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Il giornalino di Gian Burrasca del Pd

imagesAnna Lombroso per il Simplicissimus

Dalle finestre di casa nostra che affacciavano sullo stretto rio, che sfociava in Canal Grande all’altezza di San Samuele, si poteva vedere il ponticello davanti alla scuola elementare frequentata da mio fratello Paolo, ragazzino pensoso e riservato. Che in quei giorni di freddo era andato a scuola con un bel berretto a righe sgargianti comprato da papà e mamma in un viaggetto in Francia. Paolo se ne vergognava un po’, ma era un regalo, quindi l’aveva calato fino alla fronte e via a scuola.

Quel mezzogiorno di gran gelo mia mamma  si affacciava di continuo per controllare che mio fratello lo indossasse. E ecco i ragazzini uscire, grida, colpi di righello sulla cartelle, duelli con la stecca e poi tre bulletti che gli si avvicinano, gli sfilano il cappello e lo buttano in canale. E lui: per stavolta non vi faccio niente, ma la prossima …  Ripesca il cappello sotto lo sguardo trepido di mamma, torna a casa, il berretto con il capriccioso pompon  viene sostituito con altro più sobrio, i genitori si complimentano per l’atteggiamento ragionevole e maturo del figlio. Ma due o tre giorni dopo la storia si ripete, i soliti tre  guappetti vocianti gli strappano il cappello, e lui, di nuovo: stavolta ho avuto pazienza, ma la prossima. Capii allora che il mio eroe ragazzino, il mio mito domestico sarebbe stato un combattente differente, un resistente calmo, dignitoso, che forse si sarebbe aperto la strada con fatica, ma senza sopraffazione e arroganza, senza pugni a rispondere ai pugni. E fu così.

Mi perdonerete il bozzetto familiare, ma erano altri tempi e la leggenda che circola sulla cosiddetta opposizione interna al Pd mi conduce a pensare che a volte la ritrosia a combattere dei ragazzini, quelli sì viziati, sconfini nella codardia, se ad ogni “prossima volta”, che arriva sempre, si piegano al bullo burbanzoso per i più disparati motivi, paura di perdere il cappello che hanno appoggiato a occupare il posto, malintesa disciplina di un partito che non c’è più, ancora più travisato “entrismo”, istinto alla sottomissione.

È che non se ne vogliono andare. E dire che il Renzi, molto più gradasso dei ragazzini della scuola Scarsellini le ha provate tutte: sbertucciarli, emarginarli, schernirli, ricattarli, pur di mandarli via –  vecchi e giovanotti attempati, che preferiscono farsi lavare i panni in casa da “mamma” e trovare la cena in tavola –  in modo da avviare una bella scissione, in modo da poter mettere solo il suo nome in ditta, in modo che vengano cancellati a un tempo memoria, principi ormai annebbiati, ideali da tempo sfocati, passioni infine spente. In modo che non resti traccia molesta di quella missione di rappresentanza  della volontà di affrancamento degli sfruttati, di quell’impegno in difesa di diritti e conquiste, di quel ricordo sia pure sbiadito di una stella polare che illuminava sfolgorante le tre parole: libertà, fraternità, uguaglianza, che pure avevano avuto e dovrebbero avere più successo di ogni slogan di questa nostra funesta contemporaneità.

E d’altra parte perché stupirsi se voteranno il Job Act? Hanno votato il fiscal compact, la legge di stabilità, appoggiato la riforma Fornero, lo stravolgimento del Senato, la beffa delle province, diranno si allo Sblocca Italia.  E vedrete se non saranno compatti nell’accettare l’infamia che mette il sigillo ad anni di tolleranza colpevole e acquiescenza parziale a quel conflitto di interesse che ha portato alle leggi ad personam, alla privatizzazione della rappresentanza, aprendo la strada allo stravolgimento della Costituzione e all’abbattimento della democrazia. Vedrete se non voteranno tutti insieme quella bozza che arriva in parlamento dopo dieci anni e che dovrebbe sostituire il testo scritto in pieno governo berlusconiano dal ministro Franco Frattini, scritta da un altro irriducibile, quel Paolo Sisto che può vantare nel suo curriculum  l’emendamento “salva ruby” in difesa dell’ex Cavaliere, e che è stata votata in commissione da quasi tutte le forze politiche senza fiatare  a cominciare dal Pd, assenti in segno di protesta solo i deputati del Movimento 5 stelle. E che non prevede l’incompatibilità post-carica, non definisce il conflitto, permettendo la conoscenza dei propri interessi privati al titolare della carica pubblica, delega la sorveglianza a una commissione di “5 componenti nominati dal presidente della Repubblica che li sceglie, sentititi i presidenti di Camera e Senato, tra persone di notoria e indiscussa capacità e indipendenza” (sic) e che risparmia non solo le “alte cariche”, ma salva alcune eccellenti presenze: Bombassei, Colaninno, ed altri che pure conoscono a menadito volume e collocazione dei loro beni.

Da tempo mi chiedo se Tangentopoli sia stata la causa della disaffezione di massa per la politica, o se invece, più probabilmente,  sia la c0onseguenza di un più precoce distacco, di un disincanto, di un allentarsi delle tradizionali “fedeltà”, dello scolorirsi di una lealtà a idee ed appartenenze, sostituite da affiliazione, fidelizzazione, interessato assoggettamento, quando la retorica egoistica del benessere a portata di tutti, del consumo doveroso ha sostituito i miti dell’uomo nuovo, di società diverse e più giuste. Ripensando a chi si è prestato alla ridicola liturgia delle primarie, appagato di presenziare a una cerimonia collettiva, impegnativa meno di una scampagnata, a chi allora si è prestato a sottoscrivere un patto con un partito che voleva – è evidente – arrivare a questo, alla dismissione di pensiero, ragione, valori e idee in favore della comoda collocazione in posti e ruoli, del consolidamento di privilegi e rendite di posizione, viene da dire che se lo sono meritato il teppista che gli strappa il berretto in un giorno di gelo. E altro gelo verrà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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