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Tsipras, Syriza, la sinistra e il tabù dell’euro

198756580_640Una decina di giorni fa lo spagnolo El Diario ha pubblicato un intervista all’economista greco Costas Lapavitsas in cui si parla di Syriza, di Tsipras, dell’Europa e dell’euro in una prospettiva meno evasiva e vaga di quanto non avvenga in Italia dove pure il leader greco, candidato della sinistra alla presidenza della Commissione di Bruxelles, presta il proprio nome a una Lista per le elezioni continentali. La chiarezza con cui Lapavitsas, professore di economia all’Università  Londra, esprime forti perplessità sulla possibilità di essere contro l’austerità, ma favorevoli all’euro, mi ha indotto a farne una traduzione, anche per sprovincializzare il dibattito. Chi legge questo blog sa che nutro gli stessi dubbi, probabilmente comprensibili in uno Tsipras che comincia parlare con la prudenza di un premier visti i sondaggi che danno Syriza come primo partito greco, ma assai meno in una lista che dovrebbe essere di opinione e che invece amplifica fino all’inverosimile questa contraddizione, semplicemente azzerandola. Lapavitsas è editorialista del Guardian e autore di libri ben noti su moneta, banche, finanziarizzazione tra cui Crisis in the EurozoneProfiting without producing

Come sarà il voto per le europee in Grecia?

“In questo momento malcontento e rabbia sono al massimo, ma al contempo ci sono anche disperazione e vuoti di capacità organizzativa. Non so se in Europa si coglie che i greci si sentono frustrati, disillusi e deboli. E’ possibile che il Pasok – il vecchio partito socialdemocratico – sparisca completamente e Nuova democrazia, la forza di destra che ora detiene il potere rischi notevoli perdite. E’ probabile che Syriza cresca e diventi il primo partito, anche se non potrà governare da solo. Inoltre potrebbero crescere anche i nazisti e diventare il terzo o il secondo partito. Le elezioni europee, combinate con quelle municipali in Grecia possono trasformare profondamente la mappa politica del Paese. Se l’alleanza di governo fra destra e Pasok si disarticola non sarà possibile che essa continui a governare e a garantire i diktat della Troika.”

E questo sommato alla candidatura di Tsipras, leader di Syriza, alla presidenza della Commissione europea  

“Credo che sia un errore che Tsipras corra per la presidenza europea, è molto pericoloso. In ogni caso è bene che Syriza consideri il problema, specialmente se risulterà il partito più votato: sta generando molte speranze tanto in Grecia come nel resto d’Europa. E questo si capisce perché la sinistra può diventare un attore fondamentale, può uscire dalla marginalità, trasformarsi in una vera alternativa di governo. Ma bisogna che Syriza sappia cosa può e cosa non può fare. Il successo elettorale potrebbe farla scontrare con grandi problemi. In parte per la sua stessa composizione interna e anche per alcuni problemi oggettivi che si hanno in Grecia come in altri Paesi. La posta è alta: se Syriza non sarà all’altezza delle speranze che ha suscitato , la situazione per la sinistra diventerà molto complicata.”

Nel 2012 c’è stato un default in Grecia. Possiamo dedurne che un rifiuto di pagare il debito può essere una posizione politica?

“Il modo con cui la Grecia ha fatto default è stata la peggiore possibile. Nessun Paese dovrebbe accettare un default senza essere sovrano e pensando alle esigenze del creditore invece che a quelle del debitore. Il default greco fu organizzato dalla Troika e per questo è stato così disastroso: ciò che è successo è che chi non ha pagato parte del debito è stato il settore privato, non quello pubblico. Così lo stato ( per il quale non era prevista alcuna riduzione del debito n.d.r) ha dovuto indebitarsi un’altra volta per salvare la situazione. E’ la prima volta nella storia che si è visto un Paese andare in default contro se stesso, davvero incredibile. Un default va organizzato in altro modo perché esso dovrebbe diminuire non aumentare la pressione sul creditore.”

In Spagna si crede che siamo lontani da questa situazione. Il governo basandosi su alcuni indicatori macroeconomici positivi, dice che la crisi è finita.

“Due cose sono cambiane in modo analogo in Grecia e Spagna tra il 2010 e il 2012 incluso. La prima è che il deficit di cassa è diminuito a causa delle recessione: le importazioni sono diminuite e perciò la bilancia commerciale fa meno paura. La seconda è che ciò ha consentito al deficit budegtario di ridursi per effetto della recessione. Una situazione che è stata rinforzata dall’avvertimento  di Draghi di fare tutto ciò che sarebbe stato necessario. Questo ha fatto sì che i mercati si siano calmati e che non ci sia un pericolo immediato di default.  Però se guardiamo all’economia reale possiamo scoprire che questa maggiore stabilità si è ottenuta attraverso la distruzione: quella dell’economia che fa crescere la disoccupazione. Questo è ciò che ha moderato i mercati. Però non si tratta di una situazione sostenibile a lungo perché così non ci sarà una crescita che permetta di ridurre le perdite: tutti gli indicatori ci dicono che le economie della periferia rallenteranno. Questo non è risolvere la crisi, ma trasformare un’acuta crisi finanziaria in una crisi duratura dell’economia reale. A questo ci ha portato la dottrina dell’austerità.”

In Grecia si parla di prorogare la moratoria sugli sfratti e i pignoramenti di case. Perché non succede la stessa cosa in Spagna?

“In Grecia la situazione è confusa. La Troika fa pressioni per non progorare la sospensione in maniera che le banche possano disfarsi di parte degli investimenti immobiliari. Si dice che in questo modo potranno sanare i bilanci e tornare a prestare. Ma questo ragionamento non inganna nessuno: le banche ricominceranno a prestare se cacciamo la gente fuori di casa, solo l’Fmi può inventarsi qualcosa di così pazzesco. D’altronde il governo greco ha paura di sospendere la moratoria non perché abbia in simpatia inquilini e piccoli proprietari, ma perché una cosa del genere sarebbe dinamite politica. Come la Spagna anche la Grecia ha una percentuale di piccoli proprietari molto alta: pensare di cacciar via chi non riesce a pagare porterebbe alle stelle la conflittualità ed è solo per questo che il governo sta resistendo alla Troika. Questo dimostra la possibilità di differenti politiche in contesti diversi.”

La posizione di Syriza non è maggioritaria dentro la sinistra perché è contraria all’austerità, ma favorevole all’euro. Che significa questo per la politica europea?

“Per me è esattamente ciò che la classe dirigente europea desidera. Syriza dice “Vogliamo restare nell’euro costi quel che costi, ma siamo comunque radicali” Però la classe dirigente sa benissimo che questo è impossibile. Il pericolo per Syriza è che il 40% della coalizione (Syryza nasce dalla fusioni di più formazioni n.d.r) non è d’accordo con questa visione e questo presenta molti pericoli di rottura. Syriza insomma è imprevedibile, ma è proprio la possibilità di radicalizzazione ulteriore che spaventa le classi dirigenti di questa Europa. D’altra parte se Syriza avrà il successo che ci si aspetta si troverà a far fronte alle aspettative popolari, incluse quelle dei rassegnati su salari, lavoro, pensioni e anche questo è una minaccia per la governance continentale. Anche perché altri Paesi penseranno: possiamo fare lo stesso. Per questo Syriza incarna una grande speranza, ma anche un grande rischio.”

Talvolta si identifica la sinistra con posizioni anti euro. Perché?

“Questa, a mio giudizio, è l’unica posizione che apre la possibilità di fare politiche di sinistra che cambino le relazioni di forza a favore del lavoro e contro il capitale; politiche che sono necessarie per riparare il danno inflitto ai Paesi europei negli ultimi anni. Politiche sensate, fondamentali come la redistribuzione del reddito, il controllo o la nazionalizzazione delle banche, la riorganizzazione della produzione. Questi cambiamenti sono impossibili dentro la  moneta unica e portano a una Ue di segno contrario a quella che vediamo. Posso essere più specifico: un governo radicale in Grecia dovrebbe rifiutarsi di pagare una parte importante del debito che è del resto insostenibile e cambiare tutte le politiche monetarie e fiscali in modo da permettere la crescita dell’economia reale. Un governo di sinistra radicale dovrebbe nazionalizzare le banche o crearne di pubbliche che diano supporto alla rinascita della produzione. Ma tutto questo non può avvenire dentro la moneta unica.”

Non crede che con un governo deciso a realizzare questi cambiamenti, tutta la situazione politica europea evolverebbe tanto da poter pensare a un cambiamento della intera architettura comunitaria?

“A volte la sinistra ha bisogno dello stato nazione per proteggere i diritti dei lavoratori e la democrazia e non può rinunciare a questi strumenti. I governi della Grecia o del Portogallo non possono cambiare l’Europa, ma possono intervenire in Grecia e Portogallo. Questa non è una posizione nazionalista: è invece un’occasione di utilizzare i meccanismi dello stato nazionale per creare una corrente di internazionalismo. Se nel 2010 ci fosse stata la possibilità di avere diversi governi di sinistra in vari Paesi dell’Europa forse non avremmo sulle spalle 4 anni di crisi nera. Quattro anni in cui la Grecia è stata distrutta, mentre altri Paesi sono stati conciati per le feste. Ma ora non stiamo parlando di casi ideali e di ipotesi: Syriza ha la possibilità di governare e di decidere cosa fare. Se va al governo senza un piano, pensando di poter cambiare la Ue, la conseguenza sarà il caos. Devi sapere cosa fare e informare, legarti alla gente che ti ha votato.”

Quali sarebbero le conseguenze di una transizione a una moneta nazionale?

Bisogna sapere che la scelta è la morte lenta che stiamo sperimentando o uno shock controllato che può permettere una rinascita. Certo gestire lo chock non sarà una cosa facile: porre sotto controllo le banche, trovare sistemi per impedire la fuga di capitali, intervenire sui mercati energetici, alimentari e sanitari. Ci sarà bisogno di riserve per coprire le necessità di corto periodo fino a che la domanda non si sia stabilizzata. Tutto questo però può essere fatto in maniera razionale e controllata.”

Il suo lavoro si concentra sulla finanziarizzazione. Puó spiegarci cosa significa e quali le conseguenze sul capitalismo contemporaneo?

“Finanziarizzazione é una parola che si riferisce alla crescita del sistema finanziario che possiamo vedere nel mondo capitalista sviluppatosi negli ultimi tre o quattro decenni. Una crescita enorme della finanza in rapporto al resto dell’economia. Allo stesso tempo c’è anche un aumento del profitto finanziario. Una smisurata percentuale dei profitti proviene adesso dalla finanza. Lo possiamo vedere negli Stati Uniti e negli altri paesi. Sappiamo anche che il tipo di strato sociale che ne beneficia è ora molto diverso da prima: una piccola minoranza, ottiene una gran parte di questi benefici non dal fare credito, ma solo come remunerazione del lavoro nella finanza, sotto forma di bonus o stipendi o altro. Questo cambia la stratificazione sociale perché questo gruppo di gente ha un grandissimo potere di influenzare le politiche pubbliche.

Il mio punto di vista è che tutto questo si produce a un livello molto più profondo di quanto sembri, e che quindi rappresenta una trasformazione strutturale del capitalismo. Possiamo scoprire tre tendenze fondamentali. Primo, le imprese industriali e commerciali si sono finanziarizzate, il che vuol dire che non si appoggiano alle banche per fare i loro investimenti, ma che ottengono profitti dalla loro partecipazione diretta al sistema finanziario. Secondo, anche le banche si sono trasformate ed hanno cominciato ad ottenere profitti da altre banche. E il terzo elemento è che le stesse famiglie ed individui – i lavoratori dei paesi sviluppati – si sono finanziarizzati. Fanno più debiti ed hanno più attività finanziarie.”

Come devono adattarsi le lotte a questo cambiamento?

“Questa è una bella domanda sulla quale la sinistra deve cominciare a riflettere. Perché la storia è importante, ma dobbiamo adattare la lotta alle condizioni presenti e alle trasformazioni del capitalismo. Dobbiamo pensare a come opporci alla finanziarizzazione e a come invertirla. Pensare a come ripristinare la preponderanza del pubblico. Certo, bisogna pianificare come invertire la finanziarizzazione e come creare una banca pubblica, trovare la maniera di controllare i flussi di capitali, magari applicando dei limiti alla circolazione. Bisogna anche pensare a come riorganizzare l’economia produttiva. Per me, combattere contro la finanziarizzazione, invertirla, è la forma fondamentale della lotta al capitalismo di oggi.”


Tsipras, un leader in leasing

download (5)A Parigi Tsipras  va ad un incontro con Melenchon in cui si suona l’Internazionale, in Italia al Valle occupato la musica non c’è, soprattutto quella che potrebbe mettere in imbarazzo tutti gli ideatori, primi firmatari e candidati in pectore della lista con il suo nome che dopotutto hanno da difendere posti e posizioni nelle università, nell’editoria, nei giornali. Si dice lista dal basso, Tsipras, un po’ titubante ed elusivo, conferma, ma finora l’unico basso che si è visto è la ridicola esultanza ogni volta che un tizio con un nome un po’ noto sottoscrive il documento, siano pure il “riformista” renziano  Curzio Maltese o Scanzi, insomma quelli che portano la bottiglia scadente alla festicciola dove però sono tanto ubriachi che lo prendono come vino d’annata.

Del resto Tsipras sembra un po’ un leader in leasing, la foto di copertina della crisi della sinistra incapace di trovare personaggi di spessore autoctoni, unità d’intenti e meno che mai di acquisire lo spirito di Syriza che ha avuto il coraggio di uscire dal Pasok ubbidiente al massacro greco. Da noi i piccoli erodi di varia foggia e genere sono andati esattamente dall’altra parte, timorosi di mettere in gioco se stessi, veri travet della politica politicante. E tuttavia la sensazione fortissima è che il “noleggio” di Tsipras per traghettare qualcuno a Bruxelles, magari qualche riformista, potrebbe avere un prezzo molto alto. Intanto la scarsa conoscenza di un personaggio, cresciuto dentro il movimento sinapsista una cui ex presidente, Maria Damanaki è oggi commissario europeo, non rende proprio chiarissime le dinamiche. E il secondo è proprio il successo di Tsipras che ne fa un probabilissimo premier di Atene e perciò stesso un improbabile leader di un movimento politico che ha bisogno di spazi ideali e di proposta più ampi, radicali ed efficaci.

Quei pochi che lo hanno ascoltato in streaming al Valle si saranno accorti che Tsipras parla da futuro primo ministro greco impegnato in un giro di conoscenze in Europa e infatti, nonostante che in Syriza siano prevalenti tesi assai differenti, egli ha voluto rassicurare sia i banchieri che i firmatari della lista italiana: nessuno si sognerà di mettere in questione l’euro. Certo basta con le politiche dell’austerità, con l’umiliazione del lavoro, con il trasferimento della ricchezza dai poveri ai ricchi, con la prevalenza dei banchieri, ma come ottenere questo cambiamento di rotta a meno di non prendere il 51% ? Come raggiungere l’obiettivo privandosi della sola vera arma efficace, ossia la possibilità di metter in gioco lo strumento attraverso il quale è stato possibile ottenere questa mutazione e deformazione della Ue ? Tsipras non ci fornisce lumi e ci fa sospettare che forse ci si aspetta una spontanea contrizione di centri finanziari, banchieri, multinazionali, burocrati brusselleschi.

Si può anche pensare che la perdita di valore di eventuali monete nazionali non valga la candela, senza accorgersi che questa perdita di valore avviene egualmente, ma si concentra nella diminuzione di salari, servizi, welfare a moneta invariata senza tuttavia dare ai sistemi economici quella competitività che almeno potrebbe evitare le enormi percentuali di povertà assoluta, di disoccupazione e di ricatto. E mi fermo qui perché il tema è gigantesco. Tuttavia anche avendo fede nell’immacolata concezione della moneta unica, è evidente che si tratta dell’unica leva efficace per tentare di cambiare qualcosa: se ce ne si libera prima ancora della battaglia le possibilità di successo, anche minimo, sono uguali a zero. E come bluffare a poker scoprendo le carte. Ovvio che per un futuro premier di un Paese al disastro, alle prese con un terzo default controllato per il quale occorre la benevolenza della Germania e della Francia, non sono dichiarazioni possibili e anzi occorre stimolare e insieme rassicurare il sistema finanziario. Infatti la sola proposta operativa, fatta stranamente en passant, sembra disegnata sulla condizione della Grecia: quella di un taglio del debito pubblico del 60%  che guarda caso, è esattamente ciò che si dovrà scontare ad Atene nel corso di quest’anno.

Tuttavia il gigantesco taglio su dimensione europea, non è nemmeno ipotizzabile in presenza di una moneta unica non gestibile da banche centrali ed è  attuabile semmai solo su piccola scala come quella greca e solo con lo scopo di nascondere all’opinione pubblica continentale il disastro e l’intenzione di proseguire sulla stessa strada. Di fatto però anche una misura di questo genere (già attuata in Grecia negli anni 30) non confuta, ma anzi ratifica la teoria della centralità del debito pubblico che è alla radice dello smantellamento dello stato sociale e non tocca gli strumenti come l’euro che sono una garanzia sicura di mantenere in piedi le precondizioni della situazione attuale.

Però temo che sia proprio questa “premierizzazione” di  Tsipras che ne fa  il candidato ideale in un Paese dove dietro analisi radicali, si rivelano tentazioni fin troppo governative e compromissorie nella gestione concreta della battaglia politica. Rese facili da una sindrome e una pratica elitaria chiarissima: basta aver ascoltato la eminentissima ac reverendissima Spinelli  dalla Gruber la quale dopo aver detto che nella lista Tsipras in corso d’opera per le europee non ci saranno candidati “inficiati” con l’attuale politica, subito dopo si è lasciata scappare che ci saranno dei sindaci. I quali notoriamente sono al di fuori della politica. Ma quali e voluti da chi? Ci sono già i candidati designati oltre alla stessa Spinelli? Ma no, che mi fate dire, è una lista che nasce dal basso. Addirittura è stata aperta una mail dove si possono mandare suggerimenti per le candidature, ma solo fino al 19 febbraio. Poi chissà chi le leggerà, le valuterà e con quali criteri, ma sono sicuro che il tasto “delete” avrà gran parte in questo.

Davvero si può ricostruire la sinistra con una presa in giro?


Tsipras, ma non a tutti i costi

TsiprasQualcosa bisogna pur fare, non c’è dubbio, perché almeno in ambito europeo la sinistra italiana abbia un qualche spazio che non sia quello della resa al pensiero unico incarnato dalle spettrali socialdemocrazie il cui messia supremo pare essere Martin Schulz, amico personale della Merkel e suo candidato alla reggenza della Commissione Ue. Quello che Svendola vorrebbe narrare come impavido progressista capace di sciogliere l’alleanza fra destre conservatrici e socialdemocrazie: i fumi dell’Ilva sono davvero mefitici. In questo senso è difficile trovare qualcosa di meglio di Alexis Tsipras, leader di Syriza ed esponente del Paese martire della finanza, delle banche e degli egoismi nazionali che si nascondono appena sotto la superficie della Ue.

Le difficoltà non mancano: il personaggio è totalmente sconosciuto fuori dalla Grecia, ha un nome che pare quello di un farmaco antinfiammatorio, l’idea di una lista che lo appoggi come prossimo presidente della Commissione giunge a pochi mesi dalle europee e presenta enormi problemi organizzativi. Ma ancor prima di questo temo che ci sia qualcosa che non funziona nell’idea della lista che come al solito giunge calata dall’alto con tutto l’apparato di belle e illustri firme, mai insidiate dal tunnel carpale. Se uno legge l’appello – manifesto che lancia la nascita della lista Tsipras for president (qui) e legge il pensiero di Tsipras sull’Europa dei massacri  (qui), non potrà non notare la radicale differenza che esiste tra i due.

Il leader greco fa delle chiare premesse ideologiche all’interno delle quali anche la mancanza di linee di azione definite e le molte esitazioni, soprattutto in campo monetario, possono essere considerate superabili visto che i cambiamenti di assetto europeo auspicati vengono visti come conseguenza di un ribaltamento totale del pensiero unico liberista e di un ritorno alla centralità del lavoro. L’appello per la lista invece manca di queste premesse che vengono  tradotte come errori, deviazioni, confusione della politica nazionale dentro un quadro in cui gli assetti ideologici non sono seriamente contestati e in ogni caso non sono centrali: ci si limita a impugnare l’austerità come abbaglio tecnico – economico, senza rendersi minimamente conto che è strutturale a questa Europa. Alla fine dunque il tutto si traduce nel non inedito elenco delle solite intenzioni buone e impossibili, privo al contempo di realismo e anche del sogno di Tsipras, come se tutto il discorso si esaurisse nella costruzione della Ue come totem a prescindere dalla qualità della costruzione stessa, come se fosse meglio meglio vivere in un grande ensemble autoritario e non in più piccole democrazie nazionali. Ma ad ogni modo il capolavoro di questa visione è il piano Marshall che viene invocato con totale sprezzo della realtà e come unguento delle illusioni destinato ad allontanare ancora di più il momento di affrontare i nodi strutturali.

Insomma al contrario che in Tsipras c’è molto che sa di europeismo di maniera, un molto che poi si traduce nella sorprendente e grottesca assicurazione che la lista non farà parte del Partito della sinistra europea come se allearsi con la Linke, con il Parti de Gauche di Melenchon sia qualcosa di inopportuno e sgradevole. O forse lo è per qualche candidato in pectore di cui ancora non abbiamo la rilevazione, che considera questa occasione come l’ultimo treno per Strasburgo con biglietto di ritorno per Roma.

E infatti questo è un altro aspetto in ombra: quali saranno i candidati della lista, da chi e come saranno scelti? Forse per chiara fama o per consistenti indizi che non daranno troppo fastidio ai poteri di Bruxelles? Insomma mi chiedo chi sarà a scegliere i candidati e chi mi troverei eventualmente a votare: una persona che crede nelle idee di Tsipras, qualcuno che magari sia anche più radicale di lui quanto agli strumenti per riportare l’Europa sull’unica strada democratica e sociale che abbia un senso o invece qualche avanzo di salotto buono? Con tutta la simpatia non mi sembrano le premesse per un grande successo o anche solo per testimoniare della permanenza in vita di speranze e idee del tutto emarginate dal continente e fossi nei panni di Ferrero o semplicemente nei miei pretenderei che su questo ci fosse un chiarimento. Non è certo un caso che lo stesso Tsipras abbia messo tre condizioni per dare il suo nome a una eventuale lista di appoggio: che essa si costi­tui­sca dal basso, che non escluda nessuno tra i cittadini e le forze organizzate che vogliano appoggiare l’idea e soprattutto che abbia l’unico scopo di “ cam­biare gli equi­li­bri in Europa a favore delle forze del lavoro con­tro le forze del capi­tale e dei mer­cati. Di difen­dere l’Europa dei popoli, di met­tere freno all’austerità che distrugge la coe­sione sociale. Di riven­di­care di nuovo la democrazia”.

Elementi evidentemente non del tutto chiariti nell’appello o comunque tenuti sempre in quelll’area grigia che rinvia la discussione sui nodi centrali che la sinistra italiana nelle sue varie forme e incarnazioni tenta di non affrontare. Forse però sarebbe il caso che la lista Tsipras fosse tale da poter essere sottoscritta senza incertezze e senza condizioni da Tsipras stesso, cosa non scontata visto che il leader greco ha sentito il bisogno di un chiarimento ad onta delle solite interpretazioni di comodo e anche un po’ spudorate dei sicofanti di turno. Rimane il fatto che il vero elemento unificante tra il leader di Syriza e la lista italiana è la contestazione dell’austerità, sacrosanta, ma in sé anche poco caratterizzante come lievito politico potendo essere sottoscritta indifferentemente dal partito comunista bulgaro, dalla signora Le Pen e dall’economista capo dell’Fmi. Ciò che conta sono le ragioni e il significato della politica di austerità ed è da questa radice interpretativa che nasce la disputa sulla riformabilità o meno  delle istituzioni europee e dunque sulle vie d’uscita da questa situazione impossibile.

Certo qualcosa bisogna pur fare, ma non a tutti i costi, non mettendo tra parentesi idee e prospettive per non irritare nessuno, non cercando di stemperare la radicalità e insomma non facendo l’esatto contrario di quanto ha fatto Syriza in Grecia. Credo che almeno questa dovrebbe essere una lezione che la sinistra dovrebbe aver imparato e che è essenziale perché la lista Tsipras non sia solo un evanescente marchingegno per le europee, ma un nuovo inizio per la sinistra in Italia.


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