Archivi tag: Grecia

Una guerra tra vittime

bruxellesAnna Lombroso per il Simplicissimus

Tra tante interpretazioni, decodificazioni aberranti: sul podio anche oggi l’ineffabile Lucia Annunziata che con toni epici si compiace di aver avuto ragione: è cominciata la terza guerra mondiale, il suo teatro è l’Europa, il posto più rischioso del mondo, tentativi dei media, che rinunciano alla funzione di informazione sul campo, delegata ai tweet dei malcapitati passanti e alle testimonianze più o meno illustri di viaggiatori in transito, politici o lobbisti, per imbracciare i mitra, mettere l’elmo e forgiare un’opinione comune sull’opportunità di vivere arroccati, nascosti come sorci, non quelli di Roma notoriamente spericolati,  soprattutto nutrire sospetto  e diffidenza per chiunque appaia altro da noi;  tra tutto questo, dicevo,  resta una certezza: i primi a pagare il prezzo di questi attentati, largamente prevedibili – se è vero che Salah Abedslam pentito li aveva annunciati, se è vero che la polizia belga, degna di dare avvio a un nuovo filone di barzellette, aveva raccolto una collezione di reperti che non lasciava dubbi sulla preparazione di altre esibizioni terroristiche – saranno quei poveri cristi in balia dei primi 2500 impiegati amministrativi per lo più belgi inviati a esercitare la loro attività di selezione dei profughi meritevoli di pelosa accoglienza in terra turca o di sbrigativo conferimento da dove sono venuti.

Loro per primi, ma anche i milioni di disperati approdati in Europa in fuga da guerre, quelle della civiltà occidentale, dalle macellerie di nemici numero 1, intermittenti a seconda di dove tira il vento dell’imperialismo Usa, ma che comunque trovano modo di accanirsi su popoli straccioni” e quindi esposti a essere oggetto di rappresaglie, rapine, sfruttamento. E poi tutti quelli che hanno resistito, cercando i quattrini per passaggi rischiosi, per pagare mercanti e negrieri e che hanno sperato di trovare spiragli di salvezza in confini sempre più serrati, scalando muri sempre più impervi, scavalcando recinti sempre più sofisticati: gli attentati del 13 novembre  hanno permesso a  Rubio, Bush, Clinton, Trump di pronunciarsi contro un’accoglienza “indiscriminata” e suicida, di dare “ospitalità” solo ai cristiani, di prevenire negando il rifugio ai siriani, già sottoposti a una severa discriminazione, visto che gli Usa nello scorso anno ne hanno accolti solo 168, a fronte della più drammatica emergenza umanitaria dalla seconda guerra mondiale in poi.

E in Europa ha legittimato governi conservatori o diversamente tali a chiudere le frontiere, alzare muraglie, rifiutare le sia pur vigliacche proposte di redistribuzione, in modo da accreditare definitivamente la fosca coincidenza tra profughi e terroristi, tra dolore dei civili in fuga e il fanatismo dei tagliagole.

Eppure la parola d’ordine: no, non qui, non è solo ignobile, non è solo incivile, non è solo disumana. È anche controproducente. A ogni loro esternazione la Santanchè o Salvini si mettono al servizio del sedicente Califfato, che attira e aggrega reclute da tutto il mondo offrendo una casa comune e una causa condivisa ai musulmani che si sentono emarginati e umiliati, esposti alla tentazione di cadere  nella morsa letale del ter­ro­ri­smo, capace di atti­rare a sé tutti gli avviliti e offesi della nostra società in crisi delle poli­ti­che sicu­ri­ta­rie e liber­ti­cide messe in opera da Stati sem­pre più militarizzati.

Se davvero questa è la terza guerra mondiale, lo è anche perché pare fatta di tante guerre. Tra Stati veri e pseudo Stati come il Daesh, anche se tutti si sa da che mondo è mondo, sono nati da processi “artificiali” che hanno disegnato contorni e scritto principi coagulanti non sempre spontanei. Quelle nazionali e quella transnazionali. Quelle che vengono chiamate di civiltà, ma che nascondono come al solito  interessi e  clientele colonialiste. Guerre di religione e settarie, o legittimate come tali. Questa in gran parte originata dagli interventi militari statunitensi in Medioriente, prima e dopo l’11 settembre 2001,intensificata con gli interventi successivi, ai quali partecipano ormai Russia paesi Nato ognuno con i propri obiettivi, affonda le sue radici   nella feroce rivalità fra nazioni che aspirano tutti all’egemonia regionale: Iran, Arabia saudita, Turchia, Egitto, e in un certo senso Israele – finora l’unica potenza nucleare.

Ecco basterebbe dire questo per capire che in questo tremendo gioco sono i popoli a essere esclusi, ridotti a vittime, quelli espropriati dalle colonizzazioni e dagli imperi con l’oppressione delle minoranze, le frontiere tracciate arbitrariamente, le  risorse depredate,   le zone di influenza oggetto di infami negoziati, i formidabili interessi generati da contratti di fornitura di armamenti. E che alimentano indirettamente e riattivano gli odi teologici secolari: gli scismi dell’Islam, lo scontro fra i monoteismi e i loro statalismi laici di risulta, che accreditano le leggi della religione, dell’anatema, dellìoscurantismo si tratti di folle violenza, di decapitazioni, di macellerie o di cancellazione di diritti di distruzione di tesori culturali, azioni solo superficialmente riconducibili al fanatismo di una parte, ma presenti il altre teologie, non ultima quella del mercato, se proliferano ugualmente altre barbarie, apparentemente più «razionali», come la «guerra dei droni» del premio Nobel per la pace, che, è ormai accertato,  uccide nove civili per ogni terrorista eliminato.

La chiamano guerra nomade, indefinita, polimorfa, asimmetrica: l’effetto dirompente è che le popolazioni delle due sponde del Mediterraneo, quel grande lago dove doveva solo fiorire il doux commerce, sono ostaggi, ricattati, esposti, parimenti soldati e vittime. Mai come ora l’unica salvezza sarebbe la pace.


Mamma li eurottomani

confini sirianiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Raccontano i libri di storia che il vero problema dei  Carolingi era  la legittimazione della loro egemonia, che doveva continuamente essere riaffermata non solo con incursioni, spedizioni militari, invasioni, saccheggi e razzie ma anche con la conclusione di nuove potenti alleanze e con l’ampliamento del controllo delle geografie, delle proprietà e  delle rendite che ne derivavano e che significavano anche la disponibilità o addirittura della proprietà degli uomini che su esse vivevano e che vi si stabilivano per sfuggire ad altre incursioni, razzie,  invasioni e saccheggi.

Lo deve aver pensato anche l’attuale impero carolingio con capitale Bruxelles nello stipulare alle svelte un patto impari con l’impero ottomano e il suo squallido sultano, come osserva il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/03/21/robe-da-turchi/,  impari perché è esplicito ed indubbio che si è andati ben oltre l’onorevole compromesso per dar vita a una oscena contrattazione come nelle barzellette sull’indole levantina e ambigua dei venditori di tappeti, consumata sulla pelle di disperati, tra i quali si annoverano profughi del terzo mondo “tradizionale” e stanziali del terzo mondo interno all’Europa. Così, rovesciando i termini dell’accordo stipulato  tra Germania Federale e Turchia nel 1961, quando l’Europa aveva bisogno di lavoratori immigrati, il prodotto dell’operazione mercantile non cambia e una tragedia si converte in lucroso affare,

Sono più d’uno gli aspetti infami e vigliacchi di questa vicenda, a cominciare dal tentativo di sancire ulteriori differenze nella gestione delle disuguaglianze, che costituisce un caposaldo della politica europea, imponendo una capziosa distinzione tra meritevoli d’asilo perché sfuggono alle bombe, comprese quelle occidentali, e agli attentati, compresi quelli del nemico pubblico intermittente, i profughi aspiranti rifugiati, e gli immigrati, che sfuggono ad altre forme di morte ugualmente implacabile, fame, sete, miseria, di modo che anche l’asilo sia definitivamente arbitrario, discrezionale e preferibilmente elargito ai più ricattabili, quelli a un tempo senza ritorno e senza che nessuno li voglia. O la volontà di esternalizzare il problema del controllo dei flussi in una Turchia sempre più fascista e repressiva, che in barba alla sentenza della Corte di Giustizia, viene accreditata come ricovero “sicuro”,  così da delegare l’abiezione a chi sembra intendersene e farlo senza troppi pudori, a riprova del fatto che l’Europa ha bisogno di proclamare superiorità civile e umanitaria, indole alla coesione sociale, per trattare liberamente con quelle destre razziste, xenofobe e nazionaliste che stendono i fili spinati, alzano muri, disegnano confini garantendo così con la  cancellazione del lavoro non servile, delle sue conquiste e dei  diritti, della libertà di critica e di espressione, la manutenzione dell’impalcatura di austerità, l’erosione delle sovranità statali e quindi lo smantellamento delle democrazie.

Fa parte integrante di questo disegno codardo e sciagurato l’incarico affidato alla Grecia, condannata a pagare tutto pagare caro per via dei suoi sussulti ribellisti, troppo poco soffocati, si vede, dai kapò locali, di esercitare la miserabile funzione  di vigilante con la pistola, di sbirro su commissione, agli ordini di pattugliatori Nato, funzionari, guardie di confine che a un tempo applicheranno la selezione europei su profughi buoni e profughi cattivi, quelli illegali, e magari, nel tempo libero da questa discriminazione non solo amministrativa, potranno occuparsi anche dei greci buoni e di quelli cattivi, quelli illegali se si vogliono sottrarre a diktat, cravatte e  direttive europee.  O se, come in tanti stanno già facendo, intralciano le burocrazie, ostacolano lo screening, insomma dimostrano di avere ancora un po’ di amore per la civiltà quella vera, di rimpianto per la democrazia nata da loro, di illusione di umanità dividendo il poco cibo, gli scarsi medicinali, i panni caldi con il nuovo sale della terra, che scenda sulla terra insieme alle lacrime di dolore, di umiliazione e, ma solo in qualche caso, di vergogna.

 

 

 


Erode regna in Europa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lo scenario della nuova strage degli innocenti è davanti alle coste greche e turche, dove 6  bambini sono morti nel naufragio di  un barcone nel tratto di  mare  tra la città costiera di Cesme e l’isola  di Chios.  E dove non si guarda tanto per il sottile nei “respingimenti”, se dovessero essere confermate le denunce di organizzazioni umanitarie internazionali, nelle quali si  parla  di motoscafi veloci con a bordo uomini vestiti di nero e armati che si accaniscono sulle imbarcazioni di rifugiati e migranti che cercano di raggiungere le isole greche dell’Egeo, speronandole e mandandole a picco, mentre Frontex starebbe a guardare senza intervenire.  Se fosse vero, e pare sia così, potremmo sospettare della destinazione dei fondi erogati dall’Ue alla Turchia per fronteggiare l’emergenza “immigrazione” irregolare, ma soprattutto per riconfermare non solo simbolicamente che si è riavviato il processo di adesione – anche morale – del Paese all’Unione.

Non c’è da stupirsi: è probabile che sia questo ormai l’approccio esplicito adottato dall’Ue, che guarda con sollecita e indulgente comprensione all’elaborazione del lutto francese, fatta di sospensione di diritti civili e libertà, regime d’urgenza, previsione di lager “de charme” dove confinare i “sospettati”, contrassegnati da barbone, sguardi feroci, religione islamica professata in moschee o social network.

Poco serve ricordare che quello che è finora avvenuto dimostra ampiamente che il nemico più che venire da fuori, è nato in casa, di seconda o terza generazione, che la sua collera già nutrita di emarginazione ed esclusione, sarebbe ulteriormente alimentata da una malintesa stretta sulle misure di sicurezza, fatta di repressione, diffidenza, censura. A niente serve rammentare  ai  governi dell’Unione euro­pea, che non ave­vano pre­vi­sto le con­se­guenze del caos e delle guerre che hanno gene­rato l’attuale flusso di pro­fu­ghi e alle quali hanno contribuito o partecipato,  come oggi ancora più di  ieri, la risposta non può consistere in cinismo e irre­spon­sa­bi­lità, nell’estensione  del fronte  a tutta la Libia e oltre; nel ren­dere le fron­tiere esterne dell’Unione imper­mea­bili ai pro­fu­ghi, nell’imporre quote obbli­ga­to­rie di disperati a tutti gli Stati mem­bri, come se ci fosse da spar­tirsi un carico  di mate­riali tossici, di scorie nucleari, e non di per­sone avvelenate dalla paura, dalla fame, dalla disperazione.

Fa parte della strategia comunitaria ispirata a rifiuto, coercizione e punizione preventiva, anche la ferocia amministrativa e burocratica, in nome della quale – si sa l’Europa e madre o matrigna – è stata avviata la procedura di infrazione nei confronti dell’Italia,  colpevole di non aver espletato con l’implacabile spietatezza necessaria le procedure di identificazione e rilevazione delle impronte digitali di chi arriva. Ci aspettano sanzioni, probabilmente rilevanti in considerazione degli aiuti che ci sono stati concessi, e la solita riprovazione cui siamo condannati per via di un’indole criticabile al disordine, alla confusione non sempre creativa, alla frode, perché il provvedimento lascia intendere che il nostro Paese abbia voluto “marciare”  un po’ sul numero dei profughi, sulla sua efficienza, sui meriti conquistati sul fronte di salvataggi e dell’accoglienza.  Niente a che fare con la proverbiale organizzazione tedesca,  l’istintivo  talento per la gestione delle emergenze anche sui grandi numeri, che ha peraltro mostrato qualche falla se, nel silenzio delle autorità europee, nulla si sa di almeno 300 mila persone accolte in Germania dopo l’apertura di Angela Merkel,  sparite senza essere state registrate e tuttora irrintracciabili.

E dire che è stata proprio la Germania la prima a segnalare le nostre inadempienze, seguita ovviamente dalla Francia, che lamenta come le nostre carenze poliziesche compromettano il coordinamento internazionale negli sforzi per contrastare le potenziali infiltrazioni di terroristi tra i rifugiati, a dimostrazione che si meritano i primi posti nella graduatoria delle facce di tolla, dopo il conclamato fallimento della collaborazione pre  e post attentati di Parigi, degli insuccessi di intelligence e di collegamenti tra le security degli stati, così sciagurati da risultare sospetti.

Insomma l’accusa è quella di non essere all’altezza delle aspettative europee che in cambio della cessione di sovranità e dell’abiura di diritti, esigono l’incremento di autoritarismo, repressione, censura. Di modo che la lotta al terrorismo comporti necessariamente l’obbligatoria rinuncia alle libertà. Le autorità di polizia italiane hanno già riferito all’europarlamento e alla Commissione di aver fotosegnalato l’80 per cento delle persone arrivate nel nostro Paese. Ma di non aver  proceduto nei confronti di eritrei e siriani che rifiutano anche di farsi prendere le impronte  facendo resistenza fisica, nel timore che l’identificazione possa pregiudicare il loro transito verso altre destinazioni.

E infatti è questo che teme l’Europa, preferendo, come ha già dimostrato, che il problema ingombrante di disperati che arrivano dove nessuno li vuole, sia di competenza del suo Sud che così sarà ancora più Sud, Terzo Mondo interno, condannato a sempre più potenti emarginazioni, ricatti, intimidazioni. E dove l’unico modo per essere ancora forti dovrebbe essere esercitare la forza sui più deboli.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 8.604 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: