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Roma: sant’Ignazio ci protegga dagli elettori

ignazio-marino-casco-280906“Roma non può essere abbandonata alla mafia”. Così recita l’ennesimo rosario retorico del sistema politico della capitale dopo essere stato infiltrato e in pratica gestito da poteri criminali. Ma ciò che davvero esso paventa e aborre è che Roma sia abbandonata agli elettori, come diventa chiarissimo non appena qualcuno accenni a un ritorno alle urne: tutto si può consentire ma questo mai.

E per dare una parvenza di dignità al rifiuto delle elezioni vengono portati in campo i più stravaganti argomenti, il principale dei quali è che uno scioglimento del Comune sarebbe una sorta di scandalo mondiale, qualcosa che segnerebbe per sempre il prestigio della città. La solita storia dei panni sporchi che non vanno mostrati in pubblico, un must che davvero unisce lo stivale da Lampedusa al Brennero. Peccato che in questo caso i panni sporchi siano ormai conosciuti ad ogni latitudine e che conservare intatta l’amministrazione come se niente fosse viene percepito come più grave e più “italiano” dello scandalo stesso, come del resto avviene per l’Expo. Un azzeramento della situazione e un rinnovamento che tagli i ponti col passato apparirebbero quanto meno a livello simbolico come la volontà di cambiare pagina.

Questo atteggiamento oltre ad essere ormai intollerabilmente ipocrita è anche la prova provata che il sistema politico – la destra più ottusa e malaffarosa di Alemanno come il partito della nazione del bullo di Rignano  – non hanno alcuna intenzione di cambiare davvero le logiche in cui è nata e nelle quali è cresciuta come una piovra la rete di mafia capitale. Se così fosse, se davvero questo milieu volesse il riscatto della città e la sua mobilitazione contro la criminalità e la corruzione, non può pensare di farlo con un sindaco come Marino, che sarà pure onestissimo, ma che è ormai inviso ai più per la sua palese incapacità amministrativa.

Fare il sindaco non è mestier suo, la città è un disastro, i provvedimenti viari presi in base ad astratti riflessi pavloviani e senza alcuno studio preventivo si sono rivelati un puro ballon d’essai con riflessi negativi e senza alcun vantaggio, i servizi pubblici sono stati pesantemente tagliati sia nelle linee che nelle frequenze, le periferie abbandonate  e tutto il peggio di prima è oggi peggio di prima. Ecco lo scandalo: la capitale del Paese non può essere governata da un dilettante giunto a quel posto solo in virtù di scambi di poltrone, ma con vocazioni di tutt’altro genere. Ad essere cattivi si potrebbe dire che Marino stesso riconosce di essere incapace di amministrare: fu questa infatti la sua difesa nella nota vicenda  dei  rimborsi spesa presentati due volte quando era chirurgo al centro medico di Pittsburgh. Alla luce dell’oggi non c’è motivo di credere che quelle irregolarità fossero intenzionali e non invece dovute alla scarsa voglia e capacità di tener dietro all’amministrazione del budget. No, davvero non c’è bisogno di infierire perché Roma parla da sola. E testimonia anche della futilità dell’altro argomento, quello secondo il quale non si potrebbe commissariare Roma in vista del giubileo, quando invece sarebbe necessario farlo in ogni caso per evitare disastri, bizzarie, estemporaneità dell’ultimo’ora.

Sta di fatto che oggi Marino, anche se il sistema politico glielo consentisse, non è in grado di poter coagulare attorno a sé il consenso generale necessario a condurre una battaglia campale di questo genere e non ne ha nemmeno il carattere. Volerlo imbullonare a tutti i costi alla poltrona del Campidoglio per evitare al suo partito e alla rete di potere cittadino, una possibile sconfitta nelle urne, significa solo che non si vuole fare sul serio con mafia capitale, ma che si cerca di ripararsi dietro l’immaginetta di sant’Ignazio in attesa che passi la buriana.


Fondazioni e frodi a norma di legge

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vuoi la grana? Dammi retta, fatti il tuo pensatoio, direbbe il Razzi nell’interpretazione di Crozza. E avrebbe ragione. Secondo Harry Potter, che mi vanto di non aver letto, si tratta di un oggetto magico in cui si possono immagazzinare i pensieri di troppo  quando la memoria é piena.

E infatti i pensatoi, i think tank, le fondazioni, sembrano creati proprio per togliere di mezzo un pensiero di troppo, la preoccupazione di coltivare relazioni con soggetti esterni ai partiti politici traendone vantaggi economici, in maniera, almeno apparentemente, trasparente e soprattutto non soggetta a controlli e vigilanza. Emanazione di capicorrente, di leader rimossi e dormienti, ma ancora influenti o aspiranti a ridiventarlo, di premier ex o vigenti, vivono infatti grazie a munifiche donazioni private, garantite dagli stessi promotori grazie ai rimborsi elettorali, ma, in parte più rilevante, da  finanziatori altri, interessati al “progetto politico” più o meno fumoso, più o meno visionario, più o meno suggestivo, indicato nello statuto e propagandato in ritiri spirituali, ex stazioni e fabbriche illuminate, sobrie fattorie, algide sale congresso.

E funzionano. Un censimento sia pure rudimentale condotto qualche tempo fa ne ha inventariate almeno un’ottantina, mica poche.

Grandi e piccole, note o sconosciute, celebri o semiclandestine, godono di un regime fiscale favorevole, nella veste di organizzazioni no profit. E si muovono anche alacremente in una provvidenziale fosca caligine: sono tenuti a depositare un bilancio, ma non sono tenuti a dichiarare i nomi dei loro finanziatori. Fu proprio d’Alema a suo tempo nel condannare una importuna ed inopportuna perquisizione della Guardia di Finanza a Italianieuropei,   che gode di sostegni disparati, industrie del tabacco, Coop, farmaceutici etc.,  a celebrare  la legittimità di mantenere una  sobria riservatezza su questo tema, motivandola con l’opportunità di non rendere esplicito “l’orientamento di chi elargisce i contributi”, e richiamandosi alla legge che pur ampliando il novero dei soggetti  vincolati al rispetto degli obblighi di denuncia e trasparenza in materia di finanziamenti, nemmeno menziona fondazioni, associazioni e istituti “culturali”.

Mai più senza, dunque, se non hai la tua fondazione sei uno straccione e non vai da nessuna parte. Mettono in salvadanaio i loro soldarelli per reinvestirli,  movimentano  cospicui portafogli e controllano società operative.   Come la Magna   Carta di Quagliariello, dal nome eloquente,  che ha germinato una SrL che sforna “prodotti editoriali”. Come la Free Foundation di Brunetta che sorprendentemente ha la stessa partita Iva di una società di consulenza aziendale dal nome evocativo, Full Contract, che però non si direbbe che si riferisca al contratto sociale. E poi c’è Italia Protagonista di Gasparri, ResPublica di Tremonti, quella di Matteoli, quella di ampio respiro europeo di Vizzini, c’era Faretutto di Fini della quale non trovo notizie recenti, che forse ha già fatto il fattibile. A Enrico Letta faceva capo il suo Thinl Tank, l’ineffabile VeDrò, chiuso per temporaneo esaurimento di idee, sponsorizzata a suo tempo da due multinazionali dell’azzardo, Lottomatica e Sisal, Trecentossessanta (uno sguardo aperto sul mondo, sic), ma soprattutto Arel, fondata dal suo maestro Andreatta, nota negli ultimi anni per essersi prodotta attraverso Arel Servizi,   in alcuni investimenti finanziari definiti dalla stampa” disinvolti”  con investimenti in titoli  ed obbligazioni a dir poco avventati.

La Fondazione Nuova Italia, il cui presidente è Gianni Alemanno, secondo l’inchiesta su Mafia Capitale avrebbe ricevuto dalla cupola affaristica gestita dall’ex terrorista nero Massimo Carminati “finanziamenti non inferiori ai 40 mila euro”.

I produttori e agitatori di pensieri ed idee sembrano non essere mai sazi e per non essere provinciali vanno oltre i confini nazionali: ci ha informato puntualmente il Fatto Quotidiano che   la Foundation for European Progressive Studies (Feps), sotto la ferma guida di d’Alema,, dal  2008 ha ricevuto dall’Ue 16,7 milioni di euro. Ma non c’è da scandalizzarsi: gode di finanziamenti comunitari anche l’Alleanza europea per la libertà di Marine Le Pen e Matteo Salvini, sicché anche per loro l’Europa non è matrigna, anzi.

Matteo lo sfasciacarrozze invece pascola in patria. Ha potuto contare sull’aiuto di due meccanici d’eccezione  per coprire le spese della corsa alla guida del Paese, Marco Carrai e Alberto Bianchi,  fund raiser, molto tenaci se hanno potuto mettere insieme  oltre quattro milioni di euro. E che fanno   parte del consiglio direttivo della Fondazione Open, generata dall’evoluzione  della Fondazione Big Bang, che col cambio di nome ha anche cambiato compagine con l’aggiunta di Maria Elena Boschi, nel ruolo di  segretario generale, incrementando le entrate:   nel 2013 la fondazione ha raccolto 980 mila euro di donazioni, 300 mila euro in più rispetto all’anno precedente.

Ma lasciatemi essere sospettosa. Scoperchiare il pentolone tossico delle fondazioni “politiche” è un bene, ma forse si tratta di uno di quei coperchi magici molto propagandati in Tv, che mantiene odori e vapore della  cerchia delle fondazioni bancarie e delle loro relazioni bidirezionali con la politica, per via territoriale e perfino familiare. Senza contare che il nuovo ceto  al governo,  rivendica di instaurare e mantenere relazioni dirette con finanziatori, li iscrive al partito della nazione, dando il nome di trasparenza all’esplicita spregiudicatezza e alla pretesa di immunità e impunità. E poi, diciamolo, il termine pensatoio, come “valori”, “principi” e soprattutto “idee” e “ideali” proprio non gli si addice.

 

 

 

 

 

 

 


Italia, etica del fruttarolo

melaMa che noia. Nemmeno dopo l’ultimo scandalo che ha travolto  la capitale, il ceto politico cerca di rendersi credibile e dopo i primi momenti di sconcerto, ha messo sul giradischi dei media, sempre a disposizione, la solita messa cantata con coro di garantismo fuori luogo, anzi francamente grottesco, riti di bizantinismo pseudo giuridico, visioni di poche mele marce in uno splendido cesto secondo la teoria del fruttarolo e scarico di responsabilità verso imprecisati livelli amministrativi che nella narrazione berlusconiana e renziana, sarebbero i veri e inamovibili padroni occulti.

Si assiste persino allo spettacolo di personaggi travolti da vecchi scandali che adesso pontificano e illustrano coram populo quanto fossero onesti e specchiati prima che poteri forti incarnati dal pubblico impiego li piegassero a cose che mai avrebbero immaginato nella loro candida coscienza Anzi più si approfondisce lo scandalo, più si addensano nubi sui protagonisti politici e più cresce la tracotanza con cui questi professano innocenza e mettono in moto la macchina scaricabarile. La speranza e purtroppo la realtà è quella così bene espressa da Renzi: “gli italiani sono coglioni con la promessa degli 80 euro abbiamo già’ la vittoria in tasca”.

E hanno perfettamente ragione: gli italiani sono così coglioni che potrebbero essere davvero convinti che i problemi siano quelli creati dalle regole in quanto tali e non dal fatto che regole e le leggi sono calibrate proprio per tenere in piedi il milieu politico affaristico. Che ciò che accade è frutto di un sistema. Del resto negli ultimi mesi abbiamo assistito impotenti alla farsa del job act nella quale il granitico complesso politico mediatico ci ha da una parte tempestato sul fatto che flessibilità e la mancanza di posto fisso fossero il futuro per poi salutare con giubilo la comparsa delle tutele crescenti come segnale di attenzione al lavoro. A parte il fatto che si tratta di una pura truffa (vedi qui ) volta a aumentare i profitti, nessuno ha rilevato la contraddittorietà fra l’esaltazione del lavoro segmentato, esternalizzato, precario e l’introduzione di criteri di tutela che invece prevedono lunghe permanenze nello stesso posto e in aziende con la medesima ragione sociale. Se questa incoerenza fosse stata notata, forse si sarebbe potuto capire fin da subito che il mito delle tutele crescenti è sempre stato uno specchietto per le allodole.

Così non mi meraviglierei se Alemanno diventasse un martire al valor politico per essere stato indicato dagli uomini di mezzo come esportatore di capitali di opaca origine in Argentina, se per caso non si potesse provare ciò che viene detto nelle intercettazioni. In fondo è molto più facile dare la colpa a zingari e immigrati facendo regredire la complessità a livelli infantili che sentirsi in varia misura corresponsabili della permanenza di un”sistema” a cui si è dato credito e che alla fine ci sta distruggendo. Paradossalmente può anche essere moralmente assolutorio, sempre che si pensi di cavarsela con un pater, ave e gloria.


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