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Le mani di Bruxelles sui farmaci

patto_diavolo_3Dio o il diavolo si nascondono nei dettagli secondo le varie versioni di una frase erroneamente attribuita a Flaubert, ma in realtà dello storico dell’arte Aby Warburg, cosa che di questi tempi sembra cadere più a fagiolo visto che il personaggio era figlio di un grande banchiere tedesco, ma si sentiva fiorentino d’adozione. Tuttavia  il diavolo dei dettagli di cui stiamo parlando risiede a Bruxelles dove si gioca a fare gli dei: si nasconde in una piega della capitolazione imposta alla Grecia, in un piccolo, insignificante particolare che ci parla della stupidità della buro oligarchia europea, ma anche se non soprattutto della sua corruzione.

L’Eurogruppo ha infatti continuato ad imporre alla Grecia la liberalizzazione totale delle farmacie in maniera da farle aumentare di numero, una misura che era stata a suo tempo suggerita a Monti che tentò di realizzarla giustificandola con castronerie professorali sulla diminuzione dei prezzi, ma fallì per le accanite  resistenze corporative e in qualche modo passate con Renzi nel febbraio scorso. Bruxelles lavora con gli stampini, come i bimbi sulla spiaggia e non si rende conto che un gran numero di greci non ha più le risorse per comprare i farmaci e  che semmai è questo il problema.

Però c’è qualcosa che proprio non funziona, che ci suggerisce come questa misura non derivi dall’ottusità totale, ma da altre e  inconfessabili ragioni. Come potete vedere dalla tabella qui sotto, la Grecia è il Paese nella Ue che ha di gran lunga il maggior numero di farmacie rispetto alla popolazione, tre o quattro volte in più di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e addirittura 17 volte di più della Danimarca.

FarmacieAllora per quale motivo si impone un’assurdità del genere ad Atene, mentre Berlino, Parigi, Londra non pensano minimamente a fare la stessa cosa in casa loro? E’ evidente che si vogliono favorire con la scusa della liberalizzazione e di un grottesco aumento dei punti vendita le società di capitali che operano nel campo della vendita dei farmaci tra cui Celesio Admenta, Alliance boots e Phoenix che finora erano rimaste escluse dal mercato greco, ma che taglieggiano già ampiamente i farmacisti europei per i quali non si pone affatto un problema di aumento di punti vendita: tali società infatti possono subentrare nella proprietà delle farmacie.

Vediamole un po’ da vicino queste società: Celesio è una multinazionale tedesca che si serve del marchio Admenta per gestire migliaia di punti vendita in tutta Europa, comprese 160 farmacie comunali in Italia. Alliance boots è invece un gigante della distribuzione del farmaco con sede a Zurigo, alleata con la cinese Nanjing Pharmaceutical e gestita dall’italiano Stefano Pessina: gestisce direttamente 3280 tra farmacie, drugstore e affini, e rifornisce nel mondo 160 mila tra punti vendita, ospedali, centri sanitari. La più interessante è Phoenix, anch’essa tedesca, presente in Italia attraverso il grossista Comifar le cui pratiche tariffarie nei confronti delle piccole farmacie è stata spesso all’attenzione di Federfarma. Dico interessante perché nel 2009 Phoenix andò in crisi a causa degli investimenti sballati del suo proprietario Adolf Merckle, finito suicida sotto un  treno benché avesse un patrimonio personale di 9 miliardi. Dico interessante perché proprio nel corso del 2009 venne formulata da Bruxelles la singolare dottrina della liberalizzazione delle farmacie nei confronti della Grecia già in crisi e poi dell’Italia, Paesi che si erano rivelati poco permeabili ai disegni delle grandi multinazionali. Non c’è bisogno di aggiungere che con la distribuzione dei farmaci in poche mani, l’influenza sulle politiche sanitarie aumenta esponenzialmente.

Il numero della farmacie o una presunta concorrenza fra di esse non c’entra proprio nulla, è solo frutto del lobbismo selvaggio delle oligarchie europee che poi produce la corruzione dei clan dei burocrati. Al punto che non ci si preoccupa più di dare  una parvenza di verosimiglianza ai provvedimenti che vengono imposti. L’Europa è solo un grande business che si prende gioco dell’intelligenza dei suoi sudditi, i quali sono abbastanza coglioni da credere a ogni cosa.


Il reuccio è nudo

renzi-mare-21A reti unificate i “commentatori della nazione” accorrono al capezzale del renzismo per tentare di dimostrare l’impossibile, ossia che la sostanziale sconfitta alle comunali non è una bocciatura del premier o della sua politica e nemmeno un rifiuto del  sistema politico generale, nonostante l’assenteismo ormai dilagante. Ma media e gente che ormai da un decennio si fanno megafono della mitica ripresa e di qualsiasi palese assurdità sia necessaria per smerciare questa merce ideologica taroccata, non si fermano certo davanti a bagatelle come l’evidenza. Le banderuole ben pagate subito si allineano dalla parte da cui soffiano i twitter del potere e ripetono in maniera più articolata gli squittii del premier: a uscire sconfitto non sarebbe il Pd del guappo, bensì una non ben identificata e mitica “sinistra”.

La base per spacciare questa ennesima e grossolana cartapesta del potere è proprio la città simbolo del reflusso renziano, ossia Venezia. Casson si dice ora non era il candidato di Renzi, era troppo a sinistra e via andare con balle di questo genere. Balle perché è evidente che la sconfitta in laguna ha motivi diversi e contrari: l’incapacità del Pd di creare una cesura col passato, una netta dissociazione col governo ombra del Mose e l’equilibrismo di Casson stesso che non ha saputo e voluto rappresentare fino in fondo una possibile svolta, rappresentando un’idea di città e di economia, facendo subito un patto con il suo rivale alle primarie Pellicani, non dando l’impressione di voler davvero tagliare con le pratiche di governo politicanti e mostrandosi possibilista persino con i canali cementizi nei quali si vuole soffocare la laguna. Altro che politica del no come pretenderebbe Orsoni, il commesso non viaggiatore del Mose. La prova del nove è che ad Arezzo, città della Boschi, Matera e Nuoro, i candidati renziani che più non si può sono stati egualmente battuti. Così come del resto è accaduto in tutti i ballottaggi della Toscana.

Ma di certo la coerenza di ragionamento non si addice alle banderuole che devono seguire il vento e non possono dire che i risultati elettorali di queste amministrative derivano sostanzialmente da due fattori uguali e contrari: da una parte il progressivo disgusto dell’elettorato tradizionale del Pd nei confronti di una politica di selvaggia regressione sociale attuata dal partito della nazione oltre che dal suo essere impastoiato nella corruzione, dall’altro dalla sostanziale e sempre più chiara convergenza ideologica con la destra che porta più della metà degli elettori a disertare le urne e getta in confusione chi vi reca.

Non potendo apertamente sostenere che la linea del premier ne esce vincitrice si rispolvera sotto altro nome il nemico inesistente che fu di Berlusconi, solo che allora si trattava di “comunisti” e adesso si parla più vagamente di “sinistra”, il ballon d’essai che dovrebbe  dimostrare come il progetto renziano di convergenza a destra trasformando il Pd in partito della nazione, sia comunque vincente. Tesi priva di senso e di consistenza che tuttavia è sostenuta con implacabile faccia tosta: ne va della tenuta di un variegato clan di potere che su Renzi, in quanto faccia spendibile del berlusconismo, per giunta mimetizzato da centrosinistra, ha puntato molto per non dire tutto dopo il fallimento dei commissari Monti e Letta.

Ma anche fuori dai confini se si cominciasse a sentire odore di bruciato, potrebbe venire la pressante sollecitazione a cambiare ancora una volta cavallo per evitare che in prospettiva si finisca in una situazione greca aggravata dal peso dell’Italia rispetto ad Atene. Perciò la classe dirigente nazionale tenta di salvare ad ogni costo Renzi dall’evidenza della sua prima sconfitta : dove lo vanno a trovare un uomo di paglia così, formidabile politicante e nullità politica buona per ogni avventura, diktat, emergenza, grassazione, bullo da strapazzo quando viene spalleggiato dai suoi amici lontani e vicini, ma codardo senza pari e complice d’elezione quando dovrebbe dire no? Nonostante tutta la buona volontà di Silvio Berlusconi e Denis Verdini nel conservare al guappo di Rignano una solida magggioranza parlamentare, la paura di molti di perdere la cadrega potrebbe fare da detonatore di una crisi per non parlare dei fermenti della piazza nei confronti del Marchionne teller e della vicenda immigrazione che è come una bomba atomica pronta a detonare mostrando per giunta l’inesistenza totale dell’Europa.

Si, potrebbe convenire la quarta operazione gattopardesca in pochi anni e non ci vorrebbe poi molto: un’alzatina allo spread con conseguente situazione drammatica che non consente le elezioni e giù con  qualche nuovo simil tecnico, magari un passeriforme di passaggio a mostrare le luci in fondo al tunnel. In fondo l’operazione Renzi si basava proprio sulle attese fideistiche o ipocrite in una ripresa che non c’è stata, da nessuna parte: il reuccio è spoglio delle illusioni e comincia a fare freddo.


Dopo il danno la beffa

imagesLa truffa politico – mediatica ai danni dei pensionati si arricchisce ogni ora che passa di renzismo, ossia di quell’atteggiamento ai confini tra ottusità di fondo, tracotanza e beffa  che è la cifra più autentica del premier. Subito dopo aver deriso la legalità e stabilito di risarcire i pensionati non come indica la Corte Costituzionale, ma con un pourboire di gran lunga inferiore alle modeste cifre dovute, non ha resistito a fare fino in fondo il paraculo. E ha accusato i critici di incoerenza: “Quando questa norma è stata votata io tappavo le buche della città di Firenze. E’ il colmo che chi l’ha votata ora venga a dirci di restituire tutto”.

Veramente sarebbe la Corte Costituzionale che lo imporrebbe, ma lasciamo stare: il fatto è che Renzi al tempo dei professori incompetenti, fu un  entusiasta della riforma Fornero:   “La riforma delle pensioni della Fornero è seria, quella del lavoro timida e inefficace. Bene sulle pensioni, maluccio sul lavoro” . Per fortuna che ci ha pensato lui con il job act a rimettere le cose a posto. E ancora “La riforma Fornero andava bene, perderò qualche voto, ma lo dico”, dichiarazione fatta 10 giorni prima delle primarie in cui ha trionfato.

Lui certo non ha votato perché pensava alle buche invece che ai buchi, ma era toto corde con il governo Monti. Però non esageriamo, non chiediamo a Renzi di essere onesto, non cerchiamo di spillare dalla botte vino che non c’è. Piuttosto questa vicenda che dimostra come di fatto la legalità e i diritti sono divenuti carta straccia, dovrebbe metterci di fronte a un interrogativo: possibile che chi ha cominciato a lavorare negli ultimi dieci anni non si renda conto che se tutto va bene, se non ci saranno lunghi periodi disoccupazione, dopo cinquant’anni di lavoro  prenderà una pensione nemmeno da fame, ma giusto una mancia che non gli consentirà di campare? Possibile che queste persone non vadano ad informarsi all’Inps ( nel caso si degni di dare una risposta) o ai Caf o ai patronati per capire grosso modo cosa prenderanno e per rendersi conto che il sistema pensionistico di fatto non esiste più, non perché non sia sostenibile, ma semplicemente perché quelle risorse verranno risucchiate tutte dalla finanza? Possibile che si siano fatti prendere per il naso al punto tale da non capire che con i salari che corrono e in costante calo anche le soluzioni integrative, presentate come un toccasana della modernità, non produrranno che spiccioli, perché tutta questa ricchezza non finirà che in poche mani?

Alle volte mi viene il dubbio che la maggioranza delle persone non voglia sapere per evitare di ribellarsi, che voglia illudersi o non possa fare altro che illudersi avendo perso l’idea stessa di progresso sociale. E cominci ad amare le bugie disperando della verità.


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