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Expo, si consiglia di essere cretini

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Spero che mi perdonerete se rompo il patto stretto coi lettori (qui:https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/05/03/expo-lo-spinello-del-popolo/).Ma l’occasione è troppo ghiotta: il ballo excelsior ricollocato nel più domestico ruolo di festa paesana del liscio con fritto misto,  dà l’occasione per meravigliarsi del sempre rinnovato stupore che coglie i nostri commentatori quando il governo mostra il suo vero volto, quello di un regime da operetta, senza senso comune e nemmeno senso del ridicolo, convinto di svolgere un incarico pedagogico tramite limitazione di diritti allo scopo di educare un popolo troppo viziato, di dispiegare una funzione educativa  con tutta una serie di criteri didattici  per piegare alla sua ideologia  convinzioni, inclinazioni anche tramite riforme, censure dirigiste e comandi autoritari.

Ci informano con sbalordita deplorazione che le scuole sono state destinatarie di una circolare del Ministero della Giannini, molto circostanziata nel diramare le istruzioni per le scolaresche in visita all’esposizione, con gli obblighi e le proibizioni dettagliate fino nei particolari più minuziosi dei comportamenti e dei requisiti “morali” e di sicurezza da osservare nel recinto della grande mangiatoia. Solo  all’interno degli spazi espositivi,  quindi mentre nessuna indicazione di bon ton, sicurezza e contegno morale viene data per  quello che avviene all’esterno, durante le gite organizzate e favorite per promuovere il Grande Evento, ad esempio, con contorno  di nonnismo da caserma, riti iniziatici, silenzi omertosi e presidi assolutorie di bravi rampolli di “famiglie perbene”.

Così si apprende che all’interno della greppia globale è interdetta l’introduzione di fionde e catapulte, pistole lanciarazzi e per starter, lanciarpioni,  fucili subacquei e stordenti, pistole paralizzanti, manganelli a scarica elettrica. E  di animali, vivi,  ma anche morti sotto forma di alimenti in competizione con i polli dell’organizzazione, che bastano i visitatori spennati dai prezzi del sushi. Che è proibito portarsi la borraccia dell’acqua e bottiglie di qualsivoglia bevanda per non entrare in conflitto con la ricca offerta degli espositori.

Ma anche che è vietato esibire bandiere, forse cantare inni che non siano stati oggetto di doveroso restyling renziano,  esporre o detenere “qualsiasi tipo di materiale scritto o stampato contenente propaganda a dottrine politiche, ideologiche o religiose, asserzioni o concetti diversi da quelli esplicitamente autorizzati dalle autorità di pubblica sicurezza”, compresi   “striscioni, cartelli, stendardi orizzontali, banderuole, documenti, disegni”.

Il che fa pensare che l’ostensione di spillette e  simboli sia inibita perfino agli entusiasti neo iscritti al Pd, beneficati da persuasivi biglietti d’ingresso di favore. Che  siano penalizzati esuberanti testimoni di Geova, arancioni intenzionati a nuovi proselitismi e probabilmente anche a seguaci delle decrescita felice, per non dire di fan di Amartya Sen, desiderosi di dire la loro sulle effettive possibilità di “nutrire il pianeta” ben oltre una fiera gastronomica.

Qualcuno si è stupito, anche nella comunità politica, ricevendo confuse risposte a nome del governo dalla Ministra Boschi, la cui mamma è stata la fortunata sorteggiata per condurre a Milano le sue scolaresche, che prima ha rivendicato la libertà dell’Expo di imporre regole di comportamento in virtù della sua forma giuridica di soggetto privato ((40% ministero dell’economia, 20% ciascuno Regione Lombardia e Comune di Milano, 10% ciascuno Provincia e Camera di Commercio di Milano), dimenticando che il Consiglio di Stato ha  chiarito con una sentenza  come “non possano sussistere dubbi in ordine alla natura di organismo di diritto pubblico di Expo”. Per poi ripiegare sulla necessità, per non dire del dovere dell’organismo, privato o pubblico che sia, di evitare che vengano introdotti negli spazi espositivi “cartelloni o altro materiale che in qualche modo possa essere pericoloso”.

Nulla ci hanno fatto però sapere né la ministra competente né la cocoritina del regime a proposito di quali “dottrine politiche, religioni, quali asserzioni e concetti” siano ufficialmente autorizzati così da poter essere inalberati in stendardi, cartelloni e altri materiali propagandistici e  tanto “corretti” da non costituire un rischio nemmeno se ti cascano in testa, come è avvenuto con un pezzo del padiglione turco.

È che la censura è proprio nel dna di questo ceto dirigente, che ama reprimere ma si piega anche a prevenire, come è appunto avvenuto nei giorni precedenti l’apertura dell’esposizione, quando è stato proibito l’accesso alla stampa per non intralciare i febbrili lavori e come avviene ogni qualvolta qualcuno mostra di voler disturbare i manovratori.

I media hanno dimenticato presto l’ingiuria, qualcuno conquistato da strenne estemporanee, i più compresi del compito di portare acqua, ma non in bottiglia, alla riconquista della credibilità del Paese tramite salsicce e lardo di Colonnata. E poco importa se tra i materiali vietati potrebbe starci bene anche  “La scienza in Cucina” di Pellegrino Artusi, messo all’indice da un’autorità indiscussa, quella del norcino fornitore della real casa, che gli avrà sostituito  il suo “Mangia col pane”, un titolo contro corrente in tempi nei quali ci tolgono anche quello.

 

 

 

 


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