo essere più forti, ricordiamocelo.

 

 

 

 

 

 

 

 


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