Rai news prende l’ascensore

flexible-smartphoneNon sembrava quasi vero ai militanti Nato -euro – renziani di Rai news diffondere la lieta novella ideologica, per la verità un po’ amara per qualche multinazionale con i soli uffici commerciali in California, che in Cina si è “fermato l’ascensore sociale“. Questo lo si dedurrebbe dal fatto che nel Paese di mezzo le vendite di smartphone sono calate del 4% per il secondo trimestre consecutivo.La quasi ovvietà di questo assestamento di mercato, specie se in assenza di vere novità tecnologiche o anche gadgettarie è dimostrata dagli stessi dati citati dai Rai News, ovvero il fatto che la Cina con il 15% del pil mondiale assorbe il 30 per cento dei telefonini prodotti sul pianeta ( del resto quasi esclusivamente in loco): in queste condizioni, anche se le cifre sono errate (il pil di Pechino a prezzi standard supera il 20 %), una progressiva saturazione del mercato è  assolutamente normale, non c’entra un bel nulla con l’ascensore sociale.

Certo può essere un segnale di rallentamento, ma del tutto marginale. Questione di opinioni, di interpretazioni direte voi ed avreste ragione. Ma se questo fosse vero, se davvero non si leggesse dietro tutto questo un tentativo di dare un’interpretazione dei fatti all’insegna dell’ortodossia liberista e del Washington consensus, ci si chiede come mai la stessa Rai News non sia strappata i capelli l’anno scorso quando la vendita di smartphone ha fatto segnare un – 19% in Usa e un – 5 per cento nei nove principali Paesi europei pur crescendo altrove. Più che di ascensore qui si sarebbe trattato di precipizio sociale. Invece non solo non abbiamo appreso il dato, ma non si è sentito nient’altro che inneggiare alla ripresa data per certa.

Anche quest’anno le cose non vanno bene perché non solo il mercato comincia ad essere saturo, mala crisi fa sentire i suoi effetti eppure non sentiamo Rai news lanciare disperati allarmi sull’arresto dell’ascensore sociale, probabilmente perché gli autori, forse i complici  di simili opinioni, quell’ascensore va sempre in salita, come dimostra l’assunzione al soglio pontificio della televisione pubblica del direttore.


Thalys express: il fuoco amico

Chi è davvero Mark Moogalian ? ecco il "professore" della Sorbona in un'autoproduzione musicale assieme alla moglie. La data è del 2012, ma le foto sono almeno di dieci anni prima.

Chi è davvero Mark Moogalian ? Ecco il “professore” della Sorbona in un’auto produzione musicale fatta assieme alla moglie. La data è del 2012, ma le foto sembrano di qualche anno prima.

Lo confesso, solo il timore di essere considerato un facile complottista mi ha fatto recedere dal proposito di far notare come la faccenda del terrorista bloccato sul treno Bruxelles Parigi  da tre eroici marines e da un docente americano faceva acqua da tutte parti. Tuttavia ho aspettato che le prime versioni lasciassero il posto alle sussgeuenti contorsioni per rendere verosimile una storia che sembra una fiaba per bambini prima di dire qualcosa.

E’ già piuttosto improbabile che su un treno di lusso Bruxelles – Parigi si trovino nella stessa carrozza:

  • un feroce jahidista armato di Kalashikov (anzi no un Arm messo insieme con parti diverse che per l’appunto non ha mai sparato) il quale però risulta essere un clochard residente in Belgio e abituale frequentatore di panchine pubbliche per dormire
  • un artista – pittore – musicista dilettante americano, definito docente alla Sorbona, ma in realtà solo occasionale collaboratore della stessa oltre che marito di una dipendente di Rotschild.
  • tre militari americani
  • Amad Meguini un agente provocatore al servizio della Cia e del Mossad, fanatico della guerra di civiltà il quale guarda caso compare con la medesima funzione di casuale testimone e possibile vittima nella vicenda Kemi Seba  il quale subito dopo la presunta aggressione , bello rilassato, rilascia una intervista video  a Street Reporter di cui vi è ancora traccia in rete .

Per di più i tre marines non erano al posto loro assegnato nel treno di lusso perché a loro dire cercavano sedili dove  la rete prendesse meglio, un’idiozia totale visto che il collegamento è centralizzato e “ribadito”  in ogni vagone da un router.

Per di più la foto del presunto attentatore non corrisponde affatto a quella del poveraccio catturato: o si tratta di un’altra persona in grado di girare mezzo mondo per ordire le sue trame, oppure è una foto scattata almeno parecchi anni prima a Tangeri e non si capisce come possa essere arrivata alle redazioni.

Su quel treno che viaggia nel cuore dell’Europa, proprio l’Europa e gli europei sembrano totalmente assenti, tanto che potremmo tranquillamente essere nel Tennessee. Come riporta il sito di Maurizio Blondet  questo “attentato” potrebbe essere perfettamente spiegato dalle dichiarazioni rilasciate il 12 febbraio scorso a Envoyé Spécial da Mike German un agente dell’Fbi che dopo 25 anni ha dato  le dimissioni accusando il bureau di “fabbricare falsi attentati terroristici”. In teoria gli agenti dovrebbero infiltrare  gruppi terroristici prima che passino all’azione, ma in realtà essi stessi creano cellule del terrore servendosi degli elementi più marginali e più influenzabili dell’immigrazione, per poi smantellarle appena in tempo prima dei presunti attentati. E del resto le stesse cose vengono sostanzialmente affermate e provate in Illusion of justice, un rapporto pubblicato nel 2014 da Human Right Watch.

Tutta la dinamica dei fatti, corretta giorno dopo giorno per coprire le evidenti falle della narrazione appare meglio spiegata alla luce di queste analisi. E tuttavia è evidente che si tratta di un attentato contro l’Europa, ma non certo del jahidismo: l’arma del terrorista barbone probabilmente non era nemmeno in grado di sparare, ma si tratta lo stesso di fuoco amico.

 


Vacanze romane

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“La ripresa dell’Italia non è una chimera, questo paese deve essere una terra delle opportunità  e non dei rimpianti”. La menzogna ha sempre fatto parte della cassetta degli attrezzi dei regimi. Sfrontata come questa, proferita dallo spacconcello intemerato, mormorata sotto forma di intimidazione o di lusinga, è sempre stata impiegata come insostituibile strumento di potere e addensante di consenso fino all’adorazione, il che la dice lunga sull’indole di molti popoli a farsi prendere per il naso, a riporre fiducia in tiranni e despoti, a affidarsi loro apparentemente in mancanza di meglio e soprattutto in assenza di attaccamento alla libertà, all’autodeterminazione, alla responsabilità.

Ma adesso, adesso le bugie vengono amplificate, ripetute. Rimbalzano sui media, si inseguono nella rete, vengono smentite, muoiono, rinascono come la fenice, si perpetuano grazie alla incancellabile memoria di Google, ma soprattutto in virtù del desiderio di molti di credervi, di convincersene, di accucciarsi nel grembo rassicurante dell’inganno per non reagire.

Stamattina il Simplicissimus smascherava le leggende autoalimentate e troppo legittimate del Gran Casinò borsistico come sostituto dell’economia reale, per anni ci siamo preoccupati dello spread, abbiamo avuto paura del racket delle agenzie di rating, abbiamo guardato con confidente attesa alla luce in fondo al tunnel,  qualcuno si è perfino spinto a farsi persuadere che la colpa della perdita di  benessere, sicurezza,  identità, dignità fosse da attribuire all’arrivo di gente disperata in fuga da guerre che abbiamo contribuito a scatenare.  E qualcuno non solo per motivi di interesse si è convinto che fosse vero che l’illegalità, la corruzione, il malaffare fossero incidenti di percorso o addirittura il necessario prezzo da pagare in nome della crescita, della ripresa, un sacrificio tassativo e imprescindibile da offrire al mercato. o anche un fenomeno naturale, sorprendente come Mafia Capitale o i funerali del vecchio boss,  e imprevedibile – proprio come la crisi – occasionale ed estemporaneo che prima o poi finirà, grazie all’arrivo dei marziani, alla volontà di rigenerazione della società civile, perfino ai benefici effetti della rottamazione di una vecchia classe dirigente sostituita da una nuova, che si è scoperta più rampante, più vorace, più ambiziosa e più collusa coi poteri padronali. Ma perfino a quelli, perfino alla narrazione quotidiana della loro pinocchieide serve nutrire il mito dell’onestà, magari con qualche altra bugia, che basta non sfilare i soldi dalle tasche, non compiere furti con destrezza, non farsi passare valigette di liquidi al bar, sotto al tavolino per dimostrare integrità, innocenza e dedizione all’interesse generale.

Il laboratorio sperimentale nel quale si è data vita al Frankenstein, alla creatura artificiale che dovrebbe rincuorarci dell’esistenza il Italia di un sindaco integerrimo, è la città di Roma, nel cui sottosuolo morale si è consumato e si consuma di tutto all’insaputa del prodotto di fantapolitica messo a governare la capitale, autoproclamatosi marziano a  accreditare al sua estraneità e la sua inconsapevolezza, chiaramente colpevole se è vero che tutti sapevano, tutti anche intorno a lui erano informati e qualcuno coinvolto, tutti andavano a cene eleganti, eventi sociali, incontri elettorali e godevano di finanziamenti legittimi quanto inopportuni.

Ma pare che spesso il sindaco Marino non sapesse perché non c’era. La fatica del suo incarico vissuto come una missione, lo ha costretto a vacanze frequenti e prolungate. Secondo Dagospia e il quotidiano Libero avrebbe dovuto concedersi una sospensione dalla cura della cosa pubblica ogni 48 giorni. Scrive Libero che secondo la ricostruzione fatta dallufficio stampa del Comune di Roma, con laiuto della segreteria del sindaco, linquilino del Campidoglio, da quando è stato eletto nel giugno del 2013, ha fatto 44 giorni di vacanza. Otto nel 2013, fra giugno e agosto. Diciassette nel 2014, 3 a gennaio e 14 ad agosto. Diciannove questanno, 9 a gennaio e 10 in questi giorni. Ma non ci sono state solo “ferie” e viaggi di piacere. Le assenze sono anche da attribuire all’instancabile attività svolta per cercare mecenati, compratori del nostro patrimonio immobiliare, sponsor, investitori e solo i maligni potrebbero osservare che quelle missioni non solo non hanno prodotto i frutti sperati, ma  si sono svolte curiosamente in coincidenza con crisi piccole o grandi, inondazioni, esequie scomode, rivolte, scioperi, grandini copiose, incendi a Fiumicino o nella metro, inquietanti epidemie che colpiscono i pizzardoni.

Qualcuno, a cominciare dalla stampa inglese e dal New York Times potrebbe insinuare che tanto a vedere come è messa Roma, non ci si accorge se il sindaco è presente o assente. Invece non è vero, lui c’è, vigila,  prevede se non provvede e non previene, ma profetizza:  «La mafia a Roma esiste. Lho affermato spesso in campagna elettorale, già nella primavera del 2013, lho ribadito da sindaco, quasi inascoltato. … ora meno soli contro mafia a Roma», scrive sul suo profilo Facebook a proposito dei funerali eccellenti, che si vede che Buzzi e Carminati non gli erano bastati.

Sarà onestissimo per carità, non compie scippi, non ci clona il bancomat. In compenso a fronte di ogni problema la sua soluzione o la sua azione di contrasto  si riducono alla istituzione di una Commissione, si immagina remunerata, dei cui risultati, qualora vi siano, non si sa nulla.  E’ stato così per il censimento delle case vuote, per gli immobili da destinare a ospitare uffici pubblici ora affittuari a caro prezzo di privati, della rivoluzione ai Fori, il suo fiore all’occhiello, limitatosi a interdire il passaggio a auto private e taxi. In compenso la sua appartenenza al famigerato partito dei sindaci l’ha contagiato con la patologia degli annunci: svolta epocale nella nettezza urbana, all’azienda dei trasporti, nel traffico, nelle periferie, nei campi rom, nei centri di accoglienza, nella mobilità in vista del Giubileo, nel bilancio comunale in profondo e inguaribile tracollo. In compenso l’inossidabile marziano eletto in mancanza d’altro, ogni giorno rivendica l’estraneità al suo elettorato, ai  cittadini che dovrebbe amministrare, all’opinione pubblica mondiale, interessato al consenso di Palazzo Chigi, officiato dalla squinzia mandata a risolvere problemi come Wolf, quando lo si ritiene ingombrante, molesto, “imbelle”, come l’ha definito il New York Times, ma indispensabile a rinviare la mesta liturgia elettorale che potrebbe rivelarsi punitiva perfino per il partito unico della nazione e ancora più irrinunciabile per fare da gioconda copertura alla perpetua macchina degli affari che,  come lo spettacolo, deve andare avanti.

 

 


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