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Renzi arruola i black bloc

20150501_scalaCome forse non avete potuto fare a meno di sapere Milano è stata messa a ferro e fuoco dai NoExpo. Oddio non dalle 40 mila persone presenti al corteo che ha proseguito lungo il suo tragitto, ma da due centinaio di black bloc come recita l’epica mediatico renziana o forse solo da qualche decina come recita la realtà, infiltratisi dentro una manifestazione pacifica con lo scopo di ucciderne le ragioni. Oddio non proprio tutta Milano, ma piazzale Cadorna e la parte iniziale di via Carducci a causa di uno scontro che ha la sua origine nelle scritte fatte su alcune vetrine, specie quelle di McDonald, sponsor principe della manifestazione e tracotante nemico della pizza. Così adesso si piangono vittime tra le auto parcheggiati nella zona e tra i cassonetti.

Rimane da capire come mai in questa occasione  sulla quale non si erano risparmiati gli allarmi già da mesi e per la quale erano stati mobilitati addirittura 4000 uomini in funzione antisommossa, non ci sia stata quella attenta caccia preventiva al black bloc che ha caratterizzato altre manifestazioni. Meglio però non farsi attirare dal calice  in questo caso fin troppo  spumeggiante della dietrologia e rimanere lucidi per notare come i violenti di strada siano stati i migliori alleati di Renzi nel distogliere l’attenzione da una giornata molto triste in cui si è inaugurata una esposizione non finita, dai contorni incerti e nella quale si  sono concentrarti tutti i vizi della classe dirigente,  le opacità di sistema, la cialtroneria di fondo di protagonisti e aedi. Tanto che persino l’inquilino del Quirinale ha preferito defilarsi e rimanersene a Roma, prendendo implicitamente le distanze da un meccanismo retorico che si troverà a fare i conti con la dura realtà.

Il tentativo di trasformare in successo un disastro conclamato e i ritardi inammissibili di origine tangentizia in sfavillante capacità last minute, fa il paio con l’avvilente sottomissione dei temi dell’alimentazione, delle risorse agricole, della proprietà delle sementi da una parte alle multinazionali e dall’altra a una sub cultura culinaria di sapore televisivo. E fosse solo aver trasformato l’expo in fiera paesana da abbuffo con molte spese e ritorno incerto se non negativo per il Paese: questo insieme indigesto è servito a delineare un modello costruito sul lavoro gratuito, sulla speculazione e sulla sfacciata propaganda. Una fra tutte la balla di giovani che rinunciavano a 1300 euro al mese, diffusa in prima istanza dal Corriere che sgiavazza e alesina a più non posso, ma subito ripresa dal grande copiatore Galimberti: se c’è da plagiare una fesseria o una vacuità lo trovate sempre in prima fila.

Perciò non c’è dubbio che la “messa a ferro e fuoco” di Milano giunge – per essere in tema – come il cacio di Farinetti sui maccheroni di Renzi: l’Expò si procura i fedeli tramite i nemici e da adesso in poi dire qualcosa contro il falansterio espositivo e le filosofie di fondo che ne hanno guidato la gestazione, ne animano lo spirito monsantesco e ne condizionano la gestione a suon di lavoro gratuito e/o clientelare, equivarrà a stare con i violenti. Che poi questi violenti reagiscano ingenuamente all’inaudita violenza dei massacri sociali e della rapina a mano armata di futuro, poco importa. Anche se non capisco bene come si faccia a non aspettarsi una esasperazione del conflitto  dentro una società bloccata nella quale la possibilità di un’opposizione istituzionale è praticamente scomparsa.

A parte l’intervista al falso black bloc fatta dal sempre incredibile Tgcom24 che si rivela come una sorta di circonvenzione di incapace, credo che potrebbe e dovrebbe rimanere memorabile il pezzo di bravura de la Stampa a proposito della sobria serata alla Scala, conclusione della giornata inaugurativa dell’Expò. Tutto attorno, parrebbe, Milano brucia, eppure i potenti sono lì con sprezzo del pericolo a seguire la Turandot:  “Nel palco reale decorato di rose firmate Dolce&Gabbana siedono, oltre a Napolitano con la signora Clio in giacca dorata e pashmina, il capo del governo Matteo Renzi con la moglie Agnese e la figlioletta in quasi tutù, il presidente di Regione Lombardia Roberto Maroni e i ministri Franceschini, Giannini, Martina, Orlando, oltre al presidente del Bureau International des Expositions Vicente Gonzales Loscertales. Il sindaco Giuliano Pisapia, arrivato con la moglie Cinzia, quasi all’inizio della rappresentazione lascia precipitosamente il teatro con il prefetto Francesco Paolo Tronca, il che fa pensare che la situazione in città non sia ancora del tutto tranquilla. Fa gli onori di casa il sovrintendente Alexander Pereira con la giovane moglie Daniela De Souza in lungo blu di sua creazione: arrivano il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, Mario Monti, Corrado Passera, Gianni e Maddalena Letta, Letizia Moratti in completo pantalone bianco, Diana Bracco, Evelina Christillin con Gabriele Galateri di Genola”.  

E allora cari amici ecco che abbiamo scoperto i mandanti dei fatti di Milano: dopo la drammatizzazione a reti unificate della città a ferro e fuoco arriva questo più realistico quadretto del potere. Ora ditemi voi se questa non è istigazione alla violenza.

 

 


L’ irrinunciabile declino

Mattarella riceve onori militari al QuirinaleMi chiedo quanti giorni ci vorranno perché gli italiani  si riprendano dalla sbornia retorico .presidenziale e si accorgano che  l’antico moroteo, scongelato al microonde, non rappresenta alcun cambiamento, anzi ne costituisce l’evidente negazione. Un piccolo sforzo e ce la faranno ad uscire dai fumi alcolici, dai distillati di paura e inazione e dalle illusioni preventive. Sempre dopo però e sempre di nuovi disposti al successivo miraggio.

Tuttavia, insensibilmente, qualcosa è cambiato dai tempi fulgidi  di re Giorgio, qualcosa si è addensato nelle fumisterie del discorso pubblico e si rivela nella sua ufficiale pienezza in occasione del cambio di trono: le macellerie sociali e le riforme oligarchiche ad esse collegate per qualche anno  presentate come “necessarie” sono divenute, nel discorso di investitura presidenziale,”irrinunciabili”. Non si tratta per nulla di un sinonimo, ma di un vero salto di qualità: si passa da una narrazione nella quale l’attacco al welfare, ai diritti, alla sostanza della democrazia in nome dell’Europa e della competitività, venivano giustificate con supposte quanto ferree leggi economiche, dunque con gli stivali di ferro della “Realtà unica e vera”, a una in cui esse vengono affermate come scelta di un modello che non può più essere plausibilmente sostenuto come necessario e univoco, che anzi si è mostrato controproducente, ma che la classe dirigente predilige.

Che questo accada proprio mentre certe tesi austeritarie sono state sbugiardate persino sul piano teorico e mentre le forze sociali che si oppongono all’austerità e alla sua inciviltà sociale, si sono risvegliate in tutto il Sud del continente, non è nemmeno paradossale: è l’effetto della pochezza del Paese che infatti non riesce a costruire un’opposizione che sia nel contempo decente, efficace, popolare e sociale sul modello di Syriza o di Podemos. E’ anche la dimostrazione che i diktat europei non soltanto sono funzionali gli interessi contingenti delle élites del centro continentale che li hanno imposti, ma hanno soprattutto lo scopo politico di “ridurre la democrazia” dovunque che è poi il programma ufficiale del liberismo, interpretato nelle sue tattiche dai centri finanziari. Non ho bisogno di ricordare che la vicenda greca nasce per soccorrere banche private e che oggi il 75% del suoi debiti verso Bce, Esm e creditori pubblici potrebbe essere congelato e/o cancellato con effetti puramente contabili: ciò che davvero interessa è mantenere le politiche di compressione sociale.

Ebbene da noi i massacri sociali e la sottrazione di diritti, le manomissioni della Costituzione, il venir meno della rappresentanza reale, non sono più una necessità, ma una scelta “responsabile”. Questo è ciò che si evince nell’avvicendamento al Quirinale: l’assenza di un opposizione sociale rende possibile dire apertamente ciò che prima veniva nascosto. Quindi ci sarebbe da piangere e non da ridere quando il caudillo di Rignano appoggia Tsipras, ribadendo però che ci vogliono le riforme, proprio quelle a cui si oppone con tutte le forze il leader greco forte persino di un timido assist da parte di Obama, sia pure per necessità geopolitiche. E il sorriso che viene spontaneo vedendo un’orda di cialtroni e nominati spellarsi le mani ad ogni banalità rituale, si tramuta in rabbia.


Il potere della naftalina

La prima uscita da presidente, ne testimonia la sensibilità storica e la perspicacia: l’andare alle fosse ardeatine per poi comparare il nazismo con il cosiddetto terrorismo. Ci sarebbe da fare come Alfieri quando buttò dalla finestra il Galateo di Monsignor Della Casa perché cominciava con un orribile conciossiachè. Ma diamo il benvenuto al nuovo tutore dell’oligarchia, nato dall’astuta commedia del gatto e la volpe  che hanno finto il dissidio su un nome scelto assieme, atto a ricompattare i rispettivi onorevoli bravi: lo spettacolo di un parlamento di nominati in cui si controlla il voto segreto ordinando agli uni di votare Mattarella, agli altri Mattarella. S e ad altri ancora  Sergio Mattarella è impagabile come modesta contraffazione di democrazia.

Così l’apertura di mandato corrisponde al ruolo protocollare e travicellare per il quale è stato scelto il personaggio e liberato dalla naftalina in cui era stato riposto: mettere corone, apporre medaglie e non rompere le uova nel paniere a Renzi e Berlusconi. La scelta di un anziano notabile democristiano, erede di tutta una tradizione da sottobosco, va certamente nel senso della restaurazione che sia il premier sia il condannato vogliono e indica la sostanza truffaldina del cambiamento e del rinnovamento invocato. Sul suo nome si è persino arenato il syrizismo a ore della cosiddetta sinistra radicale e dell’opposizioni interna del Pd: Lassie torna a casa quando sa che c’è l’osso che lo attende e lo si può prendere senza fare brutte figure come sarebbe accaduto nel caso di Amato o di altri nomi conosciuti.

In un certo senso il Mattarella, gestore silenzioso della guerra dei Balcani, tanto silenzioso da essere passato inosservato,  il Mattarella paziente ricamatore della prima legge elettorale maggioritaria che ci regalerà il ventennio Berlusconiano, il Mattarella beccato con tre milioni in buoni benzina gentilmente donati dall’imprenditore Salamone ( che dichiarò di averne in realtà somministrati 50 sottobanco), sono l’ideale ritratto di un mandarino della Repubblica destinato a traghettare senza scosse il Paese dalla democrazia all’oligarchia e a garantire privilegi e rendite della classe dirigente nel passaggio dal capitalismo produttivo a quello finanziario e dunque anche a impegnarsi in una ferrea ubbidienza alle troike e alla Nato.

Dopo Napolitano che si elesse re per evitare che questa traversata del mar rosso fosse messa a rischio dalle turbolenze di fonte all’impoverimento generale, allo smantellamento del welfare e dei diritti, ora Mattarella potrà tornare ad una gestione più tranquilla e passiva: deve solo coprire ciò che è già stato fatto e fornire ai troppi italiani che non chiedono altro, un alibi più o meno credibile per sentirsi appagati dalle chiacchiere. Valga per tutti il presunto anti berlusconismo di stampo demitiano attribuito al neo presidente: roba di vent’anni fa, dell’agonia democristiana, qualcosa di talmente anacronistico ( e infatti spazzato via dal voto comune) che serve soltanto a simulare presso l’elettorato di destra una presunta “differenza” tra Renzi e il vecchio leader sottoposto a continua tassidermia dai chirurghi plastici.

Del resto in un Paese affetto da scoliosi, dove le schiene dritte sono un comune miraggio, basta dire meglio lui che qualcun altro, basta dire che dopo tutto bisogna crederci. Francamente comincio ad essere stufo e contemporaneamente sadicamente contento di tanta pochezza e impaurita passività, di tanta assenza di un minimo spirito critico, di tanta voglia di essere raggirati: chi è causa del suo mal, pianga se stesso.


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