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I boss di Cosa Loro

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come definireste, senza cadere in un linguaggio da trivio, la faccia e l’atteggiamento di un leader di partito nonché presidente del Consiglio, che vuol far credere che la sua repentina folgorazione sulla via di un oculato garantismo sia solo una coincidenza, per non dire preveggenza, appena prima che si scoperchi l’ultimo immondo vaso di Pandora di fosche commistioni  tra vertici della sua organizzazione e quelli di omologhe organizzazioni criminali, denunciando addirittura che negli ultimi 25 anni  sono state scritte «pagine di autentica barbarie legate al giustizialismo»?

E come definireste la vasta schiera dei suoi accoliti, ammiratori, uffici stampa e ripetitori, quelli che aggiungevano ai loro piatti, alle loro denunce e alle loro domande  un po’ di pepe di giustizialismo, purché la gogna venisse eretta per esporre al pubblico ludibrio il puttaniere, più ancora che il prosecutore instancabile di quel sistema che rappresentava il processo aberrante da Turati a Turatello, costruito su un’impalcatura di leggi ad personam, di interessi privati, di alleanze opache tra malavita e strutture di partito, pubbliche, private fondate sulla fidelizzazione e l’ubbidienza, dove un avvocato che aveva difeso il suo capo comprando magistrati diventava ministro? E che ora ripescano con festoso entusiasmo la favoletta morale delle mele marce che non vanno mescolate a quelle senza bruco, come se ormai nel cesto la contaminazione non fosse già avvenuta, se Verdini siede omaggiato in Parlamento in mezzo ad altri non diversamente verdini, quelli che “la corruzione non si combatte con le manette”, come se non avessero dimostrato di essere dei fan della repressione, piuttosto che mettere mano a tempi di prescrizione, a efficienza e trasparenza dell’amministrazione, a regole di appalto chiare e impenetrabili dal malaffare.

O che mettono giudiziosamente in guardia dal rischio di fare di tutta l’erba un “fascio”, rivelandosi ammiratori segreti di quel simbolo, dal quale hanno mutuato la deplorazione per disfattisti che ostacolano la crescita, per moralisti che vogliono frenare il cambiamento, di sapientoni che avversano la modernità, di pacifisti che osteggiano la mobilitazione in difesa degli interessi nazionali, se oggi il generale Jean si pronuncia: i 130 soldati che potrebbero essere mandati in Libia sono bruscolini, che ne servono invece 15 mila per proteggere le nostre attività economiche.

Ecco mentre ne scrivo mi accorgo che infine si tratta della stessa cosa, che vogliono persuaderci che non si deve guardare troppo per il sottile, che come suggerisce il generale à la guerre comme à la guerre, per il bene del paese e della cittadinanza bisogna scendere a qualche compromesso, andare a cena con dubbi personaggi, appartengano a clan o coop, insomma sporcarsi le mani, che siccome i tempi sono cambiati, non si macchiano di calce, terra, colla, vernice, ma dei nuovi materiali di un “lavoro” sporco come spesso succede che sia quello di chi la fatica non l’ha mai conosciuta.

Però l’impressione che se ne ha, di questa Gomorra nazionale, è di un ceto che si è messo nel mercato del malaffare, che fa marketing e pubblicità alla propria disponibilità a colludere, a farsi corrompere, a farsi comprare, per ottenere soldi, fringe benefit, posti in tribuna, voti, protezione, aiuto nella personale scalata, autorizzata da un pensiero comune che legittima avidità, ambizione, egoismo, protervia, sfruttamento e speculazione.   Perché la corruzione è dominante nel nostro paese, per il fatto che è sistema di governo, che interessa le classi dirigenti che mutuano abitudini, usi, comportamenti  di mafia, ‘ndrangheta e camorra, grazie alle quali controllano capitali, opere, territori. E che hanno contaminato le leggi mettendole al servizio di interessi di parte, privati e speculativi, grazie all’evaporazione del controllo  dal basso, deterrente fragile ma utile connesso alle organizzazioni partitiche, in virtù della dispersione del sindacato, per via della cancellazione di garanzie e conquiste, sicché  i nostri ceti dominanti e quei politici al loro servizio possono esercitare indisturbati la loro azione predatoria del bene pubblico  e impartire la loro didattica di vizi e immoralità, con la complicità di una stampa ricattata e assoggettata.

Bisogna che ce lo ricordiamo in occasione delle prossime elezioni amministrative: l’onestà è condizione necessaria ma non sufficiente, però è consigliabile non farne senza. E in occasione del referendum, perché alla cupola “legale” ma illegittima fa paura la Costituzione e fa paura la democrazia, perché parlano e difendono la loro bestia nera, la giustizia.

 

 

 

 

 


Quattordici milioni

spencer3Quattordici milioni di sì. Sono pochi per raggiungere il quorum, moltissimi per cambiare politica. Il referendum sulle trivelle per la sua natura apparentemente complicata e altrettanto apparentemente marginale, ha avuto se non altro questo merito: quello di evidenziare con chiarezza l’area di ipocrisia neo democristiana e di patologica atarassia politica oltre a fare da apparecchio geiger per misurare gli alibi impietosamente cretini, quanto pretenziosi,  di una parte consistente del sedicente ambiente progressista. Adesso per lo meno sappiamo meglio chi è il nemico, possiamo contare i servi, i clientes, i camaleonti che vanno al mare. E anche supponendo che un milione di persone abbia votato  più che per voglia di cambiare le cose e di dire la sua, per compiacere i  milieu politici locali, rimaniamo con un cifra di tredici milioni di persone, ovvero con poco meno della metà del corpo elettorale effettivo, quel 70 per cento che mediamente si reca alle urne che ja detto no alle trivelle. E questo dopo una campagna referendaria inesistente e l’incalzare di altri drammatici eventi: chi si vanta della “vittoria” è come al solito ottuso e la cosa non stupisce visto chi lo ha fatto per primo.

E’ tanto, soprattutto perché non abbiamo solo un dato numerico, ma anche qualitativo: possiamo calcolare quante persone che si dicono critiche sono in realtà disponibili a convincersi delle clamorose e insensate bugie sparate dal governo e dei megafoni di Confindustria (quello degli 11 mila posti di lavoro è davvero clamorosa e indecenti, ma anche facilmente verificabile) per tenere in piedi qualche piattaforma che fa produzioni amatoriali e insignificanti, ma soprattutto per creare un precedente riguardo alle concessioni che da oggi diventano di fatto dei feudi perenni legibus soluti (vedi qui ). Possiamo prendere il pallottoliere e vedere con sufficiente precisione l’area di chi passo dopo passo ha finito per accettare qualsiasi cosa, dalla precarietà allo scasso costituzionale, dalle guerre al furto di sovranità economica e geopolitica, dalla manomissione del welfare alla distruzione del diritto del lavoro, trovando sempre a propria giustificazione qualche sciocca formuletta politichese. E che ieri ha vagato nella propria inconsistenza accettando la latitanza democratica e le parole anti costituzionali, di quelli che la Costituzione dovrebbero tutelarla. Questo gregge non si opporrà a nulla, non farà niente per cambiare le cose, perché non vuole, perché non se la sente, perché non capisce o semplicemente perché fa parte di quella sudditanza che nel mondo contemporaneo è espressa dal conformismo compulsivo. il massimo che sa fare è dire che si opporrà alla prossima offensiva mentre già tesse la successiva bandiera bianca.

Il vero problema è come aggregare in programmi e in organizzazioni politiche non episodiche questa enorme massa di persone finora unite nella negazione del processo oligarchico, ma disperse riguardo a un visione della società. Si tratta di un problema ormai presente da molti anni anche se ora è esploso in tutta la sua evidenza con la totale mutazione del Pd che è divenuta chiara  a quei 13 milioni.  Di certo a gettare le reti non potranno essere le mini formazioni della sinistra il cui autismo e le cui divisioni senza fine fanno il gioco e gli interessi di bottega di piccole elite o aspiranti tali: nel migliore dei casi si tratta di laboratori. Né, a mio giudizio,  potrà esserlo il loro contraltare  ossia il contenitore troppo vago, variegato e indefinito del M5S che proprio per questa sua natura raccoglie la protesta senza riuscire a dirigerla in qualche direzione ed è costretto sul terreno della tattica piuttosto che su quello della strategia.

La politica insomma è tutta da ricostruire, non potendosi ovviamente definire tale quella completamente subalterna ai poteri economici di cui si fa megafono, sistema di interpretazione, testimonial acchiappacitrulli. Difficile, complesso, quasi impossibile uscirne fuori, ma almeno lo sappiamo chiaramente ed è il primo passo.


Attenti al Renzi dentro di voi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una nuova categoria di pensatori, molto pragmatici e  fattuali. Sono quelli che disprezzano Renzi essendo  renziani dentro, proprio come quelli che dileggiavano il berlusconi puttaniere, le cene eleganti, la corte di poeti nani e ballerine, ma sopportavano il golpista, il razzista, l’omofobo,  perché erano posseduti dal suo pensiero, albergava un cavaliere in loro, tollerante di ideologia licenziosa, non di costumi ma di leggi, in modo da poterne approfittare giù per li rami, allegramente profeta di tempi migliori nei quali avrebbe avuto il sopravvento la libera iniziativa, il festoso consumismo, la spettacolarizzazione della politica, del mercato, della sopraffazione, dello sfruttamento convertiti in talk show, in reality, in vite e mondi paralleli, dove è augurabile e possibile dismettere responsabilità, affidarsi a gente pratica che ci pensa e risolve  sicché politica e amministrazione della cosa pubblica sino attività invisibili, svolte da altri mentre loro possono dedicarsi alla sfera personale, compresa la critica sul web e l’opposizione via twitter.

Adesso è proprio lo stesso. A volte i renziani contro Renzi sono quelli che si presentano cogitabondi alle convention “diversamente Leopolde” della infruttuosa minoranza Pd, a volte invece sono presenzialisti agli appuntamenti di sempre nuove aggregazioni della nostalgia di sinistra, cui partecipano contando su malattie infantili del comunismo e post comunismo che permettano loro di sentirsi a posto mentre assistono dal davanzale della realtà all’ennesimo fallimento. Sono per lo più quelli che rimbrottano blogger infelici e sconosciuti, esigendo che alla critica annettano in tempo reale “soluzioni”, quelle sulle quali rigorosamente si rifiutano di esercitarsi personalmente in attesa di sollevare obiezioni, di replicare, di confutare in modo da ribadire la loro entusiastica appartenenza alla cosiddetta clasa discutidora, quella plebe di brontoloni che con i grugniti di disappunto coprono il grido dei pochi che lottano.

Ah di questi tempi poi hanno gioco facile: obiettivo dei loro strali puntuti sono “quelli del referendum”, colpevoli di illudersi che una vittoria possa dare una spallata al governo. Perché il caposaldo della loro impalcatura ideologica è che è inutile muoversi dentro al quadro istituzionale, che “tanto bisogna cambiare modello di sviluppo”, che comunque si tratta di una liturgia che verte su un tema marginale e malamente posto (ne ho già parlato qui: https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2016/04/03/oro-nero-voci-bianche/ e non mi ripeto). In aperta contraddizione con la loro politica del “fare”, dell’adoperarsi, che imporrebbe di provarci per ragioni ideali oltre che per le ragioni della salvaguardia dell’ambiente e del buonsenso. Perché è evidente a chiunque non voglia non sapere, non vedere, non schierarsi che questa scadenza negli intenti del renzismo ha preso il posto del referendum di ottobre, in qualità di plebiscito che confermi la leadership del premier che grazie all’astensione dimostrerebbe di avere sempre ragione con il più paradossale dei consensi. E in qualità di segnale definitivo sulla cancellazione  di partecipazione e democrazia se il segretario del principale partito nonché presidente del consiglio sia pure nominato, invita a prendersi gioco dell’istituto, unico rimasto, che sancisce la possibilità per un popolo espropriato di esprimersi. In modo da riconfermare la volontà autoritaria, accentratrice, golpista, quella che oggi non si vuole ravvisare proprio come ai tempi del senonoraquando, dei quesiti al presidente, della pubblicazione di intercettazioni pruriginose e di lettere di malmaritate svegliatesi sotto minaccia di taglio agli alimenti.

Golpe si, e il più “sporco” perché interviene su leggi e fa pressione sulla giustizia, in modo che rifiuti velenosi diventino familiari residui da tenere sul terrazzino a Potenza o da distribuire religiosamente sulle coltivazioni di lampascioni, in modo che il lavoro diventi fantasiosa sottomissione alla vittoria del precariato e del volontariato, in modo che la guerra diventi l’inesorabile sbocco della diplomazia e il contesto per coronare sogni di gloria delle imprese del made in Italy, in modo che venga stabilito una volta per tutte il primato della rendita, del profitto, dell’interesse privato sull’ambiente, il territorio, la salute, i diritti, il bene comune, che diventino cedibili, alienabili, pronti a essere annessi al patrimonio globale promosso dal Ttip. E che sempre per legge dobbiamo professare  e praticare la rinuncia, la resa, l’arretramento e l’abdicazione dell’opposizione, sicché i referendari sono retrocessi a patetici visionari, la gente di Bagnoli a altrettanto accorati e arcaici avanzi novecenteschi, come d’altra parte successe con il referendum di Pomigliano, quando  i lavoratori vennero lasciati soli e impotenti a sopportare il tallone del padrone.

Per carità, lo so bene che bisogna cambiare il modello di sviluppo, come dicevamo quando non avevamo perso tutte le speranze. Per carità sono la prima a sostenere che non è vero che l’ottimo sia nemico del bene, al contrario dovremmo sempre aspirare al meglio possibile e impossibile. E è questo che manca, il desiderio di combattere contro i fanatici della realtà per tornare alla volontà realizzabile dell’utopia.

 

 


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