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Malati di Sla, non fidatevi della Fornero et dona ferentes

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi sentirei di consigliare estrema vigilanza e prudente cautela ai 60 disabili gravi e gravissimi del Comitato 16 Novembre, prevalentemente malati di sclerosi laterale amiotrofica (sla) e distrofia muscolare, che hanno annunciato ieri sera l’immediata sospensione dello sciopero della fame, iniziato una settimana fa, convinti dalle promesse de La Fornero , che avrebbe assicurato il suo impegno per la definizione del Piano per la non autosufficienza, scusandosi “ per lo scarso interesse dimostrato” e rassicurando di aver caldeggiato presso il presidente Monti “un importante stanziamento per la non autosufficienza”.
Come nei riti apotropaici, le vittime del killer del welfare sembrano dire, non è vero ma ci credo, per offrirsi una speranza consolatoria. Ma questo governo ha fatto degli annunci e delle smentite la cifra della sua comunicazione, una specie di doccia scozzese, una versione nostrana non certo inedita della teoria degli choc, esercitati per destabilizzare e renderci arrendevoli al peggio.
Il governo in verità si era già impegnato con il comitato nello scorso aprile, con la promessa di predisporre un piano finanziario e operativo entro un mese. A luglio, dopo due mesi di presidio del Comitato, un decreto prevede una misura speciale dedicata ai disabili gravissimi e finanziata con parte delle risorse del cosiddetto “fondo Letta”. Dopo annunci e contro annunci, ordini e contrordini – e lo sciopero dei malati – ecco che vengono rinnovate le rassicurazioni.

C’è poco da crederci. Il Festival delle famiglie, e magari fosse solo di canzonette, è fatto per ricordare che a welfare demolito si può sempre contare sull’obbligatorio e ineludibile faidate della forma più privata di assistenza, quella dei congiunti, dei parenti, di donne sempre più stanche e di figli sempre più impazienti, sprofondati nella più spietata delle disuguaglianze: chi ha mezzi si paga strutture, cure, accadimento e chi non le ha, come auspicato dalla Lagarde, è meglio che si tolga di mezzo, ma silenziosamente e pudicamente, per non turbare alte e altre gerarchie.

I deboli, i malati, gli anziani e anche i bambini non si addicono alla teocrazia del mercato che ispira il governo come una empia dottrina. Non sono redditizi, non sono utili, non sono nemmeno gradevoli da guardare, non aggradano alla somatica dei governi in successione, quello di prima che voleva corpi abili a sedurre e incantare con il mito di una eterna scriteriata giovinezza, quello di adesso che vuole un bacino di automi efficienti, pronti a essere merce a disposizione della schiavitù contemporanea, secondo una implacabile selezione artificiale che sostituisce i regimi a dio e la precarietà agli eserciti delle guerre tradizionali.
Ma siccome la loro ideologia è stupida per non dire suicida, non si accorgono che ad allargarsi è proprio invece la folla di quelli destinati ad essere sommersi per via della povertà che decima come una nuova e antica pestilenza. Secondo l’Oms la demolizione del welfare, la retrocessione di intere geografie un tempo opulente a un terzo mondo interno all’Occidente riportano indietro, a diseredare gli ambiziosi Millennium Goals: se si va avanti registreremo una impennata della mortalità delle gestanti, dei bambini sotto i 5 anni, delle menomazioni, dei decessi prematuri. Uno degli ultimi comunicati dell’Organizzazione mondiale della Sanità recita: “nei paesi in cui l’assistenza sanitaria è privata, ciò incide immediatamente sulla frequenza dei ricorsi al medico o al ricovero, sul’acquisto di medicine, selle cure, con ricadute formidabili sulla salute …. Poi declina anche il livello di qualità del sistema sanitario pubblico, per di più intasato dal gran numero di famiglie che non sono più in grado di pagarsi privatamente le spese mediche”.
E ancora: “la caduta sotto il livello di povertà derivante dalla nuova disoccupazione accresce la malnutrizione, la rinuncia coatta alla prevenzione e la vulnerabilità a diverse malattie”.

Ma il finanz-capitalismo e l’ideologia che lo fa circolare malignamente sono nemici della salute, come della cultura, della ricerca, della protezione sociale e dei diritti ad essi connessi. Perché dentro ai sistemi stessi, a cominciare dalle pensioni e dalla sanità, circolano capitali dell’ordine di trilioni di dollari o euro e se si potesse privatizzarli in misura pressoché totale si aprirebbe un terreno sterminato per le attività opache e i profitti di ogni genere di istituzione finanziaria. Come è stato postulato dalle organizzazioni internazionali, Ocse, Fmi, Commissione europea interessati al banchetto e sostenuti dai media, dai think tanks e da almeno quattro quinti degli accademici che non potendo prevedere i terremoti, si accontentano di predisporre interessi e rendite.
E va in questa direzione la nostra “grecizzazion”e che trova ispirazione e motore in quel rigore che minaccia di diventare il rigor mortis di benessere, solidarietà e democrazia.


Premiata società scioperi S.a.s.

La cricca europea dei liberisti, quello straordinario collage di mezze figure tra cui giganteggia il genio di Tajani, che va sotto il nome di Commissione europea, ha colto l’occasione della crisi economica per imporre a tappeto e col ricatto le ricette che l’hanno provocata: un’astronave aliena che la sorvolasse non troverebbe traccia di vita intelligente, ma una lussureggiante esplosione di parassitismo. Portatori di un concetto di democrazia da mensa aziendale, hanno sempre trovato in Monti un sodale e un killer di penna, mai stufo di dire di no. E così il 21 marzo la Commissione europea ha varato un testo pieno di utili “consigli” sulla regolamentazione dello sciopero basato su un documento chiesto da Barroso a un Mario Monti non ancora premier, un documento che è un capolavoro di ipocrisia e di fanatismo aziendalistico.

Secondo l’illuminato parere di questi commissari per caso, il diritto di sciopero deve essere armonizzato con quelli economici. Frase apparente anodina, ma scivolosa e ingannevole con la quale si sostiene in poche parole un assurdo: che lo sciopero non deve essere in contrasto con l’impresa contro la quale lo si attua. La cosa naturalmente ha un fondamento, quello stesso che vediamo all’opera nei vari capitoli dolorosi delle manovre in atto da parte del governo: i diritti di chi lavora vengono dopo quelli dell’impresa e così la libertà sindacale verrebbe subordinata ai diritti della libertà d’impresa, l’unica ormai che sia riconosciuta senza se e senza ma.

Possiamo sperare che questo delirante documento sia rigettato in toto, ma se non dovesse essere così, suggeriamo ai sindacati una via d’uscita. Creino essi stessi società imprenditoriali, aziende, sas o spa il cui scopo economico è ottenere un piccola percentuale dei miglioramenti economici che riescono a strappare e dichiarino lo sciopero uno degli essenziali strumenti di profitto della loro attività. I lavoratori interessati potrebbero entrare nella società come temporanei soci d’opera e nessuno si potrebbe stupire che come imprenditori facciano i loro interessi. A questo punto i diritti sarebbero sullo stesso piano e di certo quella testa di minchia che ha elaborato l’ennesimo marchingegno liberista, non potrebbe più accampare il pater noster del suo pensiero, ovvero la prevalenza del diritto del profitto su quelli del lavoro.

Del resto sarebbe opportuno che gli italiani si riunissero in una società a nome collettivo operante nel campo della trasformazione in oggetti utili delle teste di legno di cui il Paese presenta importanti giacimenti. Allora si che si uscirebbe dalla crisi.


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