25 aprile, l’abbecedario della Liberazione

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anniversari: procedura istituzionale molto impiegata in sistemi consacrati a un rassicurante oblio e che permette di cantare Bella ciao un giorno all’anno e negli altri 364 celebrare l’addio alla Costituzione nata dalla Resistenza, ai diritti che voleva tutelare, al lavoro sul quale si fonda la Repubblica, alla sovranità che appartiene al popolo.

Bella ciao: nota canzone oggetto di un processo di revisionismo, che l’ha retrocessa a jingle di spot governativi. Le è andata comunque meglio che all’Internazionale definitivamente obsolescente, almeno quanto il Primo maggio degradato a Festa dell’Expo.

Colonialismo: epoca storica rimossa per quanto riguarda crimini e misfatti, ma presente nell’immaginario nostalgico e che resuscita di quando in quando, favorendo partecipazioni inopportune ed autolesioniste a “missioni di pace” a “esportazioni di democrazia” a “guerre umanitarie”, con sconcertanti ritorni nei luoghi dei passati fasti dell’impero fascista.

Democrazia:  governo del popolo. Da noi ha subito un iter di normalizzazione dinamica attraverso alcune rapide evoluzioni in oligarchia, cleptocrazia, peggiocrazia, poco percepite grazie a varie forme di anestesia del pensiero comune e molto accelerate mediante riforme elettorali, mirate a ridurre la partecipazione, compresa quella al voto, regredito a stanca e arcaica formalità domenicale, indegna di un paese moderno e competitivo, l’ultima delle quali verrà probabilmente celebrata ogni 27 aprile, come ricorrenza fondativa  della restauraazione del regime.

Epurazione: rito propiziatorio del consolidamento di leadership affette da cesarismo. Molto caro a vecchie e nuove tirannie, ha registrato la dismissione dell’olio di ricino, preferendo la riprovazione in rete e la cancellazione dalle amicizie nei social network,  ricorrendo alla felpata  sostituzione di oppositori sia pure cauti con entusiaste cheerleader e appassionati tifosi. Non viene praticata nei confronti di accertati fuorilegge, di criminali rei confessi, perlopiù eredi dinastici e  non  di omologhe bande influenti dopo 70 anni fa grazie a successivi accreditamenti e redenzioni.

Fascismo: vivo e vegeto, sembra saper superare eclissi formali per ripresentarsi con rinnovata potenza, in virtù di  reiterati riscatti e periodiche legittimazioni. Il suo recupero, anche in  assenza di lettura storica affidata invece a varie interpretazioni “giornalistiche” e divulgative aberrante, viene facilitato  dalla riproposizione sotto diverse etichette, degli stessi capisaldi irriducibili e delle stesse qualità genetiche: corruzione, servilismo a padronati locali e esteri, autoritarismo, incremento delle disuguaglianze sociali, disprezzo della rappresentanza, razzismo, xenofobia, penalizzazione del Mezzogiorno, impoverimento del patrimonio pubblico, dileggio della cultura.

Guerra: nessun treno in orario dovrebbe riscattare un regime dalla vergogna di aver portato una nazione  in guerra, con gli stivali di cartone sul Don e i fucili che fanno cilecca, per appagare gli appetiti insaziabili dell’avidità di industriali, banchieri, clero,  classe politica corrotta. Vedi alla voce Storia, a proposito dell’incapacità di stati e popoli di apprenderne al lezione, se un Paese alla fine del secolo breve che faceva auspicare anche la fine della barbarie più cruenta, si associa a improvvide imprese imperialistiche, se addirittura si propone di promuovere azzardate campagne militari, in barba a una costituzione che le ripudia.

Heidegger: in nazioni che hanno saputo fare i conti col passato, non si sono verificati caso di riabilitazione sgangherata di intellettuali intrinseci col regime e l’ideologia nazifascista. Nemmeno in Italia, dove la restituzione di stato, dignità, cattedre e posti non si è resa necessaria a causa dell’inamovibilità di un ceto politico, accademico, manageriale, giornalistico, intoccato dalla vergogna, dall’autocritica e inviolato da censure e riprovazione pubblica e privata, tanto che una “più alta carica” ha ostentato l’adesione tardiva, quindi ancora più colpevole, al Guf, come la appassionata manifestazione di militanza culturale di un giovane, proprio quando altri giovani andavano a difendere perfino le sue libertà in montagna.

Immigrazione: proprio mentre favoriva l’emigrazione di lavoratori italiani verso le colonie, mentre promuoveva quella interna con l’assorbimento di una considerevole parte di manodopera proveniente dal Mezzogiorno italiano e dalla parte Nord-occidentale del paese, ma anche verso Roma, per renderla più popolosa, grande e splendente di opere, mentre    orientava l’esodo veneto, quello friulano e quella romagnolo verso la Sardegna e l’Agro pontino, mentre non si esauriva il flusso verso America e Australia, il fascismo  preparava il grande esodo di connazionali  come merce di scambio con le materie prime indispensabili alla crescita dell’economia italiana, in particolar modo  del carbone: nel corso del triennio 1938-1941, più di 400 mila cittadini italiani sono mandati a lavorare in Germania sulla base di un’ intesa economica raggiunta tra i due stati. Ma noi eravamo noi e gli altri erano gli altri: un ideologia intrisa di sciovinismo, xenofobia, razzismo assimilava agli stranieri/nemici tutti, ebrei, omosessuali, zingari, slavi, oppositori. Nel ’41 provvede a cederli all’alleato,o  li confina in lager nostrani,  o li interna in campi, uno dei quali è “dedicato” ai cinesi in numero di quasi duecento. Ancora una volta si rinvia alla voce Storia.

Jobs Act: allora avrebbe avuto altro nome, ma è lo stesso l’annichilimento del lavoro e dei suoi valori di affrancamento e emancipazione, la loro riduzione a difesa corporativa e solitaria della fatica, come unico diritto, l’annientamento della rappresentanza di interessi e garanzie, la retrocessione  del lavoro a servitù feudale, il primato dell’ubbidienza e dell’assoggettamento ineluttabile al padrone o al generale.

Liberazione: si è parlato molto quando ancora si tentava una lettura storica di quell’epoca di tre resistenze, come di una guerra patriottica, di una guerra civile, di una guerra di classe, esaltando o censurando il ruolo di chi come Bandiera Rossa, peraltro osteggiato dal Partito Comunista, si prefissava di trasformare la Resistenza in rivoluzione sociale. Ma  una contrapposizione  così manichea di obiettivi non ha voluto tener conto che comunque la lotta di liberazione non  si limitava all’aspirazione di riscatto e riappropriazione del suolo patrio, che abbattere il regime significava proporsi la trasformazione della società, l’emancipazione da autoritarismo, corruzione, clientelismo, familismo, sopraffazione economica e padronale, per dare forma alla visione della democrazia, dei diritti e dei doveri che prevede, delle libertà che vi si esprimono.

Memoria: tecnologia ad intermittenza  arbitraria, soggetta a strumentali blackout individuali e collettivi, preferibilmente circoscritta a liturgia da officiare una volta l’anno, come il rispetto di donne, babbi, mamme, nonni possibilmente benedetta da cioccolatini, cognac e cravatte. Essendosi persa quella del lavoro, la sua commemorazione è sospesa (vedi alla voce Bella Ciao).

Neonazismo: guardato con indulgente tolleranza, come a fenomeni di giovanili intemperanza, di folklore inoffensivo, rinfrancato da revisionismo e negazionismo, ben organizzato e finanziato tanto da intimidire e perseguire chi ne denuncia la minaccia attraverso i canali legali, denunce per diffamazione, propaganda, protezione di cariche istituzionali e elettive, e quelli illegali, violenze, abusi, soperchierie, il movimento internazionale beneficia di riflettori mediatici e di nuovo vigore, grazie all’adesione più o meno esplicita a partiti presenti nei Parlamenti che ne hanno sdoganato gli “ideali” col favore della crisi,  della diffidenza, della paura.

Opposizione: vedi alla voce Storia, come il passato da Pericle a Cesare, dalla Rosa Bianca all’Aventino, non insegni nulla. Oggi poi si tratta di fenomeno marginale, che non desta allarme sociale né preoccupazione nei Palazzi. Intellettuali vaporosi ed evaporati, media ginocchioni facilitano le operazioni di ridicolizzazione ed emarginazione, mentre qualche aggiornamento è stato introdotto a livello semantico,  da disfattisti a gufi e rosiconi.

Pacificazione: formidabile figura retorica volta a  sostenere il passaggio da governi di salute pubblica, di unità nazionale, di larghe intese fino a partiti unici, per indurre la convinzione che “sono tutti uguali”, tutti rubano quindi l’uno vale l’altro, tutti sono colpevoli ed innocenti, tutti a loro modo sono vittime e aguzzini, così da sollevare i cittadini dalla fatica della scelta.

Storia: l’uso di parte che se ne è fatto, la  divulgazione aberrante dei  Pansa, dei Bruno Guerri e così via, se non sono del tutto riusciti nell’azione di canonizzazione del fascismo, di dittatura domestica e bonaria, quando non innocentemente ridicola, ne hanno comunque decretato la fine in quel 25 aprile come se l’indole all’illegalità, la personalizzazione della politica, la sopraffazione, il totalitarismo, il razzismo, la xenofobia fossero terminate allora e se ne fosse magicamente  impedito il  ripresentarsi sotto nuove e dinamiche forme, adatte ai nostri tempi, anche grazie a certi regolamenti di conti e all’ideologia della riappacificazione.

Tiranni: alcuni storici hanno approfondito il tema della ricorrenza delle dittature in Italia, della loro durata, della predisposizione nazionale ad affidarsi a una personalità dispotica,  con una vocazione istrionica al protagonismo, al primato della propaganda. Se il fascismo fu il primo esempio di una tirannia di massa, il berlusconismo si è presentato come un regime formalmente democratico ma in realtà ferocemente controllato da uno solo,   senza l’uso della forza, ma con lo stesso scandaloso aggiramento delle leggi, con la stessa manipolazione dell’opinione pubblica. Ambedue sono durati una ventina d’anni. C’è quindi da preoccuparsi per il nuovo corso.

Unità:  L’inizio del  processo di normalizzazione, inteso ad addomesticare  sul nascere le pulsioni  innovatrici incubate nella Resistenza, coincide con  la caduta del governo Parri, quando si affievolisce   la speranza di un cambiamento profondo dell’Italia e  si afferma  la retorica dell’unità nazionale, sfruttata per sottovalutare le differenze politiche, culturali, ideologiche  fra fascismo e antifascismo, per favorire il consociativismo,  per spegnere la luce dell’utopia. Tramontato il sogno dell’unione dei lavoratoti, sancita quella dei padroni, consolidata quella di maggiordomi zelanti al servizio dell’imperialismo finanziario, si è messo un sigillo anche sull’altra unità, quella fondata da Antonio Gramsci, che oggi avrebbe dovuto tornare in edicola grazie al suo sponsor, a finaco di Stop e Vero.

Violante: a lui si deve il riscatto e la riabilitazione dei ragazzi di Salò, impudentemente messi alla pari dei fratelli Cervi. Malgrado ciò, malgrado l’assistenza morale al condannato ben prima della pena, non è riuscito a diventare presidente della Repubblica, sacrificato da ingrati ed irriconoscenti.

Zeta: pare che l’orgia del potere sia la vera festa italiana.

 

 

 


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