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Il vecchio e il male

napolitano-napoleone-vignetta-135359Concordo anche io sul fatto che Napolitano sia stato in assoluto il peggior presidente della Repubblica di sempre, anzi quello il cui scopo è stato quello di affossare i valori della Repubblica stessa e la sua Costituzione sia formale che materiale. Ma saremmo degli ingenui se attribuissimo tutto questo alla sostanza umana e politica di un’uomo che nell’intera vita è stato un camaleonte del potere, cambiando pelle a seconda dello scenario e trascinato sempre dalla fede nel principio dell’autorità e dunque della governabilità. Sfruttando il senno di poi possiamo dire che Napolitano è stato ed è un frutto dei tempi: della subalternità della politica, trasformatasi in aggregazione personale o in comitato d’affari, di un progetto oligarchico di sapore autoctono -padronale nella destra ed europeista nel centro sinistra.

Ci sarebbe da domandarsi come faccia un Paese, pur tenendo conto di tutte le difficoltà politiche e politicanti,  ad eleggere come presidente una persona già oltre gli 80 anni, già da tempo mandato nella dorata pensione del Parlamento europeo e già da se stesso messosi nella prospettiva del ritiro tramite un’autobiografia politica. Non trattandosi di un padre della patria, ma di un personaggio di secondo piano in ciascuna delle sue numerose trasformazioni, la cosa risulta incomprensibile se non nella logica di una scelta provvisoria o di comodo oppure in quella di un garante del sistema politico nel senso più ampio e meno nobile del termine. Forse nessuno poteva poteva immaginare a Roma come a Bruxelles che da garante l’uomo si sarebbe trasformato in gestore di cui una politica svuotata ha avuto bisogno come di una droga, tanto da rivotarlo per disperazione una seconda volta. Anzi con l’affacciarsi della crisi è divenuto il primo ministro ombra, garantendo lui per il Paese al tavolo della Troika e imponendo di fatto cambi di governo, ostracismi politici e indirizzi sociali volti a soddisfare le tesi e le richieste ora della Bce, ora dei centri finanziari, ora di Bruxelles per non parlare di Berlino.

Insomma ancora una volta quello che 9 anni fa era sembrato un male minore, si è rivelato il guaio peggiore di tutti, visto che Napolitano ha preso le redini  del declino italiano, favorendo lo sfascio di ciò che rimaneva della politica e delle idee, schiacciandole tutte in nome di una governabilità vista come fidejussone nei confronti dell’austerità e dei diktat esterni. Certo si può dire che è stato un personaggio perfetto per fare da pastore verso la post democrazia: caparbio e allo stesso tempo così timoroso da essere stato soprannominato “coniglio bianco”, trasformista ma senza darlo a vedere tanto che è riuscito a passare indenne dal Guf al Pci dopo un ‘opportuna residenza a Capri per riflettere, dall’appoggio all’Urss per i fatti di Ungheria, al tradimento di Berlinguer sulla questione morale, dalle simpatie craxiste all’approdo al liberismo con un compiacente editore chiamato Berlusconi. La mia impressione è che tutti questi passaggi non siano stati di idee che peraltro paiono del tutto assenti nel personaggio, ma dettate piuttosto da opportunità e occasionalità. Tutto questo dipinge perfettamente l’uomo e rende ragione del fatto che ogni opposizione viene vista da lui come  “patologia eversiva” o perché abbia accolto come lesa maestà la richiesta di lumi sulla trattativa stato mafia, inalberando anche un vittimismo per interposta persona, degno di certe macchiette di Totò.

Adesso dopo essere stato rieletto, non certo obtorto collo, come suggeriscono tutti per pura piaggeria, si è finalmente deciso ad andarsene. Chi dice per problemi di età, chi perché ritiene di aver raggiunto il suo scopo con le riforme, chi per permettere elezioni a primavera e favorire una vittoria renziana, ultima occasione prima del disastro. Ed è probabile che qualcuna di queste motivazioni sia esatta. Ma ho la sensazione che la rapida uscita dopo nove anni abbia anche un altro scopo: quello di defilarsi rispetto al disastro che si sta annunciando, al clamoroso fallimento delle ricette sociali ed economiche che ha voluto farsi dettare e a una crisi più che probabile della governance europea, determinata dagli eventi economici, dalla disunione continentale, dalle elezioni in molti Paesi feriti dall’austerità e persino dalle differenze in politica estera fra  i Paesi del continente che cominciano a palesarsi. Ne fanno fede lo sconcerto e la rabbia espresse appena un mese fa di fronte al “diluvio” propiziato dalle “smisurate speranze” vendute sulla bancarella del guappo di Rignano. Non si tratta di un ravvedimento, ma di un defilarsi, come al solito cauto, dalle proprie responsabilità .


Italia, etica del fruttarolo

melaMa che noia. Nemmeno dopo l’ultimo scandalo che ha travolto  la capitale, il ceto politico cerca di rendersi credibile e dopo i primi momenti di sconcerto, ha messo sul giradischi dei media, sempre a disposizione, la solita messa cantata con coro di garantismo fuori luogo, anzi francamente grottesco, riti di bizantinismo pseudo giuridico, visioni di poche mele marce in uno splendido cesto secondo la teoria del fruttarolo e scarico di responsabilità verso imprecisati livelli amministrativi che nella narrazione berlusconiana e renziana, sarebbero i veri e inamovibili padroni occulti.

Si assiste persino allo spettacolo di personaggi travolti da vecchi scandali che adesso pontificano e illustrano coram populo quanto fossero onesti e specchiati prima che poteri forti incarnati dal pubblico impiego li piegassero a cose che mai avrebbero immaginato nella loro candida coscienza Anzi più si approfondisce lo scandalo, più si addensano nubi sui protagonisti politici e più cresce la tracotanza con cui questi professano innocenza e mettono in moto la macchina scaricabarile. La speranza e purtroppo la realtà è quella così bene espressa da Renzi: “gli italiani sono coglioni con la promessa degli 80 euro abbiamo già’ la vittoria in tasca”.

E hanno perfettamente ragione: gli italiani sono così coglioni che potrebbero essere davvero convinti che i problemi siano quelli creati dalle regole in quanto tali e non dal fatto che regole e le leggi sono calibrate proprio per tenere in piedi il milieu politico affaristico. Che ciò che accade è frutto di un sistema. Del resto negli ultimi mesi abbiamo assistito impotenti alla farsa del job act nella quale il granitico complesso politico mediatico ci ha da una parte tempestato sul fatto che flessibilità e la mancanza di posto fisso fossero il futuro per poi salutare con giubilo la comparsa delle tutele crescenti come segnale di attenzione al lavoro. A parte il fatto che si tratta di una pura truffa (vedi qui ) volta a aumentare i profitti, nessuno ha rilevato la contraddittorietà fra l’esaltazione del lavoro segmentato, esternalizzato, precario e l’introduzione di criteri di tutela che invece prevedono lunghe permanenze nello stesso posto e in aziende con la medesima ragione sociale. Se questa incoerenza fosse stata notata, forse si sarebbe potuto capire fin da subito che il mito delle tutele crescenti è sempre stato uno specchietto per le allodole.

Così non mi meraviglierei se Alemanno diventasse un martire al valor politico per essere stato indicato dagli uomini di mezzo come esportatore di capitali di opaca origine in Argentina, se per caso non si potesse provare ciò che viene detto nelle intercettazioni. In fondo è molto più facile dare la colpa a zingari e immigrati facendo regredire la complessità a livelli infantili che sentirsi in varia misura corresponsabili della permanenza di un”sistema” a cui si è dato credito e che alla fine ci sta distruggendo. Paradossalmente può anche essere moralmente assolutorio, sempre che si pensi di cavarsela con un pater, ave e gloria.


Dal Mose all’Europa: la politica scomparsa

MOSE_Project_Venice_from_the_airLa nuova tempesta che apre le acque sporche del Mose dimostra con chiarezza esemplare l’esistenza di un sistema integrato di corruzione, di fronte al quale neanche le più spudorate facce di tolla che nel caso dell’Expò hanno provato ad escludere un ruolo della politica, riescono a negare l’evidenza, nonostante si legga benissimo negli sguardi la frustrazione per non potersi servire delle solite ed evasive argomentazioni. Guardando quelle facce però si arriva ad esplorare un aspetto nuovo della questione: ovvero l’irrilevanza della politica una volta che abbia dato avvio a questi meccanismi corruttivi.

Quando un sindaco, un presidente di regione, un assessore, un partito, maggioranze locali o nazionali diano origine alla grassazione da grande opera o da emergenza ( su cui si può ovviamente lucrare di più rispetto all’ordinaria amministrazione) diventano protagonisti e vittime di un’ “ortodossia corruttiva” che non permette nessuna sostanziale differenziazione e porta alla scomparsa o, come si diceva, alla irrilevanza delle diversità di visione e programma: tutto è assorbito risucchiato dal “sistema di raccolta e distribuzione di favori, mazzette, carriere. E naturalmente più la politica scompare, più diventa importante, imperativo, necessario buttarsi negli affari, mandando in cenere ogni residuo carburante ideale. Nessuno è escluso, nemmeno gli innocenti perché le elezioni si vincono con i soldi e con gli appoggi, le candidature non vanno ai rompicoglioni o ai dubbiosi: dunque chi siede su uno scranno dove ci si occupa della cosa pubblica, sa bene da quale fonte derivi il suo ruolo. E anche se non partecipa, tace.

Questo meccanismo è interessante anche per interpretare,  mutatis mutandis, i risultati delle elezioni europee e la crescita impetuosa di movimenti euroscettici o eurofobici che in altri anni sarebbero rimasti sostanzialmente marginali: deriva dal fatto che l’europeismo di maniera non può evitare di aderire anche all’ortodossia della Ue bancario liberista, così che i molti partiti tradizionali finiscono per appiattirsi sul medesimo messaggio e persino sulle stesse blande e ipocrite modalità critiche. Sono divenuti un insieme indifferenziato e poco credibile perché in aperto e insanabile contrasto con la realtà. Certo, dentro questo mondo “normalizzato” in fondo dal peso e dalle pressioni degli affari, dentro questa “grande opera” europea dove si recita la subalternità della politica, capita anche che vinca il conformismo da paura, specie se accompagnato dall’alibi del cliché nuovista, ma in generale prevale la rabbia di non essere davvero rappresentati. E senza che quella rete di piccoli interessi che nelle elezioni locali talvolta salvano anche i grassatori più evidenti.

 

 


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