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Marchini, il palazzinaro che fa comodo a tutti

elezioni-sicilia-21Un palazzinaro salverà il Palazzo e i suoi affari. Così spera Berlusconi che ha mandato al macero Guido Bertolaso, suo commissario appaltatore preferito, strappato all’arcinemico Prodi per nominare suo campione Alfio Marchini. E così sotto sotto spera anche il Pd renziano al quale non è riuscito altro che a riesumare Roberto Giachetti, un liberal liberista, uno di quella folta generazione di radicali di famiglia bene che ha  attraversato la vita da eletti subito, che conoscono la parola lavoro solo grazie al dizionario e che per giunta viene dal passato essendo stato per dieci anni capo segreteria e poi capo gabinetto di Rutelli. Insomma uno che non ha nulla di nuovo e di interessante da dire, cosa magnificamente sintetizzata nel suo pregnante slogan “Roma torna Roma”, non facendoci però intuire se si tratta di quella di Nerone, di Giulio II o del piacione. Del resto nella sua lista c’è uno degli “inventori” della buona scuola e dunque un’incertezza al riguardo è consentita.

Oddio per certi versi è un personaggio ammirevole, basti pensare agli inumani sforzi che compie per mantenere permanentemente la barba di due giorni in maniera da sintetizzare in un aspetto da papillon salottiero il suo anelito alle libertà personali e la noncuranza verso quelle sociali. Troppo poco però per convincere davvero e per resistere ai malvagi del movimento 5 stelle. Così di fronte al pericolo che un personaggio come questo e una destra divisa tra la futura puerpera Meloni e Bertolaso finiscano sconfitte da chi nel bene e nel male non ha le mani in pasta negli “affari romani”, il cavaliere è sceso di nuovo in campo per imporre uno che sta bene a tutti, ovvero il Palazzinaro Marchini, il piacione del terzo millennio, uno che nelle scorse elezioni aspirava ad essere candidato del Pd che si è poi trasformato in candidato civico, “libero dai partiti”,  sia pure appoggiato sottobanco appoggiato da Alfano e Casini, ma che adesso è il campione della destra, dimostrando la coerenza della sua visione e la simpatica schiettezza del personaggio.

A voler essere scaramantici si tratta probabilmente dell’ultimo vero atto politico di Berlusconi che ha cominciato la sua carriera politica proprio citando le sue preferenze politiche per le amministrative romane del ’93 e sbolognando Fini come alleato. Oltre ovviamente ad essere stato il primo palazzinaro premier. Un ritorno al passato, a quello zoccolo di destri bottegai, cattoreazionari e liberal all’italiana che in fondo è il sigillo caratteristico del renzusconismo. Il fatto è che l’operazione, per quanto tendente al polpettone gourmand, è generalmente benvenuta: il nefasto Alfio dà molta più fiducia a tutto l’arco politico tradizionale di mantenere la rete di relazioni e rapporti di forza che hanno governato e mandato al macero la città nell’ultimo quarto di secolo. Sarebbe una tragedia per molti se questo mondo dovesse andare in crisi, dovesse perdere i suoi referenti e il suo potere. Per questo l’operazione Marchini è in qualche modo bipartisan, fa comodo a tutti, compresi gli avversari istituzionali come  fosse una rete di sicurezza.

E probabilmente ai renziani non dispiacerebbe perdere in favore di Marchini che in fondo li rappresenta ancor meglio del candidato ufficiale, a cominciare dall’immagine perché dopotutto Giachetti digiuna mentre il palazzinaro magna per tutti. Senza dire che la politica politicante incollata alla città potrebbe accreditare a sé eventuali successi e attribuire i disastri a un sindaco che si è girato tutte le sette chiese pur di seder in Campidoglio e all’occorrenza può essere spacciato come indipendente, così come Marino è stato dato per corpo estraneo. Cosa utilissima nel momento in cui il progetto vero è di privatizzare le municipalizzate. Per questo credo che ancora una volta Renzi debba dire grazie a Berlusconi.


Vi chiedimo di togliervi dalle scatole

gasparriUn errore può scappare e difatti più prima che poi scappa a tutti. Ma c’è errore ed errore e la clamorosa svista di Gasparri twitterante riguardo alla candidatura di Giorgia Meloni  “a suo tempo le chiesimo la disponibilità” è troppo grave per non inserirla in un contesto di degrado che sembra coinvolgere sinergicamente la città e il personale politico che di fatto ne tesse i destini e la progressiva svendita. Certo Gasparri non è noto per essere un’aquila, ma da uno stagionato sessantenne che per giunta si ammanta della tessera di giornalista, che è stato persino condirettore di un giornale, benché si trattasse del Secolo d’Italia, non ci si aspetta l’impossibilità di coniugare il verbo chiedere.

Francamente tra la disonestà di fondo di una destra che è stata parte attiva se non preminente del disastro e la negligente, distratta etica istituzionale del marinismo di centro sinistra, la scelta non è entusiasmante, però non è di questo che voglio parlare quanto dell’analfabetismo di ritorno che ha consentito a un Gasparri ( ma è solo un nome fra tanti) di assumere per molti anni responsabilità di vertice. Non c’è dubbio che una delle cause della progressiva caduta di democrazia cui assistiamo – e non solo da noi – stia anche se non soprattutto nel ritorno dell’analfabetismo che di fatto comprime e deprime la diffusione e il confronto delle idee demandando tutto alla televisione, ossia al più semplice, elementare e last but not least controllabile dei media che di fatto e in maniera sempre più evidente agisce da grande fratello.

Non è un discorso generico: qualche hanno fa uno studio europeo fece emergere una realtà da brivido: solo in Italia abbiamo 2 milioni di analfabeti totali, 13 milioni di semianalfabeti in grado di leggere sillabando e di scrivere poco più della loro firma e altri 13 milioni di analfabeti di ritorno, ossia di persone che pur sapendo leggere e scrivere non sono in grado di comprendere uno scritto di media difficoltà e dunque non leggono nemmeno le istruzioni per elettrodomestici. Certo è un bello scacco a quella società della conoscenza che si profetizzava, ma è ancor più allarmante perché diverse ricerche hanno dimostrato che non esercitando determinate facoltà si finisce per regredire e perdere ciò che si era acquisito, che è appunto quello che accade. Mi permetto di aggiungere anche un quarto tipo di analfabetismo che chiamerei eidetico e che coinvolge sia la massa analfabetica, sia una buona parte di quelli che sono alfabeti funzionali, ossia sanno agevolmente leggere e scrivere anche se lo fanno quasi solo in relazione alle faccende pratiche o quotidiane: la mancanza di abitudine a confrontarsi con le idee le porta ad acquisire come spugne ciò che viene accumulato dal mainstream senza alcuna significativa capacità critica e a sostenere a spada tratta ciò che pensano di pensare, non riuscendo però in nessun modo ad argomentare e dare un senso a ciò che esprimono. Essi sono la dimostrazione della spontaneità naturale del conformismo. Messi alle strette in uno scambio  concludono con un  argomento infantile e spaventoso assieme: “io la penso così” coinvolgendo il loro primordiale diritto ad esistere come parte essenziale della dimostrazione.

Non so se la rete sia in grado di superare queste tendenze visto che per molti si tratta di un semplice pantografo dell’ego, ma ad ogni buon conto si nota una certa differenza di capacità fra i giovanissimi, abituati a leggere e scrivere, sia pure in un contesto di lingua povera se non ideogrammatica e gli appartenenti alle due generazioni perdute di questo Paese, quasi 40 anni ormai in cui l’evoluzione è stata intesa come omologazione. Ovvio che la pratica e l’idea stessa della democrazia sono entrate in crisi, visto che si tratta di un sistema politico dinamico in cui è insista l’idea di stessa di scontro e confronto: il capitale ha buon gioco nel disseccarne le fonti.

Ma comunque sia è evidente la ragione per cui Gasparri e la torma di suoi pari può chiesere e ottensere il voto con le quattro squallide chiacchiere che ripropone da trent’anni oltre che con il praticantato di servizio alla corte di reo Silvio nel contesto di una politica divenuta clientela. Dovremmo chiesire che si tolgano dalle scatole, ma mi sa che occorrerà imponerlo prima o poi.


Se proprio vuoi sparì’, va in Metro C

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Se invece vuoi spari’ va in metro C”, canta un comico che ha dedicato alcune terzine in musica alla metropolitana della Capitale. Nata da un  immaginifico auspicio a sfondo religioso – che poi quale divinità è più idolatrata del dio denaro? –   quello di unire le due grandi basiliche, San Pietro e San Giovanni, con un collegamento sotterraneo veloce, il percorso sotterraneo tra i due monumenti della cristianità è diventata una via crucis.

Non c’è stato candidato, nominato, eletto, dimissionato che non abbia vantata la sua paternità vera, il sostegno personale al progetto e all’intento sociale che lo ha promosso, insieme a quello “confessionale”, quello di permettere ai romani di raggiungere il centro con i mezzi pubblici da tutto l’hinterland:  in costruzione dal 2007, è progettata infatti per attraversare la città da nord-ovest, nel quartiere  Della Vittoria, alla periferia est estendendosi oltre il Gran Raccordo Anulare per una lunghezza originariamente prevista di circa 25,6 km e 30 stazioni passando per il centro storico.

Nella realtà possiamo dire che la Metro C è un laboratorio sperimentale, di vizi, crimini, reati, approssimazione, incompetenza, dei quali c’è ben poco da vantarsi.

Prima di tutto è esemplare della colpa della quale il ceto dirigente locale e nazionale si macchia ogni giorno, non garantendo alla cittadinanza il diritto di muoversi e circolare liberamente con i mezzi pubblici nella città nella quale paga le tasse, contribuisce ai servizi, dovrebbe poter usufruire di luoghi, arte, bellezza, beni comuni. Invece 3 milioni di residenti (ma perfino qui le cifre non tornano), più migliaia e migliaia di turisti, più altre migliaia di pellegrini sono defraudati di questa possibilità, per il traffico aggravato dal fatale ricorso all’auto privata, per le condizioni invivibili dei mezzi pubblici, per  i tagli, “officiati” come un doveroso atto sacrificale, un’offerta alla crudele divinità del pareggio di bilancio, di decine e decine di linee di bus, per gli incidenti quasi quotidiani alle altre due linee della metropolitana e così via in un mortale stillicidio di ostacoli, accidenti, sabotaggi, soprattutto effetti di politiche e decisioni casuali, occasionali, senza una strategia e una programmazione se non quella dell’efficiente e capillare diffusione di metodi clientelari e familistici, quelli sì esercitati con talento professionale.

Poi, ma non avevamo bisogno di questa ulteriore conferma, segna il fallimento prevedibile della strumentazione amministrativa e giuridica prevista dalla Legge Obiettivo, più che un quadro di norme, un sistema nato per favorire con i criteri del monopolio, dell’opacità e dell’irresponsabilità le cordate padronali che hanno occupato tutti i suoli d’Italia, in questo caso quel consorzio   che annovera i nomi di Astaldi, Vianini,  Caltagirone, l’Ansaldo, azienda “pubblica”, colossi della cooperazione, personalità “inviolabili” insomma, anche se discutibili, se per la tratta San Giovanni- Colosseo il direttore dei lavori era quel Perotti della gang Incalza-Lupi. Perché il bello – per loro ovviamente e di quelli che una volta venivano chiamati i loro padrini politici, prima che il rapporto di protezione e potere si rovesciasse  – della legge Obiettivo, che Cantone ebbe a definire “criminogena”, è che è nata per liberare da ogni responsabilità le imprese di costruzione e le loro ramificazioni giù giù per li rami, in sub-appalti, studi professionali, affidamenti:  il costruttore ha solo l’impegno di realizzare i lavori per  poi consegnare l’opera finita all’ente appaltatore,  non ha interesse sulla qualità, sulla destinazione, sulla sua efficacia, sulla sua gestione. Finita la costruzione sono finiti i guadagni  questo spiega perché  in 15 anni di operatività della norma, sono stati realizzati poco più del 15% delle opere previste e meno di 1/3 degli investimenti programmati.

La sua storia dimostra come, cancellati i criteri e i requisiti di  razionale  programmazione e utilità sociale, gli interventi sul  territorio diventino  oltre che oggetto di sprechi economici e ambientali inaccettabili, permeabili a speculazione, corruzione, criminalità organizzata. E come  non sia sufficiente individuare e sostituire i titolari, se l’unico meccanismo di contrasto efficace si rivela l’interruzione dei flussi di danaro, cioè del contratto di appalto, soprattutto  quando è la corruzione stessa che ha determinato la natura delle operazioni come nel caso del Mose. Quello che non fece Berlusconi, lo completa Renzi, si sa, così tra Sblocca Italia e “semplificazioni”  resta centrale ed egemonica   la figura del contraente generale, gruppo di imprese appaltanti che può scegliersi addirittura il direttore dei lavori, secondo la moda in voga di controllori controllati da se stessi, controllando così se stesso,  intorno alla quale si coagulano  ingenti risorse,  quell’enorme arcipelago di società piccole e grandi che  ruotano attorno a opere pubbliche e project financing (sarebbero più di ventimila) e che condiziona, blandisce e ricatta le amministrazioni pubbliche, i decisori, i rappresentanti.

Anche grazie alla Legge Obiettivo, la Metro C è diventata, come se non bastasse, un laboratorio “empirico”: in quasi di 10 anni  i lavori sono stati condotti senza  programmazione, andando per tentativi, forse per dare una conferma di quel talento italiano che si chiama improvvisazione, in assenza dei necessari  rilevamenti archeologici, dell’effettiva sostenibilità delle vecchie tratte in vista dei collegamenti, di ostacoli di natura strutturale e geologica che non erano stati previsti e calcolati fina alle trivellazioni rivelatrici. Come ha dimostrato lo scandalo nello scandalo dell’interscambio   nella stazione di San Giovanni, che doveva essere completato nel 2011, che ha richiesto  varianti in corso d’opera per oltre 50 milioni di euro   perché, come si seppe da qualche breve in cronaca, non si  riusciva a trovare i tunnel e  i passaggi per l’incrocio e lo scambio delle linee, tanto che perfino i Vigili del Fuoco  hanno chiesto il fermo dei lavori per evidenti condizioni di rischio.

Non sono un tecnico, non sono un urbanista, sono solo sospettosa e più volte mi sono chiesta perché anziché valorizzare il trasporto di superficie con mezzi veloci, ecologici, numerosi, si sia invece deciso di realizzare un’opera pesante, che esercita una pressione incalcolabile in termini di inquinamento acustico, di vibrazioni, di interazione con un sottosuolo fitto di memorie del passato. E che finora ha unito, sottoterra, periferia a periferia. Ogni volta mi sono data  spiegazioni malevole   sull’abiura della  finalità di interesse generale della classe politica locale e nazionale. Compreso l’onesto marziano che – pure lui – ha inaugurato, terzo dopo Carraro e Rutelli e in gran pompa la Metro C, incurante del fango e delle tossine che circolano in quel sottosuolo:  “mancanza di trasparenza ed efficienza”, irragionevoli “vantaggi riconosciuti al contraente generale dell’opera”, “lievitazione dei costi a fronte di un ridimensionamento del progetto”, se Roma Metropolitane srl, società controllata dal Comune di Roma e il Consorzio Metro C (associazione temporanea di imprese tra le società Astaldi, Vianini Lavori, Consorzio Cooperative Costruzioni, Ansaldo Trasporti sistemi ferroviari) dovranno rispondere di fronte alla Corte dei Conti per come  hanno gestito la realizzazione dell’appalto per i 25 chilometri di tracciato, con un solo tratto consegnato e funzionante, 15 stazioni per 12,5 chilimetri da Monte Compatri/Pantano a Centocelle e i 9 chilometri in costruzione da Centocelle a Fori Imperiali), e il cui costo per le casse dello stato   è già lievitato dal valore iniziale di 3.047.424.000 euro a 3.739.863.000 euro.

Ma non basta: oggi apprendiamo che   a 4 giorni dall’inizio del Giubileo, i lavori per la Metro C si fermano. Il Consiglio di Amministrazione della Società Metro C ha deciso di sospendere i lavori lamentando i “mancati pagamenti per oltre 200 milioni di euro”. “Se nel corso dell’ultimo anno la città di Roma è stata dotata della terza linea di metropolitana – spiega in una nota la società Metro C – tale risultato è stato conseguito nonostante i plurimi gravi inadempimenti dell’Amministrazione che hanno costretto il Contraente Generale, fra l’altro, a supplire con le proprie risorse ai mancati pagamenti per oltre 200 milioni di euro dovuti, negli ultimi due anni, per lavori regolarmente eseguiti e certificati. Tale situazione è stata ripetutamente segnalata a tutti i livelli della Pubblica Amministrazione che ha dichiarato di non avere disponibili le necessarie risorse finanziarie”. Come a dire che i trionfi di Roma si fanno coi fichi secchi. Peccato che a pagare perfino quelli saremo sempre noi, per giunta pigiati dentro tram sferraglianti, bus ansimanti, prigionieri di tutte le strade. che se te piace de puzza’ prendi la Metro A, ma se vuoi davvero spari’, piglia la Metro C.

 

 

 

 

 

 

 


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