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Papa buono e papessa Bonino

d80634c6256b3e3784a74d76ef8516d8Le inaspettate e stravaganti lodi di Papa Francesco alla Bonino, per “aver offerto il miglior servizio per conoscere l’Africa”venute proprio nel momento in cui è in corso una battaglia sulle libertà civili nel quale la Chiesa sta muovendo tutte le sue pedine, offrono finalmente un quadro più preciso della confusione italiana oltre che del muoversi a tentoni del Vaticano dentro posizioni di rinnovamento di facciata. Chiara la strumentalità di mettere su un piedistallo una persona non per ciò che ha fatto, per cui è nota agli italiani e invisa ai cattolici, ma per motivi del tutto diversi, discutibili, marginali e francamente legati a doppio filo con le politiche imperialistiche in Africa e al famigerato export di democrazia. Per motivi analoghi anche se non eguali meglio un pietoso silenzio sulla inconsulta laudatio nei confronti di Napolitano.

Questo però ci dà innanzitutto la possibilità di sgombrare il campo da un vecchio equivoco, generatosi proprio a causa del potere del Vaticano in questo Paese: il fatto che tutto un ambiente liberal sui diritti civili, ma estremamente conservatore, se non reazionario quanto al sociale, come quello radicale, sia stato confuso tout court con il progressismo a causa della resistenza della Chiesa e dei suoi referenti politici ad ogni tentativo di rinnovamento. E infatti non si contano i radicali in forza al berlusconismo e ora al partito della nazione il cui orizzonte è esclusivamente quello delle libertà individuali le quali, in assenza di una tensione verso l’eguaglianza sociale, anzi dentro una teorizzazione della disuguaglianza, diventano di fatto diritti accessibili solo a chi se lo può permettere. Ben vengano, per carità, non è questo il punto, ma in un contesto di riduzione di libertà effettiva e di reale rappresentanza democratica, rischiano di essere una sorta di asimmetrica compensazione.

L’altro equivoco messo in luce da questa singolare vicenda rivela la natura sostanzialmente mediatica del rinnovamento di cui sarebbe portatore Papa Francesco e che si concretizza spesso in prese di posizione più apparenti che reali, in allusioni piuttosto che in opere. Forse esprimono un dover essere che non riesce a divenire essere per mancanza dei necessari presupposti di rinnovamento dottrinale. Questo vale sia nella politica interna della Chiesa, sia nella predicazione di pace e lavoro che si arena regolarmente di fronte ai bastioni dell’economicismo liberista, sia ai presunti successi diplomatici di cui abbiamo un esempio proprio in questi giorni con il viaggio a Cuba e l’incontro con il patriarca ortodosso di Mosca. L’esempio della Turchia è illuminante: tutti ricordano la reazione offensiva e minacciosa di Erdogan nei confronti del Papa perché questi nella primavera scorsa aveva  parlato del genocidio armeno che i Turchi non vogliono né conoscere, né riconoscere. Naturalmente si è cercato di ricucire lo strappo e il Vaticano ha ceduto su tutta la linea: una nota del 3 febbraio uscita dalla Santa Sede non parla più di «genocidio» bensì dei «tragici avvenimenti del 1915», un adattamento totale alla elusiva e ipocrita versione turca.

Questa sarebbe la “diplomazia della misericordia” come viene chiamata adesso, ma l’episodio va ben oltre i suoi confini: è in realtà uno sventolare bandiera bianca di fronte al potere globale che ha fatto della Turchia una roccaforte nella creazione di caos in medioriente e che quindi non andava moralmente isolata, tanto più dopo l’intervento russo contro l’Isis. Dunque un cedimento sia pure indiretto, di fronte all’orrendo carnaio mediorientale allestito dall’occidente, di fronte anche ai massacri di cristiani da parte dell’Isis, notoriamente sostenuta dai Turchi anche se sottobanco. Se il Papa chiede giustamente accoglienza e umanità per i profughi, non può però far finta di non vedere le cause che hanno provocato l’ondata migratoria e darla vinta ad Erdogan e a tutto il mondo marcio che egli esprime. Insomma non si può tirare il sasso e ritirare la mano se si vuole davvero cambiare. Non si può chiedere una Chiesa povera e caritatevole per poi servirsi della più bieca idolatria dando in pasto reliquie ai meccanismi economico – turistici di gerarchie chiesastiche insoddisfatte dallo scarso successo di cassa del giubileo.

Se questi sono i presupposti si può prevedere che anche l’incontro cubano con il patriarca moscovita, ha grandi probabilità di rimanere sospeso a mezz’aria, finendo per non essere un passo significativo nella demolizione dell’ ossessiva demonizzazione della Russia da parte degli Usa, dunque una contestazione delle politiche imperiali, né un passo verso una maggiore unità religiosa, ma solo tonnellate di bit in archivio.


Il super bowl del capitalismo

SuperBowl5Le cose dovrebbero andare più o meno così, secondo la vulgata della teologia economica: se c’è un calo della domanda, i prezzi al consumo dovrebbero scendere e questa discesa dovrebbe far risalire la domanda innescando una serie di investimenti in grado di stimolare ulteriore crescita. Ma nulla di tutto questo sta avvenendo dimostrando che l’economia in sé non è altro che un aspetto delle relazioni e delle prospettive politiche, qualcosa di molto diverso da quella “scienza” newtoniana su cui la borghesia in ascesa volle fondare la propria legittimazione. Il costo delle materie prime a cominciare dal petrolio per finire al ferro è calato dal 30 al 50 per cento dal 2012 ad oggi trascinando con sé anche le quotazioni di molti prodotti alimentari, ma i prezzi o sono diminuiti di un’inezia o sono rimasti al palo o addirittura in qualche caso sono addirittura aumentati non appena c’è stato un timido accenno di ripresa del mercato come è accaduto per le auto.

Tenendo conto che il costo del lavoro in tutta la filiera produttiva va dal 30 al 50 per cento, i prezzi sarebbero dovuti calare di un quarto abbondante. Ma il fatto è che il capitalismo finanziario ha cambiato la concezione stessa delle cose trasformando il profitto da misura relativa all’insieme del sistema domanda – offerta, ad assoluto che non dipende più dalle condizioni reali e anzi le costruisce. La possibilità di fare denaro con il denaro aggrava così la crisi di sovrapproduzione, sia tenendo artificialmente alti i livelli manifatturieri con gabole commerciali, sia innestando politiche di riduzione salariale e di welfare la cui realizzazione richiede il passaggio a sistemi di governance oligarchica e autoritaria, prive di un sistema rappresentativo che rimane ormai solo sulla carta: uno sbocco  politico che non è solo una conseguenza della “nuova economia”, ma che ne è il presupposto e lo scopo principale.

Questo basta ad escludere qualsiasi ipotesi concreta di crescita reale non solo nel 2016 0 2017 o 2027, ma per un lungo periodo di tempo o almeno fino a che non si ribalteranno completamente le prospettive politiche, cosa per la quale occorrono probabilmente eventi catastrofici come ad esempio una guerra globale. La logica dell’economia finanziaria richiede infatti anche una mutazione antropologica e in particolare il passaggio da persona ad individuo e da cittadino a consumatore, una metamorfosi umana certo già ampiamente analizzata, ma che raggiunge sempre nuovi traguardi. Tutta questa introduzione non vuole altro che fornire una cornice all’ultimo segnale di questa regressione: durante l’ultimo superbowl  dello sport più noioso del mondo solo il 45% delle persone piazzate davanti alla televisione ha guardato la partita, mentre il resto si è dedicato a chattare, a preparare cibo, e soprattutto in misura del 23% a sorbirsi gli spot il cui costo è ormai salito alle stelle. Un record assoluto dagli anni ’70 in poi. Non sono lontani i tempi in cui la cosiddetta comunicazione commerciale prenderà la maggior parte del tempo, mentre il resto non sarà che cornice.

Del resto già adesso il tempo dedicato alla pubblicità, tende ad occupare un terzo del tempo totale dei vari programmi ed è in costante salita (10 anni fa era in media al 16% sebbene Mediaset su attestasse sul 20%) ed è straordinario come tutte le regole siano saltate senza che nessuno abbia nulla dire, ma soprattutto che esistano ancora codici di regolamentazione e autoregolamentazione, in particolare rivolte ai minori, di straordinaria ipocrisia come se la quantità stessa di comunicazione commerciale, nella sua misura abnorme, non fosse di per sé una grave distorsione educativa. Anzi per i sepolcri imbiancati che rifiutano l’adozione gay, sarebbe bene che sostenessero la naturale necessità di un padre, di una madre e di un milione di spot. Del resto tutto questo è necessario per chiudere precocemente l’orizzonte delle persone e farle essere consumatori senza coscienza di classe: non si tratta di vendere pannolini, profumi o auto, ma un unico prodotto politico.


Misteri d’Egitto

giulio-regeni-620x430Purtroppo anche le tragedie si tramutano in farsa e in nascondimento, finiscono dentro una notte densa dove tutto è indistinguibile, fungibile, inafferrabile e alla quale siamo ormai così abituati da non porci nemmeno le domande più elementari. E  naturalmente questo è accaduto e accade anche con la morte di Giulio Regeni. il cui mistero non sarà mai svelato visto che nessuno ha davvero interesse a farlo, né le autorità italiane impegnate a fare affari con il Cairo e con il regime di Al Sisi, né quelle egiziane che hanno troppo da nascondere, né quelle autorità didattiche anglosassoni presso cui Regeni studiava fin da ragazzino di liceo e che costituiscono il motivo circostanziale per cui il giovane si trovava in Egitto. Ufficialmente per completare una tesi di dottorato al Dipartimento di Scienze Politiche e Studi Internazionali presso il Girton College di Cambridge.

Ed è da qui che bisogna partire per capirci qualcosa visto che Regeni sì aveva la nazionalità italiana, ma  di fatto dai 17 anni in poi ha fatto lo studente tra gli Usa e l’Inghilterra finendo fatalmente per essere identificato come appartenente al mondo politico e culturale che fa da colonna portante del regime egiziano, dunque sospettabile di tradimento o inviso all’opposizione. Quanto appartenente è impossibile dirlo e sarà impossibile saperlo, ma probabilmente la tragedia di questo italiano comincia nel momento stesso in cui apparentemente comincia la sua fortuna, ossia con la borsa di studio fornita dalla Regione Friuli per il Collegio del mondo Unito (UWC), un’organizzazione didattica di origine anglo americana, nata negli anni della guerra fredda, formalmente intesa a sviluppare l’incontro di più culture come nelle tesi del pedagogo Kurt Hahn, ma fatalmente vittima della logica dello scontro e il cui scopo pratico era di favorire la preparazione di un ceto dirigente filo occidentale  e anticomunista nel maggior numero dei Paesi possibili, specie nelle zone dove i due mondi si intersecavano o dove ancora oggi il modello occidentale è in affanno (vedi nota).

E’ da allora che Regeni, studente furlano, finisce da Duino dove l’Uwc ha una sede importante ( e che tristezza vedere il luogo delle elegie di Rilke in mano a tali ganassa), nel collegio unito del New Mexico, un posto infinitamente lontano dal mediterraneo o dal melting pot adriatico. E da lì, dopo due anni di preparazione, via verso l’Inghilterra, Oxford e poi Cambridge, bypassando completamente un’Italia ormai marginale. Non è nemmeno raro che parecchie di queste persone precocemente esposte alle egemonie culturali imposte, finiscano poi per avere contatti con mondi diversi o perché comunque dotati di autonomia di giudizio o per reazione spontanea sia pure confusa o ancora più spesso per motivi mimetici. Così il fatto che Regeni avesse approcci con il Manifesto (cosa che certo non lo qualifica come giornalista) e avesse inviato con uno pseudonimo un pezzo sull’attività dei sindacati indipendenti egiziani, molto duro contro il regime di Al Sissi, accusato di una radicale “trasformazione neoliberista” del Paese (cosa che è musica per Washington), non fornisce molti lumi sull’accaduto. A torturarlo e ucciderlo sono stati i servizi egiziani nell’intento di strappargli rivelazioni sulle sue fonti che comunque non dovevano essere poi così segrete trattandosi di sindacati, qualche settore per così dire infedele degli stessi servizi, magari gestito dall’esterno o qualche organizzazione la quale pensava che Regeni volesse infiltrarsi?

Di certo il caos e l’ambiguità del presente non permettono di vedere con chiarezza dentro la vicenda che rimane tragica e inspiegabile nei particolari. Ma purtroppo molto chiara nella sua drammatica testimonianza  delle manipolazioni e torsioni cui stiamo andando incontro.

Nota Il Collegio del mondo unito ha avuto come maggiori sponsor della sezione italiana  nel 1970, Marella Agnelli, moglie dell’Avvocato per antonomasia e l’ambasciatore Bartolomeo Migone, il che fornisce una buona indicazione sullo spirito di fondo dell’iniziativa. Attualmente la commissione che sovrintende l’Uwc dell’Adriatico è formata tra gli altri dall’ex ambasciatore Bruno Bottai (figlio del più noto Giuseppe gerarca del fascismo), Domenico Fisichella, Jas Gawronsky, il banchiere Sarcinelli, insomma tutto un modo a cavallo tra la diplomazia, i soldi, i media che esprime un deciso orientamento. Anche la circostanza che la multiculturalità sia asserita attraverso l’utilizzo di una sola lingua, ovvero l’inglese, in tutte le sedi lascia perplessi visto che la lingua è appunto il veicolo principale della cultura. Inoltre la provenienza dei fondi,  a parte quelli istituzionali (Regione Friuli per l’Italia), è in gran parte sconosciuta o tenuta segreta dietro il facile schermo dei contributi degli ex studenti. Uno dei grandi contributori è comunque il finanziere Shelby Davis,  proprietario di un fondo di investimento da 100 miliardi che ha donato complessivamente 15 milioni di dollari.  Si tratta nel complesso di un mondo chiuso su se stesso ad onta dei suoi scopi ufficiali, come accade per gli ex alunni che sono chiamati a “diffondere  lo spirito dei Collegi”, a trovare “sostenitori e fondi per le borse di studio” e a selezionare i candidati. Che cosa poi si studi effettivamente rimane francamente opaco: nell’ultimo piano di studi si cita un misterioso “Corso interdisciplinare di Teoria della Conoscenza”, la necessità di “dedicarsi ad un’attività di tipo artistico-creativo” e l’obbligo di “praticare con impegno un’attività sportiva”. Sa tutto di college americano di serie C.


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