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Anime belle, ma con la sindrome di Rignano

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri si erano affacciati timidamente, oggi invece trionfano quelli che hanno scelto di astenersi “democraticamente” e liberamente allineati e ubbidienti agli ordini del premier e del re Giorgio I mai davvero deposto. Sono compiaciuti di aver vinto, dimenticando che il loro successi si susseguono da anni, travestiti da disillusione comprensibile, distacco sobrio e ragionato, romitaggio aventiniano, raggiunta maturità coerente con esperienze occidentali segnate da un’elegante e adulta elusione. E avevano già vinto anche quando dopo un composta  astrazione in occasione di elezioni amministrative, hanno poi deciso giocoforza di pronunciarsi per candidati che di democratico hanno solo il nome usurpato, esprimendosi in favore dell’implacabile e necessaria, a loro dire, rinuncia a una possibile alternativa, quella rappresentata da quel “voto inutile”, osteggiato dalla professione di fede di realismo quando non di realpolitik.

Non si sono accorti che il riferimento ossessivo ai numeri, alla potenza indiscutibile della maggioranza, professato anche da chi occupa posti abusivamente, grazie a incarichi elargiti in cambio della promessa di esecuzione sottomessa di alti voleri, se  risponde a requisiti di legittimità, non sempre è adeguato a quelli della legittimità, sicché la forza dei numeri e  del consenso rende nulla quella del diritto. È quello che è avvenuto sempre durante il ventennio del Cavaliere, adesso con il continuo ricorso alla fiducia o con il decretare autoritario del governo, quello che avverrà con il referendum costituzionale, se non li fermeremo. Come comunque hanno cominciato a fare quasi 16 milioni di votanti con pari dignità nel si o nel no.

In tanti non eravamo fan sfegatati di quel referendum, che peraltro, grazie alla reazione delle regioni promotrici, aveva costretto il regime a fare importanti passi indietro rispetto all’osceno oltraggio e alla codarda prevaricazione dello Sblocca Italia che aveva il merito di svelare il crimine amministrativo ed ambientale delle concessioni scadute in Adriatico.

Ma in tanti ne abbiamo raccolto il messaggio simbolico, che era poi quello dileggiato dal grullo irridente e dai suoi cantori del “ciaone”, che sostengono la crucialità e l’importanza dei pronunciamenti popolari solo se possono convertirli in atti notarili a suffragio delle loro imposizioni o peggio in plebisciti intimidatori e ricattatori.

Un messaggio che non è stato colto anche da convertiti dell’ultima ora, quelli che sostengono la vanità di un referendum “marginale”, come se sia secondario esprimersi contro una delle lobby più sporche e prepotenti, come se sia futile ricordare  in quell’occasione che bisognerebbe stare vicino a quei lavoratori lasciati troppo soli tanto da dover scegliere tra fatica e salute, tra posti (pochi, precari e insicuri) e ambiente, tra ipotesi di sviluppo e di occupazione legate a turismo e risanamento e una crescita dissennata a beneficio di pochi sempre più ricchi e sfrontati e a danno di molti sempre più poveri e remissivi. Quelli dediti, insomma, a fare graduatorie, che poi sono il preliminare alle differenze e alle disuguaglianze, e scale di valore di diritti, prerogative, istanze, aspettative, e, in questo caso, anche di referendum, come se non fossero rimasti l’ultima forma di controllo a posteriori, purtroppo, l’ultima occasione democratica della quale non siamo stati del tutto espropriati, malgrado l’alacre attivismo per annullarne i risultati, come per quello sull’acqua, che, a maggior ragione, dovrebbe dimostrare la necessità di essere svegli e vigili, che niente è davvero definitivamente conquistato.

Il fatto è che ci sono tanti modi di essere anime belle, poetici, irrealistici, utopistici, lirici, visionari. Ma in ogni caso preferibili al pragmatismo di chi finisce per accettare “ragionevolmente” le ragioni dei “padroni”, del vapore, del petrolio, della guerra, del Ttip, del respingimento, della paura.

Ed oggi le anime belle sono davanti a una scelta difficile ma inevitabile, se scegliere una via “altra” ardua, impervia, intorno alla quale è evidente che non esiste consenso, perché è improbabile trasformare la collera in rivolta, l’umiliazione in ribellione, che nemmeno nominiamo più rivoluzione per pudore, per scaramanzia, per lucida storicizzazione degli eventi e della nostra autobiografia, perché viene praticata al ribasso con gli stati sui social network, il presenzialismo indiscriminato a kermesse di cascami irriducibilmente impotenti. O se tentare la strada di coagulare dissenso e critica, quella dei tanti milioni di si,  in progetti, programmi e organizzazioni politiche non occasionali, non paternalistiche, omogenee nell’opposizione alla pianificazione autoritaria dell’oligarchia, ma ancora spaesate rispetto alla creazione, ma anche all’immaginario,  di una società giusta, oggi retrocessa a residuato patetico.

Oggi in tutta Italia si svolgono manifestazioni operaie, erano tanti i lavoratori in piazza in Francia, preme la folla di marginali, giovani, immigrati, cittadini delle periferie, salariati ridotti alla mortificazione e a nuove miserie dal capitalismo neoliberale, precari senza speranza e senza dignità. C’è da chiedersi cosa vorranno e sapranno fare, cosa vogliamo e sappiamo fare, se piegarci alla normalizzazione renziana, o di chi per lui, o se  sederci al tavolo del gioco istituzionale, per rovesciarlo contro i bari, dettare noi le regole della democrazia e ricostruire le istituzioni applicando quei principi mai rispettati, che se quella non è la Costituzione più bella del mondo, è certamente la più disattesa e offesa. E proprio perché parla di beni comuni, di rispetto, di pace, di proprietà d’uso, di solidarietà, di diritti di cittadinanza.

 


Expo e circenses

expo-15-inaugurazione-palco-1000x600Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma non sarebbe stato meglio continuare a dormire nell’illusione che si tratti di un brutto sogno e non un incubo concreto, un eterno lunedì di compito in classe e di relativo castigo?

L’Italia s’è desta, ha esordito il premier, che ha continuato con quel repertorio gergale da baro: scommessa, sfida, banco di prova, che piace tanto ai coach delle convention, quegli imbonitori che devono galvanizzare gli affiliati delle vendite piramidali,  con il piglio di Vanna Marchi e la faccia tosta dei televenditori di patacche.

Tocca dare ragione alla teoria degli opposti estremismi,  se è vero che un po’ di cretini ha deciso di scegliere come bersaglio il Cenacolo e Santa Maria delle Grazie, proprio come quello che stamattina sul palco si beava di una piramide a termine, di un monumento di cartapesta, innalzato con traffici opachi, elusione di regole e leggi,  pratica di corruzione, esercizio di favoritismi,  che si compiaceva di un’area espositiva di 170 campi di calcio, che hanno preso il posto di campi, ma quelli veri, di suoli agricoli acquisiti con modalità sospette, che si inorgogliva per aver portato a termine un grande evento, indifferente a malaffare, infiltrazioni criminali, come a impatto ambientale e interrogativi, per i quali ci sono tutte le risposte, sul dopo, su strutture non finite e condannate già ora a una velenosa obsolescenza, su voragini di debiti che saremo chiamati a saldare tutti noi.

Ma si sa che le feste sono occasioni buone per la pacificazione. Su quel palco raffazzonato, dopo la passerella dei volontari con le tutine colorate come dei puffi che non avevano imparato la coreografia e che si dileguavano dietro a dei cellofan a mascherare i lavori in corso, dopo la comparsata di alcuni figuranti in gilet giallo a interpretare la classe operaia approdata al paradiso del lardo di Colonnata e della bresaola della Valtellina, erano tutti contenti, tutti fieri del successo condiviso, tutti a scambiarsi complimenti e ringraziamenti: Maroni, Pisapia, Sala, a rivolgere un grato pensiero alla Moratti, perché no? anche a Formigoni, a Stanca, a epurati e sempreinpiedi, a tutti quelli che hanno contribuito a tener fede allo spirito del gran galà con una  abbuffata di cordate sempre le stesse, di regimi speciali, di provvedimenti di emergenza, di commissari straordinari, di compratori che sono anche venditori, di osti blasonati in regime di monopolio. Mancava l’alta carica, ma brillava come il solito pensionato che sta a guardare i cantieri stradali e consiglia la manodopera, il presidente emerito con signora, vestiti come Totò e Peppino in viaggio a Milano, o come si equipaggiava per la parata sulla Piazza Rossa, quella del primo maggio, data della quale ha scordato il significato.

Le immagini dell’inaugurazione, commentate da estatici giornalisti a cervelli unificati, ci hanno mostrato con dovizia di particolari il padiglione del Giappone (sarà l’unico completato?), le facciate di altri illustri partecipanti (il camouflage per il quale molto abbiamo investito, vorrà dire che si tratta di sapienti scenografie teatrali?), primi piani dei plastici (avrà collaborato l’ineffabile Vespa?), omettendo pudicamente lo stato dell’arte del falansterio italiano. Gli speaker ci hanno letto compunti il contenuto della cartellina stampa, ricco di numeri a casaccio come avrà suggerito l’addetto alla comunicazione del Ballo Excelsior retrocesso a sagra della caciotta: formidabile estensione, faraoniche opere, valorosi volontari, con il contrappunto delle consuete bugie: visitatori ipotizzati, ritorno economico, biglietti venduti.

Non mi piace augurare insuccessi e fiaschi, peraltro facilmente prevedibili, ma non vorrei nemmeno essere delusa dai miei connazionali, scoprire che si fanno prendere per i fondelli con dei circenses senza pane, che si fanno turlupinare da quattro salsiccine  targate dop, doc, ogm,  mc donalds , dagli spettacoli con gli animatori da villaggio turistico, come  si addice alle serate per le comitive della parrocchia concluse con la vendita di pentole.

Mentre la banda dei carabinieri suonava, chissà perché, la colonna sonora di “La vita è bella”, si sono alzate in volo le Frecce Tricolori, coprendo la musica. E ci credo, va bene dire bugie, ma farci credere che la vita sia bella malgrado tutto, è davvero troppo.

 


Per favore non toccate il vecchietto Silvio

BerlusconiE’ meraviglioso come tuttora venga appassionatamente seguita la vicenda di Berlusconi, analizzata la sua opera di assistenza ad anziani più giovani di lui, reiterata la minaccia di nuovi guai legali per il suo antico puttanesimo militante. Meraviglioso perché questa impalcatura mediatica serve soltanto a dare l’impressione che esista altro oltre il renzismo e a distrarre l’attenzione dal fatto evidente che il progetto dell’ex cavaliere è stato completamente risucchiato e assorbito dal guappo di Rignano, divenendo così superfluo.

Meraviglioso anche perché si accredita la possibilità che da un momento all’altro possa esserci la resurrezione di Lazzaro – Silvio a salvare la destra per metà in confusione totale, per l’altra metà in mano all’altro Matteo ossia Salvini. Al quale si rimprovera di essere troppo radicale, troppo pencolante verso l’ala estrema per poter  raccogliere abbastanza consensi tra la maggioranza silenziosa. In realtà fin dall’inizio della sua avventura schiere gigantesche di commentatori e di democratici a vario titolo hanno continuato a dire che Berlusconi era troppo a destra per essere credibile quando invece l’aver cinicamente sdoganato il partito neo fascista e la Lega secessionista, allora antitetici nel loro estremismo, è stata la chiave del suo successo.

Comunque sia dovrebbe essere abbastanza chiaro che l’avventura politica di Silvio si è di fatto conclusa nel 2011 con la sua estromissione dal governo imposta dall’Europa: Berlusconi aveva diviso il Paese per quasi un ventennio e dunque era il personaggio meno adatto ad introdurre senza forti reazioni i diktat della troika o delle “istituzioni” come si dice adesso con termine apparentemente più blando, ma in realtà assai più indicativo e inquietante essendo due di queste sedicenti istituzioni Fmi e Bce, rese ufficialmente preminenti rispetto ai poteri democratici e rappresentativi.

Tuttavia la facilità con cui l’ex cavaliere è stato scacciato dall’eden di Palazzo Chigi non è la causa del declino, ma piuttosto il suo effetto: la tracotanza con cui l’uomo teneva bordello, presa per estrema arroganza del potere, era anche e soprattutto il segnale di una caduta di lucidità che è andata sempre più rendendosi evidente negli anni successivi quando l’astuto Silvio è stato gabbato da Napolitano e da Renzi, il pupillo alla cui crescita ha tanto collaborato, prima sulla grazia e poi sul marchingegno elettorale in grado di garantirgli un potere perpetuo. Alla fine si è ridotto a svendere forza Italia in cambio di assicurazioni su di sé e sulla sua roba. Ormai dovrebbe essere adeguatamente assistito dai servizi sociali invece di essere usato come feticcio per nascondere l’ascesa di un regime.

E parlo di regime, ancorché questo si basi su un progetto neo democristiano, per due motivi evidenti: il primo è che all’epoca esisteva la fortissima opposizione del Pci e il secondo che la Dc stessa era un partito di massa le cui radici affondavano in piccola, ma significativa parte anche nel solidarismo cattolico. Adesso invece il Pd si è spogliato di qualsiasi ingombrante idea, è solo uno strumento elettorale anodino, eterodiretto, distributore di clientele e affari nel quale le opposizioni interne sono tacitate dalla promessa di un posto fisso con alti stipendi, tutele di ferro e rendite di posizione irrinunciabili per un ensemble di assoluta mediocità. Così paradossalmente ci occupiamo tutti i giorni di un morto spacciato per vivo, mentre si agita lo spettro di un’opposizione morta, ma spacciata per viva.

Cosa avverrà in futuro  e quali forme assumerà la protesta sociale è difficile dirlo. In Europa l’opposizione al capitalismo finanziario e ai suoi diktat viene incarnata sia dalle destre che dalle sinistre, cosa che non deve stupire visto che entrambe le parti non sono realmente antagoniste di sistema le prime per vocazione consustanziale, le seconde per abdicazione, mentre in Italia sembra prevalere un confuso, spesso contaddittorio occasionalismo che non riesce a coagularsi in un progetto coerente ed efficace. Ma una cosa è certa, Berlusconi in tutto questo è solo un dagherottipo sbiadito, vanamente ritoccato al computer e non più in grado, agibilità politica o meno, di guidare un partito padronale di vaste dimensioni. Dopotutto meriterebbe di essere fatto senatore a morte.


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