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La buona scuola, la cattiva Grecia: storia di sconfitte annunciate

images (1)L’approvazione della “buona scuola” arrivata dopo incredibili ricatti occupazionali sia sui precari che su parlamentari in gran parte di livello inqualificabile, fa il paio con il cedimento pressoché completo di Tsipras alla troika. I due fatti sono apparentemente distantissimi, ma c’è un elemento di fondo che lega i due eventi e che riguarda il ruolo, le modalità, il senso dell’opposizione e del consenso nei sistemi post democratici. Da una parte – parlo della buona scuola – abbiamo il cedimento progressivo di un ceto fino a scoprire – ahimè troppo tardi – di essere stato tradito dal suo partito di riferimento a cui ha concesso, in nome del meno peggio, qualsiasi cambiamento di contesto e di indirizzo. Dall’altra abbiamo il fallimento di un progetto, quello di Tsipras che aveva come obbiettivo finale non l’alternativa a un sistema di governance, ma un impossibile accomodamento con esso.

Ovviamente i compromessi sono necessari e imprescindibili nella vita civile e politica, non intendo contestare questa evidenza, ma si trasformano in elementi deleteri quando da accomodamenti progressivi in vista di una un’idea, di una finalità di cambiamento del paradigma dominante, divengono lo scopo finale dell’azione. Questo vuol dire rendersi prigionieri dei principi dell’avversario ed essere destinati fin da subito alla sconfitta. Così Tsipras è stato alla fine sbaragliato dalla strana idea roussoviana che l’Europa  avesse di suo una natura buona, che la teoria dell’austerità con i suoi massacri sociali fosse solo una variabile indipendente e non accorgendosi che tutta la costruzione era orientata a sottrarre spazio alla politica e alla partecipazione per darla all’economia e ai grandi gruppi di potere. Analogamente gli insegnanti  si sono fidati di una natura intrinsecamente coerente del partito di centrosinistra senza coglierne le mutazioni dentro un contesto politico isterilito e si sono ritrovati alla mercé di un burocratismo autocratico, falso efficientista, miserabile, ricattatorio e fatalmente destrorso.

Almeno nel primo caso gli eventi hanno dato luogo a un referendum, a un pronunciamento popolare che non so bene se Tsipras volesse vincere, che rimane comuque come un momento di democrazia, forse destinato ad essere un nucleo di cambiamento delle cose. Ma nel secondo caso non sarà qualche manifestazione e qualche flash mob a cambiare gli ordini di scuderia di un pensiero unico che per rimanere tale ha bisogno che la scuola consista in un’educazione non alla cittadinanza, ma ai modi della diseguaglianza.

Ci troviamo di fronte – sono costretto a ripetermi – all’estinzione del riformismo ( vedi qui) che non ha più alcun senso dopo il passaggio dal capitalismo produttivo a quello finanziario e dopo la globalizzazione. Semplicemente il sistema di potere complessivo che si è affermato non è più interessato alla transazione se non in contesti marginali. Affrontare dunque le battaglie avendo come scopo finale qualche cambiamento all’interno del medesimo contesto, non porta ad alcun risultato, se non a mostrare l’incapacità di sfuggire all’egemonia culturale anche quando si può disporre di armi non spuntate.

 


Da bullo, a guappo, a ricattatore: la carriera del meno peggio

300x16914297946223900000000_renziSi sa che certe carriere sono scontate e prevedono passaggi obbligati: se ti imponi come bullo di periferia spalleggiato da zuccotti e cappucci una volta arrivato al centro grazie a un prestito finanziario non potrai che fare il guappo e fatalmente diventerai anche un ricattatore dei più spregevoli perché, senza freni inibitori, la tua natura prende il sopravvento. Così non deve affatto stupire che Renzi, frustrato per le difficoltà di far passare la sua buona scuola, che è buona come una dose di stupefacente liberista tagliata male, adesso metta la sua spadina di Brenno sulla bilancia e minacci di non assumere i precari qualora il piano non passi.

Si tratta di una vera e propria estorsione perché l’assunzione moralmente dovuta dei precari non c’entra assolutamente nulla col penoso, intellettualmente miserabile e pasticciato piano di privatizzazione della scuola pubblica. E questo dovrebbe fare riflettere tutti i fedeli del culto del Meno Peggio, il dio maligno che ci sovrasta da decenni e che ci sta  punendo con le piaghe d’Egitto: la battuta di arresto che il renzismo ha subito alle elezioni amministrative non solo non ha portato il premier ad assumere atteggiamenti più dialoganti, ma anzi ne ha accresciuto la tracontanza fino appunto al ricatto.

Del resto i suoi mandanti non sono gli elettori, ma altri poteri non elettivi e la sua legittimità derivante da un Parlamento nominato con metodi dichiarati anticostituzionali: non deve rispondere ai cittadini ma a chi lo ha ingaggiato nella parte di premier. Per questo il presunto meno peggio cercherà di dare il peggio di sé prima di affrontare le urne che in un modo o nell’altro lo cacceranno o ancor prima un nuovo e intollerabile inasprimento della crisi: distruggere la Costituzione, privatizzare il privatizzabile, mettere in mora la sanità pubblica, eliminare ogni tutela sul lavoro e l’idea stessa dei diritti. In una parola ipotecare il futuro del Paese.

Gliene frega assai del consenso, quello che conta è il mandato occulto e chiarissimo nello stesso tempo che ha ricevuto quando un’operazione tra palazzo e partito lo ha catapultato alla presidenza del consiglio. E di certo non deve temere nulla dalla falsa opposizione dei berlusconiani, se la ride delle opposizioni interne disposte nella quasi totalità a vendere l’anima al diavolo pur di ottenere il vitalizio, non da Salvini che alla fine esprime solo umori miserabili, ma nessuna idea politica che collida col pensiero unico e le sue estensioni europee e nemmeno da una piazza che stenta a mobilitarsi paralizzata com’è  dalla paura e dalle divisioni.  Gli basta il non dissenso della marea di fedeli del meno peggio che in virtù del loro credo sono disposti a vedere qualunque pagliuzza negli occhi altrui e non la trave in quella di Renzi.

Ecco perché il ricatto è il modo di essere naturale di questo governo, il suo habitat mentale: se non basta quello direttamente esercitabile nei luoghi istituzionali, lo si fa direttamente sui cittadini condizionando i loro diritti all’assenso nei confronti del principe. Se qualcuno vuole chiedersi dove andremo a finire non ha che da guardare alla realtà presente: siamo finiti così con un estorsore a Palazzo Chigi, una sagoma di cartone al Quirinale, un vecchio sporcaccione ed evasore compulsivo alla finta opposizione, la corruzione dilagante, l’Expo delle beffe, la capitale infetta oltre che sgovernata e uno stordito razzista ad uso dei pensionati a far la voce grossa sulla sicurezza e la paura di malattie tropicali.

E’ il meno peggio de che?


Bocciarlo, più che un piacere, è un dovere

Anna Lombroso per il Semplicissimus

Lavoratori trattati come marionette i cui fili sono tirati da gerarchie di burattinai, umiliati come irresponsabili parassiti, divisi in una «minoranza aggressiva che strilla» a fronte di una «maggioranza abulica», tacciati da “squadristi”, probabilmente manovrati da “aree Cobas  e da studenti  legati ai collettivi universitari e  ai centri sociali di Bologna”. La “promozione” della funzione del preside da dirigente a caporale, esaltandone il carattere arbitrario e discrezionale, tanto che l’unico limite previsto, quello di non favorire i famigliari, fa sospettare la tacita autorizzazione  allo scambio di favori tra omologhi, vertici di una scala di stipendio, ruolo e potere assoluto rispetto a docenti ridotti a dipendenti. Distorsioni perfino semantiche, a cominciare dall’uso del termine “crediti”, a sancire la realizzazione di un immaginario tutto imperniato su valori “aziendali”, di marketing e di un merito che antepone conformismo e ubbidienza a talento e vocazioni, testato da un organismo   di valutazione scelto da una dirigenza politica con esiti comici. La riconferma dell’indole a consolidare e perpetuare le disuguaglianze, impoverendo il sistema pubblico per proclamare la desiderabile superiorità di quello privato. La centralità data alle famiglie, che quelle disuguaglianze potranno riaffermare, di modo che quelle più abbienti e con maggiori risorse di censo e culturali possano essere più proprietarie   di  quelle meno facoltose per le quali dovrà intervenire uno Stato sempre più indebitato e renitente: la cosiddetta riforma della scuola è davvero il paradigma del Paese e di come si vuole che sia da oggi in poi.

Per quello è ancora più sleale, ancora più codarda l’astensione di quelli che una volta, quando l’Unità era il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ma anche dopo, si chiamavano intellettuali, organici o no, magari troppo dediti alla sottoscrizione di pomposi appelli e alla firma di lussureggianti lettere aperte, dei quali peraltro oggi ci sarebbe comunque un gran bisogno.  Latitanti per assoggettamento, silenti in quanto appagati dall’appartenenza a un ceto castale con le sue rendite di posizione, i suoi privilegi, le sue sicurezze editoriali, televisive, ma anche perché per lo più, salvo qualche illuminata eccezione,  si tratta di  apparatchik del mondo accademico che hanno digerito e sintetizzato a loro beneficio quella riforma dell’università, prodromo della Buona Scuola, di Berlinguer che ha dato pari dignità a istituzioni pubbliche e private, omologato i corsi di laurea e la durata,  cancellando le distinzioni tra ricerca e insegnamento, creando gerarchie su base geografica – sempre la stessa, esaltando il potere di rettori e di consigli permeabili a ingerenze esterne, anche quelle sempre le stesse.

Eppure la logica che muove questa riforma, approvata benché sia una ignava e regressiva scatola vuota, è talmente ed esemplarmente simbolica del golpe inteso a cancellare quel che resta della democrazia in ogni contesto ed ambito della società, che in piazza non dovrebbero scendere solo gli insegnanti, gli alunni, le famiglie, ma dovremmo andarci tutti, compresa la signora Agnese Landini in Renzi, se fosse preoccupata del presente e del futuro suo e dei suoi figli, messo in discussione dal governo del partito unico che ha firmato l’esecuzione dell’istruzione pubblica, la condanna  della libertà di insegnamento e di apprendimento, la morte quindi della scuola come la disegnarono i costituenti, un luogo di emancipazione, di riscatto, di uguaglianza.

E infatti le “consultazioni” via web somigliano proprio a una operazione di marketing, intesa a porre un sigillo su dialogo, concertazione, negoziazione ed ascolto, come succederà con la legge elettorale che suggella il rito notarile di conferma, effettuato nella cabina elettorale.

La fretta pre elettorale imposta al Parlamento: occorre condurre in porto la navicella ubriaca della riforma pena la mancata assunzione dei precari, ripropone la logica del ricatto come abituale sistema di sopraffazione e lo svuotamento delle facoltà della rappresentanza, lenta e inadempiente tanto da imporre l’esercizio di poteri sostitutivi da parte del governo. E intende mettere fine al gioco della parti della deliberazione e della decisione, scavalcando le regole democratiche che da oltre vent’anni vengono oltraggiate, insultate, aggirate, additate come una perdita di tempo in chiacchiere, che il troppo deliberare e il poco decidere ostacolano il “fare”.

L’enfasi messa sulla valutazione evoca il sopravvento che hanno preso teorie, procedure e  strumenti propri della “cultura” aziendale e finanziaria, secondo la quale il valore di persone e prestazioni dipende dalla capacità di mettersi al servizio di un’organizzazione, garantendo deferenza e dipendenza, rispettando obiettivi legati unicamente al profitto.

Il sostegno esplicito alla privatizzazione della scuola pubblica e alla valorizzazione di quella che privata lo è già è il regno in terra  della teocrazia del mercato,  che deve imporsi ovunque, per forza o per proselitismo, espropriando beni comuni, premiando la rendita e la speculazione, abbattendo l’edificio di regole e controlli, favorendo leaderismo e egemonia proprietaria.

La forza muscolare e autoritaria del “nuovo” preside esemplifica su scala il sogno del bullo narcisista di Palazzo Chigi, quello di un uomo al comando, di volta in volta podestà, sceriffo, tutore, prefetto, padroncino, caporale, dirigista e decisionista per il nostro bene, che pontifica da balconi, predellini, davanti a lavagne, mentre dovrebbe stare dietro, slide, schermi luminosi, sui quali segnare buoni e cattivi e proiettare gli slogan del suo regime cafone e maleducato, strapaesano e  ignorante, ma ciononostante violento, sopraffattore, aggressivo, pronto a spaccare teste di chi obietta, a denunciare chi manifesta, a zittire chi protesta, a escludere chi osa interferire con la sua sceneggiatura, a punire che commette il reato di lesa maestà.

Bocciarlo non è solo un piacere. E’ un dovere. Per tutti.


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