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Le notti dei lunghi bordelli

c7ab3f543f44662b03577c9ed2268a98234449d3e284febc8ade6645Anna Lombroso per il Simplicissimus

Notti dei lunghi coltelli, tradimenti, slealtà, disillusioni, inganni, infedeltà.
E dire che bastava dare retta al trailer, alla puntuale e tempestiva anticipazione del nostro presente e futuro, per interpretare e forse fronteggiare lo shock e lo svolgersi incalzante dello psicodramma. Poco più di due anni fa il Pasok aveva vinto le elezioni con il 42%, nei sondaggi più recenti è intorno al 4,5%. E il Pasok era “il partito” in Grecia, una colonna della socialdemocrazia mediterranea, una costante nella vita politica, sia che stesse all’opposizione, sia che fosse al governo, forte di uno stanziamento elettorale e di un organismo militante vivo e solido.
L’eutanasia, niente affatto dolce, del Pd non è l’unica morte partitica italiana: il Pdl, ancorché nutrito dall’ignavia invertebrata e complice degli antagonisti, partito autoproclamatosi “popolo”, prima travolto poi eroso dai vizi pubblici e privati del leader, ha assistito alla fuga centrifuga di milioni di elettori.

C’è chi attribuisce il finale di partito, secondo la folgorante definizione di Revelli, alla decadenza dei “sistemi” organizzativi tradizionali, che da strutturati sono diventati invece fluidi e permeabili. Proprio come quello economico, diventato da produttivo ad aereo, così si assiste a una precarizzazione istituzionale: le democrazie occidentali, ben oltre il disincanto previsto da Montesquieu, ben oltre la disaffezione fisiologica, sono colpite da una crisi di fiducia che ha minato l’istituto della rappresentanza e che ha insidiato inesorabilmente il fondamento della legittimazione politica.

In tutti i paesi ormai i partiti sono meno presenti, i loro legami con la società sono sempre più labili, ovunque all’identificazione e al riconoscimento si sostituiscono la separatezza e l’estraneità. Da noi ai fattori strutturali, di disgregazione della forma che si è data alla rappresentanza, alla gestione dinamica del disordine gradita ai poteri forti, distruttiva delle basi della democrazia, si sono aggiunte tremende variabili, quella “privatizzazione” e personalizzazione, delle istituzioni, del parlamento, della costituzione, quella permeabilità al malaffare, quella penetrazione endemica della corruzione. Tutti fenomeni favoriti dalla inafferrabilità degli attuali modelli organizzativi, da quella “liquidità” desiderata e alimentata artatamente, così da rendere immateriale il controllo, la vigilanza dal basso, il consenso e soprattutto il coagulo di opinioni e idee, l’amalgama di aspettative e tensioni morali, per la pervicace determinazione a subire lo stato di fatto, ad adeguarsi al pensiero forte, a mimetizzarsi nell’ideologia e nel sistema “padronale” nel quale è così pacificatorio accoccolarsi come in una cuccia calda di rendite e privilegi.

Non piango sulla fine del Pd, come non ho gioito alla sua nascita, quando nel “mausoleo” del lavoro, cacciato in soffitta insieme a ideali e lotte, ridotto a stanca memoria come i diritti, venne rotto volontariamente il patto, non con i militanti, non con gli elettori, ma con i cittadini, sequestrando le facoltà decisionali nelle mani della dirigenza, e, per traslato, dell’esecutivo, interrompendo la comunicazione, umiliando la partecipazione, intercettando i flussi, anche quelli finanziari, così da sgretolare l’edificio organizzativo, i luoghi, le piazze, gli appuntamenti quelli del ragionare insieme e del riconoscimento, promuovendo la rappresentazione al posto della rappresentanza.

Così venne spezzato il vincolo con gli sfruttati, grazie alla pervicace menzogna dell’evaporazione delle classi, infranti quelli di solidarietà con gli “altri” da noi, diversi per nazionalità, religione, inclinazione, i cui diritti sono stati retrocessi a elargizione e rotti quelli generazionali, se il partito che doveva testimoniare per tradizione, storia e valori degli interessi dei lavoratori, di quelli che non hanno parola, non parla più a loro nome, si rende complice delle politiche di annientamento del lavoro, delle conquiste, delle garanzie, rimuove, con il suo passato, la missione affidatagli e il nostro futuro.
Dall’autofondazione all’autodistruzione, il Pd si è accanito nel voler ostentare la sua modernità: quella di un organismo che non è nemico a sinistra – collocazione rinnegata con fastidio, e che non ha nemici a destra, nemmeno Berlusconi, protetto e riconosciuto come avversario alla pari, tantomeno quello di classe, padrone o manager, ammirato per dinamismo e creativa imprenditorialità, in casa e oltre confine, banchiere o tecnocrate, apprezzato fino all’idolatria, nella qualità di commissario, delegato, chiamato ed “eletto”.

Non piangeranno a Atene per la caduta del Pasok, hanno ben altro su cui versare lacrime. E non abbiamo troppo da dolerci se sono caduti i veli, dietro ai quali si è consumato il tradimento, quello vero, cominciato tanti anni fa. Dalle macerie potrebbe nascere Syriza, o qualcosa di differente e “oltre” ai partiti, interprete di cause oltre che di interessi, un organismo vivo e capace di ascoltare ed immaginare, che non può essere il post laburismo integrato e complice di Renzi, o il pragmatismo smart e rutilante di Barca. Stia attenta quella base risvegliatasi tardivamente, le fiamme che il Pd ha appiccato alla sua casa, non devono arrivare al Reichstag, non facciano lambire quel che resta della democrazia. E’ il loro incendio, ormai, noi diamoci da fare a tirar su una nuova casa, nostra.


Basta professori anche a sinistra

Antonio-Ingroia-con-il-simbolo-di-Rivoluzione-civileFin dall’inizio dell’avventura del quarto polo mi è sembrato che si dovesse puntare a una decisa discontinuità col passato e dunque anche con quelle piccole elite superstiti della sinistra che erano state testimoni e protagonisti di una lunghissima e amara sconfitta. Che si dovesse ricominciare su basi nuove: dunque benvenuti gli apporti purché non fossero abbracci mortali e requisizione dei movimenti. Come si può vedere  qui il senso del discorso era che  nella nuova formazione, cammino, battaglia “tutti devono starci alla pari senza la pretesa di essere depositari della verità, ma con la volontà di essere custodi della speranza in una società alternativa e radicalmente differente”. 

Ma sono stato evidentemente un ingenuo perché certe modalità frazioniste, certe gelosie ideologiche, l’infaticabile progettazione di torri d’avorio non regna solo nei partitini, ma anche nei movimenti. Così dopo che Ingroia si è messo a capo del movimento ecco che i “professori” numi tutelari di “Cambiare si può” tra cui Marco Revelli, Paul Ginsborg e Livio Pepino si sono dimessi perché il progetto non più quello a cui loro avevano pensato e anche perché segretari e dirigenti di Pdci, Rifondazione, Idv, Verdi tentano la candidatura in Rivoluzione civile. E poi perché Ingroia sembra aver puntato soprattutto su un programma per la giustizia e la lotta alla criminalità piuttosto che contro il liberismo.

Tutto vero per carità, nulla da eccepire. Eppure mentre si combatte la battaglia dei distinguo, il liberismo è divenuto religione di stato, si è inaugurata una stagione di straordinaria iniquità, di impoverimento generale, di assalto alla Costituzione, al welfare, ai diritti del lavoro e senza una corposa formazione di sinistra vera in Parlamento, non sarà possibile mettere alcun argine a tutto questo. Non sarà nemmeno possibile parlare al Paese, incidere sulle sue mentalità e aspettative anche in ragione di un sistema mediatico che in pratica contempla solo cinque editori di riferimento. Ora mi domando: vogliamo svegliarci una buona volta?   Abbiamo la consapevolezza che chi perde il lavoro non sa che farsene dei capelli spaccati in quattro, dei parologismi di questo o di quello e in particolare di ideologi che sono col sedere al caldo? Abbiamo cognizione che milioni di giovani precari  vivono senza speranze e senza futuro, ma sono privi degli strumenti per scorgere una prospettiva diversa da quella semischiavista inoculata loro per trent’anni? Abbiamo idea che altrettanti milioni di pensionati vivono  praticamente in miseria senza avere alcun referente politico? Abbiamo sentito parlare dei ricatti sul lavoro sempre più soffocanti e degradanti? Cosa diciamo ai disoccupati che il professor Ginsborg non ci sta se se non può costruire esattamente  ciò che aveva ideato? E i beni pubblici li difendiamo comitato per comitato?

Questa è la realtà dalla quale non si può prescindere e che  ha molto più a che vedere di quanto non si pensi con un discorso sulla giustizia e le mafie in continuo contatto-contratto con lo Stato, mentre quest’ultimo continua a disdire il contratto sociale con i cittadini, diventando sempre più “privato”. Strano che nel paese di Gramsci non si abbia il minimo sospetto che è la prassi ad implicare la formazione di volontà collettive, non solo consapevolezza delle contraddizioni sociali, ma anche azione e occasione, momento: le idee sono la storia in atto e non la storia nel salotto. Che sia venuto il momento di agire e di costruire prospettive reali con l’azione è del tutto evidente: bisogna farlo prima che l’impossibilità di praticare le idee  releghi il discorso politico a poco più di un soprammobile. Probabilmente, anzi certamente, ciò che c’è dentro Rivoluzione civile non è l’ideale per nessuno, ma altrettanto probabilmente non sarebbe l’ideale per nessuno che non ci fosse: cerchiamo di salvare una prospettiva e la stesso piano di azione concreto che rende possibili le differenze.

Oppure confessiamo che le nostre idee sono una forma di letteratura.


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