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Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come.

Pompei, la Grande Vergogna

pompei-scavi-12Anna Lombroso per il Simplicissimus

E così anche Franceschini non ha mancato all’immancabile appuntamento: la visita pastorale alla Grande Vergogna, il sito archeologico più ricco e più esteso del mondo e il più trascurato e oltraggiato, Pompei. Come la Signora Merkel ci ha tenuto a pagarsi il biglietto, anche se non ha sfidato spericolatamente il viaggio in circumvesuviana come il predecessore, Bray. Ma il rito si è compiuto, è andato, ha galvanizzato i dipendenti, ha incoraggiato sul destino del Grande Progetto, ha magnificato le sorti progressive delle sponsorizzazioni provate, prendendo come esempio l’esperienza di Ercolano, finanziata da Packard e più affine al mecenatismo, e quindi improbabile, se a spendersi per una drastica cura a Pompei saranno sceicchi e visir, come nelle favole, poco inclini ad impegnarsi senza vistoso tornaconto e senza diritto di esclusiva, come è stato accertato in Sardegna, dove è stato interdetto l’accesso alle spiagge, un tempo degli abitanti.

Anche lui si è comunque risparmiato il destino di un comune visitatore, taglieggiato da tassisti, ciceroni improvvisati, guide non patentate, acquaioli esuberanti, aree interdette a meno che non si paghi il pizzo. E gli sarà stata anche pudicamente esclusa la vista delle costruzioni abusive a ridosso del sito, new tonws gentilmente promosse e edificate in odor di camorra.

Comunque ci ha rincuorato sui 105 milioni cofinanziati benevolmente da Bruxelles, anche se ha come al solito omesso di ricordare che si tratta pur sempre di quattrini ai quali i cittadini italiani hanno contribuito a vario titolo, ci ha rassicurato che si può fare a meno di Fabrizio Magani, la cui possibile presenza era una garanzia, ma che ha scelto di restare all’Aquila dove sta svolgendo un lavoro encomiabile, soprattutto, rispettoso della “cifra” che distingue il governo ha voluto confortarci: le procedure per gli appalti verrano rese più rapide e veloci, un bel sollievo come per l’Expò. E dire che anche in questo caso più che la velocità e la semplificazione, avremmo trovato giovevole trasparenza e incremento dei controlli oltre che sulle competenze e professionalità, sulle certificazioni antimafia.

Ma questo è un governo “prescioloso” e pur senza esporsi come fa audacemente e quotidianamente il premier di una riforma al mese, il Ministro, che ha rivendicato di metterci la faccia, anche lui, ha assicurato interventi decisivi in tempi brevi. Per dir la verità ce l’avevano già messa con esiti evidenti anche Monti e Barca, che con grande fasto avevano presentato tra slides, giochi di luce, bric à brac verbali, il Grande Progetto Pompei il 5 aprile 2012, promettendo, o minacciando, di farne una smart city dell’archeologia, con percorsi virtuali, profusione di innovazione tecnologica, materiali futuribili, tempistica precisa e severissima, scandita da cronogrammi e diagrammi di Grannt.

E anche la faccia di Franceschini non è al sicuro: è quanto mai improbabile il rispetto dei tempi richiesti da Bruxelles che imponevano la fine dei lavori, rendicontazione inclusa, entro il 31 dicembre 2015. L’Unesco, che si aspettava entro febbraio proposte e soluzioni immediatamente operative, presenterà al prossimo Comitato Mondiale il suo rapporto che non sarà certamente benevolo, se la commissione inviata in loco all’inizio dell’anno scorso era un vero e proprio cahier de dolèance nel quale si mettevano in evidenza, in maniera molto documentata, le carenze strutturali, cioè infiltrazioni d’acqua, mancanza di canaline di drenaggio e i danni apportati dalla luce a gran parte dei mosaici che non erano stati doverosamente preservati, e la mancanza di personale. E si lamentava la mancanza di una zona di rispetto “ poichè erano state rilevate intorno ai siti di Pompei e Ercolano delle costruzioni ulteriori, costruite spesso dagli stessi operatori dei siti, ma poi vendute o concesse in uso”.

Ancora una volta tra Grandi Progetti e illustri diktat quello che sembra mancare è una strategia complessiva di medio- lungo termine in grado di collocare le misure per fronteggiare le emergenze e una sensata attività di manutenzione grazie all’impiego di quelle competenze e specializzazioni tecniche che almeno fino agli anni ’70 operavano a Pompei, in un programma di “restauro” che dovrebbe fare del sito un laboratorio sperimentale di tecniche, materiali e competenze, nel quale mettere alla prova una nuova gestione del nostro patrimonio culturale.

Ma c’è poco da sperare, al presidente del consiglio non piacciono i professori, non piacciono i parrucconi e non piacciono le soprintendenze. Potrebbe non aver del tutto torto se il Decreto Valore Cultura, diventato legge dello Stato il 7 ottobre 2013, aveva previsto la costituzione di un gruppo di intervento articolato: Direttore di Progetto, task force di una ventina di tecnici Mibact e 5 consulenti in materie urbanistiche, economiche, giuridiche, che non si è mai insediato. Mentre gli piacciono le Autorità, i commissariamenti, le misure straordinarie, dimostrative dell’inclinazione al dinamismo e al decisionismo, le decretazioni d’urgenza, le semplificazioni. E soprattutto gli si addicono i manager, magari anche i banchieri come quello Scognamiglio che Letta voleva per supercommissario, quelli che la cultura, se non possono metterla in mezzo a due fette di pane, la “valorizzano”, processo che prevede prima l’abbandono, l’incuria, l’oltraggio, poi l’alienazione, la svendita a pezzetti, l’affidamento in comodato trentennale, tramite appropriazione di un bene comune, talmente comune da essere proprietà di tutti in tutto il mondo.

 

 

 


Cent’anni di ipocrisia

images (13)A leggere i giornali di oggi si entra nel realismo magico che fa da contrasto all’irrealismo dozzinale e bugiardo di cui i chierichetti del potere fanno un uso intensivo: c’è non credere ai propri occhi leggendo che il fiscal compact ci costerebbe solo 9 miliardi (da togliere alla sanità e alla scuola, ovviamente)  quando invece elaborando le cifre del def la mazzata è di 54 miliardi. Ma ancora di più si hanno deflagrazioni di ipocrisia senza veli quando si deve respirare l’incenso di cui è circonfusa la scomparsa di Gabriel Garcia Marquez. Il contrasto fra il sostegno complice a politiche reazionarie e il cordoglio con cui si celebra lo scrittore sudamericano restituisce un senso di allucinazione e di falso che ha niente a che vedere con il mondo visionario di Macondo.

Ma come, Marquez l’amico di Fidel Castro, conoscitore del Che, uno degli scrittori che più ha combattuto Pinochet e che per trent’anni è stato persona non gradita negli Usa, che in Cent’anni di solitudine ha raccontato la storia della Colombia dalle speranze alla sottomissione all’imperialismo Yankee e alle sue multinazionali, ora è celebrato dai conservatori filo Usa e filo europeisti. Cosa che del resto accade anche nella stampa statunitense e anglosassone in genere, come se “Gabo” fosse avulso da ciò che ha scritto o si potesse ridurre la sua opera di cui forse i celeberrimi Cent’anni non sono il meglio, a una sorta di fiaba, di luogo dell’anima o di escursionismo nel senso del tempo.

Marquez era invece giornalista più che mai e la sua letteratura non era che la trasfigurazione del reale o caso mai immaginazione realistica che non può essere separata dalla vita concreta, così come Macondo è incomprensibile senza la strage bananiera del 1928 o la United Fruit. Evidentemente ciò che al potere piaceva di Marquez era la possibilità di essere frainteso, che la trasfigurazione del mondo fosse un buon modo per nasconderlo, che finalmente si potesse leggere un vero scrittore, ignorandone l’ispirazione.  Non è forse un caso che i suoi reportage giornalistici che nulla hanno da invidiare ai suoi romanzi, anzi sono forse il meglio della sua scrittura, siano i meno frequentati dall’editoria. E in fondo è stato proprio il suo contrario,Vargas Llosa, divenuto ultraconservatore a trovare le parole per definire questo atteggiamento: «In politica no, ma come scrittore è un gigante». 

Come se le due cose si potessero separare e come se la letteratura fosse solo un gioco di “machinae” immaginative e dei relativi stilemi. Ma quelli che vogliono un mondo muto, fatto di eccitazioni volgari o raffinate nella separatezza delle persone, amano molto questa arcadia. E la menzogna che la sorregge, amano le mille rivolte perse del coronel Aureliano Buendia. E che la rivoluzione sia solo una favola.


Scambisti in Parlamento

Voto-di-ScambioAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri dunque con entrata in vigore immediata, è stata votata la legge sul voto di scambio secondo la quale non servirà più necessariamente lo scambio di denaro per punire penalmente il commercio politico-mafioso, ma anche “altre utilità” che presuppongono accordi tra politici e organizzazioni mafiose. Il reato, dunque, sarà allargato anche ad altro tipo di legami e favori, non solo dietro pagamento di denaro. La pena detentiva prevista per il reato punito dall’articolo 416 ter del Codice penale passa però da un minimo 4 anni a un massimo 10 anni, mentre nel testo uscito precedentemente dal Senato la pena prevista era minimo 7, massimo 12.

Questa misura “regressiva”, come sempre lo sono le indulgenze, frutto probabilmente dall’affettuoso tête-à-tête tra Renzi e Berlusconi o dal ruolo di influente suggeritore di Verdini, è stata accolta con violento disappunto dall’opposizione. E vorrei ben vedere. Non c’è giustificazione alcuna per aver reso ancora meno severa una legge che ancora una volta suona come una dichiarazione di impotenza e resa di fronte al malaffare, all’accondiscendenza alla criminalità, alla complicità diventata sistema di governo a tutti i livelli. E che rende palese nel ceto dirigente quella specie di divina indifferenza all’immoralità, quella potente cultura dell’illegalità che in tutto il Paese ha prodotto e incrementato antichi connubi fra borghesia imprenditoriale, Stato, poteri pseudoreligiosi come Comunione e Liberazione, che tace sull’infiltrazione della criminalità organizzata fino ad assecondarla. E che ne fa pratica quotidiana, come ha segnalato proprio ieri da Cantone, alla guida dell’Autorità contro la Corruzione, che ha denunciato come da quando il suo organismo è stato esautorata dal compito di esprimere un parere sulla conferibilità degli incarichi a chi viene condannato, messo in carico a un organo politico, come il Ministero per la Semplificazione, nessuno se ne stia più occupando.

E d’altra parte la legge sul voto di scambio è un corollario alla legge anticorruzione varata dal governo Monti, addomesticata e addolcita per accontentare e blandire il partito dell’allora incriminato, non per superare Tangentopoli, ma per poterla più compiutamente perpetuare. E che non reintroduce il falso in bilancio, svuotato da Berlusconi nel 2002: eppure il crac del San Raffaele cominciò proprio così. Non contempla un reato essenziale, l’autoriciclaggio: punito in gran parte d’Europa; reclamato, prima che da Bruxelles, dalla Banca d’Italia, pur sapendo che la non punibilità dell’autoriciclaggio “frena le indagini, non consente di indagare su quanti, avendo commesso un reato, utilizzano i proventi del denaro sporco per investirlo in attività lecite e turbare l’economia”, come in altri tempi denunciò l’attuale presidente del Senato. Una legge che elenca come attestazione di buone intenzioni, crimini punibili solo in teoria – traffico di influenze, concussione – visto che i trasgressori rischiano pene talmente ridotte che prestissimo otterranno la prescrizione.

Ma non è solo l’indulgenza sospetta a essere poco convincente in merito alla volontà di reprimere – che di prevenzione sarebbe vano parlare – possibili connivenze, correità, commerci infami. La nuova norma sul 416 ter rischia di essere inutile, allorché prevede che i voti siano procurati attraverso il metodo “mafioso”, ossia attraverso intimidazione o violenza, cosa che nella realtà non avviene quasi mai. E dire che sono molti i nostri rappresentanti che hanno avuto a che fare con l’inquietante controparte, siano essi temporaneamente a Beirut, abbiano assunto stallieri, abbiano ricevuto sostegno in campagne elettorali in tutte le latitudini. E dovrebbero sapere che la criminalità organizzata ha cambiato aspetto, dismettendo la coppola e preferendo la grisaglia, ha maturato formidabili competenze professionali, ha identificato nuovi brand più redditizi del pizzo, attribuisce meno rilevanza a business tradizionali, droga, prostituzione, entrando con determinazione e abilità nell’economia “legale”, diventata già così informale da aprire varchi e da garantire la penetrazione in aziende sane sia pure in crisi, da favorire l’accesso a appalti sempre meno trasparenti, da lanciare affari insospettabili. Le mafie entrano nei consigli di amministrazione di istituti di credito decidendo dell’”affidabilità” di clienti e l’erogazione di crediti, comprano collezioni di moda, acquisiscono vendemmie per collocare sul mercato i loro vini. In sostanza le forme del ricatto e dell’intimidazione sono marginali rispetto a persuasioni molto più convincenti e molto meno appariscenti. E per una legge che dovrebbe punire il reato di voto di scambio e quindi le insane alleanze dei politici e criminali, si sono affievoliti i controlli sui commerci tra magie e funzionari della pubblica amministrazione.

Ma soprattutto si registra un moderno e dinamico trend che mira – in nome della cosiddetta semplificazione – ad accelerare i tempi, a superare i vincoli, a rendere più agili le procedure di controllo e autorizzazione, a preparare il terreno per altri scudi, altri condoni, altri ravvedimenti operosi, di quelli che con una multarella compiacente permettono abusi, oltraggi, crimini. In modo che l’informalità e la licenza aprano la strada all’indecenza e all’illegalità. È una delle forme dell’involuzione autoritaria che è stata impressa a tutto il processo di “revisione istituzionale”. L’insofferenza alla critica che la connota la dice lunga, l’accusa di disfattismo di chi chiede severità, quella rivolta ai dissenzienti di inopportunità, di gridare “al lupo” immotivatamente, quella di ostacolare la crescita con le ubbie dei professoroni dimostra che il potere è determinato a vincere sul diritto. Gridano “al lupo” ma i lupi sono loro.


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