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“L’ora è confusa e noi come perduti la viviamo”

D'Alema 1993Era un tardo pomeriggio del settembre 1993 quando alla  festa nazionale dell’Unità di Bologna, giunse al gran completo la direzione del Pds mentre le griglie e le pentole erano già al lavoro. Dopo i fasti culinari e prima dei balli era in programma un discorso sulla politica estera di D’Alema, allora braccio destro di Occhetto, con sottinteso e rituale dibattito. La situazione era questa: Berlusconi non era ancora sceso in campo e sebbene stesse segretamente organizzando Forza Italia era ancora alla ricerca di una faccia politica a cui affidarla, mentre la Dc era in agonia e il Psi scomparso. Il Pds dal canto suo, nonostante lo choc subito con la caduta del muro, la dissoluzione dell’Urss e la svolta della Bolognina, aveva vinto le elezioni amministrative che si erano svolte in quasi tutto il Paese nella primavera di quello stesso anno e si avviava quindi a cogliere un paradossale successo nelle politiche in programma per il ’94. Dico paradossale perché sarebbe giunto dopo tanti anni a socialismo reale estinto.

Tuttavia la cosa che ci interessa è che il vertice Pds in quei mesi amava presentarsi e parlare come futuro partito di governo invece che come una formazione destinata all’eterna opposizione dal fattore K e non perdeva occasione di accreditarsi come decomunistizzato. Quindi quando D’Alema cominciò a parlare lo fece in qualità di aspirante statista e lo dico senza ironia, visto il livello politico di quei tempi, inimmaginabile per i trentenni di oggi abituati alla avvilente e nauseabonda spazzatura del renzusconismo. Apro il cassetto dei ricordi, non perché mi urga ricordare le 30 righe dettate quella sera attraverso un enorme telefonino verde ramarro della Swatch, ma per  rispondere a tutti quelli che ancora non vogliono arrendersi a una lucida analisi della traiettoria di Tsipras, ma che soprattutto sono ormai abituati alla coincidenza fra sinistra ed eurismo come se fossero entità inseparabili.

Ebbene quella lontana sera D’Alema mise in guardia i compagni sull’euro dicendo che la moneta unica (per la quale era imminente la firma dei  trattati) rischiava di essere troppo forte per il sistema produttivo italiano e di rivelarsi col tempo un disastro la nostra economia, che questo fattore era quello importante e non certo quello di una improbabile concorrenza sul dollaro. Certo non occorreva essere un genio  per capirlo, ma quell’affermazione – soprattutto in quel momento – suonò molto forte per gli eredi di un Pci che già nel 1978, per non mandare all’aria l’effimero compromesso storico, si era obtorto collo arreso allo sme (serpente monetario europeo) il quale introdusse una forte rigidità di cambio fra le divise europee, rigidità che finirono per pagare i lavoratori con l’abolizione della scala mobile e nel 92 aveva pagato l’intero Paese con una svalutazione drammatica della lira del 24%. Già allora furono i lavoratori a pagare il conto dell’integrazione europea. E dire che lo Sme permetteva comunque un’oscillazione del 6% sui cambi e naturalmente prevedeva lo sganciamento dal serpente stesso. Già allora la sinistra più avveduta che purtroppo era insieme anche la più cinica immaginava a cosa si andava incontro, ma – è questo il vero orrore – non sapeva nemmeno immaginare nulla diverso dopo la scomparsa dei punti di riferimento storici. Ed è purtroppo ancora così.

Chissà come venne in mente a D’Alema di prefigurare in quel momento un pericolo ancor più grande, anche se ormai l’europeismo dei padroni era l’unica cosa rimasta dopo anni di cenere e farsi interpreti compassionevoli del governo del denaro pareva l’unico modo di sopravvivere. Chissà cosa indusse il futuro lider maximo ad abbandonare per un attimo la “brutalità della prudenza” come dice Pasolini nelle Ceneri di Gramsci, confessando “che l’ora è confusa e noi come perduti la viviamo”. Così francamente non è una colpa l’ingenuità di aver creduto ai paradossi di Tsipras, ma certamente lo è quella di aver interiorizzato la brutale prudenza al punto di non riconoscere gli errori di fondo, i disastri politici  a cui essa ha portato e ancorarsi ad essi con futile disperazione .


Da bullo, a guappo, a ricattatore: la carriera del meno peggio

300x16914297946223900000000_renziSi sa che certe carriere sono scontate e prevedono passaggi obbligati: se ti imponi come bullo di periferia spalleggiato da zuccotti e cappucci una volta arrivato al centro grazie a un prestito finanziario non potrai che fare il guappo e fatalmente diventerai anche un ricattatore dei più spregevoli perché, senza freni inibitori, la tua natura prende il sopravvento. Così non deve affatto stupire che Renzi, frustrato per le difficoltà di far passare la sua buona scuola, che è buona come una dose di stupefacente liberista tagliata male, adesso metta la sua spadina di Brenno sulla bilancia e minacci di non assumere i precari qualora il piano non passi.

Si tratta di una vera e propria estorsione perché l’assunzione moralmente dovuta dei precari non c’entra assolutamente nulla col penoso, intellettualmente miserabile e pasticciato piano di privatizzazione della scuola pubblica. E questo dovrebbe fare riflettere tutti i fedeli del culto del Meno Peggio, il dio maligno che ci sovrasta da decenni e che ci sta  punendo con le piaghe d’Egitto: la battuta di arresto che il renzismo ha subito alle elezioni amministrative non solo non ha portato il premier ad assumere atteggiamenti più dialoganti, ma anzi ne ha accresciuto la tracontanza fino appunto al ricatto.

Del resto i suoi mandanti non sono gli elettori, ma altri poteri non elettivi e la sua legittimità derivante da un Parlamento nominato con metodi dichiarati anticostituzionali: non deve rispondere ai cittadini ma a chi lo ha ingaggiato nella parte di premier. Per questo il presunto meno peggio cercherà di dare il peggio di sé prima di affrontare le urne che in un modo o nell’altro lo cacceranno o ancor prima un nuovo e intollerabile inasprimento della crisi: distruggere la Costituzione, privatizzare il privatizzabile, mettere in mora la sanità pubblica, eliminare ogni tutela sul lavoro e l’idea stessa dei diritti. In una parola ipotecare il futuro del Paese.

Gliene frega assai del consenso, quello che conta è il mandato occulto e chiarissimo nello stesso tempo che ha ricevuto quando un’operazione tra palazzo e partito lo ha catapultato alla presidenza del consiglio. E di certo non deve temere nulla dalla falsa opposizione dei berlusconiani, se la ride delle opposizioni interne disposte nella quasi totalità a vendere l’anima al diavolo pur di ottenere il vitalizio, non da Salvini che alla fine esprime solo umori miserabili, ma nessuna idea politica che collida col pensiero unico e le sue estensioni europee e nemmeno da una piazza che stenta a mobilitarsi paralizzata com’è  dalla paura e dalle divisioni.  Gli basta il non dissenso della marea di fedeli del meno peggio che in virtù del loro credo sono disposti a vedere qualunque pagliuzza negli occhi altrui e non la trave in quella di Renzi.

Ecco perché il ricatto è il modo di essere naturale di questo governo, il suo habitat mentale: se non basta quello direttamente esercitabile nei luoghi istituzionali, lo si fa direttamente sui cittadini condizionando i loro diritti all’assenso nei confronti del principe. Se qualcuno vuole chiedersi dove andremo a finire non ha che da guardare alla realtà presente: siamo finiti così con un estorsore a Palazzo Chigi, una sagoma di cartone al Quirinale, un vecchio sporcaccione ed evasore compulsivo alla finta opposizione, la corruzione dilagante, l’Expo delle beffe, la capitale infetta oltre che sgovernata e uno stordito razzista ad uso dei pensionati a far la voce grossa sulla sicurezza e la paura di malattie tropicali.

E’ il meno peggio de che?


Il reuccio è nudo

renzi-mare-21A reti unificate i “commentatori della nazione” accorrono al capezzale del renzismo per tentare di dimostrare l’impossibile, ossia che la sostanziale sconfitta alle comunali non è una bocciatura del premier o della sua politica e nemmeno un rifiuto del  sistema politico generale, nonostante l’assenteismo ormai dilagante. Ma media e gente che ormai da un decennio si fanno megafono della mitica ripresa e di qualsiasi palese assurdità sia necessaria per smerciare questa merce ideologica taroccata, non si fermano certo davanti a bagatelle come l’evidenza. Le banderuole ben pagate subito si allineano dalla parte da cui soffiano i twitter del potere e ripetono in maniera più articolata gli squittii del premier: a uscire sconfitto non sarebbe il Pd del guappo, bensì una non ben identificata e mitica “sinistra”.

La base per spacciare questa ennesima e grossolana cartapesta del potere è proprio la città simbolo del reflusso renziano, ossia Venezia. Casson si dice ora non era il candidato di Renzi, era troppo a sinistra e via andare con balle di questo genere. Balle perché è evidente che la sconfitta in laguna ha motivi diversi e contrari: l’incapacità del Pd di creare una cesura col passato, una netta dissociazione col governo ombra del Mose e l’equilibrismo di Casson stesso che non ha saputo e voluto rappresentare fino in fondo una possibile svolta, rappresentando un’idea di città e di economia, facendo subito un patto con il suo rivale alle primarie Pellicani, non dando l’impressione di voler davvero tagliare con le pratiche di governo politicanti e mostrandosi possibilista persino con i canali cementizi nei quali si vuole soffocare la laguna. Altro che politica del no come pretenderebbe Orsoni, il commesso non viaggiatore del Mose. La prova del nove è che ad Arezzo, città della Boschi, Matera e Nuoro, i candidati renziani che più non si può sono stati egualmente battuti. Così come del resto è accaduto in tutti i ballottaggi della Toscana.

Ma di certo la coerenza di ragionamento non si addice alle banderuole che devono seguire il vento e non possono dire che i risultati elettorali di queste amministrative derivano sostanzialmente da due fattori uguali e contrari: da una parte il progressivo disgusto dell’elettorato tradizionale del Pd nei confronti di una politica di selvaggia regressione sociale attuata dal partito della nazione oltre che dal suo essere impastoiato nella corruzione, dall’altro dalla sostanziale e sempre più chiara convergenza ideologica con la destra che porta più della metà degli elettori a disertare le urne e getta in confusione chi vi reca.

Non potendo apertamente sostenere che la linea del premier ne esce vincitrice si rispolvera sotto altro nome il nemico inesistente che fu di Berlusconi, solo che allora si trattava di “comunisti” e adesso si parla più vagamente di “sinistra”, il ballon d’essai che dovrebbe  dimostrare come il progetto renziano di convergenza a destra trasformando il Pd in partito della nazione, sia comunque vincente. Tesi priva di senso e di consistenza che tuttavia è sostenuta con implacabile faccia tosta: ne va della tenuta di un variegato clan di potere che su Renzi, in quanto faccia spendibile del berlusconismo, per giunta mimetizzato da centrosinistra, ha puntato molto per non dire tutto dopo il fallimento dei commissari Monti e Letta.

Ma anche fuori dai confini se si cominciasse a sentire odore di bruciato, potrebbe venire la pressante sollecitazione a cambiare ancora una volta cavallo per evitare che in prospettiva si finisca in una situazione greca aggravata dal peso dell’Italia rispetto ad Atene. Perciò la classe dirigente nazionale tenta di salvare ad ogni costo Renzi dall’evidenza della sua prima sconfitta : dove lo vanno a trovare un uomo di paglia così, formidabile politicante e nullità politica buona per ogni avventura, diktat, emergenza, grassazione, bullo da strapazzo quando viene spalleggiato dai suoi amici lontani e vicini, ma codardo senza pari e complice d’elezione quando dovrebbe dire no? Nonostante tutta la buona volontà di Silvio Berlusconi e Denis Verdini nel conservare al guappo di Rignano una solida magggioranza parlamentare, la paura di molti di perdere la cadrega potrebbe fare da detonatore di una crisi per non parlare dei fermenti della piazza nei confronti del Marchionne teller e della vicenda immigrazione che è come una bomba atomica pronta a detonare mostrando per giunta l’inesistenza totale dell’Europa.

Si, potrebbe convenire la quarta operazione gattopardesca in pochi anni e non ci vorrebbe poi molto: un’alzatina allo spread con conseguente situazione drammatica che non consente le elezioni e giù con  qualche nuovo simil tecnico, magari un passeriforme di passaggio a mostrare le luci in fondo al tunnel. In fondo l’operazione Renzi si basava proprio sulle attese fideistiche o ipocrite in una ripresa che non c’è stata, da nessuna parte: il reuccio è spoglio delle illusioni e comincia a fare freddo.


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