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Sutor, ne ultra crepidam

E’ nervoso Della Valle parlando della pubblicità che  ha fatto uscire sul Corriere “Politici ora basta”, conciona della casta, dice “Vergogna” e gesticola veloce mentre i braccialettini da billionaire, si agitano come il sonaglio del cobra.

A guardarlo si ha proprio l’idea plastica di un mondo imprenditoriale, arrogante come dovunque, infingardo come solo in Italia, un mondo  che sotto gli abiti di sartoria e il linguaggio di sussiego, ogni tanto fa baluginare il bagnino, il tipino da spiaggia, il tanghèro da balera: Prego, vuol ballare con me ?” Grande ingordigia e piccoli orizzonti.

E invece parla di politica, mentre din din fanno i braccialetti.  A me viene in mente Plinio il vecchio: sutor ne ultra crepidam, ciabattino non andare oltre i sandali. Anzi in versione marchigiana, scarparo occupati di ciò che sai fare. Perché a leggere la pubblicità politica di Della Valle diventa chiara tutta la pochezza del discorso: dopo aver appoggiato in ogni modo Berlusconi e la sua banda , dopo avergli permesso di sfasciare il Paese con la loro complicità e fedeltà a tutta prova, di Silvio non si fa alcun cenno e si parla invece del ceto politico nella sua globalità, che di certo ha le sue colpe, ma non uguali responsabilità.

E’ fin troppo chiaro che ci si appella all’antipolitica per preparare un dopo Berlusconi che sia ancora nel suo solco, anche se più presentabile, un dopo Silvio e che continui a concedere molto all’imprenditoria pigra e poco intenzionata ad investire ma nulla ai lavoratori e al Paese. Si, stanno preparando a circonvenire e inglobare la protesta e l’indignazione in modo da portarla di nuovo a destra.

Non è un caso che lo spottone di Della Valle, al pari del “manifesto” di Marcegaglia e soci, parli genericamente della rinascita dell’Italia senza affrontare minimamente le cause del declino e parlando solo di soldini e sgravi all’industria senza una parola su scuola, ricerca, lavoro, precarietà, mercato interno, idee per lo sviluppo. Del futuro insomma. Non si nomina il peccatore, ma nemmeno il peccato di cui peraltro questi prodi salvatori sono ampiamente partecipi oltre che pronubi. Non sono documenti politici, ma semplicemente le richieste di una lobby avida che vuol mettere le mani su ciò che resta del Paese, della sua dignità, dei suoi diritti.

Leggendo questi reperti di sfrontata protervia viene da parafrasare la frase che Moretti disse ai dirigenti della sinistra: con questi non ci risolleveremo mai. Anzi si rischia che ci facciano le scarpe, facendocele pagare care.


Vola col vecchio sporcaccione

Magari come politico non gli darebbero due soldi, ma come vecchio sporcaccione Silvio fa furore. E infatti la Ryanair usa lui per invitare alla scappatella. Vai qui


L’amaro caffè delle donne: la muta Lavazza

Un fotogramma dello spot della Lavazza

Sabina Ambrogi per il Simplicissimus

Stiamo vivendo l’epoca del disgusto per le veline, soubrettine, simbolo di pensiero unico berlusconato. Anonime fattezze femminili, traduzione delle veline di carta del Minculpop. Le veline di carne obbligatorie, infatti, sono censura di informazione, depistaggio da questioni cruciali, captazione nevrotica di attenzione, sono censura di intelligenza femminile, e patetica resistenza patriarcale. Sono il simbolo della fine del desiderio maschile e femminile, della sua trasformazione in pulsioni controllate dal “mercato”, quel feticcio di fallimenti a catena intorno cui si sono costruite le migliori catastrofiche considerazioni e prese le più disgraziate decisioni.

Sono raffigurazione unica e banale di pulsioni maschili al grado zero, azzeramento del desiderio che ha bisogno di viagra per sopravvivere. Sono frustrazione e emulazione femminile che si affida al mercato della chirurgia plastica, fino a consentire di diventare un mostro. Sono la rappresentazione di virilità posticcia leghista da contrapporre all’immigrato. Le veline di carne obbligatorie sono la rappresentazione simbolica della negazione all’accesso al lavoro e alla carriera delle donne competenti (cioè di milioni di cittadine) e quindi suprema sintesi del ritardo culturale, civile e soprattutto economico di un paese.

Sentivamo in questa società decomposta dall’industria sottoculturale e dal marketing, e dalla politica che li avalla e che si esaurisce nella sola comunicazione, la mancanza di una pubblicità Lavazza con Julia Roberts che sorride, muta? Ancora? Con quei due che ritraggono l’Italia repressa, moralista e frustrata di Berlusconi? E per le donne, qual è il messaggio di quello spot? Quante donne si sentirebbero felici a farsi corteggiare, in quel modo anni’ 50, da uno come Bonolis? Ancora una volta devono essere belle e stare zitte? Con l’Italia e l’America che affondano senza soldi, con una crisi economica feroce, è giusto pagare una tizia un milione e mezzo di euro per restare muta e comunicare a milioni di destinatari di quello spot la metafora di un paese inchiodato alla sua arretratezza? E poco importa che quella è una star mondiale. Anzi, rafforza la potenza del messaggio, che suona pauroso e fuori luogo.

Come è mai possibile che la nostra nausea non arrivi precisamente ai pubblicitari che dovrebbero essere i primi a intercettare umori e cambiamenti? Perché non rivedono i loro focus group? Perché non lavorano con menti fresche e evolute? Perché non capiscono che quella è roba da vecchi? Che non è affatto “ironica” come ci si affretta sempre a dire. Che quello è lo specchio di un’ Italietta puttaniera e clericale, ammiccante e triste. Specchio di un’ Italia che non desidera più e che nemmeno compra più.

E che se quella vuole essere la Venere del Botticelli, si fa solo un torto a Botticelli e alla cultura.

Perché non arriva agli industriali e ai pubblicitari il disgusto per un’ Italia di ricchi falliti come il mediocre Sallusti, messi in luoghi di potere da farabutti potenti? Che, per paura, respingono ai margini gli intelligenti e i capaci, facendo arretrare il paese? Un’Italia di donne patetiche, alle quali paghiamo stipendi e scorte per difenderle dalla loro insipienza. Che si definiscono imprenditrici per aver organizzato feste con evasori e battone al Billionaire, e che ora amministrano la res pubblica, diventata il regno di battone e di ladri evasori.

Ricordiamo infine a Confindustria, nello specifico Lavazza, e Armando Testa (agenzia pubblicitaria autrice dello spot) che i cambiamenti e il progresso avvengono, anche attraverso questi messaggi, che come è noto sono ingiunzioni di comportamento. Quindi si cambia e si fa impresa non solo licenziando, e riducendo i minuti di pausa degli operai che massacrano il corpo alla catena di montaggio, o facendo firmare lettere di impegno di non-maternità alle donne, o facendo impresa in Romania.

E che quando un’industriale parla di riforme e di progresso, capisca prima molto, ma molto bene quello che dice e di che mezzi si serve per rappresentare se stesso, in quali spazi di subcultura investe per farsi pubblicità, il paese in cui si trova, e come comunica al suo primo sostentamento, cioè ai consumatori.

Perché poi sentirli piagnucolare o discettare su progressi e riforme dopo aver incoraggiato in tutti i modi la decomposizione sociale è veramente insopportabile.


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