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La coppia diabolica e la giustizia in acido

boettcher_levato_aula_tribunale_fotogrammaUna cosa mi ha colpito nella vicenda della coppia dell’acido, qualcosa che stride con l’uso strumentale e grottesco che in questo Paese si è fatto del garantismo per assicurare la salvezza dei potenti e in particolare per tutelare il ceto politico dalla possibilità di perdere il posto a seguito delle proprie malefatte. Del tema mi sono occupato più volte, in particolare qui,  notando che la Costituzione parla di non colpevolezza che è cosa molto diversa dall’innocenza e dalla pretesa che occorra attendere i tre gradi di giudizio (di cui l’ultimo solo procedurale), prima di pretendere il ritiro a vita privata dell’uomo pubblico. L’ho fatto nonostante questo figuri nel registro del conformismo de sinistra, come cultura manettara.

Allora come mai il bambino è stato levato alla coppia diabolica formata dalla pazza bocconiana di Milano e dal broker italo tedesco, in realtà semplicemente un ricchissimo nullafacente? Non sto insinuando che il frutto di un amore folle ancorché ideologicamente perfetto, debba essere affidato a questi due mentecatti, anche se riconosco che la cosa è complessa, ma sto dicendo che dal momento che essi, nonostante la condanna in primo grado, sarebbero tuttora presunti innocenti esattamente come prima della sentenza, non si capisce in base a quale criterio si debba sottrarre il neonato alla madre naturale che oltretutto  dovrebbe far parte dei diritti del bimbo e impedire in qualche modo al padre di riconoscerlo. Ovvero perché a due persone ancora presunte innocenti si ritiene di dover levare un diritto fondamentale, mentre a un politico beccato con le mani nel sacco e talvolta per reati gravissimi, si deve consentire la permanenza in Parlamento fino alla Cassazione per mantenere non un diritto, ma un privilegio che non ha onorato?

In realtà la risposta è facile: perché la giustizia non è uguale per tutti. Ma questo lo sappiamo, solo che alla fine le contraddizioni insanabili esplodono anche se nessuno che io sappia lo ha fatto notare e mostrano come siano esili e al tempo stesso ingiuste le manipolazioni della giurisdizione, gli slogan attraverso i quali le si diffonde e il conformismo strumentale di chi le difende in nome di un presunto primato della politica che tra l’altro non è mai stata subalterna come oggi. Il risultato di tutto questo non è affatto ciò che ci si aspetterebbe, ovvero una diversa considerazione della pena e dei colpevoli, ma anzi il suo contrario vale a dire la negazione dei diritti, il correlato giustizialismo sommario delle opinioni pubbliche esasperate o se del caso il perdonismo di classe come accade per l’imprenditore di Bergamo che ha seccato un ladro in fuga.

Francamente fosse per me un figlio a quei due non glielo affiderei nemmeno se avessero usato l’acido solo per sgorgare il lavello di cucina: fanno parte di quel mondo da bere vacuo e incretinito dove si aggira la fauna degli aspiranti valletti del liberismo e che vive, nelle sue varie accezioni, di “immagine” (non a caso sfiguravano come suprema offesa). La coppia dell’acido non è che l’estremizzazione erotica e psicotica del nulla in cui si crogiolano, anzi verrebbe da chiedersi quanti bimbi soffrono su questo pianeta a causa del nichilismo sociale e umano  che essi praticano e sostengono. Il loro proprio figlio sarà l’ennesimo perché di certo sfrutteranno cinicamente il neonato per cavarsela, simuleranno di essere rientrati nel mondo vero, per continuare ad esistere dietro lo specchio, alla fine diranno di essersi pentiti ovvero di essere normali. Che in questo Paese può voler dire molte cose che hanno poco a che fare con l’etica e con l’amore.

Ma è giusto così: l’indulgenza asimmetrica scambiata per una forma di garanzia giuridica produce alla fine il caos destinato a scassare anche l’idea di diritto e a fare della pena una vendetta e delle sentenze una lotteria.

 


Non lascia e raddoppia: Poletti e i misteri della statistica

il-ministro-del-lavoro-poletti-a-lecceIl guaio è che il “ministro” Poletti non possiamo nemmeno esportalo, confezionarlo quale  personaggio centrale di una serie come House of Card, perché non rappresenta la cinica astuzia del potere, ma la sguaiataggine politica più modesta, l’essenza di un circolo  di mentecatti di provincia che ha in mano il Paese. L’idea di raddoppiare il numero delle assunzioni a tempo determinato (che ormai significano poco o nulla dal punto di vista della stabilità reale) per vantare i successi del governo e dare l’idea di un’aumento dell’occupazione, è quanto di più rozzo si possa immaginare non tanto per l’enormità della bugia, quanto per il fatto che essa è stata spacciata agli italiani troppo a ridosso dell’arrivo di dati più realistici e assai meno rosei.

Forse sperava che gli stessi media adoranti rispetto ai numeri truccati avrebbero tamponato la verità e in effetti il tentativo di minimizzare in prima botta l’ “errore umano” c’è stato, ma la cosa era troppo sporca per non deflagrare. L’impressione è che il ministro adotti con gli italiani la stessa allegra e sconcia malizia paesana delle cene con Buzzi o delle pugnalate alle spalle ai compagni delle coop. Ma alla fine egli ha usato in maniera grossolana e simmetrica al sentire del governo di cui fa parte, uno strumento che è divenuto ormai universale: la menzogna attraverso la statistica.

C’è una vasta letteratura, a cominciare dagli anni 70 che mette in guardia contro i guasti di ciò che si presenta come scienza ed è invece numerologia politica. La matematica, strumento principe della statistica, non è un’opinione e questo basta alle opinioni pubbliche per far coincidere numeri con verità. Ma non è quasi mai così perché il calcolo anche più corretto è comunque il risultato di scelte, di campionature, di procedimenti tutt’altro che neutrali: essa è essenziale alla conoscenza della società, ma finisce troppo spesso per restituisce solo l’elaborazione di input che vengono da una visione della società. E mai come oggi la bugia si nasconde dietro ciò che psicologicamente conferisce certezza.

Si possono catalogare cinque livelli di menzogna statistica e alcuni di questi non implicano nemmeno errori o una precisa volontà di manipolare la realtà da parte di chi pianifica ed elabora i dati:

Il primo e più importante a livello di sistema è la messa a punto di modelli nazionali e internazionali con cui vengono raccolti e sistematizzati dati che sono più funzionali agli interessi politici e ideologici che a una rappresentazione numerica del reale. Per esempio la composizione dei vari “panieri” e il metodo con cui si attribuisce un “peso” ai singoli beni presenti riflette spesso la volontà di minimizzare l’inflazione ( e dunque la caduta reale dei salari) o i problemi abitativi e nei Paesi occidentali aderisce a una logica mercatistica piuttosto che sociale. Così per quanto possa parere assurdo,  la variazione dei prezzi degli smartphone pesa molto più di quella delle locazioni per la ragione che l’80% della popolazione possiede un telefonino evoluto, mentre solo il 20% vive in affitto. Oppure possiamo riferirci alle scelte fatte per stabilire i livelli di povertà assoluta e relativa o ai criteri con cui viene calcolata la disoccupazione riferendosi esclusivamente a chi si iscrive alle apposite liste o ancora, a livello macroeconomico, ai recenti  interventi sul Pil per inserirvi voci che implicano stime aggiustabili a seconda dei casi e cercare così di interrompere la recessione tecnica  di gran parte dei Paesi europei. A questi errori di fondo che sono poi “visioni del mondo” l’unico rimedio è solo imporre una nuova egemonia culturale.

Il secondo modo, a mezza strada tra la scelta tecnica e l’input politico, questa volta più circoscritto, come per esempio nei sondaggi elettorali o nel calcolo del pil per abitante e del reddito si può scegliere la media aritmetica o armonica o ponderata. La terza è ovviamente quella che si avvicina più alla realtà, la prima invece minimizza le disuguaglianze e la seconda è quella che dovrebbe adottare un ipotetico governo di sinistra perché esalta le posizioni numericamente più importanti, ossia quelli dei redditi  bassi o medi. Le cose sono ovviamente più complesse, ma la sostanza è che queste scelte, anche se corrette con i percentili sono funzionali a restituire una realtà che corrisponde a un modo di vedere le cose. Lo stesso si può dire della formazione dei campioni e della loro correttezza: su questi ci sarebbe da scrivere molte pagine, ma di fatto chi si trova davanti a un sondaggio non ha mai le informazioni necessarie per farsi un’dea della sua attendibilità. Quasi sempre ci si trova di fronte a campioni estremamente ridotti, talvolta pericolosamente vicini al rischio di essere  più piccoli dell’errore statistico la cui significatività, per quanto sofisticati siano i metodi correttivi, viene ulteriormente ridotta dal fatto che un 20 o 30 per cento delle persone del campione non risponde affatto mandando all’aria  il senso stesso della rappresentatività. Questo effetto è usato spesso in maniera intenzionale per determinare un certo risultato.

Al terzo posto ci sono i veri e propri errori materiali che sono inevitabili nonostante l’informatizzazione dei sistemi e a parametri invisibili nascosti nel cuore dei calcoli.. Talvolta si tratta però di errori intenzionali, come è capitato negli anni scorsi per alcune ricerche economiche fondanti le teorie liberiste. Un errore dei fogli di calcolo, si disse per salvare la faccia ai valorosi fantaccini della lotta di classe al contrario.

Poi ci sono le menzogne che riguardano l’uso mediatico della statistica, per esempio la creazione di grafici che essendo magari fuori scala danno visivamente un’idea diversa dai numeri effettivi. Oppure ci sono le tattiche di consenso. Per esempio sono ormai anni che in Usa si lanciano mirabolanti cifre trimestrali sul pil o sull’occupazione che nell’immediato influenzano le opinioni politiche e le borse, ma poi vengono corrette a distanza di qualche mese, quando non fanno più notizia. Una categoria alla quale appartengono anche le sparate governative alla Poletti, se non fossero così goffe e grossolane da ottenere l’effetto contrario.

Infine la quinta fonte di inganno siamo proprio noi che spesso abbiamo una percezione sbagliata delle cifre anche a causa del fatto che non pretendiamo che l’informazione invece di riportale in forma bruta le spieghi: quando mai sappiamo se un determinato pil è reale o nominale o standardizzata, quando mai pretendiamo di sapere se un determinata percentuale si riferisce alla quantità o al valore che cambia enormemente le cose e ci soffermiamo così poco sui numeri da essere vittime dei più disparati bias: per esempio se leggiamo che in una certa città c’è stato un aumento del numero di arresti infallibilmente riteniamo che si tratti di un centro insicuro, mentre può essere benissimo che sia migliorata l’efficienza delle forze dell’ordine e che la città in questione abbia un tasso criminale decisamente inferiore ad altre. Scambiare il tasso di crescita con la realtà esistente è uno degli errori più comuni.

Tutto questo insieme viene però considerato come certezza indiscutibile tanto che proprio un clamoroso errore di misurazione e di percezione errata è stato all’origine della bolla delle dot com. A metà degli anni ’90 uscì una statistica secondo cui l’uso di internet cresceva del 15% ogni mese provocando un’ondata di investimenti nel settore che poi si rivelarono privi di senso. Incredibilmente quel 15% era stato interpretato come crescita degli utenti e non come era dell’uso globale della rete. Anche così le cose non funzionavamo, la statistica era sbagliata, basata su dati carenti e interpretati con criteri sbagliati, ma divenne una realtà prima di trasformarsi in fallimento. Esattamente come i dati di Poletti, il ministro che non lascia e raddoppia e del suo premier.

 

*Per approfondire il tema con una lettura facile è divertente, non tecnica ma rigorosa si potrebbe leggere Mentire con le statistiche un libro di Darrel Huff ormai mitico, tradotto in italiano solo nel 2005.


Le borse festeggiano: nuove dosi di ecstasy finanziaria

imageIl crollo organizzato e guidato delle borse ha sortito l’effetto sperato e del resto facilmente immaginabile ( vedi qui ): la Fed ha annunciato tramite il suo rappresentante di New York che non procederà al rialzo dei tassi in previsione a settembre. Questa mossa “ora è meno convincente di quanto lo fosse qualche settimana fa” dice il mesto e supponente messaggero: l’intermediazione finanziaria e la relativa speculazione potranno godere ancora di denaro praticamente a tasso zero, come da sei anni a questa parte, continuando  a far gonfiare la bolla globale. E naturalmente le borse di tutto il mondo hanno reagito esultando e recuperando quei famosi miliardi bruciati che tanto erano di fantasia, in un modo che rassomiglia più alla felicità del drogato che ha trovato la dose più che alla supposta razionalità di mercato.

Per ora è stata escluso un quarto gigantesco quantitative easing, nella speranza che sia la Cina a pompare denaro per mantenere i suoi livelli di export, ma sono certo che qualche altra turbolenza si cederà anche su quello:  anzi proprio aver citato un’ipotesi dichiarata inimmaginabile nei mesi scorsi, la rimette in corsa fra le possibilità concrete. Sì tratta ovviamente di denaro che serve solo a mantenere alto il livello di speculazione, ma che non arriva mai all’economia reale la quale al contrario è fragile e in continuo ridimensionamento. Anzi mentre non risente per nulla dei rialzi del casinò finanziario, viene invece danneggiata dalle cadute di mercato: non esiste alcuna simmetria in questo gioco al massacro perché i mancati utili finanziari si riflettono sulla necessità di un aumento dei profitti che nel mondo contemporaneo significa licenziamenti e caduta di salari.

Del resto è chiaro che ciò che rimane del governo pubblico, quanto meno in Occidente, non può più permettersi di affrontare una nuova crisi come quella del 2008 sia perché mancherebbero i soldi per tamponarla sia perché le elites politiche, complici e subalterne al potere finanziario, ne sarebbero travolte. Quindi la governance ai vari livelli non può fare a meno di reggere il moccolo e proseguire nella politica degli interventi continuativi delle banche centrali per mantenere in piedi un gioco divenuto fragilissimo e isterico, promotore di una diseguaglianza mai vista. Salvo mettere a punto strategie concordate e condivise di manipolazione dei dati in maniera da nascondere il disastro reale: non mi riferisco alle furbate indecenti e squallida del ministro del lavoro italiano che raddoppia le assunzioni a tempo indeterminato per glorificare il job act e nascondere l’aumento complessivo della disoccupazione, ma ai vari rimaneggiamenti a la carte dei dati statistici. E’ successo l’anno scorso per il calcolo del pil in Europa in maniera da evitare una nuova stagione di recessione tecnica, succede sistematicamente in Usa dove i numeri ufficiali sono regolarmente smentiti dai dati di realtà sui singoli settori o ricorretti dopo un po’ di tempo dopo che hanno già avuto il loro effetto di insider sull’opinione pubblica.

Da una parte le oligarchie economiche pretendono liquidità, dall’altra se ne servono per stroncare interi Paesi come è successo con la Grecia. Ma nessuno dopo aver cresciuto e alimentato il mostro può resistere alle sue richieste perché l’alternativa è il caos da cui ben poco delle classi dirigenti attuali si salverebbe. Allora si aspetta sperando che la grande bolla scoppi da sola. attendere, mentire  e vivere alla giornata.


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