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Il partito li fa poi li accoppia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dio li fa e poi li accoppia. O meglio, chi si assomiglia si piglia. Potremmo liquidare con la saggezza popolare i lieti annunci del coronamento di amori  eccellenti nelle cerchie chiuse e ben difese del potere, l’ultimo dei quali in ordine di tempo vede la felice unione di  Pina Picierno, la più instancabile mitragliatrice di dichiarazioni inopportune, stavolta insolitamente riservata, e Francesco Nicodemo, già responsabile Comunicazione del Pd e ora nel team comunicativo di Matteo Renzi a Palazzo Chigi con Filippo Sensi, con una speciale delega ai social network, di cui è “appassionato” da anni, una relazione nata nel segno di Renzi,  presto benedetta dalla nascita di un rampollo.

Invece vale al pena, come nel caso di Di Girolamo e Boccia, di Moretti e Giletti, ma anche Bondi e Repetti, per non parlare dello sponsale più appassionato e forse perciò più tormentato: Giulietta e Romeo / Matteo e Silvio, di darne una lettura sotto il segno dell’omogamia, termine mutuato dalle scienze naturali, per indicare l’unione tra persone appartenenti allo stesso ceto o ambito professionale.  Fenomeno studiato e accertato dalla sociologia: “Il forte grado di omogamia matrimoniale, unito ai mutamenti nella domanda di lavoro, infatti, oggi più di un tempo produce una polarizzazione tra le famiglie sulla base delle risorse dei loro diversi componenti, in particolare della coppia. (Chiara Saraceno). Nemmeno per via sentimentale insomma c’è più mobilità sociale: quanto più aperta appaia una società tanto più inusuali sono i matrimoni tra individui con risorse sociali diverse.

L’omogamia trasferita alla nostra classe dirigente merita un approccio antropologico:  intesa come difesa del proprio territorio esclusivo,  impone agli adepti che si incontrano e riconoscono nelle loro caverne, cattedrali, Leopolde, talkshow, cene eleganti, convention, di asserragliarsi nella cerchia, nella tribù, nella cricca, accoppiandosi e moltiplicandosi entro i loro confini di appartenenza, per perpetuare, in regime di monopolio, comportamenti, linguaggio e  condotte, trasmissione dinastica di privilegi, accesso facilitato a professioni e incarichi, passaggio, ereditario o per fidelizzazione, di favori, incremento di patrimoni, in modo da convertire il familismo amorale in pratica virtuosa per il consolidamento definitivo del gruppo.

Non c’è da stupirsi d’altra parte: sempre la sociologia ci racconta che in tempi di crisi, e in barba al giorno della memoria dell’amore romantico, che si festeggia oggi,  solo la retorica, Moccia, Giovanardi e la Perugina sono ancora convinti che  un’unione matrimoniale si fondi  su uno stretto legame sentimentale, rigorosamente tra una donna e un uomo, che si sono mutuamente scelti solo in virtù di una forte e reciproca empatia, senza alcun calcolo strumentale e senza tener conto di nessun’altra caratteristica personale diversa dall’affettività.

Ed è stato smentito chi   riteneva che la modernizzazione avrebbe portato a  una maggiore mescolanza ed alla fine della centralità della famiglia come istituzione economica, se molti, la maggior parte degli  individui, che sarebbero poveri dal punto di vista del reddito personale, non sono tali perché possono far conto sulla ridistribuzione intrafamiliare. Se alla famiglia e in particolare alla donna sono state delegate per imposizione le mansioni di assistenza, cura, istruzione, sostitutive del Welfare. Se le coppie stanno insieme, anche odiandosi, perché la convivenza forzata è l’ultima forma di solidarietà che ci hanno lasciato.  Se quella coesione coatta rappresenta l’ultima difesa dalla marginalità, come la ripartizione delle spese quotidiane: l’alloggio, le bollette, la spesa al supermercato.

E poi chi, se non gli ultimi garantiti rimasti, che lo saranno ancora e sempre grazie a leggi elettorali su misura, può permettersi il lusso di moltiplicarsi? C’è da rabbrividire a pensare che moriremo democristiani e per giunta governati non da Andreotti e Fanfani, ma da piccoli Renzi jr., piccole Picierno, piccole Madia, piccoli Faraone, tutti ugualmente alieni rispetto alle nostre esistenze, tutti ugualmente estranei al lavoro e alla fatica, tutti ugualmente irrispettosi dei nostri bisogni, delle nostre aspirazioni, dei nostri diritti.

È che il Gotha della mediocrità e del conformismo non solo è omogamo. È anche, perdonate il neologismo azzardato, alterofobo. Ci odia, destiamo in loro nausea e ripugnanza, risentimento se li critichiamo, disprezzo se ubbidiamo. Siamo gli altri. E loro ben protetti nelle loro stanze, nelle loro calde case,  nei loro uffici coi doppi vetri, conservano e tutelano quei modelli di vita “normale” che a noi non sono più concessi. E condannano quelli che non corrispondono alle loro convenzioni e non rendono ossequio alle loro stesse menzogne, secondo le quali si è uguali solo se si appartiene alla stessa classe, se si segue un’etica pubblica confessionale e arcaica, se si rispettano le leggi della visibilità più che quelle della reputazione e dell’onestà, negando agli “altri” il diritto di essere differenti, la giustizia di seguire diverse inclinazioni, le bellezza dello scegliersi per amore e proprio in virtù e grazie  a  gioiose disarmonie.

 

 

 


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