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Boeri ripieni di euro

DSC04764Dal momento che milioni di persone perdono il lavoro, si trovano alla mercè del precariato e dei ricatti o senza tutele per mantenere in vita l’euro e il meccanismo di accumulazione diseguale che esso consente ai centri finanziari e ai potentati nazionali europei, non stupisce che gli economisti di sistema facciano fronte e proiettino il film educativo sui terribili pericoli di uscire dalla moneta unica.

Questa settimana è la volta di Tito Boeri, cui Repubblica ha offerto un lenzuolo, di colore ormai indefinito, per rispondere a uno dei commentatori di più noti del Financial Times, il sempre più ” €uro scettico” Wolfgang Münchau. La tecnica è sempre quella: dire cose plausibili, dimenticando però di fornire i dati precisi. E dunque l’economista del lavoro col nome da bon bon al rum ci dice che l’uscita dalla moneta provocherebbe un aumento ulteriore del debito pubblico e un discredito internazionale:  “C’è una quota di titoli di Stato e di prestiti contratti dallo Stato italiano sui mercati internazionali, che aumenterebbe in proporzione alla svalutazione della lira nei confronti dell’euro e delle monete in cui i nostri titoli sono denominati. La parte restante potrebbe essere ridenominata in lire causando perdite ingenti agli investitori stranieri che hanno nostri titoli in portafoglio”. Insomma sarebbe come un rifiuto unilaterale del debito, cosa che tuttavia costituisce un andamento del tutto ovvio nelle relazioni economiche perché la svalutazione è appunto uno dei modi in cui il debito può essere pagato da parte delle economie a moneta debole.

Ma a parte questo  il discorso di Boeri non fa una grinza, c’è solo il piccolo particolare lasciato opportunamente da parte, che se una svalutazione di un’ipotetica moneta nazionale porterebbe a una rivalutazione del debito espresso in valuta estera, quest’ultimo, secondo i bollettini del tesoro, ammonta a solo il 3% del totale. Il debito in euro verrebbe tradotto in divisa italiana mentre resterebbe solo quella piccola percentuale, essenzialmente in dollari. Così l’aumento del debito pubblico dovuto a tutto questo sarebbe intorno allo 0,9%. Chi può temere una uscita dalla moneta unica non sono certo gli italiani, ma gli investitori esteri. Cosa che del resto accade spesso: nessuno si è strappato le vesti nel ’92, quando la lira svalutò del 20% (con un aumento dlell’inflazione interna al 4,5%) né più recentemente quando la sterlina ha svalutato del 13% causando perdite intorno ai 1000 miliardi di dollari. Dell’ostracismo e del discredito che tale manovra avrebbe dovuto causare non c’è la minima traccia, anche perché di solito queste decisioni sono prese proprio per permettere di pagare gran parte del debito evitando i crolli economici.

Ma certo se dobbiamo pensare al nostro futuro ritagliandolo e immaginandolo sugli interessi altrui, tanto vale gettare la spugna.


Europa. Ingenuità e ipocrisia nella società civile

di Bill Viola

di Bill Viola

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non si può negare che le “pre condizioni” di Alexis Tsipras, candidato della sinistra radicale, per la costituzione  di un’eventuale lista unitaria  che dovrà rappresentare  il carattere di rappresentanza della “cittadinanza”, di  coalizione di forze politiche e sociali sane e radicate territorialmente, pecchino di ingenuità,  nella convinzione che a un’Europa oligarchica, crudele e rapace si contrapponga una società civile virtuosa, che aspira attivamente al ripristino delle democrazie nazionali.

Suona ingenuo soprattutto se si pensa che la raccolta di firme eccellenti che lo sostiene in Italia campeggia sulle pagine del giornale più “allineato”, più entusiasticamente e irriducibilmente europeista, parterre de roi sotto l’ala benevola di De Benedetti, e che fa sospettare l’esistenza di candidature inevitabili e dinastiche, le icone più lontane per nascita, carriera e rendite di posizione dai “normali” cittadini.

Per carità non ci sarebbe nulla di male, anzi, nella morta gora di un dibattito politico appiattito sul monologo a una voce Renzi-Berlusconi, ben venga chi agita le acque. Ma ha ragione il Simplicissimus nel sottolineare la differenza tra chi limita la critica alle perversioni, alle aberrazioni di un sistema e non all’ideologia, alla cultura, alla teocrazia che ha dato loro luogo e chi invece sa sulla pelle del suo paese, come dovremmo sapere noi, che l’Europa che ci governa, decide delle nostre vite, condiziona le nostre esistenze private e di cittadini, quella che uscirà dalle elezioni, ubbidisce a un disegno precostituito di espropriazione della sovranità di popoli e Stati.

È che l’entrismo è una tentazione irresistibile, che travia menti illuminate e libere, che convince ad esempio le donne che sperano in un fronte europeo a difesa del diritto più amaro che esista, o i difensori dei beni pubblici dalle privatizzazioni che si augurano di fare una casa comune per l’accesso e il godimento delle risorse, dimentichi che l’Europa approva petizioni oscurantiste in barba alla sua Carta, sprona gli Stati a svendere le proprie ricchezze, lancia sussiegose raccomandazioni salva-clima ma dà licenza al rischiosissimo fracking, censura chi non dichiara e pratica accoglienza, ma respinge e riduce alla fame i suoi popoli e partecipa a missioni esplicitamente belliche contro paesi terzi.

E così la retorica dei padri fondatori ampiamente traditi, il sogno di una cosa, mai realizzato, ha il sopravvento sulla realtà di un colpo di stato sugli stati, del sopravvento dell’autoritarismo sul federalismo, della differenza e della disuguaglianza sulla coesione, del sistema finanziario sull’economia. C’è poco da girarci intorno, l’Unione Europea non è riformabile e è difficile che possa essere recuperabile. Esattamente come si è dimostrato che è impossibile addomesticare il capitalismo tramite riforme, aspettarci che perda i caratteri di rapacità, l’indole allo sfruttamento, temperandolo con Mozart, riducendolo alla ragionevolezza con regolamentazioni correttive o moralizzatrici, costringendolo a redistribuzioni che ne emendino l’istinto alla disuguaglianza.

La crisi che non è stata certo imprevedibile, che non è uno tsunami, e nemmeno un incidente occorso a un sistema perfettamente funzionante, le politiche di austerità che hanno preso quasi esclusivamente la forma di tagli allo stato sociale e previdenziale, del peggioramento delle condizioni di lavoro, della cancellazione di garanzie e diritti, ha messo in luce la volontà di transizione all’oligarchia nell’Ue e di espropriazione della democrazia degli stati e dei popoli.

Quello che è avvenuto non ha contorni chiari, almeno per quanto riguarda le responsabilità: è vero che il sistema finanziario ha preso il potere imponendosi alla politica, ma è altrettanto vero che la finanza ha ricevuto un robusto sostegno nella sua opera di sopraffazione proprio dai governi nazionali, dando vita a una bestia crudelmente suicida, un uroboro che si dà la morte senza sapersi offrire una rinascita. E che si arrivasse a questo era largamente prevedibile a partire dal Trattato dell’Unione, da quello di Lisbona, che hanno deciso sul ruolo della Bce, autorizzandola a prestare denaro alle banche commerciali, ma non ai governi e favorendo già così e prima del patto di stabilità e degli altri capestri, le condizioni per la progressiva e inarrestabile perdita di sovranità democratica.

Se Tsipras è ingenuo, altri sono ipocriti o illusi se pensano che istituzioni  permeabili alla prepotenza finanziaria e impermeabili alla richiesta di autodeterminazione dei popoli  cedano alla pressione della democrazia, rovescino quella tendenza alla redistribuzione al contrario che ha sempre più beneficato i pochi già ricchi, togliendo ai molti già poveri, se non le ha convinte la paura o se non le ha persuase un istinto di sopravvivenza a lungo termine, di chi dovrebbe vedere in un’unità politica la difesa di una identità messa a rischio da nuovi e vecchi protagonisti mondiali.

Personalmente mi convince la ricetta ardua – comunque meno spaventosa non del declino dell’occidente ormai inevitabile, ma della cancellazione, dell’oblio di interi paesi e della loro storia e identità, ridotti a un Terzo Mondo che insieme alla fame soffre la perdita – di un’uscita dall’euro che si collochi in un progetto di ricostruzione, su nuove basi, del processo d’integrazione europea.  È una strada impervia perché impone di non cedere a  lusinghe isolazioniste, a inevitabili combinazioni di protezionismo e di autarchia. E perché richiede governi capaci. Capaci di promuovere politiche monetarie. Capaci di introdurre misure fiscali improntate all’equità e in grado di ridurre speculazione e evasione. Capaci di impegnarsi in manovre di bilancio che promuovano investimenti sociali e occupazione, grazie alla restituzione allo stato del ruolo di manager delle vere e utili grandi opere, quelle del riassetto del territorio, come della valorizzazione del patrimonio culturale, dell’istruzione e della ricerca. Si, capaci, se la capacità significa anche la volontà di contenere, contenere idee, principi, speranze, aspettative.

Non occorrerebbero dei giganti per sostituirsi agli gnomi delle banche, basterebbero delle persone, delle intelligenze, delle volontà, che nella nebbia retorica della “società civile” è probabile ci siano e che forse stanno lavorando tutti i giorni, studiando tutti i giorni, arrabbiandosi tutti i giorni. Non abbiamo più tempo, è necessario che si facciano avanti.

 


Il vizio di cercarsi i giudici “giusti”

26356-giuliano-amatoE’ entrato nella Corte Costituzionale da quella porta di servizio che è ormai aperta ventiquattro acca, come direbbe Maroni, al Quirinale. Ma Amato con incredibile protervia, continua a dare dimostrazione di essere un avanzo di garofano e una raffinata spezia del berlusconismo: il “supremo giudice” qual’è diventato a nostro scorno, dimostra ogni giorno di più  di essere tra quelli che amano sgusciare come anguille e credono fermamente nella giustizia ad personam.

Il Fatto Quotidiano ha tirato fuori alcuni gustosi aneddoti del passato del dottor sottile che, per la verità, spesso non ci è andato troppo per il sottile e l’ultimo episodio riguarda i consigli dati da Amato alla vedova di un alto dirigente socialista messo in mezzo dai suoi colleghi in una vicenda di tangenti, tanto per cambiare. E il consiglio è quello di tacere per non fare “una frittata”, per evitare di coinvolgere altri e il partito stesso, visto che si poteva disporre di un colpevole già defunto per altre cause.  Alla faccia del giudice costituzionale. Certo non è una robetta e anche se risale al ’90 testimonia della tempra nel quale è forgiato l’uomo, tanto da aver suscitato una richiesta di dimissioni da parte del M5S. Ma la cosa singolare è che Amato non si difende scrivendo al Fatto, cioè al giornale che ha tirato fuori la cosa, ma a Repubblica, dove trova più agile e sussiegosa accoglienza, come accade per tutti i cocchini di Napolitano: insomma cerca il giornale e i lettori più praticabili come il suo maestro e donno Berlusconi ha tentato di fare per decenni con i giudici: scegliersi quelli più comprensivi.

Naturalmente la mossa ha avuto anche il vantaggio di poter approntare una difesa d’ufficio nella quale Amato può allegramente trascurare ciò che scrivono i giudici nella sentenza e dare una versione tutta personale e rappezzata senza che nessuno lo inchiodi. Ma appunto non è questo che conta, né il tentativo di un uomo di farsi Rashomon credendo di dare di sé molte sottili verità che in realtà confluiscono nella noiosa banalità del notabile e azzeccagarbugli da camera caritatis. Ciò che conta, che spaventa e che diventa insopportabile è l’eterno tentativo di queste persone di sfuggire alle domande, di parlare senza contraddittorio effettivo che per loro è come l’aglio per i vampiri: una condizione che da decenni riescono ad ottenere con troppa facilità. Ciò che non sopportano è, ad ogni livello, di trovare giudici o giudizi invece di complici.


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