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La sinistra delle etichette

French President Nicolas Sarkozy speaks with Socialist Party candidate for the 2012 French presidential election Francois Hollande during the 'CRIF' (French Jewish community representative council) annual dinner, held at Pavillon d'Armenonville, in Paris, France on February 8, 2012. Photo by Christophe Guibbaud/ABACAPRESS.COM  # 307764_003

Viviamo in un mondo di etichette incollate su bottiglie vuote o adulterate: lo sappiamo eppure agiamo come se gli eleganti marchi di un tempo avessero un qualche valore. E intanto perdiamo la possibilità di mettere mano al nuovo mosto, rinchiusi dentro una cantina. Così lo confesso mi ha fatto una spiacevole impressione vedere i siti di molta sinistra inquietarsi per la vittoria del Front national in Francia nei modi e con le parole usate tre, cinque, dieci, quindici anni fa, come se il tempo non fosse passato, come se la situazione non fosse radicalmente mutata.

Intendiamoci io non sono affatto contento per la vittoria di Marine Le Pen. ma non per quello che dice o che rappresenterebbe, quando per il vuoto lasciato dagli altri, dal gollismo piccolo borghese trasformatosi in affarismo di elite e dal socialismo di marca bancaria. Per il fatto che la rappresentazione del popolo è ormai affidato principalmente a un movimento sciovinista più che sovranista, che sia stata persa l’occasione principalmente da sinistra di fare fronte contro il pensiero unico e il liberismo finanziario che ha travolto l’Europa. Se guardiamo le etichette rischiamo di non capire proprio nulla: ci dovremmo preoccupare per il rischio che perda il potere Sarkozy, un presidente del malaffare diffuso che ha inaugurato una disgraziata stagione neo coloniale, che ha collaborato da protagonista alla creazione del terrorismo anti Assad e dunque dell’Isis, che si faceva sovvenzionare da Gheddafi e poi ha ordinato di massacralo perché non si sapesse? O che se ne vada via Hollande che oltre a confermare tutte le politiche del suo predecessore ha anche siglato ogni possibile resa e intesa con l’oligarchia continentale, mettendo in svendita totale tutti i valori del passato?

Ma per carità che vadano al diavolo: Marine Le Pen sono loro almeno nella misura in cui si sono prestati anima e corpo all’ideologia e alle pratiche del globalismo liberista lasciando al Front National il monopolio delle posizioni critiche e delle inquietudini dei francesi. Piangere sul capezzale di tutto questo è nel migliore dei casi anacronistico, nel peggiore costituisce una complicità. E dire che basterebbe ben poco per sgonfiare la mongolfiera dell’Fn, basterebbe cominciare a dire no alle richieste di smantellamento del welfare, all’ impoverimento dei salari, alla precarietà, rinunciare  ad inseguire la chimera insensata della produttività, ad arginare insomma la governance europea succedanea di quella americana e della sua arma principale chiamata euro.

Pensare di condizionare il progressivo rifiuto di questo mefitico orizzonte accorrendo al capezzale della republique, conferendole maggior potere e dando credito ai suoi illusionisti è un errore clamoroso: non farà altro che incrementare l’antagonismo nei modi peculiari in cui si è sviluppato nei singoli Paesi. E dare a Marine Le Pen e ai suoi fantasmi più spazio di manovra. Ma ahimè la luce e fioca e si leggono soltanto le etichette ingiallite, mentre l’oste della malora consiglia la buona beva del veleno sociale. Che peraltro viene presentato come sublime negli spot senza tregua dei media. E infatti quando da qualche sinistra europea viene un recupero di temi sociali, subito la cosa diventa evidente prima nelle dirigenze e poi nelle urne, mentre viceversa si assiste al massacro quando, come è accaduto in Francia ci si lascia andare cullarsi all’europeismo intransigente e ai suoi dettami: la sconfitta è certa come è accaduto ai socialisti e anche alla sinistra radicale fiancheggiatrice.

Marine Le Pen come alibi per defilarsi dalla battaglia è davvero inarrivabile: l’analisi del voto francese ( vedi qui e qui ) dimostra che un’alternativa popolare è possibile se solo si scacciano i mercanti dal tempio invece di difenderli a tutti i costi contro i presunti barbari, facendo finta di non sapere che i peggiori sono tra noi.


Francia e Finlandia: due fallimenti europei

France's President Francois Hollande (R) welcomes Finland's Prime Minister Jyrki Katainen as he arrives for a meeting at the Elysee Palace in Paris October 2, 2012. REUTERS/Philippe Wojazer

Capitolo 1 la Francia

Il Front national ha trionfato in quasi tutto il Paese, non  tanto sulla politica quanto sulla sua fotocopia. Chi abbia seguito anche un minimo la campagna elettorale per le amministrative francesi si sarà reso conto che Les repubblicains, ossia il partito di Sarkozy che raccoglie tutta la destra tradizionale non ha fatto altro che inseguire pedissequamente i temi e in toni di madame Le Pen, mentre i socialisti hanno occupato lo spazio che fino a qualche hanno fa era degli eredi del gollismo. Il risultato di queste insensate dislocazioni, è stata l’irrefrenabile avanza del Front che, spiace dirlo ma è l’unico partito – a parte qualche marginale formazione della sinistra radicale che tuttavia nelle amministrative è sepolto all’interno del potere socialista – ad esprimere una qualche soggettività politica non fotocopiata dall’avversario.

L’elemento catalizzatore di questa catastrofe è stata l’adesione passiva e subalterna a un’ Europa trasformatasi dopo l’euro in centro di potere oligarchico e finanziario tutto teso a svuotare le politiche nazionali, anzi la politica stessa imponendone una sola: quella di bilancio secondo le necessità e i criteri dettati dalla moneta unica. Sia i socialisti che la destra sono diventati indistinguibili su questo che è poi il tema fondamentale: dunque Sarkozy che fa il lepenista o Hollande che fa il sarkoziano non convincono affatto e l’elettorato vota l’originale o resta a casa.

In mezzo a queste macerie da cui esce particolarmente distrutto proprio l’ex presidente Sarkozy, nonostante sia giunto secondo e si appresti a vincere qualche ballottaggio , ma molto distante dai risultati del 2010, non ci sono che due vie d’uscita,  a parte quella ovvia di un’ascesa del Front national ai vertici della politica francese: o la sempiterna alleanza fra socialisti e destra tradizionale in nome dell’Europa o una messa in crisi dell’europeismo neo liberista sia da parte dei conservatori che dei socialisti secondo linee peculiari. La prima soluzione che sarà presumibilmente sperimentata già da subito in qualche regione non potrà che ritardare  l’inevitabile, la seconda è molto più ardua, ma in grado di rimettere in gioco la politica e non solo in Francia.

Capitolo 2, la Finlandia

Il Paese scandinavo ha poco a che fare con la Francia, non fosse altro che la sua popolazione è la metà della sola area urbana di Parigi, ma è tuttavia un completamento del discorso riuscendo a rendere chiaro come il sole il fallimento europeo. La Finlandia è in un certo senso l’opposto della Grecia visto che per molti anni è stata la gioia della troika e dei suoi diktat, facendo il compito con diligenza assoluta e bacchettando duramente chi vi si discostava. Ma adesso pur avendo fatto tutto ciò che si doveva per la crescita è in crisi nera con una straordinaria caduta del Pil e una disoccupazione dilagante. L’autore di queste politiche di abbattimento del welfare, dei salari e dei diritti sindacali, Jirky Katainen, è oggi giustamente vicepresidente della commissione europea per il lavoro, avendo lasciando il posto di premier a un imprenditore che ha fatto fortuna con i servizi telefonici ai tempi della Nokia e che adesso governa insieme ai “veri finlandesi” gente che fa sembrare Marine le Pen  come un’educanda.

Lo scopo assurdo dell’austerità antisociale era quella di conseguire maggiore competitività nell’export, una meta del tutto superflua dopo la breve stagione della Nokia (che tuttavia produceva in Asia) visto che la Finlandia esporta principalmente legname e carta e il poco resto che vi viene prodotto è dovuto ad aziende tedesche e italiane che hanno assorbito o sostituito nella manifattura e nei servizi le vecchie imprese locali. Dopo quasi dieci anni di diktat scrupolosamente eseguiti l’ex Paese della Nokia si affida a Telemar per le comunicazioni satellitari a banda larga. Come se non bastasse  su questo panorama si sono abbattute le sanzioni sulla Russia, ossia il Paese con cui la Finlandia aveva il maggior interscambio commerciale. Ed è proprio in questo senso che l’alleanza di governo con gli ultranazionalisti seminazisti della vera Finlandia acquista senso, un inquietante senso su ciò che per le elite significano Europa e Nato, anzi a questo punto Eurato.

Mi piacerebbe che qualcuno si prendesse la briga di andare a leggere i ritrattini entusiastici sulla Finlandia e sulla sua ubbidienza ai voleri brusselleschi che sono stati prodotti fino al 2012 (poi gli adoratori della troika hanno preferito il silenzio), ma se questi sono i risultati non ci può stupire nemmeno quello che è successo in Francia.

 


Di Mali in peggio

imagesIeri sera Crozza ha mostrato una spassosa clip in cui un docente di non so quale università islamica saudita spiegava perché la terra non può ruotare su stessa: se questo avvenisse andare per esempio da Riad in Cina in aereo richiederebbe pochissimo tempo o sarebbe impossibile a seconda del verso di rotazione. E’ impressionante come l’argomento sia in sostanza identico, (aereo a parte ovviamente), a quello proposto 400 anni fa contro la teoria copernicana, divenuto poi atto di accusa contro Galileo al tribunale dell’inquisizione. E come sia è in effetti un bella dimostrazione dell’arretratezza diacronica ma parallela, in cui vivono gli integralismi religiosi  che quando non possono più prendersela con fatti ormai indiscutibili, si dedicano a contestarne altri, pure evidenti, ma non filmabili da satellite, come avviene in occidente per la teoria dell’evoluzione.

Però ieri sera mi sono domandato quanti italiani o europei sappiano spiegare perché non avvenga ciò che dice il sublime maestro saudita, perché i viaggi aerei come li conosciamo non siano impossibili o la terra non ci sfugga da sotto ai piedi quando saltiamo. Si tratta di questioni elementari e tuttavia ho il sospetto che il 90 e passa per cento delle persone, anche di media e buona cultura, non ne abbia la minima idea o non se lo sia mai domandato.  Il che è davvero inquietante in una società della comunicazione come ci compiaciamo di definire l’epoca contemporanea. Figuriamoci quindi cosa posa accadere quando al posto della fisica elementare ci troviamo di fronte ad eventi complicati ed ancor più sconosciuti come quelli del Mali dove qualunque cattivo maestrino può dire ciò che vuole  e dove quella faccia di latta di Hollande ha il coraggio di dire di essere stato buon profeta nell’aspettarsi un colpo di mano del terrorismo come se i francesi non fossero presenti in forze e potentemente aiutati dagli Usa per far la guerra ad Al Qaeda e non si siano più volte vantati di aver fatto terra bruciata  ed aver risolto il problema.

Torniamo per un attimo indietro al 1960 quando il Mali ottenne l’indipendenza pur essendo di fatto nient’altro che un ritaglio a caso nel bel mezzo dell’Africa Occidentale Francese, comprendente popolazioni diversissime tra loro tanto che nei primi mesi di vita incorporava nel suo territorio anche il Senegal. Fin da subito sorsero diversi movimenti tuareg che domandavano l’indipendenza dell’Azawad, una immensa e desertica regione a nord del Paese anzi già nel ’62 scoppiò la prima rivolta Tuareg repressa nel sangue dal governo di Bamako, capitale posta all’estremo sud del territorio maliano. Gli scontri continuarono serpeggiando fra dune e carovaniere fino a quando, nel 1988 fu fondato il Movimento nazionale dell’Azawad e lo scontro tra nord e sud si fece sempre più intenso dando origine a una nuova rivolta tuareg durata fino al 1995, terminata poi con una tregua. Una terza rivolta è scoppiata nel 2006 e si è conclusa nel 2009 grazie alla mediazione algerina. Dopo la distruzione della Libia la situazione è tornata ad essere esplosiva: la quarta rivolta tuareg ha portato alla proclamazione dell’indipendenza dell’Azawad, anche se non riconosciuta da nessuno e ha portato Francia ed Usa ad appoggiare militarmente il presidente golpista di Bamako quando un piccolo gruppo di jihadisti islamici del popolo tuareg, Ansar al-Din, ha attaccato la città meridionale di Konna. È stata la prima volta dalla ribellione tuareg, all’inizio del 2012, che i ribelli jihadisti sono usciti dal territorio tradizionale dei tuareg, nel deserto del nord, per diffondere la legge islamica nel sud del Mali.

Però è il 2006 la chiave di volta per comprendere davvero la situazione. In quell’anno le prospezioni minerarie scoprono che l’Azawad è ricchissimo di petrolio (oltre che di uranio, vitale per la produzione di elettricità in Francia) e contemporaneamente le intelligence occidentali fanno sapere che fra i Tuareg si è formata la “al Quaida del Magreb islamico” e dunque tutta la regione viene inquadrata  nel mirino di una possibile guerra al terrorismo. Che diviene tanto più urgente e necessaria quando la Cina entra in grande stile nel Paese con 800 aziende che coprono quasi tutti i settori e cominciano a costruire infrastrutture che di certo piacciono di più delle bombe. Ed è significativo che l’Onu nel benedire l’operazione Serval per sbarazzarsi delle formazioni salafite e al tempo stesso dell’indipendenza tuareg, abbia fatto melina per un anno prima di accettare l’offerta di Pechino di 500 uomini.

Ora non c’è alcun dubbio che queste piccole formazioni di fanatici salafiti finanziate dall’Arabia Saudita, armate da chissà chi, forse dagli stessi francesi e fomentate dalla contrarietà occidentale nel dare l’indipendenza alla regione del nord meno corrotta e controllabile, non incontrino i favori della popolazione (peraltro musulmana) e si siano scagliate con violenza inaudita contro i monumenti e simboli dell’Islam locale. Proprio questo però insinua ancora una volta il  sospetto sull’artificialità di certe formazioni estremiste la cui creazione e affermazione è del tutto inspiegabile senza interventi esterni. Del resto ci sono le prove di operazioni aeree del Qatar per infiltrare terroristi nel Sael, lo stesso Qatar  con cui Parigi intrattiene una liason dangereuse fatta di investimenti giganteschi e anche di opachi rapporti personali tra politici  d’oltralpe e dirigenti qatariani wahabiti.

Quindi non bisogna essere profeti per immaginare un attacco terrorista in Mali, anzi vista la situazione sarebbe piuttosto strano che non ci fosse stata una reazione: non si ingaggiano dei fanatici per mandare a puttane un movimento di indipendenza e avere il pretesto di intervenire pensando di poter dar loro gli 8 giorni. Non bisogna essere buoni profeti nemmeno per prevedere che sconosciuti spioni meglio conosciuti come intelligence cominciassero a dire in tempo reale con i fatti del Radisson  che i condottieri della guerra wahabita in Mali forse non sono di Al Qaeda, ma si sono convertiti all’Isis, cercando di ristabilire l’ortodossia  delle tesi occidentali che ora fanno dei quaedisti dei terroristi buoni.

Come si vede la marea di cazzate non si ferma alle università islamiche.


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