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Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come.

Tanto Casson per nulla

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Pare che ormai un certo sconsolato scetticismo sia l’unica arma che possediamo per difenderci dalle disillusioni più amare. Non è una consolazione, ma l’incredulità resta un vaccino efficace che ci protegge dal contagio avvelenato dello sconforto e delle frustrazioni.

Così la notizia che il candidato sindaco di Venezia Felice Casson ha stretto un patto preventivo con il suo competitor, lanciando Pellicani come capolista,  non ha prodotto in me un grande turbamento: che nutrissi scarse aspettative lo avevo annunciato qui https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2014/12/29/basta-casson-a-farci-felice/.

Non ho infatti mai creduto agli effetti demiurgici della discesa in campo di ex magistrati, nelle vesti salvifiche di professionisti della giustizia e di tecnici quindi, più che custodi e garanti, della legalità. E non solo perché comincio a temere che non esista via virtuosa al potere, lastricato com’è il cammino politico di tremende tentazioni, dorati privilegi, confortevoli rendite di posizione, pratici trattamenti pensionistici. È che pretenderei di non limitare legalità, trasparenze ed onestà al semplice astenersi da reati, da piccoli o grandi atti criminosi, da comportamenti magari non trasgressivi, ma certo inopportuni o iniqui fino a diventare illegittimi.

Dimostra il governo in carica che l’incompetenza danneggia l’interesse generale, che l’ignoranza nuoce alla salute dei beni comuni, che l’improvvisazione, che non ha nulla a che fare con la fertile immaginazione, partorisce frutti avvelenati. E che si ledono i diritti fondamentali cancellando il lavoro, i suoi valori e le sue conquiste, devastando la scuola pubblica, limitando, fino ad eliminarla, la partecipazione dei cittadini alle scelte, abbattendo l’edificio dello stato sociale, dei servizi per le cure e l’assistenza, ma anche tagliando risorse per il trasporto pubblico o per la tutela del territorio, incoraggiando opere che finiscono per beneficiare speculazione e corruzione, indirizzando risorse verso azioni che accontentano l’aspirazione al consenso più che quella ad assicurare benessere diffuso.

A vedere i risultati non c’è grande differenza tra decisioni  ed atti magari frutto di intenzioni ottime e, quanto dilettantistiche, magari influenzate da persuasioni di carattere ideologico o condizionate da ragioni contabili o meramente tecniche, magari suggerite da quella prevalenza del pragmatismo, del realismo feroce e miope che ha tagliato le ali, e fossero solo quelle,  alla creatività politica, alla ricerca di modelli altri – ma non è il caso del governo – e la subalternità a una cupola padronale che agisce e si muove unicamente per appagare avidità personalistiche e private, ambizioni oligarchiche, pulsioni autoritarie – ed è il caso del governo.

Una ennesima declinazione dell’impiego dei tecnici, dell’abuso dei ragionieri, dell’uso improprio dei periti commerciali,   impone il ricorso a scopo dimostrativo di magistrati piazzati a fare da spaventapasseri, di vigilantes  messi a sorvegliare dalla guardiania,  per darci un po’ di guazza, per contrastare con qualche granello di polvere negli occhi l’antipolitica, in attesa del completamento del disegno golpista che renderà superfluo il consenso grazie alla conversione del voto in timbro a registrare e sigillare  l’egemonia del piccolo zarevic.

Si tratta di “immaginette” votive davanti alle quali accendere il moccolo della fede in un cambiamento concesso dall’alto. Ma tant’è, direbbe Slavoj Žižek, sperare nella salvezza del mondo portata dai marziani, tutto sommato meno distanti da noi del ceto dirigente.

Perché la rivelazione meno sorprendente ma ciononostante più amara è che la realtà dà ragione e giustifica il qualunquismo, che è inevitabile la trasmissione delle infezioni che germinano nella gestione della cosa pubblica, anche quelle della real politik, anche quelle della ragion di stato, sempre più irragionevoli laddove lo stato è espropriato di sovranità, retrocesso a funzioni notarili delle scelte pensate e ordinate altrove, come  quelle della necessità diventata imperativo e condanna alla cessione di diritti e garanzie e alla liquidazione di beni comuni.

Non sorprende dunque la mossa da vecchio politico consumato di Casson, nostalgica del vecchio consociativismo che proprio in Veneto ha trovato il suo laboratorio sperimentale, dettata dal desiderio  di ammansire i moderati espliciti e di conquistare quelli sotto mentite spoglie in un partito che da liquido è passato allo stato gassoso, avvelenato dai vapori mefitici del malaffare che ha intriso la politica cittadina.

«Si apre una nuova fase, con un’alleanza basata sui contenuti, per vincere tutti insieme», dice Pellicani, testimonial di quel “cambiamento” alla moda   di Fabrizio Salina e di tutti i principi e principini nazionali,  figlio esimio, enfant gatè dei dogi che si sono succeduti, giornalista influente della piccola Repubblica  periferica, la Nuova Venezia di De Benedetti, benevolmente protetto da Napolitano, vecchio amico di famiglia, abilmente impegnato, nei panni di homo novus che si affaccia alla politica per la prima volta, a lavare i panni di un partito compromesso   nel catino del radicamento territoriale, dei comitati civici,  delle organizzazioni e associazioni “produttive”, tanto care ai boy scout della Leopolda, cui si addicono  imprenditori e consumatori più che i cittadini.

Nella città del Carnevale vanno in scena due politici scafati in maschera da volonterosi avventizi, da appassionati neofiti, da eletti per caso.  Il fatto è che siamo già in piena Quaresima e a far penitenza siamo sempre noi.

 


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