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Calunnie su Napolitano nel sito del Quirinale

napolitano1Devo denunciare un  fatto gravissimo, probabilmente un vero e proprio complotto volto a proporre contenuti“lesivi dell’onore e del prestigio del presidente della Repubblica”. Si cari amici, le calunnie e le offese nei confronti di Napolitano non riguardano sole le 22 indagini autorizzate dalla Cancellieri per commenti un po’ vivaci sul blog di Grillo, né basta mobilitare l’intera polizia postale, la Digos, la marina, la Dia, l’Ovra  con spese stellari per tranquillizzare il romito del Quirinale e la Boldrini, perché la calunnia e la menzogna si nascondono forse all’interno stesso del Palazzo.

A questo si è arrivati a forza di praticare l’eccessiva libertà di parola: che un povero padrone del Paese viene censurato e processato se dice  che l’ultima ganza semi adolescente distesa sul lettone di Putin è la nipote di Mubarak, mentre qualsiasi poveraccio senza lo straccio di un posto al Parlamento, privo persino di una regalia dell’Ilva, un  qualsiasi cane in chiesa insomma, può liberamente dire la sua sul presidente della Repubblica. Abbiamo davvero toccato il fondo. Ma come dicevo questo abuso nasce nel cuore stesso del Palazzo. Pensate che nel sito del Quirinale si trova una concisa biografia di Napolitano ( qui se siete curiosi) nella quale si sostiene: “Fin dal 1942, a Napoli, iscrittosi all’Università, ha fatto parte di un gruppo di giovani antifascisti…”

Orrenda calunnia che porto all’attenzione della ministra Cancellieri per le opportune indagini. Infatti il presidente Napolitano in quell’anno 1942, con viva e vibrante lungimiranza, si era iscritto al Guf, cioè ai gruppi universitari fascisti dell’università di Napoli, come egli stesso scrive nella propria autobiografia e come è provato dalla sua attività nella rivista di arti e spettacolo IX maggio (titolo in ricordo della proclamazione dell’impero). Faceva insomma parte dei celebri “gufari” di cui il meglio che si possa dire è che stavano con i piedi in due staffe,  pronti a saltare sul carro del vincitore, da veri e autentici rappresentanti della cultura italiana. Solo a guerra finita, perché non si mai, si iscriverà al Partito Comunista senza che però nulla si sappia della sua conversione o della sua attività nella Resistenza o di dove fosse durante le quattro giornate di Napoli del ’43 . Chi dunque ha scritto questa offensiva panzana dell’antifascismo sul nostro presidente e non su un qualche blog, ma direttamente sul sito del Quirinale?

Certo con tutti gli hacker che ci sono in giro, il web è davvero un oceano di nequizie, ma adesso davvero si rischia di esagerare e ci vuole una giusta e severa attenzione. Forse lo stesso presidente memore del Guf e della censura fascista, potrebbe dare al legislatore  delle autorevoli e puntuali indicazioni.

 


Becchi e becchime di larghe intese

img1024-700_dettaglio2_becchiE’ qualche giorno che sono trafitto da un dubbio: cosa avrà mai detto il professor Paolo Becchi di così terribile da essere additato come una sorta di brigatista cattedratico? Quale grave peccato gli viene attribuito dai media di regime sempre più unti e compunti e dagli stessi grillini che lo hanno immediatamente  sconfessato? Più leggo la frase incriminata e meno ne capisco le ragioni addotte, mentre mi diventano chiare le motivazioni taciute. Dunque la frase, pronunciata dopo la sparatoria davanti Palazzo Chigi è questa: “Se qualcuno tra qualche mese prende i fucili non lamentiamoci, abbiamo messo un altro banchiere all’economia”. Lo stesso Becchi oggi, dopo aver chiesto scusa più volte, chiede perdono per essersi fatto trascinare nel tritacarne mediatico, ma a me pare che anche ad essere dei fans di Saccomanni, anche ad essere dei cocchi di questa oligarchia non mi pare che suoni come una giustificazione del ricorso ai fucili, ma un atto di accusa contro una politica che si è messa sotto i piedi la volontà popolare espressa nelle rune. Forse la scelta delle parole non è stata felice, ma di questi tempi dove ascoltare qualcosa di sensato è quasi un miracolo, non mi pare un peccato mortale.

Dico subito che non sono, ma proprio per niente, un fan di Becchi , però avvertire che il disagio sociale può anche sfociare in violenza, vista la mancanza di rappresentatività reale del sistema politico, mi appare come un saggio ammonimento, non un invito a prendere il fucile: il prevedere non significa affatto il giustificare, una ovvietà che evidentemente è ormai troppo sottile per l’intelligentia italiana. Del resto, mettendosi su questa strada ci sono decine di dichiarazioni analoghe, comprese quelle del ministro Cancellieri su possibili esplosioni sociali dovrebbero essere ugualmente condannate. E che dire di ciò che dichiarò al momento dell’attentato Adinolfi : “esiste un rischio concreto di escalation del terrorismo”…. La Cancellieri a nostra insaputa auspica il ritorno delle brigate rosse?

Ma lo scandalo Becchi suona ancora più grottesco in un Paese che ha visto al potere per un decennio  un partito come la Lega dove la citazione dei fucili, della soluzione militare, degli eserciti bergamaschi in marcia, dei mitragliamenti in mare, delle soluzioni schiaviste per gli extracomunitari era pane quotidiano di Bossi, degli altri leader di partito e degli stessi ministri della Repubblica. Ma allora si trattava solo di esagerazioni comiziali, di ragazzate, di iperboli oratorie: non per questo i leghisti sono stati esclusi dalla stanza dei bottoni di cui hanno goduto anche della golden share  o hanno cessato di essere quella famosa costola della sinistra di cui vaneggiavano i piddini. Tutto è stato sopportato, tollerato e scusato fino alla nausea., comprese le squadre di picchiatori di Borghezio. E i media dopo il titolo tornavano ad occuparsi d’altro.

Ma Becchi no. E per una semplice ragione: il sistema politico non può tollerare che sia messa in luce la sua estraneità ai cittadini e la sua rinuncia alla rappresentanza degli stessi. Non è l’errore ingenuo del professore, ma la cattiva coscienza dei suoi critici ad essere in gioco in queste grottesche polemiche, cattiva coscienza che probabilmente trova il suo punto focale proprio in Saccomanni quale rappresentante sia della perdita di sovranità dei cittadini nei confronti dei partiti , sia  del Paese nei confronti del sistema euro finanziario, come del resto apparirà presto chiaro. E qui va detto con chiarezza: è proprio questo rifiuto palese di rappresentanza che di fatto aggredisce e umilia la democrazia, è proprio l’assurda leggerezza con cui si parla di “sacrifici” invece che di dramma, è proprio l’appello a necessità che sono solo di comodo e che non trovano nessun riscontro se non nella subalternità ai potentati economici e ad altri Paesi che rappresenta la messa in crisi dei rapporti sociali e dunque anche il pericolo della violenza.

Altro che il professore genovese che ha parlato di fucili, il mondo politico – mediatico brandeggia armi assai più temibili, tra cui una che si potrebbe definire di sterminio di massa e che dunque può fare enormi danni anche a chi le usa: la stupidità.

 


25 aprile, la retorica degli smemorati

Venezia_aprile_1945Anna Lombroso per il Simplicissimus

La tentazione era quella di fare copia incolla con un post degli anni scorsi, dei passati 25 aprile. O di starmene zitta, nell’accidioso malcontento che mi afferra a ogni commemorazione.
Ma stamattina mi è successo di leggere i commenti a uno scritto dolente di Sandra Bonsanti per Libertàgiustizia, ripreso da Repubblica, scoprendo una volta di più che c’è più paura della retorica che del fascismo, del ricordo che del comodo oblio, delle scelte e della responsabilità che del conformismo.
Così giovanotti che rivendicano di militare a tutela della Costituzione, magari senza averla letta, rimuovono modernamente che è la Carta uscita dall’antifascismo, anziani, che non l’hanno fatta perché magari erano stati incantati da altra professione di fede nel Guf, non ricordano che la Resistenza non era solo un’insurrezione contro l’invasore, ma il sogno di una società ispirata all’uguaglianza, alla libertà e alla solidarietà, oppositori che si esprimono preferibilmente nell’ombra delle urne, trascurano che oggi si festeggia la vittoria, precaria, sull’autoritarismo dispotico, sulla repressione di pensiero e critica, quella vittoria che permette a molti di dichiarare e sostenere sciocchezze bipartisan, falsità e infamie, in rete, in piazza, sui giornali, in tv con totale e indiscussa licenza.

Nel feroce sciocchezzaio e proprio in cima, vanno collocate, si sa, le diffuse attestazioni di moderna tolleranza, le proterve manifestazioni di indulgenza compassionevole e pacificatrice, preliminari a sordide alleanze elettorali e profittevoli scambi di favori, facilmente commerciabili quando a sostegno di sono poche idee e spesso molto confuse.
D’altra parte non siamo inclini a fare i conti con i regimi, presenti o passati, recenti o lontani. E nemmeno con la dignità, con i doveri e nemmeno con i diritti, se ci lasciamo espropriare con rassegnata indifferenza.
Così molti imbecilli temono che il ricordo dell’affrancamento, della conquista di una vulnerabile libertà, della riappropriazione di una fragile autodeterminazione e di una minacciata sovranità, attentino all’appartenenza alla contemporaneità, al godimento delle rutilanti opportunità dell’egemonia del mercato e alla potenza del profitto.
Come se l’illegalità, la personalizzazione della politica, la sopraffazione, il totalitarismo, il razzismo, la xenofobia fossero finiti con quella lotta e quella resistenza, terminate un 25 aprile che è preferibile seppellire insieme all’infamia cui avrebbe dovuto mettere fine. Come se allora si fosse messo fine a quel fascismo e impedito il suo ripresentarsi sotto nuove e dinamiche forme, adatte ai tempi moderni.

C’è una colpa collettiva nel non aver salvaguardato la memoria di allora, se non si sanno riconoscere le facce che interpretano il fascismo oggi, i modi dell’attuale corruzione, non molto diversa da quella che fece assassinare Matteotti, le fattezze dell’illegalità, sempre criminale come quella dei killer al servizio di Mussolini, l’avidità rapace di padroni, che ieri come oggi sono dediti all’accumulazione e alla rapina, l’assoggettamento della stampa, arresa ai ricatti e alle lusinghe. E se non riconosciamo qual è la parte giusta, perché aprile può essere il più crudeli dei mesi se dimentichiamo giustizia, dignità, libertà.


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