Archivi tag: Repubblica

Norman Napolitano

NapolitanoIl vecchio anno si chiude e il nuovo si apre con l’oscuro pasticcio della Norman Atlantic che avrebbe potuto essere rimorchiata in poco a tempo a Valona da cui distava poche miglia, ma che le autorità italiane hanno preteso di trasportare a Brindisi a tutti i costi. Ora è ancora in mezzo al mare, senza poter entrare nel porto di Valona in attesa che i rimorchiatori dei fratelli Barretta, amici della famiglia Renzi e incaricati del recupero riescano a portare la carcassa a Brindisi. E intanto non si sa bene che fine abbiano fatto un centinaio di persone che non compaiono nella lista dei salvati.

Certo, c’è l’indagine di tre procure pugliesi che si contendono l’oggetto del disastro, ma è inevitabile chiedersi perché mai la nave non sia stata portata nel porto di gran lunga più vicino, quanta gente ci fosse davvero sull’imbarcazione, cosa effettivamente trasportasse, se non ci sia qualcosa che si vuole nascondere, magari clandestini nascosti nei camion e bruciati nella stiva. E’ fin troppo ovvio che quando la logica e la chiarezza vengono meno, si cerchi di riempire i vuoti di senso, soprattutto quando, come in questo caso si tratta di una nave che in pochi anni ha cambiato molti armatori e molti nomi.

E ci sono poi le accuse di totale assenza e inesperienza dell’equipaggio nel portare soccorso ai passeggeri, le domande senza risposte della stampa greca, rivolte anche al ritardo con cui gli elicotteri di stanza a Corfù sono intervenuti. Nel giro di 24 ore quello che già pareva un riscatto rispetto alla vicenda della Costa Concordia assume tutt’altro aspetto, si sfuoca nella confusione e negli interrogativi inquieti. L’eroe frettolosamente dichiarato  è subito decaduto, mentre il premier come al solito, dopo essersi intestato l’operazione, ora fa lo Schettino politico e dice che se ne occuperanno i pm.

L’anno finisce anche con il discorso di addio presidenziale che tuttavia ha i medesimi caratteri della vicenda della Norman Atlantic o anche peggiori se si vuole:quello di rivestire di una patina di positività e di credibilità istituzionale, di ottusità e retorica, un’operato che ha portato al naufragio del Paese e a una mutazione oligarchica dei suoi assetti, senza riuscire nemmeno per un attimo a riscattarsi con un minimo di dubbio. Davvero siamo di fronte a un  uomo di palazzo, di camarilla e di bottega che fino all’estremo è rimasto il personaggio scialbo delle valigette, dei saluti ufficiali ai congressi, dell’opportunismo in sostituzione delle idee. Un uomo della nornalizzazione e dell’immobilismo persino incapace di concepire la dialettica democratica. Tutto questo  si condensa nel ridicolo di voler pervicacemente sottolineare la “costituzionalità” delle dimissioni dopo aver fatto della Costituzione carta straccia, nel trasformare il mondo di mezzo nel sottosuolo per salvare il potere e il se stesso platealmente omertoso. Senza dubbio Napolitano, rimasto nella cabina di comando fino a quando ha potuto e fino a quando è riuscito a “diminuire la democrazia” lascia dietro di sé un fortissimo rimpianto: che sia stato Presidente della Repubblica.

Per fortuna l’anno si apre con i consigli di imprecisati esperti di  look che parlano chiaro per i prossimi mesi: “Sì ad osare. In ogni caso è bene avere del buon gusto e scegliere l’abito giusto. ” Tanta arguzia, e tanta intelligenza, non c’è dubbio,  meritano Renzi.


Avvoltoi e bugie sull’Argentina

AvvoltoiScegli una carta dal mazzo che ti sventaglio davanti, guardala, poi rimettila dentro le altre senza che il prestigiatore la possa vedere. Ma inesorabilmente il mago, per quanto possiate mischiare tagliare e confondere le acque, la pescherà dal mucchio: il trucco è semplice e raffinato, egli vi ha guidato in qualche modo nella scelta della carta, quindi la conosce già, l’ha scelta, determinata prima ancora che vi facciate avanti per partecipare al gioco. Una volta finito lo spettacolo voi pensate di tornare al mondo della solida realtà, qualsiasi cosa si intenda con questa espressione, ma non vi accorgete che le stesse regole di illusionismo valgono nell’era della comunicazione. Così accade che anche chi è consapevole dei trucchi  si ritrovi in mano la carta scelta dai prestigiatori dell’informazione.

Quindi nessuno stupore se anche a sinistra si parli in modo indignato del default dell’Argentina e dell’agguato delle oligarchie finanziarie che sono riuscite nell’intento, nascondendosi nelle mutande dello Zio Sam. Tutto più che giusto, per carità, con un piccolo particolare: che l’Argentina non è in default né mai lo ha dichiarato perché non è affatto insolvente. Dunque Standard e Poor’s che tiene in mano le scritture come in un mosaico bizantino e i quattro evangelisti italiani del nulla, ovvero Corriere , Repubblica, Stampa e Sole 24ore narrano la parabola del ritorno del padrone attraverso una bugia non solo formale, ma anche sostanziale. L’Argentina è assolutamente in grado di pagare gli interessi dei i suoi titoli, anzi lo vuole fare, ma ne è impedita da un giudice americano, tale Griesa, 85enne collocato a suo tempo alla Corte federale da Nixon, il quale in complicità con alcuni fondi speculativi, ha bloccato i 539 milioni di dollari già trasferiti da Buenos Aires a New York per pagare le cedole di tutti i creditori (il 93%) che negli anni scorsi hanno accettato la ristrutturazione del debito dopo il vero default del 2001, provocato dalla scellerata adesione alle formule e consigli dell’Fmi. Solo i fondi sciacallo pretendono il pieno rimborso del valore nominali di titoli acquistati  a  prezzo stracciato. E il buon giudice ha sequestrato  i fondi in attesa che l’Argentina paghi agli avvoltoi, il cui caprobranco si chiama  Paul Singer, proprietario della Elliot Capital Management, un miliardo e trecento milioni  di dollari.

I mercati per una volta ci dicono la verità, anche senza volere, visto che non hanno affatto punito i bond del debito argentino, alcuni dei quali, direttamente interessati dall’azione giudiziaria con scadenza 2038 hanno quotazioni più alte oggi di quanto non ne avessero in febbraio. E del resto il Paese sudamericano ha un debito pubblico che è appena il 50% del Pil, cioè meno di qualsiasi Paese europeo, e dunque non preoccupa affatto gli investitoriassolutamente in sicurezza. E infatti  Buenos Aires potrebbe tranquillamente pagare anche i soldi richiesti dagli avvoltoi, ma non può farlo perché questo potrebbe spingere tutti quelli che hanno aderito alla ristrutturazione a fare marcia indietro e a richiedere l’intero valore nominale, ovvero 150 miliardi di dollari. Questo sì che porterebbe al default.

Naturalmente con il fallimento dell’Argentina è chiaro che nessuno prenderebbe un fico secco se non in natura e per via traversa ossia appropriandosi del Paese e di tutte le sue attività. Ed è dunque ovvio che l’operazione Argentina è di fatto un avvertimento mafioso e trasversale della finanza globale contro le sovranità nazionali,  contro quei Paesi con un debito alto perché non siano indotti in tentazione e danneggino per sopravvivere gli interessi degli oligarchi e anche una sorta di monito contro i Brics e i loro piani di liberasi dall’abbraccio mortale della finanza occidentale. Perché dentro questa vicenda non c’è solo un giudice mezzo ottenebrato, ma soprattutto l’impatto ormai decisivo del lobbismo sia sul congresso che sulle battaglie elettorali le quali decidono anche della giurisdizione: i modi per evitare questi esiti sarebbero stati molti, se solo ci fosse stata la volontà politica di farlo.  Tutto questo avrà nel medio termine  un effetto contrario a quello sperato, ma intanto bisogna che l’avvertimento faccia un po’ di rumore in modo che la minaccia sia credibile. Così nel meraviglioso mondo dell’oligarchia del denaro e dei suoi megafoni abbiamo una dichiarazione di default che in realtà non esiste ed è solo una sorta di nauseante trappola e la negazione invece di un default che c’è come quello della Grecia: entrambe le carte che abbiamo in mano ci vengono suggerite dall’illusionista senza che noi ce ne accorgiamo. La mano del borseggiatore globale è più veloce dell’occhio.

 


Buon 2 Giugno, Italia

62977_165316940145168_10855_nAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni volta che un aspirante despota si è affacciato sul nostro scenario, ha tentato di mettere mano oltre che alla democrazia e alla Carta sulla quale si fonda l’edificio di diritti, doveri e responsabilità, anche a simboli apparentemente minori sui quali lasciare la sua impronta personale. Lo stellone, per esempio, quel “logo” ingenuo, domestico, che ci ha accompagnato su documenti, certificati, attestati, come una presenza brutta, ma familiare come certi monumenti davanti ai quali siamo passati andando a scuola, poi al lavoro,senza interrogarci se sia aggraziato, elegante, artistico, come certe canzonette che ci ritroviamo a canticchiare perché ci accompagnano da sempre anche se non ci piacciono.

Ci aveva provato Craxi pensando magari di affidarne il restyling al suo arcitetto di corte, quel Panseca che edificava santuari e priamidi sia pure effimeri a celebra zio ne del capo e che istituì all’uopo una Commissione cui pervennero oltre 200 progetti giudicati inadatti all’apoteosi del regime “da bere”. E figuriamoci se non ha tentato anche Berlusconi di modernizzare l’emblema, renderlo più telegenico, sostituire i maledetti cinti di ulivo che gli avevano portato sfiga, con una più dinamica antenna Tv. Ma distratto da altre manomissioni più strategiche si limitò a inserire lo stemma in bollo ellittico, sancendo però, da premier legittimato dall’allora Presidente Ciampi, quello che sdoganò l’amor patrio con pennacchi e parate autorizzando al tempo stesso i primi interventi decisivi sulla costituzione, che il nuovo logo era quello della Presidenza del Consiglio, che tanto al Repubblica nata dall’antifascismo era un vecchio arcaico orpello, quel che restava di un’enclave dalla quale era d’uopo snidare gli ultimi comunisti.

E pensare che quando il Governo De Gasperi indisse una gara aperta a tutti i cittadini per l’ideazione di un progetto grafico a tema libero, con un unico vincolo, l’utilizzo della Stella d’Italia «ispirazione dal senso della terra e dei comuni» – i 5 finalisti avrebbero ricevuto u n premio di ben 10 mila lire – il logo vincitore non piacque: la cinta turrita fu definita una sgraziata tinozza, lo stellone sul mare ricordava le vituperate canzonette accompagnate dal mandolino. Così fu poi il primo presidente, quel De Nicola che correva per non perdere il tram andando al Quirinale, che approvò il simbolo più appropriato per una repubblica fondata sul lavoro quella stella a cinque punte simmetriche centrata su una ruota dentata simbolo del lavoro e del progresso, e circondata da un ramo di ulivo a testimoniare la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia interna che della fratellanza internazionale e da una frasca di quercia a incarnare la forza e la dignità del popolo italiano.

Sarà inevitabile che prima o poi il Governo voglia liberarsi di queste moleste rimembranze: lavoro, progresso, pace, dignità. Bisognerà nominare una commissione, con finalità etiche – quelle contemporanee – ed estetiche, metterci qualche manager, di quelli che di progresso se ne intendono purché lontano da qui, qualche artista di corte e di Leopolda, qualche visionario, in fondo basta anche il Farinetti, qualche pubblicitario soprattutto. Perché il nuovo logo dovrà essere apposto, come un vero marchio doc, sui beni comuni in vendita, Alitalia, Rai, orchestre, monumenti, aziende di Stato, palazzi storici, democrazia. E mica vorrete tenere la ruota dentata, simbolo del lavoro, eh no sarà meglio sostituirla con certificati, azioni, icone delle start up, e al posto della vecchia conta turrita una bella smart city. E quella stella poi, così obsoleta quando invece è obbligatorio affidarsi a quelle della bandiera europea, alla loro astrologia che prevede l’inutilità del lavoro e delle sue garanzie, l’eccedenza superflua della dignità, la desiderabilità della rinuncia alla sovranità, l’infruttuosità dello Stato, la benefica demolizione delle democrazie, la revoca dell’irrecuperabile popolo cui preferire la mobile, manovrabile e pittoresca plebe.

Buon 2 giugno, Italia.

 


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 8.444 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: