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Roma, un tiro a sei cavalli per la politica

CasamonicaCiò che davvero disgusta e inquieta nei funerali del Kan dei Casamonica, non è la ridicola pompa, la bomboniera funebre, le strade bloccate, la banda che suona il tema del Padrino o il lancio dei petali di rosa, ma la sua verità: la manifestazione palese di un potere criminale che agisce indisturbato, completamente inserito dentro gli affari, le complicità e i silenzi mafia capitale. Qualcosa che rompe l’ipocrita understatement della realtà, la finzione del non sapere ciò che tutti sanno.

E infatti adesso nessuno sapeva e se sapeva lo ha tenuto per sé, ora si assiste al solito ridicolo rimpallo di responsabilità aggravato dalla sconcertante banalità della nevicata di dichiarazioni che seguono il solito messale della politica: un elemento così piattamente rituale che svela il suo sostrato di infingimenti e cinismo. Diciamo le cose come stanno: una centrale di usura, di estorsione, spaccio e di racket così palese, così sfacciato, così arrogante sarebbe stato stroncato da anni se non avesse avuto vaste complicità nel milieu che conta e importanti dazioni sottobanco. Un potere oscuro e diffuso tanto che al contrario di quanto riportano le cronache, non è solo a un figlio del gran capo che è stato permesso di partecipare a un funerale di cui nessuno sapeva nulla, ma sembrerebbe  ad altri detenuti legati al clan. Per non parlare delle numerose case popolari assegnate ai membri della “famiglia”  come si è scoperto oggi a distanza di lustri.

Ci si può davvero stupire se fin dal lontano ’92 le inchieste sui Casamonica siano finite in nulla o con la raccolta di pesci piccoli? Solo la Dia dopo due inchieste durate una decina di anni, è riuscita  ad infliggere qualche danno alla cosca con l’arresto di una cinquantina di persone. Così possiamo anche immaginare perché la Dia stia sulle palle a buona parte del peggior potere che sta tentando sottobanco di scioglierla o di cancellarne l’autonomia.

Tutto il problema sta nello sgarro compiuto dal clan nel rendere palese la propria ricchezza e influenza, nel dimostrare che a Roma il fenomeno mafioso vive e lotta insieme a loro, che le istituzioni sono tarlate. Ed è una cosa che non si può dire perché come sostiene l’ometto a credibilità zero, ossia Orfini, sciogliere per mafia il comune di Roma significherebbe che l’Italia è in mano alla criminalità. Eh sì è proprio così, se solo si toglie alla parola mafia la sua connotazione etnografica e regionale, lo sanno benissimo da Capo Nord alle remote isole della nuova Zelanda. Bisognerebbe reagire, ammettendo il problema e le condizioni che lo hanno causato, invece di recitare il rosario di tutte le più viete contromosse retoriche. E di farsi assegnare una scorta forse per avere difeso fino all’ultimo il presidente del municipio di Ostia poi finito in manette. Soprattutto non sono francamente credibili un’amministrazione e una politica che nelle pieghe di queste clamorose vicende si apprestano a spendere centinaia di milioni di cui 50 presi a prestito dalla Cassa depositi e prestiti con il solito strumento dell’emergenza ovvero “anche in deroga ad ogni disposizione di legge” per opere relative al giubileo che non saranno pronte in tempo o surreali come piste ciclabili che portano a una chiesa che non esiste o grottesche come toilette mobili e addirittura 80 mezzi a vasca che impegneranno un intero strumento di gestione o lavori in area vaticana (mai che la chiesa cacci un soldo) e altre amenità del genere. Per badare ai trasporti con una dotazione di 20 milioni l’assessore alla mobilità Esposito ha pensato bene di dotarsi di un prezioso collaboratore, tale Raffaele Bianco che risulta essere capogruppo Pd al comune di Grugliasco (amministrazione infiltrata dall’Ndrangheta) che non solo non sa nulla di traffico, ma non conosce per nulla Roma. Francamente se si voleva scegliere qualcuno estraneo all’ambiente c’era di meglio.

Ecco come si risponde a mafia capitale e come si rimedia ai funerali dei vari re di Roma: ribadendo ed anzi rafforzando gli strumenti emergenziali e la mentalità clientelare che sono alla radice della corruzione. Se fossi in Marino rifiuterei di fare il prestanome dell’onestà in queste condizioni, il sindaco di cartone che anche se volesse non saprebbe da dove cominciare. Mi rifiuterei di fare la comparsa come primo cittadino. Ma non sono Marino: almeno la vita qualche soddisfazione la regala.

 


Informazione canicolare

Canicola_SeidlMa chi scrive sul Messaggero? Voglio sperare che si tratti di una sostituzione estiva caldeggiata dall’impavido Razzi perché, parlando dello sciopero dei mezzi pubblici dell’Atac che si va preparando come un nuovo nubifragio per il 7 agosto, il cronista lo chiama “serrata”. Non sa che si tratta del’esatto contrario dello sciopero essendo la chiusura della fabbrica o comunque del luogo di lavoro da parte del padrone, in modo da rifiutare la prestazione d’opera e non pagare i dipendenti? Non si tratta di un lapsus calami perché l’espressione è ripetuta più volte e ribadita nel titolo, né può essere dovuta al maldestro tentativo di far rientrare un titolo nello spazio tipografico assegnato, visto che si tratta dell’edizione online. La realtà è  che coloro che dovrebbero informare non sembrano più in grado di decifrare i termini elementari del discorso pubblico e politico, ignorano qualsiasi storia e come libro di lettura hanno solo il presente.

Le parole sono importanti e perciò spero che si tratti di un caso umano, di una giornata senza l’aria condizionata, che non sia il prodotto di qualche personalità pluri masterizzata, pluri corseggiata, abituata ai test quizzari piuttosto che agli esami.  E che si sa, quando non c’è da spuntare la risposta nelle apposite caselle non paiono più evolute del ragazzo lupo.  Se il lettori fossero così sensibili da sentirsi in imbarazzo di fronte a certi errori e decidessero di non leggere per un giorno il quotidiano cosa farebbero?

Cattura

Forse così è più facile.


Necrofori di aria e di terra

necroforiCome si poteva immaginare i sussurri e le grida intorno alla sciopero di Alitalia che si sono subito tradotti in un attacco al diritto di sciopero da parte della casta renzusconiana sono stati poca cosa rispetto ai disservizi causati dagli incendi attuali e pregressi allo scalo di Fiumicino, ai black out e alla galoppante disorganizzazione, buona parte della quale è dovuta alla gestione dei bagagli nella quale sono impegnati società di servizi ingaggiate dalle compagnie aeree e che fanno dello sfruttamento del lavoro il loro punto di forza. Insomma siamo di fronte alla pantomima drammatica e ridicola assieme di un ceto politico che sta mandando il Paese al naufragio pensando di tappare le falle sempre più larghe, vergognose, distruttive di una gestione spesso affaristica e clientelare, sempre episodica e priva di visione, usando i brandelli di ideologia reazionaria che sono alla portata della sua cultura e intelligenza.

Come pellegrini a Lourdes attendono la salvezza recitando il salmo del liberismo come fa compunto e stentoreo il giovane barone Filippo Taddei irresponsabile economico del Pd il quale dall’alto di consistenti fortune familiari, spiega ai giovani che per studiare occorrono molti soldi e che quindi solo i ricchi se lo potranno permettere. Che il lavoro è destinato ad essere precario, che gli orari si alzeranno vertiginosamente per favorire i profitti del padrone e che si dovrà smettere di pensare di poter andare in pensione. La cosa ridicola è che il baronetto, il quale ha potuto sempre evitare il lavoro e a cui i soldi hanno comprato il tempo, i contatti e le possibilità di accedere a posizioni para accademiche presso umbratili succursali italiane di università Usa, una volta che si è messo alla prova ha fallito miseramente il concorso per cattedre di economia presso vere università pubbliche non riuscendo ad intercettare nessuno dei 300 “posti” su poco più di 400 candidati.

Dico questo non tanto per la soddisfazione di togliere il velo griffato a un ennesimo economista della mutua, quanto per sottolineare la distanza fra ciò che occorrerebbe immaginare e ciò che la classe dirigente italiana è capace di pensare al di là di recitare il rosario come il baronetto Taddei, beghina del mercato. Alla luce di questo panorama non appare sorprendente che i pasticci compiuti ormai da un quindicennio con Alitalia, fra amministratori incapaci, capitani coraggiosi della minchia fino alla sua svendita ad Etihad, porti oggi alla grottesca possibilità che l’hub dell’ex compagnia di bandiera venga alla fine trasferito fuori dal Paese. Una possibilità tutt’altro che remota, in fondo insita nella natura stessa della vendita a una compagnia che aveva nel suo arco diretti concorrenti di Alitalia. E che comincia a prendere corpo attraverso i misteriosi incidenti e incendi di cui è stato vittima Fiumicino con l’approssimarsi dell’estate.

Del resto che dire in un ceto politico che si strappa i capelli per i “danni incalcolabili” di un giorno di sciopero a Pompei pur essendo direttamente responsabile del degrado del sito archeologico più famoso del mondo, completamente incapace di farne un motore di sviluppo e cercando con esemplare cecità di risparmiare il centesimo? Che dire di un sindacato da videogioco come l’Uil che ora propone scioperi virtuali? Che pensare di un sindaco della Capitale che dopo un anno e mezzo di assenza – demenza solo ora, per conservare il suo prezioso lato B sulla poltrona del Campidoglio, si accorge che forse sarebbe opportuno badare alla pulizia della città, che probabilmente occorre persino governare e fa il patto della birra con la Boschi, mentre comincia la rivolta? Questi sono davvero i becchini del Paese.


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