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Povero Silvio surclassato dal ganassa jr

renzi-berlusconi-poletti-308733Diciamolo,  il cavaliere è stato davvero sfortunato: è stato al centro della vita politica per più di vent’anni, ma non è riuscito a concludere nulla di ciò che si era proposto perché i tempi non erano maturi. Poi quando, grazie anche ai suoi avversari da lui grottescamente chiamati comunisti, i progressivi colpi portati al lavoro, la disgregazione del sindacato, la diffusione di una mentalità completamente aliena dal sociale, gli facevano intravvedere il traguardo, è stato cacciato per inaffidabilità geopolitica.

Così quello che lui voleva fare sull’onda del reaganismo e del thatcerismo, ovvero diminuire le tasse ai ricchi grazie alla dissoluzione dello stato sociale e dei diritti del lavoro, lo fa adesso il suo figlioccio Renzi con una chiarezza e una limpidità da manuale: la raccolta di dieci miliardi dalla sanità, per di più con qualche strizzata d’occhio alla malasanità, per finanziare una diminuzione delle tasse, peraltro solo presunta viste le condizioni del debito, è un esempio di scuola del trasferimento di risorse dalla base al vertice della piramide sociale. Davvero il destino è irriconoscente.

Certo quel pensiero unico che ha predicato il benessere della società   attraverso l’accumulo di ricchezza in poche mani è ormai nella fase di risacca: i suoi principi cominciano ad apparire insensati, le sue pratiche pericolose, i suoi scopi deliranti, i suoi effetti nefandi. E tuttavia la forza d’inerzia e la potenza assunta da quelle poche mani sui gangli vitali della società consentono di far andare avanti la nave anche in mancanza di un porto. Rimane la capacità straordinaria di agire sulle persone in modo da fare vedere loro quello che non esiste: le classi medie sono state falciate e mentre i ricchi hanno goduto nei “quaranta ingloriosi” di Piketty di enormi tagli di tasse ( in tutto l’occidente si è passati progressivamente dall’ 80 o 90 per cento di incidenza fiscale sullo scaglione più alto al 35-45%) i ceti medi e popolari hanno avuto solo elemosine, compensate però da un aumento di tassazioni indirette al consumo e spese in sostituzione di tutele e servizi estremamente gravose. Tanto per fare  un esempio dei sempre citati Usa, un single che guadagna diecimila dollari l’anno, ossia un povero assoluto che può campare solo grazie ad aiuti pubblici paga il 23% di tasse totali, mentre chi ne guadagna dai 450 mila in su arriva a mala pena al 35%: quarant’anni fa il primo pagava attorno al 26% mentre il secondo arrivava oltre gli 80.  Quarant’anni fa il primo poteva permettersi un’assicurazione sanitaria completa, mentre oggi non può nemmeno lontanamente pensarci. E la situazione non è molto diversa in Italia.

Tutto questo avrebbe voluto farlo il divo Silvio se non ne fosse stato impedito dalla presenza ancora forte di un pensiero sociale e di generazioni non ancora convinte che favorire i ricchi  era cosa buona e giusta e avrebbe reso ricchi anche loro. Certo lavorava ai fianchi con le televisioni, esorcizzava la mano nelle tasche dagli italiani, strizzava l’occhio all’evasione, ma in concreto non è riuscito a fare nulla di tutto ciò che predicava, non è arrivato nemmeno a un quarto della strada fatta dal rimbambito Reagan plagiato dalle corporation. E se non fosse corso in suo aiuto l’Ulivo con la prima grande e naturalmente “moderna” spinta alla precarietà del lavoro, il suo nome non sarebbe iscritto sul monumento alla decivilizzazione. Tanto più che il suo giovane emulo è riuscito anche ad affossare la scuola, si appresta a evirare la magistratura inquirente, sta sfasciando la Costituzione e imponendo una legge elettorale da regime oligarchico.

Dire che lui gli ha spianato la strada convincendo gli italiani che le tasse siano il problema della nostra economia ( ricordo che il boom degli anni 50 e 60 avvenne in presenza di imposizioni altissime per chi guadagnava più di 30 milioni l’anno), per cui oggi basta dire meno tasse per imporre qualsiasi cosa e qualsiasi povertà. Sì, adesso i frutti della sua educazione degli italiani  li raccoglie il ganassa jr di Rignano che sfrutta appieno i luoghi comuni e persino la sceneggiatura del ventennio di Silvio. Ed è giusto così: solo i ricchi possono permettersi la stupidità.


Renzi, Gomez e ‘o malamente

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una volta sulla incantevole Via dei Santi Quattro c’era un vero mercato rionale, la cui star indiscussa, una corpulenta matrona romana  –  Sordi l’avrebbe definito Buzzicona –  che invece si era meritata il soprannome di Grissino, era stata abbandonata dal marito per una mignottella dell’età de  su’ fijia. Dopo qualche anno di mesta vedovanza bianca, Grissino cominciò a guardarsi in giro e finalmente trovò di che consolarsi. Si trattava di un  uomo riservato e distinto, pieno di qualità, educato e generoso,  benché,  come ebbe a confessarmi, fosse “del Nord”, anzi “mezzo tedesco” come d’altra parte ero io, veneziana,  ai suoi occhi.

Certo i pregiudizi non hanno latitudini e parlano tutte le lingue, prima di tutte quella dell’ignoranza e della diffidenza nei confronti di chi è diverso da noi, è nato altrove, ha un accento differente, non mangia gli stessi cibi. Ma Grissino era una donna intelligente ed evoluta, così accettò il nuovo amore “mezzo tedesco” di Voghera  come aveva accolto con simpatia me e le mie strane richieste: cardi, topinambur, radicchio e perfino le mie ricette.

Nulla a che fare con il presidente della Campania, che, schiumante di rabbia,  davanti alla direzione del Pd dedicata alla questione meridionale, ha risvegliato la torpida assemblea dall’abituale letargo accresciuto dall’afa, con un’aggressione  a Gomez del Fatto Quotidiano: “Un giornalista dal nome equivoco e improbabile tedesco più o meno, un superfluo, un consumatore abusivo di ossigeno, un danno ecologico permanente“.

Una straordinaria performance quella di De Luca che imita Crozza che imita De Luca, immaginifica, pittoresca come erano le invettive fascistoidi contro le mosche cocchiere, contro la marmaglia eversiva, contro i pusillanimi disfattisti, appena un po’ più estrema dei tweet del suo segretario contro i gufi, i professori, i sapientoni. Che infatti, pur approvando, ha smorzato l’entusiasmo della platea con sorridente bonomia: “Dico ovviamente che quella di Enzo su un giornalista dal nome tedesco era chiaramente una battuta, non vorrei si dicesse che il Pd vuole togliere l’ossigeno ai giornalisti”. E qualcuno dei suoi consiglieri ha fatto sapere che su quel “mezzo tedesco” c’era stato un simpatico e innocente equivoco, per via di un giocatore di Riedlingen che faceva appunto Gomez di cognome e che aveva giocato nella Fiorentina, perché si sa che il panteon della dirigenza del partito della nazione non va oltre il calcetto, i fumetti, le canzonette e i quiz, che in effetti la ruota della fortuna ha girato nel loro verso.

Ma invece come è piaciuto alla platea quel sussulto di orgoglio contro i grilli parlanti, contro il “culturame” dei loro stivali, contro i critici e gli sfiduciati di professione, come si saranno sentiti rincuorati di trovare in uno di loro quegli accenti  capaci di evocare la tracotanza da despota centroafricano  di Craxi e l’alterigia da bauscia arricchito di Berlusconi. E come sono compiaciuti quando possono stringersi intorno a un nemico, che sia un giornalista, il sindacato, i magistrati, gli insegnanti, i sovrintendenti, gli operai. O meglio ancora la libertà di espressione e di pensiero, la libertà tutta, i beni comuni, la Costituzione, la democrazia, la ragione e anche il torto, quando riusciremo a convertirlo in diritto a dirgli di no.


“L’ora è confusa e noi come perduti la viviamo”

D'Alema 1993Era un tardo pomeriggio del settembre 1993 quando alla  festa nazionale dell’Unità di Bologna, giunse al gran completo la direzione del Pds mentre le griglie e le pentole erano già al lavoro. Dopo i fasti culinari e prima dei balli era in programma un discorso sulla politica estera di D’Alema, allora braccio destro di Occhetto, con sottinteso e rituale dibattito. La situazione era questa: Berlusconi non era ancora sceso in campo e sebbene stesse segretamente organizzando Forza Italia era ancora alla ricerca di una faccia politica a cui affidarla, mentre la Dc era in agonia e il Psi scomparso. Il Pds dal canto suo, nonostante lo choc subito con la caduta del muro, la dissoluzione dell’Urss e la svolta della Bolognina, aveva vinto le elezioni amministrative che si erano svolte in quasi tutto il Paese nella primavera di quello stesso anno e si avviava quindi a cogliere un paradossale successo nelle politiche in programma per il ’94. Dico paradossale perché sarebbe giunto dopo tanti anni a socialismo reale estinto.

Tuttavia la cosa che ci interessa è che il vertice Pds in quei mesi amava presentarsi e parlare come futuro partito di governo invece che come una formazione destinata all’eterna opposizione dal fattore K e non perdeva occasione di accreditarsi come decomunistizzato. Quindi quando D’Alema cominciò a parlare lo fece in qualità di aspirante statista e lo dico senza ironia, visto il livello politico di quei tempi, inimmaginabile per i trentenni di oggi abituati alla avvilente e nauseabonda spazzatura del renzusconismo. Apro il cassetto dei ricordi, non perché mi urga ricordare le 30 righe dettate quella sera attraverso un enorme telefonino verde ramarro della Swatch, ma per  rispondere a tutti quelli che ancora non vogliono arrendersi a una lucida analisi della traiettoria di Tsipras, ma che soprattutto sono ormai abituati alla coincidenza fra sinistra ed eurismo come se fossero entità inseparabili.

Ebbene quella lontana sera D’Alema mise in guardia i compagni sull’euro dicendo che la moneta unica (per la quale era imminente la firma dei  trattati) rischiava di essere troppo forte per il sistema produttivo italiano e di rivelarsi col tempo un disastro la nostra economia, che questo fattore era quello importante e non certo quello di una improbabile concorrenza sul dollaro. Certo non occorreva essere un genio  per capirlo, ma quell’affermazione – soprattutto in quel momento – suonò molto forte per gli eredi di un Pci che già nel 1978, per non mandare all’aria l’effimero compromesso storico, si era obtorto collo arreso allo sme (serpente monetario europeo) il quale introdusse una forte rigidità di cambio fra le divise europee, rigidità che finirono per pagare i lavoratori con l’abolizione della scala mobile e nel 92 aveva pagato l’intero Paese con una svalutazione drammatica della lira del 24%. Già allora furono i lavoratori a pagare il conto dell’integrazione europea. E dire che lo Sme permetteva comunque un’oscillazione del 6% sui cambi e naturalmente prevedeva lo sganciamento dal serpente stesso. Già allora la sinistra più avveduta che purtroppo era insieme anche la più cinica immaginava a cosa si andava incontro, ma – è questo il vero orrore – non sapeva nemmeno immaginare nulla diverso dopo la scomparsa dei punti di riferimento storici. Ed è purtroppo ancora così.

Chissà come venne in mente a D’Alema di prefigurare in quel momento un pericolo ancor più grande, anche se ormai l’europeismo dei padroni era l’unica cosa rimasta dopo anni di cenere e farsi interpreti compassionevoli del governo del denaro pareva l’unico modo di sopravvivere. Chissà cosa indusse il futuro lider maximo ad abbandonare per un attimo la “brutalità della prudenza” come dice Pasolini nelle Ceneri di Gramsci, confessando “che l’ora è confusa e noi come perduti la viviamo”. Così francamente non è una colpa l’ingenuità di aver creduto ai paradossi di Tsipras, ma certamente lo è quella di aver interiorizzato la brutale prudenza al punto di non riconoscere gli errori di fondo, i disastri politici  a cui essa ha portato e ancorarsi ad essi con futile disperazione .


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