Un premier di nome Wanda

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Preceduto dall’ immarcescibile “La sai l’ultima? … Nel 2016 via Tasi e Imu”, la compagnia di avanspettacolo col capocomico sempre in cerca di polli da spennare per mettere su la rivista, con le soubrette stonate che non sanno  la parte e nemmeno sgambettare, con la parodia della Osiris che vi ama tutti, con gli zerbinotti e il vecchio barzellettiere impomatato che ottiene solo fischi e gestacci, con gli imitatori che rifanno Andreotti, l’unico che non si offende da morto e da vivo, la compagnia del nuovo bagaglino ha annunciato le 100 piazze della sua tournée. 100 recite in 100 teatri per spiegare al gentile pubblico – gli faranno pagare i soliti immancabili 2 euro? –  le riforme del governo.

Dopo i treni e i pullman siamo al Carro di Tespi di una volta, non a caso a suo tempo rispolverato dal fascismo per farne una macchina mobile di propaganda e consenso.

Fuori l’autore, verrebbe da dire, di una pensata così stracciona, che, non vorrei illudermi, comunica preoccupazione, insicurezza, sfiducia e soprattutto lo stupore allarmato di chi comincia a nutrire la terrea e sinistra rivelazione che sia finito il mito leggendario di un premier maestro di comunicazione, bugiardo matricolato ma forse in ragione di ciò,   convincente per chi non vuole altro che credergli per non pensare, per drogarsi dell’oppio di illusioni fasulle e delle speranze taroccate, per perdere coscienza coi gas esilaranti dei granai stracolmi dell’Expo e degli arsenali pieni delle armi contro il terrorismo, delle fabbriche popolate di assunti a tempo indeterminato e di scuole animate da precari finalmente appagati, di prati ben pettinati, città sicure  e tunnel attraversate da treni veloci e neutrini contenti di essere al servizio della crescita illimitata, magicamente riavviata dal giovane ometto della provvidenza.

Eh si, come tante volte qualcuno di più accorto ha cercato di dire, non è il guitto tracotante, non è il bravo presentatore a fare buoni i messaggi e suadenti le parole per dirli. È un pubblico che ride alle vecchie barzellette scollacciate, alle battute spinte, al repertorio dei piazzisti che stancamente fanno complimenti alle signore, ammiccano allusivi con gli uomini, chiamano nonnetta le vecchiette, danno un ganascino ai ragazzini per vendere cioccolatini ammuffiti, pozioni contro la caduta dei capelli e preparati miracolosi per la virilità, come in fondo si faceva da più di vent’anni anche con dimostrazioni pratiche in corpore vili, e infatti il capocomico di prima è risultato essere più eloquente e  persuasivo.

Non bastano più le comparsate in televisioni assoggettate fino al ridicolo, la conversione di un giornale fondato da Gramsci per accogliere come desiderabile columnist Sgarbi, i comunicati ufficiali in forma di cinguettio, le passerelle coreane tra alucce di folla plaudente, i compitini di inglese pronunciati davanti a astanti sconcertati. E d’altra parte non sono i tempi dei bagni di folla: si susseguono defezioni e fughe causate da probabili fischi, plausibili pomodori, prevedibili uova marce malgrado la carestia che lui stesso ha contribuito a provocare. Così non gli resta che il teatro, memore dei fasti della Leopolda, con robusti servizi d’ordine, con invalicabili cordoni sanitari e con una claque ben prezzolata. E con copioni e intermezzi, c’è da sospettare, frutto dei suoi sostenitori e autori, quel  pantheon di cervelli, talmente prestati alla militanza da essere già fritti: i Serra, i Fazio, i Jovanotti, i Piccolo, etc., etc., tutti ben  collocati nella sua Rai, nella sua 7, nei suoi giornali compresi di pagine a pagamento.

Si, il teatro si addice al guitto di Rignano.

Intanto perché è l’apoteosi di quel suo modo di proporsi autoritario, autoreferenziale e assertivo,  di chi  afferma, dichiara, definisce, prescrive, senza preoccuparsi di spiegare a chi ascolta né il perché, né il come, né il quando, né con quali mezzi e risorse, di chi recita appunto, senza nemmeno guardare con quei suoi occhi sfuggenti la platea, perché non è necessario il consenso  per restare sul palco, che tanto il pubblico mica vota più, mica ha più il diritto di partecipare, mica può esprimersi altrimenti se con gli  applausi a comando. Poi perché appaga la sua vanità solipsistica, addirittura più avida di piacere di quella che muoveva gli atti del suo vecchio padrino, ma che non vuole rischi, non si espone nemmeno alle statuine del duomo, però non si accontenta dei videomessaggi, esige il brivido della scena, estasiato e euforizzato  dalle risatine dei fan e della claque , perché il suo monologo – ha cominciati anche lui a parlare in terza persona – gli permette di confondere presente con futuro, singolare e plurale, promessa e menzogna, illusione e realtà, come vuole la legge dello spettacolo, l’unica ormai davvero inviolabile più della Costituzione e del codice penale. Senza contare che immagina che, quando nel 2050 sarà costretto a ritirarsi, potrà rivedersi i filmati, le sue performance, i primi piani, le mossette e le risatine.  Ma non la sala deserta che merita e che gli dobbiamo se abbiamo conservato ancora un po’ di dignità.

 

 


Le borse festeggiano: nuove dosi di ecstasy finanziaria

imageIl crollo organizzato e guidato delle borse ha sortito l’effetto sperato e del resto facilmente immaginabile ( vedi qui ): la Fed ha annunciato tramite il suo rappresentante di New York che non procederà al rialzo dei tassi in previsione a settembre. Questa mossa “ora è meno convincente di quanto lo fosse qualche settimana fa” dice il mesto e supponente messaggero: l’intermediazione finanziaria e la relativa speculazione potranno godere ancora di denaro praticamente a tasso zero, come da sei anni a questa parte, continuando  a far gonfiare la bolla globale. E naturalmente le borse di tutto il mondo hanno reagito esultando e recuperando quei famosi miliardi bruciati che tanto erano di fantasia, in un modo che rassomiglia più alla felicità del drogato che ha trovato la dose più che alla supposta razionalità di mercato.

Per ora è stata escluso un quarto gigantesco quantitative easing, nella speranza che sia la Cina a pompare denaro per mantenere i suoi livelli di export, ma sono certo che qualche altra turbolenza si cederà anche su quello:  anzi proprio aver citato un’ipotesi dichiarata inimmaginabile nei mesi scorsi, la rimette in corsa fra le possibilità concrete. Sì tratta ovviamente di denaro che serve solo a mantenere alto il livello di speculazione, ma che non arriva mai all’economia reale la quale al contrario è fragile e in continuo ridimensionamento. Anzi mentre non risente per nulla dei rialzi del casinò finanziario, viene invece danneggiata dalle cadute di mercato: non esiste alcuna simmetria in questo gioco al massacro perché i mancati utili finanziari si riflettono sulla necessità di un aumento dei profitti che nel mondo contemporaneo significa licenziamenti e caduta di salari.

Del resto è chiaro che ciò che rimane del governo pubblico, quanto meno in Occidente, non può più permettersi di affrontare una nuova crisi come quella del 2008 sia perché mancherebbero i soldi per tamponarla sia perché le elites politiche, complici e subalterne al potere finanziario, ne sarebbero travolte. Quindi la governance ai vari livelli non può fare a meno di reggere il moccolo e proseguire nella politica degli interventi continuativi delle banche centrali per mantenere in piedi un gioco divenuto fragilissimo e isterico, promotore di una diseguaglianza mai vista. Salvo mettere a punto strategie concordate e condivise di manipolazione dei dati in maniera da nascondere il disastro reale: non mi riferisco alle furbate indecenti e squallida del ministro del lavoro italiano che raddoppia le assunzioni a tempo indeterminato per glorificare il job act e nascondere l’aumento complessivo della disoccupazione, ma ai vari rimaneggiamenti a la carte dei dati statistici. E’ successo l’anno scorso per il calcolo del pil in Europa in maniera da evitare una nuova stagione di recessione tecnica, succede sistematicamente in Usa dove i numeri ufficiali sono regolarmente smentiti dai dati di realtà sui singoli settori o ricorretti dopo un po’ di tempo dopo che hanno già avuto il loro effetto di insider sull’opinione pubblica.

Da una parte le oligarchie economiche pretendono liquidità, dall’altra se ne servono per stroncare interi Paesi come è successo con la Grecia. Ma nessuno dopo aver cresciuto e alimentato il mostro può resistere alle sue richieste perché l’alternativa è il caos da cui ben poco delle classi dirigenti attuali si salverebbe. Allora si aspetta sperando che la grande bolla scoppi da sola. attendere, mentire  e vivere alla giornata.


Rai news prende l’ascensore

flexible-smartphoneNon sembrava quasi vero ai militanti Nato -euro – renziani di Rai news diffondere la lieta novella ideologica, per la verità un po’ amara per qualche multinazionale con i soli uffici commerciali in California, che in Cina si è “fermato l’ascensore sociale“. Questo lo si dedurrebbe dal fatto che nel Paese di mezzo le vendite di smartphone sono calate del 4% per il secondo trimestre consecutivo.La quasi ovvietà di questo assestamento di mercato, specie se in assenza di vere novità tecnologiche o anche gadgettarie è dimostrata dagli stessi dati citati dai Rai News, ovvero il fatto che la Cina con il 15% del pil mondiale assorbe il 30 per cento dei telefonini prodotti sul pianeta ( del resto quasi esclusivamente in loco): in queste condizioni, anche se le cifre sono errate (il pil di Pechino a prezzi standard supera il 20 %), una progressiva saturazione del mercato è  assolutamente normale, non c’entra un bel nulla con l’ascensore sociale.

Certo può essere un segnale di rallentamento, ma del tutto marginale. Questione di opinioni, di interpretazioni direte voi ed avreste ragione. Ma se questo fosse vero, se davvero non si leggesse dietro tutto questo un tentativo di dare un’interpretazione dei fatti all’insegna dell’ortodossia liberista e del Washington consensus, ci si chiede come mai la stessa Rai News non sia strappata i capelli l’anno scorso quando la vendita di smartphone ha fatto segnare un – 19% in Usa e un – 5 per cento nei nove principali Paesi europei pur crescendo altrove. Più che di ascensore qui si sarebbe trattato di precipizio sociale. Invece non solo non abbiamo appreso il dato, ma non si è sentito nient’altro che inneggiare alla ripresa data per certa.

Anche quest’anno le cose non vanno bene perché non solo il mercato comincia ad essere saturo, mala crisi fa sentire i suoi effetti eppure non sentiamo Rai news lanciare disperati allarmi sull’arresto dell’ascensore sociale, probabilmente perché gli autori, forse i complici  di simili opinioni, quell’ascensore va sempre in salita, come dimostra l’assunzione al soglio pontificio della televisione pubblica del direttore.


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