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Casa Prefetto

Roma - Scontri Studenti

A veder la manifestazione di Casa Pound, un migliaio o poco più di patetici rasati di tutta italia che facevano numero grazie a una selva di bandiere (un trucco inventato da Albert Speer, l’architetto di Hitler) veniva da chiedersi cosa è cambiato in questo Paese da spingere un prefetto temporaneamente vicerè di Roma ad autorizzare una manifestazione nazifascista lungo le stesse vie precedentemente negate ai sindacati. Certo c’è Renzi e il suo cerchio magico di borseggiatori, Dickens al potere e dunque anche il desiderio di interpretare e soddisfare le pulsioni segrete di un intero ceto politicante che non emergono nel dibattito pubblico anzi vengono accuratamente tenute dietro le quinte.

E’ ciò che accade quando i cosiddetti servitori dello Stato si trovano a decidere con maggiore autonomia e si rivelano in realtà cortigiani di governo, vivente testimonianza dei pasticci del dopoguerra e del passaggio solo parziale dalla dittatura alla democrazia: paradossalmente la permanenza del fascismo, la sua pericolosità  non è testimoniata dai quattro gatti imbandierati che berciano sulle strade, ma dai permessi loro accordati di fare sostanziale apologia nascondendosi dietro esili pretesti formali. E non c’è in fondo da stupirsene: le articolazioni del potere esecutivo, prefetti, questori,  grand commis , dirigenti, uomini di ministero, parti della magistratura e dei servizi  sono rimaste  praticamente intatte nel passaggio dal regime fascista alla democrazia, prima per volontà esplicita dei vincitori, poi per le necessità politiche della pacificazione: la concrezione del potere reale dello stato già di fatto sclerotizzata da Teano in poi, passando per Bava Beccaris, non è stata toccata dalla cesura politica che si verificò durante e dopo la guerra grazie alla Resistenza. Anzi parrebbe che questa casta di “servitori ” non abbia mai davvero digerito la democrazia, che non abbia ingoiato ancora il boccone e sembri quanto mai felice della svolta oligarchica imposta dal potere finanziario nonché vogliosa di assecondarla.

Anzi come ancora una volta i processi per i fatti di Genova hanno dimostrato, si sentono e sono di fatto intoccabili: non hanno più cavalleggeri a disposizione, ma fumogeni, ruspe, paradossali sentenze e mal che vada ricche poltrone di consolazione per esprimere un sentire intimamente reazionario ben più saldo e coerente degli imbandierati di Roma. Non parlo di questo o di quello, ma di un ambiente complessivo che non ha nemmeno bisogno di esplicite fedi politiche, che è così per mentalità e tradizione, prima ancora che per idee, ammesso che ci siano. E che tende a diventare più realista del re quando fiuta la sua stessa anima reazionaria nei vertici politici. Per questo possiamo essere indignati, ma non stupiti del fatto che gli esangui sindacati di oggi siano considerati più pericolosi dei violenti dichiarati e che i pennivendoli di piazza si preoccupino più di chi protesta contro lo spazio concesso al nazifascismo. Tanto poi tornano tutti democratici: chi lo può dubitare?


Marchini, il palazzinaro che fa comodo a tutti

elezioni-sicilia-21Un palazzinaro salverà il Palazzo e i suoi affari. Così spera Berlusconi che ha mandato al macero Guido Bertolaso, suo commissario appaltatore preferito, strappato all’arcinemico Prodi per nominare suo campione Alfio Marchini. E così sotto sotto spera anche il Pd renziano al quale non è riuscito altro che a riesumare Roberto Giachetti, un liberal liberista, uno di quella folta generazione di radicali di famiglia bene che ha  attraversato la vita da eletti subito, che conoscono la parola lavoro solo grazie al dizionario e che per giunta viene dal passato essendo stato per dieci anni capo segreteria e poi capo gabinetto di Rutelli. Insomma uno che non ha nulla di nuovo e di interessante da dire, cosa magnificamente sintetizzata nel suo pregnante slogan “Roma torna Roma”, non facendoci però intuire se si tratta di quella di Nerone, di Giulio II o del piacione. Del resto nella sua lista c’è uno degli “inventori” della buona scuola e dunque un’incertezza al riguardo è consentita.

Oddio per certi versi è un personaggio ammirevole, basti pensare agli inumani sforzi che compie per mantenere permanentemente la barba di due giorni in maniera da sintetizzare in un aspetto da papillon salottiero il suo anelito alle libertà personali e la noncuranza verso quelle sociali. Troppo poco però per convincere davvero e per resistere ai malvagi del movimento 5 stelle. Così di fronte al pericolo che un personaggio come questo e una destra divisa tra la futura puerpera Meloni e Bertolaso finiscano sconfitte da chi nel bene e nel male non ha le mani in pasta negli “affari romani”, il cavaliere è sceso di nuovo in campo per imporre uno che sta bene a tutti, ovvero il Palazzinaro Marchini, il piacione del terzo millennio, uno che nelle scorse elezioni aspirava ad essere candidato del Pd che si è poi trasformato in candidato civico, “libero dai partiti”,  sia pure appoggiato sottobanco appoggiato da Alfano e Casini, ma che adesso è il campione della destra, dimostrando la coerenza della sua visione e la simpatica schiettezza del personaggio.

A voler essere scaramantici si tratta probabilmente dell’ultimo vero atto politico di Berlusconi che ha cominciato la sua carriera politica proprio citando le sue preferenze politiche per le amministrative romane del ’93 e sbolognando Fini come alleato. Oltre ovviamente ad essere stato il primo palazzinaro premier. Un ritorno al passato, a quello zoccolo di destri bottegai, cattoreazionari e liberal all’italiana che in fondo è il sigillo caratteristico del renzusconismo. Il fatto è che l’operazione, per quanto tendente al polpettone gourmand, è generalmente benvenuta: il nefasto Alfio dà molta più fiducia a tutto l’arco politico tradizionale di mantenere la rete di relazioni e rapporti di forza che hanno governato e mandato al macero la città nell’ultimo quarto di secolo. Sarebbe una tragedia per molti se questo mondo dovesse andare in crisi, dovesse perdere i suoi referenti e il suo potere. Per questo l’operazione Marchini è in qualche modo bipartisan, fa comodo a tutti, compresi gli avversari istituzionali come  fosse una rete di sicurezza.

E probabilmente ai renziani non dispiacerebbe perdere in favore di Marchini che in fondo li rappresenta ancor meglio del candidato ufficiale, a cominciare dall’immagine perché dopotutto Giachetti digiuna mentre il palazzinaro magna per tutti. Senza dire che la politica politicante incollata alla città potrebbe accreditare a sé eventuali successi e attribuire i disastri a un sindaco che si è girato tutte le sette chiese pur di seder in Campidoglio e all’occorrenza può essere spacciato come indipendente, così come Marino è stato dato per corpo estraneo. Cosa utilissima nel momento in cui il progetto vero è di privatizzare le municipalizzate. Per questo credo che ancora una volta Renzi debba dire grazie a Berlusconi.


Vi chiedimo di togliervi dalle scatole

gasparriUn errore può scappare e difatti più prima che poi scappa a tutti. Ma c’è errore ed errore e la clamorosa svista di Gasparri twitterante riguardo alla candidatura di Giorgia Meloni  “a suo tempo le chiesimo la disponibilità” è troppo grave per non inserirla in un contesto di degrado che sembra coinvolgere sinergicamente la città e il personale politico che di fatto ne tesse i destini e la progressiva svendita. Certo Gasparri non è noto per essere un’aquila, ma da uno stagionato sessantenne che per giunta si ammanta della tessera di giornalista, che è stato persino condirettore di un giornale, benché si trattasse del Secolo d’Italia, non ci si aspetta l’impossibilità di coniugare il verbo chiedere.

Francamente tra la disonestà di fondo di una destra che è stata parte attiva se non preminente del disastro e la negligente, distratta etica istituzionale del marinismo di centro sinistra, la scelta non è entusiasmante, però non è di questo che voglio parlare quanto dell’analfabetismo di ritorno che ha consentito a un Gasparri ( ma è solo un nome fra tanti) di assumere per molti anni responsabilità di vertice. Non c’è dubbio che una delle cause della progressiva caduta di democrazia cui assistiamo – e non solo da noi – stia anche se non soprattutto nel ritorno dell’analfabetismo che di fatto comprime e deprime la diffusione e il confronto delle idee demandando tutto alla televisione, ossia al più semplice, elementare e last but not least controllabile dei media che di fatto e in maniera sempre più evidente agisce da grande fratello.

Non è un discorso generico: qualche hanno fa uno studio europeo fece emergere una realtà da brivido: solo in Italia abbiamo 2 milioni di analfabeti totali, 13 milioni di semianalfabeti in grado di leggere sillabando e di scrivere poco più della loro firma e altri 13 milioni di analfabeti di ritorno, ossia di persone che pur sapendo leggere e scrivere non sono in grado di comprendere uno scritto di media difficoltà e dunque non leggono nemmeno le istruzioni per elettrodomestici. Certo è un bello scacco a quella società della conoscenza che si profetizzava, ma è ancor più allarmante perché diverse ricerche hanno dimostrato che non esercitando determinate facoltà si finisce per regredire e perdere ciò che si era acquisito, che è appunto quello che accade. Mi permetto di aggiungere anche un quarto tipo di analfabetismo che chiamerei eidetico e che coinvolge sia la massa analfabetica, sia una buona parte di quelli che sono alfabeti funzionali, ossia sanno agevolmente leggere e scrivere anche se lo fanno quasi solo in relazione alle faccende pratiche o quotidiane: la mancanza di abitudine a confrontarsi con le idee le porta ad acquisire come spugne ciò che viene accumulato dal mainstream senza alcuna significativa capacità critica e a sostenere a spada tratta ciò che pensano di pensare, non riuscendo però in nessun modo ad argomentare e dare un senso a ciò che esprimono. Essi sono la dimostrazione della spontaneità naturale del conformismo. Messi alle strette in uno scambio  concludono con un  argomento infantile e spaventoso assieme: “io la penso così” coinvolgendo il loro primordiale diritto ad esistere come parte essenziale della dimostrazione.

Non so se la rete sia in grado di superare queste tendenze visto che per molti si tratta di un semplice pantografo dell’ego, ma ad ogni buon conto si nota una certa differenza di capacità fra i giovanissimi, abituati a leggere e scrivere, sia pure in un contesto di lingua povera se non ideogrammatica e gli appartenenti alle due generazioni perdute di questo Paese, quasi 40 anni ormai in cui l’evoluzione è stata intesa come omologazione. Ovvio che la pratica e l’idea stessa della democrazia sono entrate in crisi, visto che si tratta di un sistema politico dinamico in cui è insista l’idea di stessa di scontro e confronto: il capitale ha buon gioco nel disseccarne le fonti.

Ma comunque sia è evidente la ragione per cui Gasparri e la torma di suoi pari può chiesere e ottensere il voto con le quattro squallide chiacchiere che ripropone da trent’anni oltre che con il praticantato di servizio alla corte di reo Silvio nel contesto di una politica divenuta clientela. Dovremmo chiesire che si tolgano dalle scatole, ma mi sa che occorrerà imponerlo prima o poi.


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