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Follie di alta quota

Andrea-Lubitz-facebookNon ci si può credere. E infatti quelli alla ricerca di ricostruzioni compatibili con una visione semplice del mondo, i complottisti ad ogni costo, gli orfani dell’attentato terroristico oltre alla immensa schiera di coloro che la sanno lunga, fanno le più strane ipotesi sulla vicenda dell’Airbus: dalla Provenza trasformata in una specie di triangolo delle Bermude, a misteriosi interventi elettromagnetici  di origine Usa, a un copilota coinvolto nella jahd. Insomma tutto pur di non accettare l’idea che una compagnia tra le più importanti faccia volare un pilota con disturbi mentali, sia pure tenuti a freno con i farmaci, che lo stesso sia stato considerato eccellente da qualche istituto americano test addict o che qualcuno pensi di togliersi la vita trascinandosi dietro un gran numero di passeggeri.

Eppure, a parte i precedenti che pure ci sono, tutto questo non contraddice affatto l’humus sul quale si costruisce il mondo in cui viviamo. Penso al pilota chiuso dentro la cabina con i comandi a disposizione: è la stessa situazione in cui da anni alcuni psicopatici, peraltro considerati anonimi eroi, muovono i joystic per ammazzare indiscriminatamente gente distante migliaia di chilometri. Penso a una società  dove ogni solidarietà vera che non sia consumabile attraverso i due euro del telefonino, è guardata con sospetto perché contraddice la solitudine individuale, ossia uno degli strumenti più efficaci di mantenimento del potere. Perché mai il folle Lubitz, in preda alla crisi, avrebbe dovuto curarsi della vita dei passeggeri davanti al complesso joystick dell’airbus? Perché mai quando noi stessi applaudiamo di fronte alle stragi a distanza che ci paiono così pulite al confronto con le pratiche arcaiche dei supposti avversari? Forse perché i passeggeri erano in massima parte europei o perché erano fisicamente vicini alla cabina? Ma no, non c’è alcuna ragione: se non altro la follia riesce talvolta a superare i baratri artificiali e il pensiero contraffatto nei quali ci rinchiudiamo.

Del resto questa stessa incredulità rende improponibile – in assenza di vistose anomalie funzionali – che una compagnia, con azionisti attenti al centesimo di profitto, allontani un pilota già formato buttando dalla finestra un investimento notevole. Magari se avesse mancato qualche volo o avesse creato qualche grana, sarebbe stato diverso, allora sì che i disturbi del pilota sarebbero stati presa in seria considerazione: le imprese non si occupano per loro stessa natura di eventualità rare.

Tuttavia  la rarità di un evento – si conoscono altri sei casi sovrapponibili per quanto riguarda aerei della grandezza dell’airbus 320, ma molti altri , 24  nei soli Usa, dove le condizioni di stress lavorativo sono cominciate prima che in Europa (non a caso lì c’è l’obbligo dei due piloti in cabina) – non vuole affatto dire che esso sia impossibile o incomprensibile, che sia fuori dal mondo e dalle sue logiche reali. Talvolta, anzi la follia interpreta all’estremo le tendenze e la cultura di fondo che essa esprime. Del resto meglio pazzi che meschini come quelli che adesso vogliono vendicarsi dell’ironia suscitata dalla vicenda della Costa Concordia facendo dell’assurda polemica antitedesca o i mentecatti che proseguono fieri nella loro teoria del terrorismo attaccandosi al gergo giudiziario francese nel quale il suicidio viene sempre classificato come gesto volontario. Lubitz non è suicida, ma un kamikaze: c’è proprio chi non riesce a vedere in che mondo vive e crede nelle battaglie e nelle premesse del monoteismo di mercato. .

 


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