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Dopo Casaleggio il traffico d’orfani

o-GIANROBERTO-CASALEGGIO-OPERATO-facebookNon ho mai avuto simpatia per il personaggio Casaleggio che in fondo rappresentava tutto quanto odio: l’aziendalismo manovriero, la confusione che si nobilita ad enigma e l’utopia politico – sociale  che si trasforma in fantascienza secondo un modulo tipico della cultura americana che appunto in questo genere narrativo trova spesso il suo meglio. Con tutto questo era una spalla più in altro rispetto al banale, grossolano , twittante e ipocrita discorso pubblico del milieu politico in ogni sua area perché almeno ci si poteva incazzare o si poteva sorridere per qualcosa e non per il nulla delle frasi fatte, per l’infingimento palese, per la contorta bugia. La stessa che oggi ispira alati messaggi di cordoglio a chi fino a ieri riteneva Casaleggio, con ontologica stupidità, un pericolo per la democrazia formale.  Ed è per questo che il guru da stanza così diverso da quello di piazza pesava enormemente nella diarchia dei Cinque stelle, non tanto per le strategie a volte clamorosamente sbagliate che imponeva con rete di velluto, quando per ciò che rappresentava, ossia una boa di riferimento in un oceano sconosciuto.

E infatti la sua morte ha avuto l’immediato effetto di svelare lo smarrimento del movimento e della sua pattuglia parlamentare che ha pensato bene di onorare la scomparsa di uno dei suoi fondatori lasciando passare senza difficoltà, nemmeno di testimonianza, la riforma costituzionale, ossia il passaggio chiave della svolta oligarchica. Casaleggio non è ancora nella tomba, ma già ci si rivolta.  Le migliaia di messaggi che giungono dalla base, che promettono di proseguire la battaglia e di essere più forti di prima sono comprensibili, ma esprimono un profondo smarrimento perché tutti sentono che l’ora è drammatica e che la vita del M5S è appesa a un filo. L’altro padre padrone del movimento Beppe Grillo è palesemente stanco della sua avventura politica tanto che adesso è tornato agli spettacoli, ma comunque manca di quella visione, sia pure contestabile e bizzarra, che gli aveva portato Casaleggio: il fatto che i due si siano conosciuti dopo uno spettacolo nel quale il comico distruggeva un computer in segno di rifiuto per la tecnologia della rete, la dice lunga sul  ruolo decisivo se non predominante nella creazione del movimento avuto dallo “sciamano” del web. E’ quasi certo che senza di lui i Cinquestelle non sarebbero mai nati.

Tutto del resto si è costruito intorno a loro al di là degli statuti, erano il filo che cuciva assieme i meetup, cioè gli attivisti, il movimento di opinione e una pattuglia di parlamentare “garantita”, certamente di buona volontà, ma raccogliticcia, spesso priva di radici territoriali, di erratica appartenenza ideologica e sconosciuta  ai cittadini a parte i rivali Di Maio, Fico e Di Battista. Il fatto è che ora il movimento è di fatto senza guida e privo di strumenti istituzionali  e organizzativi per crearne una, magari collegiale, universalmente riconosciuta : non si fa fatica a preconizzare che la pressione per spaccare il gruppo e intestarsene le spoglie sarà fortissima e sinergica alle rivalità interne , come del resto sarà enorme la spinta a normalizzare il M5S per farne al massimo un episodico e blando oppositore. Se anche Grillo scendesse di nuovo in campo non semplicemente come  padre nobile, ma come capo effettivo, sarebbe difficile contrastare le forse centrifughe: sarebbe comunque un Grillo dimezzato senza Casaleggio.

La scelta di abbandonare l’aula prima del voto sulla riforma costituzionale, invece di rimanere e votare no, come avrebbe suggerito la volontà di ricordare Casaleggio con  un atto forte e non con la consueta resilienza parlamentare, è il segno che dimostra il disorientamento e testimonia di una “normalizzazione interiore” prima ancora che compaiano le borse dei trenta denari.

 


Renzi #staisereno

Renzi sull'austoscontroNon c’è bisogno di profonde analisi per capire che il progetto renziano ha subito un colpo di arresto: non certo sul piano parlamentare, ma su quello politico nel quale non è più vero, anche se continueranno a dirlo fino allo spasimo, che il renzismo e il Partito della nazione  sono l’oscuro oggetto del desiderio dei cittadini. Il risultato delle regionali non restituisce affatto un pareggio 5 a 2 come certamente si dirà per carità di patria piddina, perché, appunto il renzismo avrebbe dovuto trasformare e in qualche caso ribaltare assetti di 5 anni fa, quando ancora c’era in sella il Cavaliere: invece dovunque il Pd ha avuto risultati inferiori a quelli delle precedenti elezioni regionali. Se poi si fa un calcolo sulle europee portate sempre come legittimazione della tracotanza renziana siamo a un meno 15% del Pd  e del 9% considerando le alleanze. Si tratta di un chiaro rifiuto del disegno imposto dal bullo di Rignano in combutta con Confindustria, banche e poteri finanziari. Per di più in Veneto e Liguria dove correvano i candidati di più pura origine e fedeltà renziana, il Pd è andato incontro a un vero e proprio tracollo, mentre altrove, dove ha vinto ha visto ridurre dovunque e a volte in misura straordinaria come in Umbria (57% nel 2010, circa 41% oggi)  la distanza dagli avversari. Se non è una bocciatura questa non so come si possa chiamarla, anche perché avvenuta al riparo di una imponente copertura dei media con punte di servilismo nord coreano, altissima astensione, alterazioni di dati per fingere la ripresa e insufflare ottimismo fasullo ( a proposito sapevate che lo 0,3% in più del Pil sbandierato più o meno un mese fa si è trasformato magicamente nello 0,1%?), bombardamenti diurni e notturni di notisti, banchieri e sedicenti esperti a dirci, come nei campi di rieducazione di Pol Pot, che ormai la ripresa è cosa fatta e chissà quali meraviglie ci attendono. Anzi sono curioso di vedere come cambieranno i dati sull’occupazione sparati da Poletti una settimana fa. Per non parlare della disaggregazione del centro destra e dell’accorrere di una consistente parte di notabilato locale ex forzitaliota sotto le bandiere del ganassa -premier. Se poi il ragionamento o la semplice registrazione della realtà non fosse sufficiente a testimoniare la sconfitta, basterebbe rivedersi la faccia cadaverica e stravolta dell’ultrarenzista Mentana e delle sue cocchine alla Crozza, durante la maratona sulle regionali di ieri. La forza di Renzi rimane, ma non ha più i caratteri propulsivi che si autoattribuiva con successo di audience, risiede ormai nella mancanza di opposizione politica, organizzata, efficace. Il centro destra in dissoluzione è chiaramente espressione di potentati locali che o tendono a passare all’altra parte o fanno quadrato corporativo come in Liguria, senza però esprimere alcunché di diverso da Renzi. Oppure si riversano nel pozzo di miseranda demagogia senza prospettive di un Salvini. La sinistra dal canto suo non riesce ad affrancarsi davvero dal tutore piddino e naviga sempre ai margini, incapace di darsi contenuti realmente alternativi o per dirla più banalmente di rottura. Il movimento cinque stelle ritorna a macinare buoni numeri, ma come ho detto alcuni giorni fa, senza riuscire ad infastidire i padroni del vapore: se si fosse aperto a un articolato panorama di alleanze (come ha fatto Podemos in Spagna ) senza rimanere rinchiuso nell’utopia autistica del 51%  adesso potrebbe governare la Liguria e forse anche un’altra regione. Si limita invece a navigare schizofrenicamente tra il recinto istituzionale e il megafono Grillo, evitando di mettere in moto quei meccanismi di dibattito, orientamento  e selezione interna che oltre a chiarire ed elaborare le idee- forza del movimento,  e specificare la sua identità, potrebbero generare una classe dirigente all’altezza del compito e non solo ufficiali di scrittura. Chissà che a qualcuno non faccia comodo la messa tra parentesi di una consistente parte dell’elettorato e lavori attivamente per questo anche se c’è da sperare che proprio il successo di queste elezioni con la conferma dei Cinque stelle come unico vero competitore del Pd, cambi questa situazione e apra il respiro del movimento.  Per ora l’isolazionismo viene sicuramente a fagiolo per Renzi specie ora che sta perdendo la portanza alare delle chiacchiere. Però qualcosa è cambiato: il premier  dopo queste regionali non può più illudersi di figurare come l’uomo del futuro e del cambiamento per rientrare ufficialmente, assieme ai suoi armigeri e clientes, nelle più modeste vesti di ultima spiaggia, almeno per gli italiani in eterna gita: una posizione che per ora non scalfisce il potere acquisito, anche se cominceranno ad apparire i distinguo e le forze centrifughe, ma alla quale si chiedono risultati concreti vale a dire l’unica cosa che la governance italiana, comandata da Bruxelles, così modesta da non riuscire a scollarsi dai più vieti luoghi comuni, totalmente priva di visione, non può ottenere. Per di più la speranza di una ripresa globale a cui attaccarsi in maniera passiva se non parassitaria, per avvalorare le proprietà taumaturgiche dello scasso istituzionale e del lavoro viene meno ogni giorno che passa. In questo quadro è un attimo passare da uomo del futuro a omuncolo del passato.


Vaghe stelle del Grillo… ascesa e declino dell’opposizione

Grillo CasaleggioE’ circa un anno e mezzo che evito di occuparmi direttamente  del movimento Cinque Stelle perché l’argomento mi suscita grande rabbia e imbarazzo. La rabbia di vedere l’unica forza alternativa alla deriva oligarchica ridotta alla marginalità da scelte di vertice non si sa quanto sbagliate o lucidamente ciniche e l’imbarazzo di assistere alla continua dissipazione di buone idee, di spontanee generosità dei gruppi parlamentari, di pazienza di cittadini elettori di fronte alla totale confusione di una leadership che al momento opportuno non ha voluto o non è stata in grado di assumersi le proprie responsabilità e si è rifugiata nella comoda nicchia della palingenesi, del 100% e più ancora dentro una struttura di comando , un po’ coreana, un po’ circolo Pickwick, che solo dopo molte sconfitte si è decisa a lasciare un po’ di spazio a un piccolo nucleo di organizzazione politica che avrebbe dovuto invece essere messa in piedi subito.

 

Non voglio dare la colpa a Grillo che è stato travolto da un successo del tutto inaspettato e che non è riuscito a trasformare ciò che in fondo era un gioco, in qualche modo parallelo alla vis critica – erratica ed emotiva – che costituiva la sua cifra di uomo di spettacolo, in azione politica. Sta di fatto che se l’ascesa del movimento è stata un folgorante cammino sostanziatosi in pochi mesi, il declino è stato ancora più rapido, questione di settimane dopo il voto del 2013. Adesso ci si chiede se il M5S resisterà allo sfaldamento, ma in realtà ciò a cui assistiamo adesso non è che l’onda lunga di ciò che è maturato nel dopo elezioni, quando invece di dare una spallata al regime, il movimento fu segregato alla marginalità per volontà della diarchia Grillo – Casaleggio. Dapprima il lungochiomato guru di stanza e quello di piazza rinunciarono ad affrontare Napolitano per imporgli di affidare al movimento un compito esplorativo di governo, cosa ovvia visto che il M5S era divenuto il primo partito. Poi rinunciarono ad un ambizione ben più concreta per una formazione “vergine” e del tutto priva di esperienza: quella di essere l’asse di equilibrio di un futuro governo e nemmeno fecero in modo che una scelta di Bersani in prima battuta e poi di Letta in favore di un’alleanza di fatto con Forza Italia, suonasse come uno schiaffo in faccia all’elettorato. Chiusi nella torre d’avorio consentirono che il Pd facesse la sua mossa a destra spacciandola per necessità. E aprirono la strada la pupillo del cavaliere, ossia a Renzi.

Mi duole dirlo, ma questa rinuncia pregiudiziale a ciò che invece chiedevano i neo elettori del movimento è una delle ragioni del mio imbarazzo: parrebbe una tattica di scuola per sterilizzare prima la piazza e poi il voto. Un parafulmine politico fra i tanti che abbiamo visto all’opera in tutti i continenti dal dopoguerra ad oggi. Non sarà così, spero che non sia così, diamo la colpa all’improvvisazione, all’estemporaneità. Del resto non c’è bisogno di ricorrere a questa ipotesi estrema per giustificare un declino che nasce da un progetto politico e sociale inesistente, volto a chiedere molte singole cose buone come, ad esempio, un ripensamento dell’euro e un salario di cittadinanza, una rinuncia alle grandi opere come motore della corruzione, ma di fatto prive di una visione complessiva di cambiamento di sistema che le rendesse coerenti, credibili e soprattutto attuabili. Ciò che non sono dentro il paradigma liberista. Insomma vascelli senza vele e immersi dentro le acque di un’ossessivo abbordaggio alla casta, di pisciate fuori dal vaso dei guru, di ricorrenti tentazioni xenofobe, di millenarismo di rete. Più che “né destra, né sinistra” qui ci troviamo di fronte a un patchwork di destra e di sinistra spesso occasionale e privo di un vero programma di governo capace di raccordare e di dare un senso all’ottimo lavoro svolto dai parlamentari del M5S, a un minotauro che è assieme una setta e movimento di massa, non a caso votato nel 2013 sia dai delusi di Forza Italia e Lega, sia da quelli del Pd e della cosiddetta sinistra radicale.

Ho paura che ora ci si trovi di fronte a un collasso e all’accelerazione di una diaspora che lasci il Paese senza alcuna opposizione e con l’impressione che una opposizione parlamentare sia ormai impossibile. Ho anche paura che il successo di Salvini nello strappare voti al partito personale dell’amico Silvio, pur continuando a perdere  voti in termini assoluti, spinga il movimento a spostarsi verso la destra d’accatto della casta ladrona che vuol far dimenticare il proprio malgoverno, la tratta dei clandestini voluta dai padroncini affiliati al leghismo e affamati di schiavi, il proprio spirito acefalo, lo spirito bottegaio. Che la setta prevalga sul movimento di massa.

Del resto se a quasi 9 milioni di persone non dai una speranza, ma solo un diritto di mugugno, il crollo è inevitabile.


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