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Baci di dama del regime

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si stava meglio quando si stava peggio. Eh si, quando c’era lui, caro lei, tutto era più chiaro e semplice. Si poteva dileggiare la statura diversamente alta di un aspirante premio Nobel, si poteva irridere il parrucchino dell’uomo della provvidenza. In virtù dell’appartenenza a opposti schieramenti si era autorizzati a qualche opposto estremismo: le comuniste sono brutte e allora quelle di Forza Italia sono promiscue. A  qualche intemperanza, in altri tempi moralmente riprovevole,  sui labbroni della Santanchè, su certe capacità, mormorate a mezza bocca, della Carfagna, su certe virtù, soggette a pruriginosi ammiccamenti, della titolare di un ministero esperta non solo in tunnel. Erano tempi benedetti, nei quali era possibile essere a un tempo femministe e democratiche scendendo in piazza contro le cattive abitudini di un erotomane, per via dell’oltraggio ai corpi femminili, trascurando la condanna demodé per la sua natura golpista e per gli affronti al corpo della Costituzione, seppur anch’essa di genere femminile.

Alcune certezze si erano infrante quando il governo Monti  si produsse in una ostensione di ieratiche sindoni delle quote rose, ammesso che nella Cancellieri o nella Severino si rintracciasse qualche tratto di  vezzosa femminilità. Ma a riscattarle c’erano state le lacrime da madonna piangente della Fornero, che piacque a molte interpretare come una indiscutibile manifestazione di sensibilità muliebre, la cifra di una attenzione istintiva dedicata ai deboli, il segno di una delicata predisposizione alla comprensione e alla compassione. E mi temano quelle che allora espressero tenero e solidale entusiasmo, che me ne ricordo i nomi come nemmeno Google sa fare.

Ma presto la stella polare del loden, i fari della sobrietà si sono appannati, di quelle signore rimasero impresse le giacche à la manière della Merkel, e non solo, l’indole a essere mamme prima che ministre, a dimostrazione che ben prima di Lupi il familismo si declina anche al femminile.

Adesso è tutto più difficile, è più difficile capire dov’è governo e dov’è opposizione, le ministre del renzismo sembrano fotocopie anche nelle prestazioni politiche di quelle del regime precedente e mai definitivamente concluso, anzi. Difficile sostenere che i criteri della selezione del personale di oggi si basino su criteri diversi da quelli della fedeltà e dell’ubbidienza cieca,  dell’appartenenza e della fidelizzazione aziendale e non solo, dell’ambizione sfrenata o composta, premiata come una virtù dinamica, dell’arrivismo  rampante o discreto, remunerato come qualità moderna. E questo vale per tutte le comparse che gravitano intorno al reuccio, che non ha bisogno di comprarsi aedi e agiografi, di assicurarsi Tv e giornali, che pare che tutti si siano piegati alla legge della signora Thatcher così in mancanza di alternative è consigliabile encomiare il burbanzoso ignorantello, è inevitabile tesserne le lodi di comunicatore, rivolgere reverente e contegnosa  ammirazione alle sue girl, raccontarne le gesta patinate, commuoversi per i loro problemi di cuore solitario, con una dolcezza indulgente mai riservata ai colleghi di sesso maschile.

Si vede che in tempi di lotta di classe alla rovescia si sono ribaltati anche modi e usi del sessismo. Tanto che è ormai severamente vietato rivolgere qualsiasi tipo di critica a squinzie in parlamento, a superciliose presidente, a candidate fashion victim, frequentatrici compulsive di centri estetici, per non cadere nel deplorevole reato di maschilismo. Guai anche a ricordare sommessamente certe cadute di stile:  debolezze nei confronti di padri banchieri,  distrazioni in materia di allerta meteo, spese regionali non proprio avvedute, confusione tra competenze ministeriali, a cominciare dalle proprie. Quello che non è perdonabile in un uomo, diventa, pare, leggiadra e remissibile sventatezza femminea, ovviamente scusabile solo se l’autrice si muove con aggraziato protagonismo nella cerchia dei padroni.

Così tocca sentire note di aspro biasimo rivolto contro  chi in questi giorni propone nei social network il book fotografico delle performance della ministra “vasa vasa”, mentre sbaciucchia con seducente entusiasmo bipartisan colleghi parlamentari. Pare infatti che si tratti di commenti poco urbani, rozzi e volgari, proprio nella tradizione del più vieto sessismo.

Così sono andata a guardarmele quelle immagini e tanto per fare un po’ di relativismo etico, mi sono sembrate nauseanti almeno quanto le battute salaci e sboccate  che sono state dedicate alla riformatrice doppiata dal ventriloquo di Palazzo Chigi, talmente festosamente “a disposizione”  da venir mandata come Wolf a risolvere problemi in Liguria, a prendere qualche sberla in Parlamento, a sdrucciolare pericolosamente giù per le impervie salite del cammino di restaurazione autoritaria. E lei ci va, si presta, compresa e persuasa che lunghe ciglia che velano occhi vellutati, che vocine melense, che una lunga ciocca capricciosa da allontanare dal roseo visino, suscita indulgenza, clemenza, benevolenza. Si è fatta disegnare così per fare da delizioso ariete  nella pratica di infamità e iniquità mossa da un governo di killer, e da quel che si vede, le piace.

Per quello il suo carnet di kiss kiss girl finisce per sembrare  lo stomachevole album  di istantanee  di una di quelle liturgie  mafiose, col bacio bavoso a Riina, espressione di quelle affettività da cosca, fatta di una combinazione di buffetti e intimidazioni, carezze e ricatti non solo sentimentali, che chi si abbandona a quelle affettuose familiarità sia un presidente del consiglio uomo o ministra carina, e chi ne è oggetto sia un picciotto pronto a girare di clan in clan o capobanda.

Ci sono rimaste poche libertà, anche grazie all’avvocato difensore della cancellazione definitiva della partecipazione popolare.  Teniamoci quella di arrabbiarci per il tradimento di tante lotte e conquiste, personali e collettive.

 


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