Il ponte americano

il-ponte-delle-spie-trailer-italiano-del-thriller-di-steven-spielberg-con-tom-hanksConfesso che ero piuttosto titubante sull’andare a vedere o meno Il Ponte delle spie , il film di Spielberg sullo scambio fra Gary Powers il pilota dell’U2 abbattuto sull’Unione sovietica  nel 1960 e l’agente del Kgb, Rudolf Abel, catturato a New York nello stesso anno: ormai sono diventato gravemente allergico alle manipolazioni storiche di marca Usa e temevo uno shock anafilattico. Invece  ne sono uscito vivo: la ricostruzione oltre ad essere narrativamente interessante è abbastanza aderente ai fatti, a parte il finale in cui si allude a una possibile brutta fine di Abel tornato fra i suoi che erano pur sempre – oh my God – comunisti, mentre si dà per scontato che Powers ritorni tranquillamente nel seno degli all american boys, un tratteggio stravagante perché chi ebbe davvero dei problemi fu proprio il pilota dell’U2 sostanzialmente accusato dall’opinione pubblica americana di  non essersi schiantato con l’aereo e , catturato, di non essersi ucciso col cianuro in dotazione. Un personaggio riabilitato in memoriam solo dopo mezzo secolo.

Però ci sta, quotidianamente si vede e si sente assai di peggio. Tuttavia c’è un rapido passaggio del film che non so se interpretare come una gaffe della sceneggiatura, un messaggio subliminare lanciato all’americano medio , una presa in giro del medesimo o l’ennesimo di saggio storico all’americana: è il punto in cui un poliziotto, dopo una sorta di attentato nei confronti dell’avvocato di Abel, interpretato da Tom Hanks, mostra tutta la sua indignazione per il difensore della spia sovietica  e gli dice che non può sopportare la sua azione visto che lui aveva combattuto, era nella terza ondata sulla spiaggia di Omaha in Normandia. E’ davvero singolare perché come ognuno sa o dovrebbe quanto meno sapere anche se vede nel tronismo l’unica aspirazione di una vita, l’Urss  combatteva allora assieme agli Usa, anzi per dirla proprio tutta, senza il suo contributo decisivo non ci sarebbe stato alcuno sbarco, né in Normandia, né altrove. Sia per un motivo militare perché i tedeschi senza il fronte russo avrebbero potuto disporre di 5 milioni di uomini in più, di decine di migliaia di aerei e di carri oltre che, presumibilmente, di giganteschi rifornimenti in materie prime provenienti dall’Asia sovietica
(e anche dell’atomica se l’idiozia di Hitler, in questo caso benvenuta, non avesse negato i fondi per la sua costruzione fin dal 1938 ). Sia per un motivo strategico visto che lo sbarco in Normandia si rese necessario, a guerra già sostanzialmente persa dalla Germania,  proprio per evitare che i sovietici arrivassero al cuore dell’Europa (vedi nota).

Ma è proprio questo contributo decisivo che oggi si vuole cancellare facendo della sconfitta del nazismo un risultato esclusivamente americano, un cannibalismo storico cui sono invitati i poveri inglesi con le loro cornamuse e i francesi con la baguette sotto le ascelle, purché stiano al loro posto. Questa sorta di esclusiva con appropiazione indebita è diventata la pietra angolare dell’eccezionalità americana, la stessa che permette di esportare democrazia e generare caos e massacri senza produrre l’indignazione e la reazione che meriterebbe. Figuriamoci se dopo la “fine della storia” il merito andasse diviso con altri e che altri, addirittura con i comunisti. Si tratta ovviamente di una tesi improponibile sul piano scientifico o meglio dal punto di vista del rigore storiografico, persino da parte del revisionismo che anzi tende a rigiudicare il nazifascismo all’interno di una presunta guerra civile europea tra capitalismo liberale e comunismo,  ma abbastanza rozza da andare benissimo per  la vulgata mass mediatica e avvalorata sempre di più con l’esclusione dei russi dalle manifestazioni ufficiali per la vittoria, alle quali al contrario partecipano in pompa magna gli sconfitti.

Così probabilmente quella del poliziotto non è una gaffe, ma il punto centrale del film, la chiave di lettura in chiaro della dinamica psicologica della vicenda e anche quella cifrata della storia secondo l’evangelio americano.

 

Nota  E’ben noto come i piani di invasione dell’Europa furono preparati in tutta fretta dagli americani (operazione Bolero) , già dall’inizio della loro entrata in guerra  alla fine del ’41 quando si temeva che una totale vittoria dei nazisti sull’Unione Sovietica avrebbe dato alla Germania i mezzi per contendere il  potere globale a Usa e Gran Bretagna. Poi furono messi in secondo piano e ripresi attivamente dopo Stalingrado quando le paure si invertirono e si cominciò a temere che l’Urss potesse investire l’intera Europa. Con la conferenza di Casablanca del gennaio 1943 le cose non si erano delineate chiaramente e venne ancora prudentemente deciso di costituire solo un saliente continentale con l’invasione dell’Italia che nei piani doveva portare ad attestarsi in poco tempo lungo le Alpi. La cialtroneria della catena di comando italiana  che mandò all’aria tutti i piani costruiti con Badoglio e la casa reale, insieme all’accanita e imprevista resistenza tedesca, contrapposta ai cedimenti sempre più grandi sul fronte orientale, resero necessaria la preparazione nel corso del ’44 dell’invasione in Normandia.


Gli Usa tra pacifisti e cannibali

SandersLa straordinaria vittoria di Sanders in campo democratico e quella di Trump fra i repubblicani attestano due cose: la prima che il sistema politico americano è giunto ormai ai propri limiti strutturali e i cittadini cercano disperatamente un’alternativa anche se questa si concreta in un socialista (termine che avrebbe fatto sobbalzare sulla sedia la middle class fino a qualche anno fa) o in un cazzo buffo assolutamente reazionario e sconclusionato come Trump. La seconda è che la crisi esplosa nel 2008 è ben lontana dall’essere superata, anzi è diventata endemica, nonostante la manipolazione massiccia dei dati per dimostrare il contrario.

Gli analisti sia democratici che repubblicani dopo aver passato e ripassato i sondaggi dell’ Iowa hanno ridisegnato una situazione che alcuni osservatori giudicano pre rivoluzionaria. E del resto il Washington blog ( qui in originale e qui nella traduzione a cura di Pino Cabras su Megachip) riferisce alcuni dei numeri impressionanti degli spin doctor secondo i  quali oltre l’80% degli americani crede che i politici siano corrotti e facciano i loro interessi piuttosto che quelli dei cittadini, che questi ultimi contino sempre di meno e di fatto comandi un capitalismo lobbistico, mediatico e clientelare. Sono concetti espressi a larghissima maggioranza anche dagli elettori (che in Usa sono persone attivamente impegnate, ossia che si iscrivono alle apposite liste) i quali in una percentuale fluttuante dal 70 al 79 % esprimono sostanzialmente le stesse tesi.

Le primarie del New Hampshire, libere dalle particolari condizioni di uno stato come l’Iowa dove tradizionalmente atterranno gli alieni, hanno perfettamente confermato queste analisi, anche se è vero che i repubblicani non hanno che automi di lusso da contrapporre a Trump e i democratici un personaggio guerrafondaio e poco convincente come la Clinton, interpretata evidentemente come il cuore di un sistema politico da rifiutare. Sta di fatto che l’ elettorato cerca disperatamente un cambiamento e al contrario di quanto pensino le elites non si tratta di una situazione di malumore temporaneo, ma di una decisa spinta  verso dinamiche più democratiche e partecipate, magari con l’abbandono del tradizionale bipartitismo che in definitiva è il colpevole ultimo della situazione che si è creata.

Sembra di leggere le parole di Henry Miller nel Tropico del Capricorno e che si riferiscono alla follia finanziaria degli anni Venti con la successiva caduta in una crisi senza fine che è stata la placenta della guerra: “Tutto il continente è un immenso vulcano col cratere temporaneamente nascosto da un fondale girevole che è in parte sogno, in parte paura, in parte disperazione. […] Dovunque il medesimo impulso fondamentale a massacrare, distruggere, saccheggiare. […] L’America è pacifista e cannibalesca. Dal di fuori sembra un bell’alveare, con tutte le api che si scavalcano in una frenesia di lavoro; ma di dentro è un macello, e ciascuno uccide il suo prossimo e gli succhia il midollo delle ossa”. Bisogna vedere quale istinto prevarrà: se oggi è ancora impossibile prevedere chi sostituirà Obama alla Casa Bianca, non si fa molta fatica a capire che le elites, le dinastie, i potentati economici faranno di tutto per impedire trasformazioni che mettano in discussione il loro potere interno e globale. Se non saranno sufficienti le armi del denaro e dei media non ci sarà altro che la vecchia e tradizione soluzione della guerra per rimettere a posto le cose e incartare dentro una bandiera le illusioni perdute. Il caos nelle menti e nella geopolitica è stato talmente seminato che non c’è nemmeno più bisogno di convincere l’amministrazione: basta un colpo di acceleratore da parte di un servizio o di qualche pazzo alla Soros per accendere la miccia.


Papa buono e papessa Bonino

d80634c6256b3e3784a74d76ef8516d8Le inaspettate e stravaganti lodi di Papa Francesco alla Bonino, per “aver offerto il miglior servizio per conoscere l’Africa”venute proprio nel momento in cui è in corso una battaglia sulle libertà civili nel quale la Chiesa sta muovendo tutte le sue pedine, offrono finalmente un quadro più preciso della confusione italiana oltre che del muoversi a tentoni del Vaticano dentro posizioni di rinnovamento di facciata. Chiara la strumentalità di mettere su un piedistallo una persona non per ciò che ha fatto, per cui è nota agli italiani e invisa ai cattolici, ma per motivi del tutto diversi, discutibili, marginali e francamente legati a doppio filo con le politiche imperialistiche in Africa e al famigerato export di democrazia. Per motivi analoghi anche se non eguali meglio un pietoso silenzio sulla inconsulta laudatio nei confronti di Napolitano.

Questo però ci dà innanzitutto la possibilità di sgombrare il campo da un vecchio equivoco, generatosi proprio a causa del potere del Vaticano in questo Paese: il fatto che tutto un ambiente liberal sui diritti civili, ma estremamente conservatore, se non reazionario quanto al sociale, come quello radicale, sia stato confuso tout court con il progressismo a causa della resistenza della Chiesa e dei suoi referenti politici ad ogni tentativo di rinnovamento. E infatti non si contano i radicali in forza al berlusconismo e ora al partito della nazione il cui orizzonte è esclusivamente quello delle libertà individuali le quali, in assenza di una tensione verso l’eguaglianza sociale, anzi dentro una teorizzazione della disuguaglianza, diventano di fatto diritti accessibili solo a chi se lo può permettere. Ben vengano, per carità, non è questo il punto, ma in un contesto di riduzione di libertà effettiva e di reale rappresentanza democratica, rischiano di essere una sorta di asimmetrica compensazione.

L’altro equivoco messo in luce da questa singolare vicenda rivela la natura sostanzialmente mediatica del rinnovamento di cui sarebbe portatore Papa Francesco e che si concretizza spesso in prese di posizione più apparenti che reali, in allusioni piuttosto che in opere. Forse esprimono un dover essere che non riesce a divenire essere per mancanza dei necessari presupposti di rinnovamento dottrinale. Questo vale sia nella politica interna della Chiesa, sia nella predicazione di pace e lavoro che si arena regolarmente di fronte ai bastioni dell’economicismo liberista, sia ai presunti successi diplomatici di cui abbiamo un esempio proprio in questi giorni con il viaggio a Cuba e l’incontro con il patriarca ortodosso di Mosca. L’esempio della Turchia è illuminante: tutti ricordano la reazione offensiva e minacciosa di Erdogan nei confronti del Papa perché questi nella primavera scorsa aveva  parlato del genocidio armeno che i Turchi non vogliono né conoscere, né riconoscere. Naturalmente si è cercato di ricucire lo strappo e il Vaticano ha ceduto su tutta la linea: una nota del 3 febbraio uscita dalla Santa Sede non parla più di «genocidio» bensì dei «tragici avvenimenti del 1915», un adattamento totale alla elusiva e ipocrita versione turca.

Questa sarebbe la “diplomazia della misericordia” come viene chiamata adesso, ma l’episodio va ben oltre i suoi confini: è in realtà uno sventolare bandiera bianca di fronte al potere globale che ha fatto della Turchia una roccaforte nella creazione di caos in medioriente e che quindi non andava moralmente isolata, tanto più dopo l’intervento russo contro l’Isis. Dunque un cedimento sia pure indiretto, di fronte all’orrendo carnaio mediorientale allestito dall’occidente, di fronte anche ai massacri di cristiani da parte dell’Isis, notoriamente sostenuta dai Turchi anche se sottobanco. Se il Papa chiede giustamente accoglienza e umanità per i profughi, non può però far finta di non vedere le cause che hanno provocato l’ondata migratoria e darla vinta ad Erdogan e a tutto il mondo marcio che egli esprime. Insomma non si può tirare il sasso e ritirare la mano se si vuole davvero cambiare. Non si può chiedere una Chiesa povera e caritatevole per poi servirsi della più bieca idolatria dando in pasto reliquie ai meccanismi economico – turistici di gerarchie chiesastiche insoddisfatte dallo scarso successo di cassa del giubileo.

Se questi sono i presupposti si può prevedere che anche l’incontro cubano con il patriarca moscovita, ha grandi probabilità di rimanere sospeso a mezz’aria, finendo per non essere un passo significativo nella demolizione dell’ ossessiva demonizzazione della Russia da parte degli Usa, dunque una contestazione delle politiche imperiali, né un passo verso una maggiore unità religiosa, ma solo tonnellate di bit in archivio.


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