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Londra caccia gli italiani

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È bastato dire “mettetevi nei loro panni”, “provate a presentarvi dove nessuno vi vuole”, che eccoci serviti: il ministro dell’Interno  inglese Theresa May in un editoriale sul Sunday Times interpreta in salsa britannica la libertà di movimento nell’Ue, come dire fermiamo quelli che pretendono di venire qui e approfittare del nostro Welfare, delle nostre garanzie, dei nostri diritti senza avere un contratto in tasca.  Non sappiamo se la dichiarazione della May sia un auspicio o l’annuncio di un vera e propria limitazione della libera circolazione dei cittadini compresi o primi tra tutti  i 57mila cittadini italiani arrivati in Gran Bretagna tra marzo 2014 e lo stesso mese del 2015, una percentuale non piccola dei 330 mila nuovi  immigrati  che hanno guardato con speranza le bianche scogliere di Dover o preferibilmente i corridoi degli aeroporti   londinesi.

Hanno già un soprannome “benefit cheaters”,truffatori del welfare, sospettati, si sa gli italiani sono così, di esercitare un turismo dei diritti mordi e fuggi,  senza contratto e senza voglia di lavorare, installandosi in domicili di fortuna per esigere gli assegni di disoccupazione, farsi curare i denti usufruendo del sistema sanitario inglese e approfittando degli aiuti che il governo mette a diposizione di famiglie indigenti. Tutto il mondo è paese e abbiamo già visto gli slogan:  manca solo “aiutiamoli a casa loro”, ma invece c’è “Put british workers first” e “British jobs for british workers”, inalberati sui cartelli dei manifestanti per il Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue,   che sollecitano l’imposizione accelerata di quel limite all’immigrazione di 100 mila unità l’anno,  come l’esecutivo si era impegnato a fare in campagna elettorale.

Per ora possono stare tranquille le anime belle, ma troppo sensibili, che lamentano l’esibizione nei social network delle immagini raccapriccianti di vite nude ormai morte che galleggiano nello stesso Mediterraneo delle loro vacanze, graffiando la liscia lavagna delle loro coscienze letargiche con il gessetto della vergogna,  possono stare tranquilli quelli che se ne sentono turbati come da una provocazione inutile e irrispettosa, un’offesa alla privacy, dicono, di chi, è bene ricordarlo, non ha un nome, probabilmente non ha più nessuno che li riconosca da quell’immagine e che li pianga, non ha nemmeno un numero se non quello progressivo della lunga lista redatta dall’Europa matrigna che non si sottrae mai ad anguste contabilità, oltraggiose per le esistenze che dalla sua aritmetica sono condannate a miseria e disuguaglianza.

Si, possono stare tranquilli – ma solo per un po’. Per un po’ siamo sicuri che non vedremo mamme italiane alzare i loro figli disperatamente per sottrarli alle onde, per un po’ non vedremo ragionieri di Lambrate stipati in Tir, per un po’ non vedremo freschi reduci da master alla Bocconi seviziati dagli scafisti e nemmeno pizzaioli sorrentini lasciati a crepare di sete e fame sulle bianche scogliere.

Ma già adesso questa notizia potrebbe essere l’utile occasione per interrogarsi a proposito di tanti ragionevoli e giudiziosi distinguo che si continuano a fare anche in alte sfere, perché le disuguaglianze sono come le matrioske: dentro una ce ne può essere un’altra e poi un’altra ancora, così che si creano gerarchie della disperazione e del  merito a trovare salvezza che non sono quelle tradizionali, prima le donne e i bambini, no, sono prima quelli che fuggono dalle guerre, possibilmente etniche, interne, comunque incivili, poi quelli che scampano alle guerre “umanitarie” cui abbiamo contribuito, poi quelli dell’esodo per motivi ambientali, per fame, per sete, infine, quelli che scappano perché hanno l’ambizione, si direbbe riprovevole, a concedersi una speranza, un futuro senza fame, senza sete, senza schiavitù. Come se fame, sete, non fossero conseguenze  delle guerre predatrici di potenze che hanno sfruttato risorse e territori, come se fame, sete, non si estendessero come un contagio e inquinassero le vite di chi sente da lontano il rombo dei cannoni e lo scoppio delle bombe, ma ne patisce da vicino gli effetti, primo tra tutti la paura, con l’incertezza, la minaccia di un coinvolgimento, la contiguità con la morte.

Ma si sa è l’Europa che ce lo chiede, ci chiede di viaggiare su un doppio binario di civiltà intanto trasformando, ma si sa che viviamo un formidabile stravolgimento semantico, un fenomeno epocale, un esodo che sconvolgerà per sempre i confini della geografia politica e dell’etica, in una crisi umanitaria, un incidente “naturale” che va affrontato diversificando  l’esercizio di umanità secondo l’occhiuta ed esosa discriminazione attuata dalla Signora Merkel, prima i siriani vittime di una guerra vera, col marchio doc, poi si vedrà, come se le carestie, le violenze, il terrore non fossero atti,  eventi, accadimenti bellici.

Si possiamo stare tranquilli per un po’, finché quelli che cercano qualcosa di meglio di un Paese governato da imbelli, corrotti, incapaci, addestrati all’ubbidienza a quell’impero feroce, potranno andarsene in classe turistica, in traghetto, in alta velocità, col gruzzoletto che papà e mamma e i nonni hanno conservato per loro, grazie a quei “fondamentali” sani  che ci hanno tenuto apparentemente in piedi per un po’ anche quando eravamo già in ginocchio. Ma il gruzzoletto finisce, potremmo tornare dalle Samsonite alle valige di cartone legate con lo spago, alle quarantene come indesiderabili. Ah no, indesiderabili lo siamo già, sarebbe ora di accorgersene e invece di partire restare qua prima che cadano le bombe a far cadere il regime.


La Terra dei Fuochi legali

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio come quando chi ruba due mele al mercato va in galera, mentre i grandi ladroni, quelli delle grandi opere pensate per promuovere speculazioni, quelli delle banche strozzine, quelli della troika invece prosperano nella grande cuccia della legalità.

Si perché con orgoglio demoniaco il governo rivendica di aver inserito nel nostro codice penale gli ecoreati così “….chiunque appicca il fuoco a rifiuti abbandonati ovvero depositati in maniera incontrollata è punito con la reclusione da due a cinque anni….. “. Però se chi appicca il fuoco lo farà nei 12 inceneritori che quello stesso governo ha programmato, se sarà non un manovale della camorra in una della tante  terre dei fuochi, un piccolo imprenditore irresponsabile che non sa come disfarsi dei materiali di risulta – colpevoli, eh, colpevolissimi – ma invece un signore delle discariche, uno di quei boss che da decenni si arricchisce del brand monopolistico dell’immondizia, uno di quegli imperatori del business delle discariche, allora tutto è in regola, anzi allora è un mecenate, un difensore dell’ambiente che mette riparo finalmente all’ennesima emergenza che si è abbattuta chissà come mai sul nostro paese, come le sette piaghe d’Egitto.

Perché bruciare rifiuti è reato, incenerirli a spese nostre e inquinandoci, invece è un servizio pubblico:  l’articolo 35 dello Sblocca Italia, infatti,  definisce i termovalorizzatori “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente ”. E il comma 7 stabilisce l’applicazione del “potere sostitutivo” in modo da aggirare l’opposizione di tutte le regioni interessate dai 12 insediamenti, uno in Piemonte, Veneto, Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo, Campania e Puglia, due in Toscana e Sicilia. che hanno già fatto sapere di non essere disposte ad accettare questa imposizione autoritaria esercitata in nome del bene comune.

Il braccio di ferro è fissato per  il 9 settembre quando si terrà la Conferenza Stato Regioni. E  si vedranno di fronte gli interessi opachi del governo  Renzi e i presidenti di regione, alcuni dei quali del Pd, ancora una volta richiamati all’ordine di scuderia per approvare interventi inutili, dannosi e dunque inspiegabili se non per appagare appetiti e realizzare profitti a spese dei cittadini e dell’ambiente. Il presidente delle Marche ha fatto notare sia pure sommessamente che da poco è stato chiuso l’impianto di Macerata, che non serviva più, la governatrice dell’Umbria, fiera del successo della raccolta differenziata, non li vuole proprio soprattutto in un’area già fortemente interessata da fenomeni di inquinamento industriale. Perfino De Luca dice no: per realizzare  un termovalorizzatore   servono almeno quattro anni. Tra quattro anni, ha dichiarato,   ci saranno 700 mila tonnellate di rifiuti da smaltire, per i quali basta l’impianto di Acerra. Per non dire di Emiliano, che si è impegnato in campagna elettorale  con i cittadini che hanno espresso la loro opposizione, per non dire di Chiamparino che di impianti ne ha già “uno e gli basta”.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla qualità di questo governo, sulla sua decodificazione aberrante del preminente interesse nazionale, tutto lo Sblocca Italia, i suoi tunnel, le sue superstrade, le sue trivellazioni, le sue scelte di fondo: realizzare opere pesanti, costose e largamente inutili col gioco delle tre carte virtuale dei fondi pubblici e del contributo dei privati, senza provvedere al risanamento idrogeologico, rappresentano davvero una allegoria, un caso di studio  simbolico e rivelatore. Che una volta di più riconferma come le emergenze protratte artificialmente e sapientemente alimentate siano diventato il puntello della crescita secondo Renzi e i suoi padroni locali e esterni.

E i rifiuti sono da anni una emergenza coltivata con cura, un affare condiviso da manager in doppiopetto che hanno criminalmente attentato alla nostra salute insieme a  malandrini  in costume tradizionale, interi territori sono avvelenati, non solo quella che un tempo era la Campania Felix, ma anche l’operosa Lombardia, se non molto tempo fa si è appreso che alcune iniziative di edilizia residenziale e commerciale di Milano erano  state previste su terreni che nascondevano nel sottosuolo discariche di rifiuti industriali. . Per limitarci ai rifiuti solidi, l’Italia ne produce circa 180 milioni di tonnellate all’anno,  32 di rifiuti urbani, 50 di rifiuti industriali, 70 di rifiuti delle attività di cave, miniere e residui di costruzioni, 28 di altri rifiuti.   Ogni italiano ne fabbrica circa 500 chili di  urbani, e circa 3000 chili di rifiuti totali, pari a cinquanta volte il suo  peso.

E allora verrebbe ragionevolmente da farsi qualche domanda.   Perché   se si producono troppi rifiuti, nessun governo occidentale ha mai davvero agito sulla produzione e sul commercio per ridurli all’origine?. Perché si è fatto così poco per promuovere e “premiare”     la raccolta differenziata? Perché non si è imposto alle aziende di ridurre imballaggi, l’impiego di materiali pesanti e dannosi? Su quale base  per lo stoccaggio sono state scelti   sistematicamente siti inappropriati, pericolosi per l’inquinamento delle falde idriche, per l’instabilità dei terreni, per la distruzione di risorse territoriali preziose, per la densità della popolazione coinvolta?

Le risposte le sappiamo già: ogni crisi, ogni problema degenerato negli anni in emergenza ha trovato le stesse soluzioni straordinarie. Affidare la loro gestione a privati, possibilmente secondo regimi temporanei ma imprevedibilmente duraturi, sotto il controllo benevolo di commissari straordinari, sospendendo “necessariamente” tutte le regole ordinarie in regime di appalti e incarichi, ma anche quelle sui controlli e la salvaguardia sanitaria e ambientale, che, si sa, a volte se non si piò far nulla per contrastare la febrre, è meglio manomettere il termometro.  Escludendo infine i cittadini dalle scelte che li investono direttamente, addirittura manu militari, con l’esercito schierato in tenuta anti sommossa.

E dire che  in questo caso più ancora che in altri sarebbe “strategico” e di “preminente interesse nazionale” quel controllo sul territorio che si fa con il coinvolgimento delle popolazioni locali, per fermare chi abbandona i rifiuti, trasforma pingui terreni in discarica, brucia materiali velenosi avvelenandoci, chi sotterra porcherie rimuovendole dalla vista e seppellendo vergogna e reato ma non i loro effetti sull’aria, sulle falde, del suolo.

Invece a sancire l’esproprio di sovranità dello Stato e la sottrazione di potere decisionale dei cittadini e dei loro rappresentanti, a consentire ai soggetti imprenditoriali di venir meno alle loro responsabilità così come a enti locali inadeguati, impotenti e incompetenti di subire le pressioni   opache   del malaffare, si sceglie d’autorità la strada peggiore, quella che toglie vigore alla “filosofia” dei Rifiuti Zero e alle buone  pratiche, quella che aggira la speranza di realizzare un Piano  nazionale del Riciclo, con le sue ricadute ambientali e occupazionali, quella  che stravolge perfino la semantica convertendo l’incenerimento in  “attività di recupero” così da spianare la strada   a nuovi impianti piccoli o grandi,  non contemplati dai Piani regionali, e avviando la ristrutturazione largamente insana  di impianti obsoleti, in modo da fare di interi territori siti “dedicati” a bruciare rifiuti, quindi soggetti a un inevitabile degrado e a una fisiologica esclusione dal Bel Paese, la cui memoria sarà conservata solo sotto forma di formaggio.


Un premier di nome Wanda

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Preceduto dall’ immarcescibile “La sai l’ultima? … Nel 2016 via Tasi e Imu”, la compagnia di avanspettacolo col capocomico sempre in cerca di polli da spennare per mettere su la rivista, con le soubrette stonate che non sanno  la parte e nemmeno sgambettare, con la parodia della Osiris che vi ama tutti, con gli zerbinotti e il vecchio barzellettiere impomatato che ottiene solo fischi e gestacci, con gli imitatori che rifanno Andreotti, l’unico che non si offende da morto e da vivo, la compagnia del nuovo bagaglino ha annunciato le 100 piazze della sua tournée. 100 recite in 100 teatri per spiegare al gentile pubblico – gli faranno pagare i soliti immancabili 2 euro? –  le riforme del governo.

Dopo i treni e i pullman siamo al Carro di Tespi di una volta, non a caso a suo tempo rispolverato dal fascismo per farne una macchina mobile di propaganda e consenso.

Fuori l’autore, verrebbe da dire, di una pensata così stracciona, che, non vorrei illudermi, comunica preoccupazione, insicurezza, sfiducia e soprattutto lo stupore allarmato di chi comincia a nutrire la terrea e sinistra rivelazione che sia finito il mito leggendario di un premier maestro di comunicazione, bugiardo matricolato ma forse in ragione di ciò,   convincente per chi non vuole altro che credergli per non pensare, per drogarsi dell’oppio di illusioni fasulle e delle speranze taroccate, per perdere coscienza coi gas esilaranti dei granai stracolmi dell’Expo e degli arsenali pieni delle armi contro il terrorismo, delle fabbriche popolate di assunti a tempo indeterminato e di scuole animate da precari finalmente appagati, di prati ben pettinati, città sicure  e tunnel attraversate da treni veloci e neutrini contenti di essere al servizio della crescita illimitata, magicamente riavviata dal giovane ometto della provvidenza.

Eh si, come tante volte qualcuno di più accorto ha cercato di dire, non è il guitto tracotante, non è il bravo presentatore a fare buoni i messaggi e suadenti le parole per dirli. È un pubblico che ride alle vecchie barzellette scollacciate, alle battute spinte, al repertorio dei piazzisti che stancamente fanno complimenti alle signore, ammiccano allusivi con gli uomini, chiamano nonnetta le vecchiette, danno un ganascino ai ragazzini per vendere cioccolatini ammuffiti, pozioni contro la caduta dei capelli e preparati miracolosi per la virilità, come in fondo si faceva da più di vent’anni anche con dimostrazioni pratiche in corpore vili, e infatti il capocomico di prima è risultato essere più eloquente e  persuasivo.

Non bastano più le comparsate in televisioni assoggettate fino al ridicolo, la conversione di un giornale fondato da Gramsci per accogliere come desiderabile columnist Sgarbi, i comunicati ufficiali in forma di cinguettio, le passerelle coreane tra alucce di folla plaudente, i compitini di inglese pronunciati davanti a astanti sconcertati. E d’altra parte non sono i tempi dei bagni di folla: si susseguono defezioni e fughe causate da probabili fischi, plausibili pomodori, prevedibili uova marce malgrado la carestia che lui stesso ha contribuito a provocare. Così non gli resta che il teatro, memore dei fasti della Leopolda, con robusti servizi d’ordine, con invalicabili cordoni sanitari e con una claque ben prezzolata. E con copioni e intermezzi, c’è da sospettare, frutto dei suoi sostenitori e autori, quel  pantheon di cervelli, talmente prestati alla militanza da essere già fritti: i Serra, i Fazio, i Jovanotti, i Piccolo, etc., etc., tutti ben  collocati nella sua Rai, nella sua 7, nei suoi giornali compresi di pagine a pagamento.

Si, il teatro si addice al guitto di Rignano.

Intanto perché è l’apoteosi di quel suo modo di proporsi autoritario, autoreferenziale e assertivo,  di chi  afferma, dichiara, definisce, prescrive, senza preoccuparsi di spiegare a chi ascolta né il perché, né il come, né il quando, né con quali mezzi e risorse, di chi recita appunto, senza nemmeno guardare con quei suoi occhi sfuggenti la platea, perché non è necessario il consenso  per restare sul palco, che tanto il pubblico mica vota più, mica ha più il diritto di partecipare, mica può esprimersi altrimenti se con gli  applausi a comando. Poi perché appaga la sua vanità solipsistica, addirittura più avida di piacere di quella che muoveva gli atti del suo vecchio padrino, ma che non vuole rischi, non si espone nemmeno alle statuine del duomo, però non si accontenta dei videomessaggi, esige il brivido della scena, estasiato e euforizzato  dalle risatine dei fan e della claque , perché il suo monologo – ha cominciati anche lui a parlare in terza persona – gli permette di confondere presente con futuro, singolare e plurale, promessa e menzogna, illusione e realtà, come vuole la legge dello spettacolo, l’unica ormai davvero inviolabile più della Costituzione e del codice penale. Senza contare che immagina che, quando nel 2050 sarà costretto a ritirarsi, potrà rivedersi i filmati, le sue performance, i primi piani, le mossette e le risatine.  Ma non la sala deserta che merita e che gli dobbiamo se abbiamo conservato ancora un po’ di dignità.

 

 


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