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Erri De Luca, l’alienazione dell’eretico

6a00d8341c684553ef0154326e11e1970c-piL’effetto più stupefacente e in qualche modo grottesco della religione liberista è l’alienazione o meglio l’estraniazione in senso hegeliano non solo dalla dimensione della speranza e del progetto, ossia del futuro, ma anche dalla conoscenza dell’eterno presente che ci viene imposto. Esso in  quanto espressione dell’unica verità del mercato, va venerato e “pregato” attraverso il consumo facendo della nostra dimensione desiderante l’unica possibile, ma non va indagato nel suo complesso perché questo si rivelerebbe pericoloso per il culto. Ovviamente le eresie sono inevitabili e vengono punite, ma nel complesso sono tollerate come strumento di sfogo, purché non mettano in discussione l’esistenza dell’Ente supremo, la mano invisibile che dall’alto dei cieli governa il pianeta.

Si potrebbero fare migliaia di esempi, costruire un’intera enciclopedia britannica dell’alienazione contemporanea, ma ce ne si può fare una chiara idea prendendo ad esempio un notissimo eretico, tanto eretico da rischiare una condanna per terrorismo per ciò che ha detto sulla Tav. Sì, parlo di Erri De Luca, il quale sa cosa voglia dire opporsi agli affari e agli imperativi del mercato. Tuttavia quando si arriva al cuore della questione, al nodo gordiano della “parola contraria”, alla sacra arca della diseguaglianza si tira indietro e parlando intorno alla questione greca dice:  “Non esiste alternativa all’euro e nemmeno all’Europa”. Perché? De Luca non spiega questo passo teologico se non attraverso un elenco che sembra tratto dalla scolastica medioevale la quale si riprometteva di spiegare la fede con la ragione, ma non faceva altro che piegare la ragione alla fede:  “Non c’era piano B all’infuori di un ritorno alla dracma, una sospensione dall’euro che avrebbe subito dimezzato il potere di acquisto, dunque affondato la Grecia nell’abisso argentino di anni fa”.

Un inviperito Brancaccio si è buttato su quest’osso che dimostra la superficialità di giudizio e di conoscenza sul mondo contemporaneo, trafitto dai media così che è subito e sempre sera. Intanto c’è una totale confusione tra svalutazione e inflazione come se l’una fosse immediatamente l’altra. Sono invece due cose diverse ed è strano che un’italiano di una certa età non ricordi che gli anni successivi al settembre ’92, quando la lira fu costretta ad uscire dallo Sme e svalutare del 24% furono proprio quelli a minor inflazione dal 1970. Poi sulla vicenda Argentina De Luca confonde la crisi del periodo in cui il peso era agganciato al dollaro e il tonfo economico che questo assurdo provocò con la successiva ripresa dovuta alla liberazione dalla camicia di forza dell’aggancio a una moneta forte. Insomma alla fine anche l’eretico celebra i fasti del pensiero dominante, anche se si oppone a una delle conseguenze di quest’ultimo, ma senza riuscire a collegare i fili d’Arianna per uscire dal labirinto.

Sbattuti come naufraghi in un’oceano di informazioni che non sappiamo dominare, che siano esse le crisi monetarie o le presunte nuove terre, alla fine non riusciamo che a cogliere e farci trascinare dalla nenia delle onde anche se non la sentiamo come nostra. Specie se non siamo direttamente coinvolti e non sappiano che dal 2009 ad oggi i lavoratori hanno subito un crollo del potere di acquisto dei loro salari superiore a quelli registrati nei casi dell’uscita dai regimi valutari avvenuti negli ultimi trent’anni. Siamo insomma estraniati da noi stessi e dalla nostra stessa esperienza, alienati dalla conoscenza che alla fine anche quando è acquista diventa inutile perché è avulsa da tutto ciò che abbiamo introiettato, lontana e nemica dell’eterno presente.


Esopianeti e esopolitica

Kepler-452-bOggi avevo deciso di occuparmi della bufala tirata fuori, senza nessuna pezza d’appoggio, da una pubblicazione domenicale greca del centro destra (gruppo editoriale Lambrakis) che narra di dieci miliardi chiesti da Tsipras a Putin per uscire dall’euro e negati dal premier russo. Si tratta chiaramente di un ballon d’essay perché la presunta richiesta del premier greco è del tutto incongrua rispetto allo scopo e ridicolmente rozza oltre a dare un’immagine di estrema inaffidabilità e bipolarità al capo del governo greco che nel frattempo giurava sull’euro. Infatti è un artificio per rendere in qualche modo edotti i greci dell’avvicinamento di Tsipras al centro destra, prodromo di un nuovo governo e per addossare a Putin con un pretesto di fantasia il tradimento del referendum. Naturalmente questa sciocchezza ha trovato rilievo da noi perché porta sollievo alla brigata Kalimera, cioè quella sinistra di bon vivant salottieri che ancora difende Tsipras “perché non poteva fare diversamente”. Allora che ci stanno a fare visto che a parole invocano cambiamenti che non si possono fare? A che pro esultare per il referendum se non lo si poteva onorare?

Ma qualcuno ci crederà. Così come qualcuno si esalterà di fronte all’annuncio da parte della Nasa della scoperta di un pianeta molto simile alla terra, anzi di una nuova terra, notizia immediatamente definita storica o scioccante dai media. Nessuno si è soffermato a capire come mai la notizia arrivi a 20 anni esatti dalla scoperta del primo esopianeta e se per caso ci sia qualcosa che non funzioni. E c’è più di qualcosa: in realtà  sono stati individuati altri 11 pianeti, probabilmente rocciosi, la cui distanza dai rispettivi soli è teoricamente compatibile con la presenza di acqua allo stato liquido, perché è questo che si intende con “simile alla Terra”. Infatti Kepler-542b ha un diametro del 60% superiore a quello terrestre rendendolo perciò completamente diverso e incompatibile con ciò che vediamo sul nostro pianeta. Per di più ha un miliardo e mezzo di anni in più ed è già nella fase in cui in cui il suo sole comincia lentamente a riscaldarsi entrando nella sua infernale “vecchiaia”.

Ora come vengono individuati questi pianeti? Non certo con la visione diretta, impossibile a certe distanze, ma attraverso le variazioni di luce di una stella che diminuisce di frazioni molto piccole quando i propri pianeti le passano davanti. Il telescopio Kepler individua queste variazioni dopo di che comincia un iter di ricerche complicate e certosine per confermare l’esistenza possibile del corpo planetario, valutarne il diametro, la distanza dalla stella e attraverso le caratteristiche dell’orbita desumerne la natura rocciosa o gassosa. Dunque passano la bellezza di tre anni dal download dei dati che avviene una volta al mese, la loro interpretazione e la proclamazione di ipotesi di pianeta. Per di più nell’estate di due anni fa il telescopio è entrato in avaria cessando di essere utile. E dunque il nuovo pianeta non può essere stato scoperto dopo il 19 agosto 2013 quando i tentativi di ripristinare le funzionalità di Kepler sono definitivamente cessati.

Allora come mai l’annuncio urbi et orbi nel giorno del ventennale della nuova terra sulla quale del resto dopo un’indagine a tappeto del Seti non pare esserci il minimo segnale di vita intelligente? Semplicemente per far rumore, smuovere le acque e le emozioni e trovare i fondi per un nuovo telescopio. Non è facile: lo stesso Kepler è stato lanciato nel 2009, tre anni dopo il previsto, prima per il taglio dei bilanci della Nasa, poi per problemi fiscali e infine per la messa a punto di problemi tecnici.  Tirare fuori un almeno miliardo per un nuovo telescopio è un bel rebus, anche se le tecnologie fondamentali per una macchina di questo tipo, vale a dire i sensori fotografici, sono enormemente progrediti nei 15 anni passati dalla progettazione ad oggi e potrebbero dirci molto di più.

In questo caso dunque non si citano i soldi, ma sono proprio quelli a cui si tende, mentre nel primo, quello di Tsipras, si citano i soldi per giungere a tutt’altri scopi, dimostrando il ruolo  chiave della comunicazione, ma anche quello ancillare e superficiale dell’informazione in due notizie rilevanti giunte lo stesso giorno. Tanto che si potrebbe anche fare così: mettere gli scienziati della Nasa a fare l’analisi della vicenda greca e mandare Vendola su un altro pianeta simile alla terra. Probabilmente non cambierebbe nulla, non avremmo analisi più acute sulla crisi greca e sugli esopianeti non ci sarebbe traccia di intelligenza.


La debacle greca, appunti per un futuro insostenibile

4502725874_ae52ffbdda_bOggi, giorno successivo alla definitiva capitolazione greca, lascio la parola ad altri. A una ricostruzione particolarmente efficace degli eventi e dei moventi che hanno portato alla resa di Atene fatta da un noto storico di orientamento marxista, Perry Anderson, a lungo direttore della New Left Review e docente all’Università di California. L’anno scorso Anderson si è occupato direttamente del nostro Paese con un piccolo saggio -. Il disastro italiano – in cui interpreta Renzi come conseguenza del declino e personaggio destinato ad accelerarlo con il suo thatcherismo pavloviano. Buona lettura.

“La crisi greca ha provocato un prevedibile misto di indignazione e di auto soddisfazione dell’Europa che oscilla dalla deplorazione della durezza dell’accordo imposto ad Atene alla celebrazione del mantenimento in extremis della Grecia nell’Unione o ancora fra entrambe le cose. Ma la prima reazione è futile tanto quanto la seconda: un’analisi realista non spazio a nessuna delle due. Che la Germania sia ancora una volta la potenza egemone del continente non è certo uno scoop del 2015: la cosa è evidente da almeno vent’anni. Che la Francia si comporti come un’ancella, in una relazione che somiglia molto a quella fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, non è una novità politica: dopo De Gaulle la Francia si è abbandonata alla sindrome del 1940, essa si adatta e ammira la potenza dominante del momento.

Meno sorprendente ancora è il risultato dell’unione monetaria. Fin dall’inizio i vantaggi economici dell’integrazione europea, che paiono così ovvi al pensiero conformista, sono stati in realtà estremamente modesti: i calcoli di due economisti favorevoli all’integrazione, Barry Eichengreen e Andrea Boltho, fatti nel 2008, concludevano che tra la fine degli anni ’50 e la metà dei ’70 l’impatto del mercato comune si situa fra il 3 e il 4 per cento del pil complessivo, che l’effetto dello Sme è stato insignificante e che la successiva unione monetaria non ha quasi avuto effetti misurabili sia sulla crescita che sulla produzione.

Questo veniva detto prima che la crisi finanziaria colpisse l’Europa. Dopo la camicia di forza dell’euro è stato altrettanto disastrosa per il Sud Europa che vantaggiosa per la Germania dove la repressione salariale ha mascherato una crescita e una produttività deboli e che ha trovato nella moneta unica il proprio vantaggio competitivo sul resto del continente. Quanto alla crescita la comparazione con il Regno unito o la Svezia , dopo Maastricht, è sufficiente a dimostrare che l’euro è stato vantaggioso solo per il suo principale architetto.

Ecco la realtà della “famiglia europea” come è stata costruita dalla moneta unica e dal Patto di stabilità. Ma la sua ideologia è incrollabile: nel discorso pubblico e intellettuale l’Ue garantisce sempre la pace e la prosperità del continente, allontana lo spetto della guerra fra le nazioni, difende i valori della democrazia e dei diritti dell’ Uomo, fa rispettare i principi del libero mercato, sorgente di ogni libertà. Le sue regole sono ferme, ma flessibili, rispondenti al doppio imperativo di di solidarietà ed efficacia. Per le sensibilità che si bagnano in questa ideologia comune, al pari del ceto politico e mediatico, la sofferenza dei greci è stato uno spettacolo doloroso, ma fortunatamente il buon senso ha prevalso, un compromesso è stato trovato e non resta che sperare che l’Unione non abbia subito danni irreparabili.

Dopo la vittoria di Syriza in gennaio l’evoluzione della crisi in Grecia era prevedibile, salvo il ribaltamento finale. Le origini della crisi del Paese erano doppie: l’entrata fraudolenta nella zona euro voluta dal Pasok di Simitis e l’impatto del crack globale del 2008 su una Grecia indebitata e non competitiva. Dal 2010 sono stati messi in opera dei programmi d’austerità successivi chiamati anche “piani di stabilizzazione”, dettati da Germania e Francia le cui banche erano particolarmente esposte, gestiti sul campo dalla troika composta da Commissione europea, Bce e Fmi. Cinque anni di disoccupazione di massa e di massacri sociali hanno enormemente accresciuto il debito ed è in questo contesto che Syriza ha vinto, promettendo con foga e convinzione di mettere fine alla sottomissione alla troika e di rinegoziare i termini della tutela  europea.

Come si pensava di arrivare a questo obiettivo? Semplicemente implorando un trattamento più morbido e che se non ci fosse riusciti subito sarebbero bastati dei solenni giuramenti di fedeltà ai valori europei a cui certo i decisori non potevano essere insensibili. Ma era chiaro che veniva esclusa qualsiasi possibilità di un’uscita dall’euro. Per due ragioni. I dirigenti di Syriza non sono mai arrivati a fare una distinzione fra l’appartenenza alla zona euro e alla Ue, considerando l’uscita dall’una come equivalente all’espulsione dall’altra, ovvero l’incubo peggiore per i buoni europei che assicuravano di essere. Inoltre essi sapevano che grazie alla convergenza iniziale dei tassi di interesse e ai fondi strutturali, il livello di vita dei Greci era salito durante il periodo di Simitis. I Greci avevano dunque un buon ricordo dell’euro che non riuscivano a raccordare con la miseria del presente. Ma piuttosto che spiegare il legame fra le due cose Tsipras e i suoi colleghi hanno ripetuto che un’uscita dall’euro era fuori questione.

Così essi hanno rinunciato a qualsiasi seria speranza di trattare con l’Europa reale e non con quella che favoleggiavano. La minaccia economica di una Grexit era certo più debole nel 2015 che non nel 2010 perché le banche tedesche e francesi era state salvate grazie ai sedicenti piani di salvataggio della Grecia. Malgrado qualche voce allarmista residuale, il ministero della finanze tedesco sapeva che le conseguenze di una default greco non sarebbero state drammatiche, ma dal punto di vista dell’ideologia europea, alla quale appartengono tutti i governanti della zona euro, questo colpo simbolico alla moneta unica e al “progetto europeo” come si ama dire oggi, sarebbe stata un regressione da bloccare ad ogni costo. Se Syriza fin all’arrivo al potere avesse elaborato un piano B per un default organizzato – preparando i controlli di capitale, la stampa di una moneta parallela e altre misure attuabili in 24 ore per evitare il caos – avrebbe potuto minacciare la Ue di attuarlo, avrebbe avuto a disposizione le armi per il negoziato. Se avesse dichiarato che in caso di prova di forza sarebbe  uscita dalla Nato, la stessa Berlino ci avrebbe pensato bene a imporre un terzo piano di austerità, di fronte alla reazione di Washington. Ma questo per i deputati di Syriza era un tabù ancora maggiore della Grexit.

Di fronte a un interlocutore privo di qualsiasi arma, capace solo di alternare le implorazioni agli insulti, perché mai i poteri europei avrebbero dovuto fare la minima concessione, sapendo fin dall’inizio che tutto sarebbe stato accettato? Sotto questo punto di vista essi sono stati assolutamente razionali. In questa vicenda già scritta la sola sorpresa è venuta dall’annuncio di Tsipras ormai messo all’angolo, di un referendum sul terzo memorandum. Referendum che è stato vinto in maniera massiccia. Tuttavia armato di un “no” così forte Tsipras ha emesso un si a un quarto memorandum ancora più duro del precedente, sostenendo che non aveva altra scelta visto l’attaccamento dei greci all’euro. Ma allora perché non aver posto direttamente questa domanda all’elettorato: siete disposti a qualsiasi sacrificio in nome della moneta unica?

Chiedendo un no e restituendo  un docile sì una settimana dopo, Syriza è ritornata sui sui passi più velocemente di quanto abbiano fatto i partiti socialdemocratici votando i prestiti di guerra nel 1914, anche se c’è da dire che una parte della formazione ha salvato almeno l’onore. A breve termine Tsipras vivrà sulle rovine dell proprie promesse come aveva fatto il premier laburista Ramsay MacDonald che impose l’austerità in piena grande depressione, prima di essere seppellito dal disprezzo dei contemporanei e dei posteri. La Grecia ha già avuto episodi simili nella sua storia, come l’ “Apostasia” di Stephanopolous nel  1965, ma ne dovrà probabilmente subire altri.

Dove porterà tutto questo? Tutti i sondaggi mostrano che ovunque la fiducia e l’attaccamento alla Ue è fortemente calata nell’ultimo decennio. Essa è ormai vista per ciò che è: una struttura oligarchica, aggredita dalla corruzione, costruita sulla negazione della sovranità popolare, volta a costruire un regime colmo di privilegi per pochi e di sacrifici per tutti gli altri. Ma questo non significa che essa sia mortalmente minacciata dal basso: la rabbia monta nelle popolazioni, ma a meno di catastrofi, l’istinto prevalente  sarà sempre quello di attaccarsi all’esistente, piuttosto che rischiare trasformazioni radicali. Nulla cambierà fino a che la paura sarà più forte della collera. Per il momento quelli che vivono sulla paura -la classe politica alla quale ormai appartengono anche Tsipras e i suoi colleghi possono stare tranquilli”.

 


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