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Chi ha un perché per vivere, può sopportare tutti i come.

Expo, la messa cantata del potere

img1024-700_dettaglio2_Corteo-studentesco-per-protestarre-con-lExpo11Il troppo stroppia dice un detto popolare. E non c’è dubbio che il grottesco eccesso di misura riguardo ai fatterelli di Milano finisca per stroppiare anche la buona fede di chi è contro la violenza comunque e dovunque. La troppa cenere che  l’area anti expo ritiene di doversi spargere sul capo, le prese di distanza astronomiche e non richieste che vengono da quella galassia che si definisce in qualche modo alternativa alla governance attuale, le contro manifestazioni da strapaese con sindaco dolente in testa, per danni certamente condannabili, ma modestissimi , sono espressione di una profonda deformazione della capacità di giudizio e persino della capacità etica di questo Paese.

Intanto perché disordini e infiltrazioni erano attesi da mesi tanto che è stato messo in piedi un gigantesco apparto antisommossa: così viene anche da pensare che qualcuno sperasse di nascondere dietro qualche vetrina infranta, il marcio, l’impreparazione, i ritardi  che hanno accompagnato ogni fase dell’esposizione  e la futilità gastronomica in cui alla fine si è trascinato il tema di nutrire il pianeta. Non è un caso che gli scontri abbiano sortito sulla stampa straniera qualche titolo di taglio basso, al posto dei trafiletti da poche righe del giorno prima, altro che le prime per l’esposizione di Shanghai.

Poi perché sarebbe bene non prenderci in giro e fingere di vivere nel meraviglioso mondo di Candide: è inevitabile che vi siano punti di caldi di violenza nel contesto di un mondo sempre più impoverito, depredato di futuro e impotente a far sentire la propria voce di fronte al capitalismo finanziario. Proprio la settimana scorsa abbiamo sentito l’Europa dire che la volontà del popolo greco non conta nulla o il sepolcro imbiancato di Monti sostenere che la Costituzione è un ostacolo all’economia, mentre ogni giorno viviamo il tradimento della democrazia e dei suoi strumenti senza che si riesca a far sentire la propria voce e persino a far rispettare i referendum. Davvero possiamo essere sorpresi dal tasso di ribellione che tutto questo produce o non dobbiamo consideralo un danno collaterale inevitabile dell’espropriazioni a cui siamo sottoposti? In terzo luogo rimango senza parole di fronte all’orgoglio della candeggina espresso da una Milano che cancella le scritte sui muri, ma ha inghiottito e metabolizzato come se nulla fosse le colossali ruberie sull’Expo, la corruzione da profondo sud che l’ha accompagnata e anche la figura a cui la città si sta esponendo sacrificandosi alla confusione e disorganizzazione che hanno accompagnato la nascita deforme di questa manifestazione. Evidentemente quella buona borghesia produttiva di cui un tempo si favoleggiava, forse inesistente, ma comunque trasformatasi in ottusa impresa di brigantaggio, non comprende che il probabilissimo fallimento dell’Expò sarà un fallimento per Milano, ma che anche un suo improbabile successo rappresenterebbe egualmente una sconfitta per una città impreparata da ogni punto di vista a gestire grandi afflussi. In ogni caso “un orgia di sprechi epocali di materiali,  nella quale le piantine del riso, le macchine per l’agricoltura, i chicchi del caffè vengono esposti come i pezzi migliori della fiera in una montagna di acciaio drammaticamente modellato e parametricamente distorto, di legno e di vetro ricoperto di plastica”, come dice la Frankfuter Allgemeine , segnano già la capacità ideativa di un Paese e in una città che non vanno più in là della griffe e dell’estetica precaria.

Senza nulla concedere alla violenza, non si può nascondere la pochezza etica, politica e intellettuale di un Paese che si lascia derubare fino all’osso, che nasconde sotto il tappeto e accetta qualsiasi marciume, ma insorge e si scopre virtuoso per qualche scontro di piazza. Non si accorge che il potere se ne ride dei cortei e delle manifestazioni unilateralmente democratiche, ma ha una paura dannata di chi si spinge a infrangere il tabù dell’ordine costituito. Non certo perché si fa intimorire da quattro incappucciati spaccavetrine, ma perché essi sono uno sfregio al mondo piallato e laccato che nemmeno i più sfortunati, i più sfruttati osano ormai contestare alla radice. Sono la crepa nel vetro, un cattivo esempio, ma per ragioni del tutto opposte a quelle per le quali si stigmatizzano gli episodi di piazza: il potere riconosce nella violenza la sua stessa natura.


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