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Il Bandito, il Dabbene e la dabbenaggine

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Così il Redento, grazie a un misericordioso sconto di pena – quello che gli intrattenitori delle sue reti chiamerebbero un “aiutino”, proprio come quel comma 19 bis del decreto fiscale governativo, che depenalizza la frode fiscale –  potrà presenziare, libero ed emendato, all’intronizzazione. E come poteva essere diversamente? Così il presidente lo ha invitato ad assistere nel parterre degli ospiti istituzionali, al passaggio di consegne, che segna ufficialmente l’inizio del suo mandato. E come poteva essere diversamente? Così la Boschi è andata in Tv a difendere, anzi a rivendicare la  norma ad “aziendam”, in modo che sia ad personam, a beneficio di alcune grandi aziende italiane e portatrice della decadenza della condanna definitiva inflitta a Berlusconi, nuovamente eleggibile in Parlamento. E come poteva essere diversamente? Così possiamo indovinare che l’osceno patto del Nazareno, contro tutte le trionfalistiche interpretazioni di media in letargo e simpatizzanti del Partito della Nazione, sia ancora vivo e vegeto. E come poteva essere diversamente. Così dobbiamo supporre che  l’ammutinamento che portò alle dimissioni un ministro, avverso alla Mammì, sia stato un fugace smarrimento, forse un malessere dettato dai costumi dissipati dello sporcaccione e dalla spregiudicatezza dei suoi programmi tv, guarito all’atto di confezionare una riforma elettorale che introducendo una preponderante componente maggioritaria nel nostro sistema elettorale, favorevole al bipolarismo  e propedeutica della discesa in campo del tycoon. E come poteva essere diversamente? Così credo che dovremo aspettarci che l’uomo dabbene – e ci mancherebbe altro – scelto in virtù di costumi severi testimoniati allegoricamente da un dimessa Panda grigia, per prestare un volto immacolato ai tenori dell’opera infangata di minare alla base i principi costituzionali,  sottraendo ai cittadini il diritto alla autodeterminazione, e  andare ben al di là di una, già grave, esplicita concentrazione del potere, eserciterà  una funzione meramente notarile, firmando certamente il nuovo assetto del Senato e probabilmente l’Italicum, che comunque una volta rinviato al Parlamento, verrebbe ugualmente approvato. E come potrebbe essere diversamente?

È che prima c’era il dominio della necessità, che comandava abiura, assoggettamento, docilità e disciplina in nome della sopravvivenza. Adesso che  è evidente che il rigore e l’austerità non sono la cura – e d’altra parte i dottori erano stati gli untori del contagio, adesso che non abbiamo più nulla cui rinunciare, adesso che ci stiamo abituando alla perdita,  la parola d’ordine è inevitabilità. Era inevitabile la crisi, accreditata come fenomeno sorprendente, imprevedibile e fatale, come un terremoto. Era inevitabile affrontarla con la punizione dei ceti più bassi, con l’impoverimento del ceto medio, con la svendita delle proprietà dello stato, con le privatizzazioni dei beni comuni, per impartire una feroce pedagogia a chi aveva vissuto al di sopra delle possibilità. Era inevitabile quindi che la colpa venisse attribuita al debito eccessivo degli stati, contratto a causa della crescente spesa sociale. Era inevitabile che  per garantire libertà di profitto e di accumulazione  a quel 10% di famiglie che detiene circa la metà del reddito totale, si mungesse come una vacca smunta l’altro 90%  fino all’inedia. Era inevitabile lasciar fare alla speculazione senza limite dei grandi gruppi finanziari, come alle perverse acrobazie di imprese e manager intenti solo a moltiplicare i profitti degli azionariati. Era inevitabile che in assenza di politiche industriali, il potere finanziario dirottasse la ricerca, l’innovazione e la tecnologia per governare, indirizzare, controllare e condizionare le condotte umane, a governare le persone, in modo da “massimizzare” le vite delle famiglie e delle comunità, come organismi aziendali al servizio del padrone che esige la trasformazione da cittadino in homo oeconomicus.

E sembra  inevitabile non saper più contrastare l’inevitabilità, a conferma che  l’abitudine alla rinuncia produce rassegnazione e accidia, sottomissione al destino e agli uomini della provvidenza. Di modo che è inevitabile subire, è inevitabile essere appagati del conosciuto e già provato nel timore dell’ignoto e non  saggiato, anche se il noto è misero e senza speranza e l’inesplorato potrebbe essere entusiasmante. È inevitabile assecondare quella ragionevolezza che vuole che il meglio sia nemico del bene e che dunque sia realistico e giusto accontentarsi, abdicare alle legittime aspettative come ai diritti, farsi andare a genio una prevedibile mediocrità, sopportabile a paragone di eccezionali marpioni, menti criminali, collaudati trasgressori, compiacersi per standard elementari di trasparenza, correttezza, sobrietà, come se non si avesse diritto a onestà, integrità e coerenza da chi ha il mandato di rappresentarci. È inevitabile il pragmatismo, incaricato di abolire molesti ostacoli deliberativi,  eccessi di autonomia popolare e garanzie, per riavviare “crescita e consumi”, tanto che sono inevitabili anche la corruzione, ammessa quando non favorita in aiuto della libera iniziativa e del moderno compromesso morale contro l’arcaica intransigenza,  l’intimidazione, addirittura esercitata per il “nostro bene”,  che giustifica e che deve rendere accettabile limitazione della libertà, riduzione della sovranità, costrizione della rappresentanza entro i confini disegnati dal partito dei notabili.

Ma non è inevitabile essere giunchi che si piegano al vento per resistergli. A forza di chinarci, a forza di fletterci, finiremo altrimenti per spezzarci.


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