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Resistere a Don Rodrigo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il signorotto ha ammesso alla sua presenza il capo dei servi in rivolta. È sicuro che come i suoi cortigiani e i suoi giullari sia compiaciuto e pronto all’ubbidienza. Oppure, pensa, il suono dell’incrociar delle spade che viene dalla sala delle armi lo avrà spaventato, le mie minacce e i miei ricatti, necessari alla grandezza e prosperità della mia corte, avranno avuto l’effetto sperato.

Invece lo sfrontato non si è fidato dell’economia delle promesse, non crede alle rassicurazioni di chi è stato messo là dall’imperatore del quale possiamo immaginare il volto ma conosciamo gli intenti,e chiama a raccolta contadini, fabbri, maniscalchi, per difendere quel poco che ancora hanno, anche solo la sicurezza della fatica, contro l’impostore arrogante, lo sceriffo avido e i suoi bravacci.

Eh si, c’è rimasto male il Don Rodrigo di Rignano, prende quello sciopero come un’ingiuria, un affronto: teme scalfisca la sua immagine di Dulcamara che spaccia gli elisir di una salvezza che dipende da lui e dalla sua sopravvivenza nel castello, da quella sostanza tossica che dovrebbe persuaderci che è meglio lui, la certezza del male conosciuto piuttosto di qualcosa d’altro, forse migliore, forse addirittura il bene, ma ignoto.

E c’è rimasta male quella platea di spettatori abituati ad applaudire, che preferiscono la finta concordia, l’allargamento infinito di una coesione artificiale, quella che lega chi ha il potere e chi cede per paura, per necessità, per oblio della dignità e possibilità di un riscatto. Sono quelli che con entusiasmo abbracciano i miserabili principi alla base dell’ideologia di governo, quelli che pensano che l’uguaglianza possa voler dire  abbassare garanzie, diritti, aspettative al livello più infimo, quelli che rinfacciano alla rappresentanza, colpevole certo di molti delitti, di troppa approvazione, di difendere gli occupati, i garantiti, i legalmente sfruttati contro un esercito di volti anonimi, di vite nude, di senza diritti spesso sans papier, di sovente senza coscienza di sé, quelli che vivono in quell’area grigia e silenziosa dei senza speranza.

Mentre la lotta in difesa del lavoro, delle sue conquiste, dei suoi diritti, delle leggi in sua tutela, dei suoi valori, senza i quali è impossibile riscatto dallo sfruttamento, emancipazione e felicità, non è a salvaguardia del “posto” e di chi ce l’ha, ma di chi lo cerca perché non sia condannato alla servitù, di chi l’ha perso perché non sia dannato nel solo ricordo della dignità che ne deriva, di chi vuole cambiarlo perché è giusto che possa trovare nel lavoro gioia e gratificazione, di chi dovrà trovarlo un giorno e non dovrà per nessun motivo essere castigato da una pena fatta di fatica, coercizione, minaccia di perdere perfino quelle.

La cessione coatta delle tutele, quella che dovrebbe servire – ma non temporaneamente, anzi, come unica certezza concessa ai lavoratori – colpisce gli operai della Fiat che abbiamo lasciati soli a dire no ai referendum dell’amministratore delegato, colpisce quelli di Terni, certo, colpisce quelli dell’Ilva, quelli della Piaggio, insieme agli impiegati pubblici, ma è un’intimidazione tremenda anche per la forza lavoro intellettuale e manageriale di più alto grado, per i laureati impiegati nei call center, per i giovani alle dipendenze di piccole e medie aziende, quelli che una mattina succede che si presentino e non trovino più l’impresa, la fabbrichetta, l’ufficio traslocato chissà dove, insomma quelli che dovrebbero dipendere dalle tutele crescenti.

Sono un avvertimento di abbandonare una speranza per quelli che stanno sotto un caporale, neri o bianchi che siano, quelli cui si ritira il passaporto come a dei galeotti,  quelli alle dipendenze di imprenditori ormai abituati – loro si con tutele crescenti – a considerare l’arbitrio come parte inclusiva e fondante del diritto che discende dalla proprietà, quelli della chiamata giornaliera, quelli che rischiano la pelle senza le minime condizioni di sicurezza, quelli che il sindacato non possono permetterselo, perché non hanno il diritto di avere diritti.

I padroni vogliono il lavoro flessibile e il governo al loro servizio spera che dia luogo a una società flessibile, che assomigli sempre di più all’organizzazione delle imprese, nella quale la mobilità obbligatoria non permetta di radicarsi in un posto, fare amicizia, trovare unità e condivisione con gli affini, non permetta di frequentare la stessa piazza, ragionare con gli altri, confrontarsi sulle scelte, e quindi di difendersi in tanti, convincendo i cittadini che invece l’emancipazione dalle cerchie tradizionali, l’astrazione dalla cittadinanza e dalla politica diano una euforica autonomia, una esaltante individualità, una padronanza di sé che al contrario diventa sempre più dipendente dai padroni.

Lo sciopero costa, lo sciopero non è una cena di gala, lo sciopero non è una scampagnata. Ma la notizia che qualcuno resiste ci dà coraggio di resistere al suo fianco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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