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Il bar spot di Renzi

pot1bisDi solito i bari e i prestigiatori si guardano bene dallo svelare i propri trucchi, il modo con cui fanno spuntare assi o tesoretti dalla manica, il sistema con cui estraggono conigli dal cappello. Ma Renzi che deve ormai sostituire la fumisteria dell’uomo del nuovo con un consolidamento oligarchico di potere via legge elettorale, non ce l’ha fatta a tacere e ha finalmente svelato la miserabile trama attraverso cui si è svolta la sua ascesa, l’alfa e l’omega della sua narrazione.

Domenica scorsa a Mantova, mentre era lì a promettere soldi che non ci sono per il terremoto del 2012, secondo il suo solito metodo di imbonitore per allocchi, ha finalmente svelato il suo segreto: “è meglio fare degli errori che stare nella palude”. Non è soltanto l’ammissione esplicita della fallibilità del suo governicchio ormai alle prese con i nodi che vengono al pettine, ma l’espressione di tutta la sua strategia e filosofia del consenso: non ha importanza ciò che si fa, dove si vuole andare, ma il moto stesso che sia reale o immaginario, che sia un twitter o una normativa. Se poi all’interno di questo kinetoscopio mediatico si realizzano progetti infami come il job act, passando dalla palude all’inferno, la cosa non danneggia più di tanto: sul piano psicologico, almeno a breve termine, prevale la senzazione che si cambi qualcosa, che si abbia l’impressione di dinamicità.

Renzi fa parte di quella generazione che parla nativamente il linguaggio muto del liberismo e della pubblicità dove ciò che conta è il contenuto emotivo, non la sostanza, dove si impongono il marchio, il brand e non gli oggetti concreti. Questo linguaggio da emisfero destro, che ha soppresso del tutto quello politico e razionale parla di “riforme” senza mai specificare quali e perché: il cambiamento è comunque positivo secondo i modi di pensiero imposti dal mercato. Parla di democrazia senza curarsi di andare a vedere dentro la scatola nera della reale possibilità di partecipazione dei cittadini e permettendo di attribuire il passaporto democratico a tutto e il contrario di tutto. Del resto la politica è ormai sprofondata in un vuoto pneumatico, si è ridotta a pura gestione di un’economia che fa la legalità piuttosto che esserne regolata o meglio a pura gestione della politica espressa da poteri reali non elettivi. Dunque il ricorso  a una lingua fatta di evocazioni e suggestioni è obbligato, si costituisce come comunicazione senza informazione.

Il cammino è stato lungo perché dapprima questa mutazione di sostanza e di linguaggio è stata nascosta dietro la polemica contro la complessità di un discorso che escludeva gran parte dei cittadini, che “non parlava alla gente” e che alla fine è sfociata nello slogan e nel twitter cioè in cose che parlano alla gente per trarla in inganno.  Il politologo americano Murray Edelman sosteneva che il linguaggio si definisce politico non perché usato dai politici, ma perché è il linguaggio attraverso cui si esprime una relazione di potere: l’espressione mediata dalla pubblicità non è altro che la prova di una nuova e inquietante natura di rapporto tra potere e cittadini nel quale il non detto, l’illusione o la bugia sistematica sono il correlato. Se però il vecchio  Berlusconi e la sua banda, figli di un tempo precedente, usano platealmente un linguaggio di persuasione spottesca con la consapevolezza di farlo, spesso cadendo nella balla stratosferica (è di oggi la ridicola affermazione del relittuoso cavaliere di essere il terzo obiettivo dell’Isis) , Renzi considera tutto questo talmente naturale e consustanziale all’essenza del nuovo, da svelarlo senza troppe preoccupazioni. E soprattutto mostrando di non aver più alcuna percezione dei guasti che può fare l’abbassamento della capacità di comprensione e di azione razionale, come se si fosse su una giostra che gira incessantemente e torna sempre al punto di partenza.

Se questo crei sfiducia nei cittadini o non sviluppi invece una malriposta fiducia nel niente, è tutto da sperimentare. Se esalti o nasconda l’evidenza di un governo che non sa di cosa parla e che agisce sotto dettatura, è abbastanza incerto.  Basta ricordare quanti fino a qualche anno fa ritenevano che Berlusconi avesse fatto un mucchio di cose, salvo chiudersi in un perplesso silenzio quando gli si chiedeva che cosa e quanti oggi amano il guappo di Rignano perché “almeno fa qualcosa”  fino a quando ovviamente questo qualcosa non lo sentono proteso nelle loro basse terga.  Renzi parla una lingua alla quale siamo perversamente abituati e che anzi è divenuto il linguaggio globale della politica: una narrazione che sembra l’interruzione pubblicitaria mentre viene trasmesso il film del liberismo selvaggio.

 


Renzi go back to Rignano

infantilismo forzatoIl Paese è sull’orlo del disastro, al crocevia del degrado  tanto che riesce a far peggio di tutto il resto di un’ Europa sulla quale si allunga la realtà della marginalizzazione economica e del regresso sociale. Però il premier di questo Paese va a Londra e dice Italy is back, siamo tornati, superando di gran lunga le prestazioni di Berlusconi in fatto di grottesco e di burlesque politico, ma senza che nemmeno ci sia lo scandalo di quelli che una volta non perdonavano al cavaliere la vecchia barzelletta sconcia.

Ed è qui che si comprende come l’infantilismo del linguaggio renziano, la sua totale mancanza di logica argomentativa, l’affastellamento di frasi che navigano nel nulla non è un più un problema politico, ma antropologico, il risultato di un’ “educazione” globale che  non sopporta più né coerenza, né dialettica, né informazione, ma è unicamente basata sull’impulsività e sulle corde immediate dell’universo emotivo. Infatti la pubblicità viene concepita basandosi su un modello reattivo infantile, basale, nel quale si sostituisce  il futuro con le mappe molto più semplici e grezze di una facile gratificazione. Che può essere il giocattolo, l’auto che ti fa libero, il profumo, il pannolino invisibile, ma anche il twitter o l’appagamento immediato derivante da un falso sillogismo. Non sono cose che richiedano una spiegazione, che coinvolgano valori o prospettive, valgono di per sé, ci fanno desideranti creduli o impauriti consumatori di speranze mal riposte.

Il successo di Renzi è proprio quello di essere infantile come i riceventi,  di non tollerare il collegamento del prodotto con il risultato, conta l’impulsività del momento. Non si può spiegare altrimenti l’assurdo al quale assistiamo: la voragine che si apre e l’Italia che ritorna, l’appello a quello straordinario brand dei “poteri forti”, oppure del cambiamento in sé , senza specificazioni, il paradossale appoggio alle timide elasticità chieste dalla Francia, ma il rifiuto delle stesse per l’Italia. O l’incredibile senso di giustizia  che porta a togliere i diritti a chi ce li ha per far sì che tutti siano senza tutele. Un ragionamento stupido, perverso e inutile che tuttavia circola inarrestabile semplicemente perché le paure adolescenziali trovano gratificazione in questo prodotto, anche se no accompagnato dalla clausola soddisfatti o rimborsati.

Naturalmente ci possono essere molte spiegazioni di questo fenomeno di regressione antropologica, spiegazioni raffinate o banalmente bottegaie che ripercorrono la stessa ottusa facilità di pensiero, ma due cose balzano agli occhi: la capacità dei grandi capitali di utilizzare metodi da apprendisti stregoni per condizionare le opinioni pubbliche, il che c’interroga sulla possibilità stessa della democrazia in queste condizioni quando i mezzi di produzione dell’informazione sono in poche mani; e la cultura dell’individualismo che indebolendo il senso di cittadinanza e di solidarietà lascia ognuno in pasto al se stesso più elementare e dunque più orientabile o eticamente fragile. Perché la ragione e l’etica sono due facce della stessa moneta.

Dunque il titolo del post è solo una pia illusione: il guappo potrà temere di essere mandato al natio borgo massone e alle sue aziendine schiaviste solo se non attuasse i massacri e la distruzione finale del Paese, nascosta e confusa dentro i suoi spot. In attesa del diluvio che già si prepara.


Rai oltre il comune senso del pudore

mission-filiberto-congoAlle volte ci si rifiuta di crederci, si fa resistenza civile alle idiozie che ci piovono addosso come meteore e si spera che dopotutto non possa essere vero. Invece purtroppo quasi sempre è vero. Così vediamo cose che gli umani non possono immaginare, fiamme intorno ai bastardi di Orione, raggi di ottusità balenare alle porte della Facciatosta. E tutto questo purtroppo non andrà perduto nel tempo, ma ci perseguiterà chissà fino a quando.

L’ultima di questa saga italiana senza fine e senza senso viene da Rai uno, il cui direttore, Giancarlo Leone ha annunciato una trovata da Albert Schweitzer dell’etere: l’imminente puntata dell’odioso reality Mission in cui alcuni vip da quattro soldi fingeranno di raccontare le storie e la tragedia dei profughi africani, non sarà interrotta da pubblicità: «mi sembrava improprio interrompere un programma del genere con degli spot». Ma come mandi la donzelletta Barale che vien dalla sciampagna e Filibevto di Mangiatoia a fare questa indecorosa sceneggiata e poi ti dà fastidio la pubblicità che tra l’altro in questo caso acquisterebbe una insperata dignità?

Ma già, il principino dei sottaceti, aspirante al trono di Saclà, ha fatto sapere di essere corrucciato per le polemiche, ha detto che siamo dei senza cuore, gente che sta in poltrona mentre il mondo soffre, mica come lui che “va a donare un  sorriso a che ne ha bisogno” e ci guadagna pure sopra. Come si dice Vaffanculo in bantu?


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