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Memorie di un’eversiva

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“La critica della politica e dei partiti, preziosa e feconda nel suo rigore, purché non priva di obiettività, senso della misura e capacità di distinguere è degenerata in anti-politica, cioè in patologia eversiva”.  Nel migliore dei casi potremmo benevolmente supporre che il presidente fattosi re abbia voluto concedersi  un addio che non ce lo faccia rimpiangere: vanità ed età possono giocare brutti scherzi. E in fondo già una volta, all’atto della sua rielezione, la vuota retorica del dualismo tra buona e cattiva politica, la cultura del fruttarolo che “capa” le mele marce, di Marione lo sfasciacarrozze che rimuove rottami e sostanze tossiche avevano riscosso l’atteso successo, quello dovuto a chi dall’universalismo ecumenico e pomposo di una severa pedagogia, vuole far sortire l’effetto salvifico di  “liberare tutti”.

 

Beh, se c’è buona e cattiva politica, se ci sono mele col verme e succose Melinda, se ci sono imprenditori arditi e quelli costretti a corrompere per partecipare agli appalti, se ci sono amministratori onesti e altri invece sleali, allora io personalmente rivendico di far parte della buona eversione, rispetto a quella cattiva che offre innumerevoli e alti esempi della sua instancabile attività, tramite misure indirizzate a spezzare vincoli di solidarietà e coesione sociale, attraverso leggi mirate a incentivare precarietà e incertezza, con provvedimenti ad personam, adottati per tutelare gli interessi anche criminali di pochi rispetto quelli legittimi di tanti, con investimenti stanziati per opere inutili perlopiù dannose,  progettate per appagare insaziabili appetiti di speculatori e corsari del cemento.

 

“Il colpire impunemente il funzionamento degli istituti principali della democrazia rappresentativa” è tipico della “patologia dell’antipolitica”, tuona Re Giorgio in vista dell’abdicazione. E cosa dovremmo dire noi della produzione golpista di leggi elettorali predisposte per annientare partecipazione, per favorire un benefico astensionismo fino alla definitiva cancellazione del rito delle elezioni, già largamente truccate dalle regole di selezione dei candidati, dalla disparità economica dei contendenti, dalla prepotenza della macchina propagandistica e finanziaria di alcuni, o dallo scavalcamento risolutivo della liturgia del pronunciamento, con l’insediamento e l’incoronazione di non eletti?  O del recupero e riuso di condannati per reati contro l’interesse generale e il bene comune? O della reiterata manomissione della Costituzione per  integrarvi la rinuncia alla sovranità in materia economica, esemplare e simbolica della dismissione e dell’abiura della democrazia, così come vuole l’arroganza autoritaria dell’imperialismo finanziario. O ancora dell’ostinato sottrarsi del ceto politico a impegnarsi per  il rinnovamento del suo personale e della sua dirigenza, in modo che non si tratti di un semplice avvicendamento di pappagallini e cocorite ubbidienti, della  renitenza a intervenire sui costi della tutela e manutenzione loro e dei loro privilegi?

 

E non si tratta di eversione  quando vengono scientificamente “messi in atto azione e movimento con l’impiego di mezzi violenti anche terroristici per sovvertire”  quel che resta del sistema democratico,  se quei mezzi si fondano sul ricatto, sulla perenne intimidazione, sulla repressione della libertà di espressione e dell’esercizio dei propri diritti, se  vengono annullate le leggi della concorrenza ,  in modo che per restare a galla si sia costretti a commettere reati e crimini economici, se si è coartati a scegliere tra salute e posto di lavoro, se si è imposto l’obbligo esplicito a rinunciare a ogni garanzia e certezza in cambio di una salario incerto, se imposte sempre crescenti colpiscono i più deboli, a costo della vita, quando il suicidio pare l’unica soluzione praticabile e dignitosa?

 

E non è “terrorismo”  un sistema di governo fondato sulla paura,  l’intimidazione e il ricatto: dopo di me il diluvio? Senza di me la troika? Senza l’austerità fallisce lo stato? senza guerra, e senza F35 o “missioni umanitarie in armi”  non si costruisce la pace? Se non siete disposti a farvi licenziare non verrete mai assunti?

 

Con molta riprovazione la politica, buona e cattiva, ha condannato l’accusa rivoltale nel contesto dello scandalo romano,  di essersi assimilata a modi, obiettivi, procedure, sistemi della criminalità organizzata.  Proprio oggi due arresti confermano l’esistenza di legami, intrecci e identità di interessi tra la cupola dell’amministrazione romana, dei suoi referenti provenienti dalla malavita, e la ‘ndrangheta. Ma non è proprio un metodo mafioso comunque creare un problema e poi accreditarsi per risolverlo?  proprio come sono state nutrite rivolte nelle periferie, organizzati pogrom istituzionali nei campi rom, collocati come mine pronte a esplodere e rifiuti destinati a diventare velenosi, gli aspiranti profughi mai riconosciuti,  per far sì che alimentino malessere, tossica marginalità e rendere necessari, desiderabili, fatali  il ruolo e l’attività di cooperative sociali, di delinquenti troppo  poco puniti, di fascisti impenitenti, quanto ben ammanigliati grazie a comuni frequentazioni in inadeguati  luoghi di riabilitazione? Non poi molto dissimili dagli ilari imprenditori dell’Aquila, da soggetti di vigilanza che chiudono un occhio benevolo sulle emissioni dell’Ilva, da amministratori che tengono ferme per anni licenze di opere pubbliche in modo da continuare a mungere la vacca delle mazzette, da sindaci e assessori che usano aziende di servizio come bacino elettorale e il territorio come bancomat cui attingere per rifornirsi?

L’eden non mi aveva mai attratto, temevo fosse noiosamente popolato di benpensanti, conformisti, monache, baciapile.  Però diceva Max Weber che se vuoi salvarti l’anima e andare in paradiso non devi entrare in politica.  Se è così l’inferno  mi piace ancora meno.  A meno che non ci sia un girone apposta per noi eversivi.


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