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Informazione canicolare

Canicola_SeidlMa chi scrive sul Messaggero? Voglio sperare che si tratti di una sostituzione estiva caldeggiata dall’impavido Razzi perché, parlando dello sciopero dei mezzi pubblici dell’Atac che si va preparando come un nuovo nubifragio per il 7 agosto, il cronista lo chiama “serrata”. Non sa che si tratta del’esatto contrario dello sciopero essendo la chiusura della fabbrica o comunque del luogo di lavoro da parte del padrone, in modo da rifiutare la prestazione d’opera e non pagare i dipendenti? Non si tratta di un lapsus calami perché l’espressione è ripetuta più volte e ribadita nel titolo, né può essere dovuta al maldestro tentativo di far rientrare un titolo nello spazio tipografico assegnato, visto che si tratta dell’edizione online. La realtà è  che coloro che dovrebbero informare non sembrano più in grado di decifrare i termini elementari del discorso pubblico e politico, ignorano qualsiasi storia e come libro di lettura hanno solo il presente.

Le parole sono importanti e perciò spero che si tratti di un caso umano, di una giornata senza l’aria condizionata, che non sia il prodotto di qualche personalità pluri masterizzata, pluri corseggiata, abituata ai test quizzari piuttosto che agli esami.  E che si sa, quando non c’è da spuntare la risposta nelle apposite caselle non paiono più evolute del ragazzo lupo.  Se il lettori fossero così sensibili da sentirsi in imbarazzo di fronte a certi errori e decidessero di non leggere per un giorno il quotidiano cosa farebbero?

Cattura

Forse così è più facile.


Squilla il telefono ma nessuno risponde

call-centerQualcosa è cambiato. Lo sciopero dei lavoratori dei call center non è delle tante vertenze che esplodono da ogni parte, ma rappresenta una rottura di paradigma, una crepa nel materiale duro e politicamente granitico oltre che consociativo. su cui si è costruita la precarizzazione del lavoro. I call center sono stati il settore pionieristico della mutazione italiana, quella con cui le grandi aziende operanti nei servizi di pubblica utilità, si sono sottratte al confronto diretto con gli utenti, servendosi di un muro umano, spesso anonimo e totalmente estraneo ad esse; quella attraverso cui è stata sdoganata un’imprenditoria senza idee, ma basata esclusivamente sullo sfruttamento intensivo, senza tutele e spesso attraversata da veri e propri comportamenti illegali di ogni tipo. Per queste ragioni è anche quella che ha rappresentato la desindacalizzazionee  e l’acquiescenza delle generazioni più giovani a queste forme di schiavismo incipiente, dapprima considerate come un momento di passaggio in vista del meglio, sfruttate sulle loro spalle per la retorica anti posto fisso e preludio alla società nuova, poi desolatamente riconosciute come l’unico lavoro da tenersi ad ogni costo sotto il ricatto dei licenziamenti e delle altrettanto continue riduzioni di paga.

Proprio la riuscita dello sciopero, il primo che oltretutto attesta il fallimento delle filosofie del job act,  segnala che si è determinata una frattura con questa mentalità corriva con i “valori del padrone”, sotto l’infuriare della disoccupazione, delle ristrutturazioni aziendali e della caduta del welfare familiare.  Così c’è stata una risposta positiva all’appello dei sindacati che erano considerati balocchi anacronistici fino a qualche tempo fa proprio dalla stessi scioperanti di ieri. Da notare che la situazione va rapidamente mutando se è vero nel giugno scorso una analoga, anche se meno generale protesta  poneva l’accento sulle delocalizzazioni e non sulla logica di sistema.

Disgraziatamente non si può non constatare che questa frattura avviene in totale assenza di una sponda politica in grado di estendere il nucleo rivendicativo dei lavoratori, vittime del modello ultra liberista, dalla specifica vertenza a una nuova e diversa idea di sviluppo. Per cui alla constatazione dello stato di schiavismo e povertà contrapposti a grandi profitti finali, non segue molto alle rituali deprecazioni di turno. In fondo di massacrare il lavoro in nome della competitività ce lo chiede l’Europa, lo chiedono i pescecani delle grandi aziende, lo chiede il piccolo capitalismo opaco e da rapina che si è affermato nell’ultimo quindicennio, lo chiedono i centri finanziari e lo chiedono indirettamente quelle forze ingenue che non contestano il modello, ma solo la sua gestione. Dunque in un modo o nell’altro, consapevolmente o meno, finisce per chiederlo anche tutto l’arco politico, mentre l’informazione di regime si limita alle notazioni folkloristiche, anzi trova spazio per l’ironia nel bollettino renziano chiamato Repubblica.

Pochissimi sembrano cogliere la novità delle vittime che cominciano a mangiare la foglia riguardo alla loro condizione e ancora meno paiono pronti a vedervi i segni di una possibile rinascita, anche se non soprattutto per la sinistra. Anzi ho tutta l’impressione che le vecchie elite temano di essere scalzate dalle loro nicchie, minime ma accoglienti, i nuovi potenziali protagonisti siano aggrappati alle poltrone mentre le fasce più radicali dimostrino un certo smarrimento per ciò che non arriva direttamente dall’antagonismo o dalla fabbrica. Così è: il telefono squilla, ma nessuno va a rispondere.

 


Lezioni di sindacato dalle Cayman

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Dovrebbe essere contento il premier modernista che, nel solco della tradizione di una nazione di poeti, artisti e stilisti, alla finanza creativa si aggiunga il sindacato creativo.

E invece no, non gli piacciono gli inventori di scioperi “ingiustificati” e distruttivi, come direbbe il neo iscritto alla sezione Pd delle Cayman, il palco dei piccoli chimici dell’antagonismo futile. E soprattutto non gli piace la cerchia di sfaccendati “che non hanno mai lavorato”, che mestano nel torbido per tutelare rendite parassitarie, che in sostanza, fa intendere, vorrebbero togliere al ceto politico l’esclusiva dello sfruttamento scroccone ai danni dei poveracci tramite scioperi “politici”. E proprio come gli accademici che vogliono insegnare come deve comportarsi al movimento degli studenti, proprio come i padroni abituati a contare le fiches del gioco d’azzardo finanziario, che vogliono indottrinare gli operai su come si fatica, il Renzi impartisce lezioni su come e quando manifestare:  mai prima del ponte, mai contro un governo doc, continuatore, a detta della purtroppo evergreen Fornero dell’opera restauratrice dell’era Monti ma in peggio, mai per danneggiare l’immagine di un operoso paese  dedito all’ubbidienza, in modo da attrarre compratori esteri in cerca di facili bottini, come se proprio grazie ai vent’anni precedenti, al condannato e agli impuniti della politica, dell’impresa, dell’evasione, oggi definitivamente legittimata, e al susseguirsi dei peggiori governi degli ultimi 150 anni  predoni internazionali non si fossero già mangiato gran parte del Bel Paese, lasciando solo le croste.

E come se non bastasse accusa il sindacato di tutelare solo gli interessi dei garantiti, di quelli del posto fisso, come se ce ne fossero ancora al di fuori dell’inattaccabile cerchia dei boiardi e delle loro partite di giro, dei nominati e incoronati che si fanno leggi appropriate per non cedere mai il posto e trasmetterlo a dinastie di altrettanto inviolabili eredi. Imputa loro con indegna sfrontatezza, e dio sa quante colpe possiamo addebitare a  rappresentanze smidollate e castali che negli anni hanno lasciato soli i lavoratori, con poche eccezioni, di non salvaguardare le vittime delle sue politiche, dettate dai suoi padroni. Come se non fosse universalmente noto che uno degli obiettivi della giuliva mobilità, della profittevole precarietà, delle loro tutele crescenti, è proprio rompere qualsiasi fronte dei lavoratori, sradicarli da un contesto nel quale si possano riconoscere tra loro e coltivare solidarietà, identificando interessi comuni, come se la loro competitività non mirasse a nutrire conflitti tra ricattati, inimicizia e contesa divisiva anche tra uguali e perfino di chi sta male contro chi sta peggio, rottura di ancestrali vincoli tra generazioni, la compiacenza verso un clima che favorisce sentenze oltraggiose, l’impiego geometrico del diritto a danno dei diritti.

La guerra di classe di chi ha contro chi non ha, incrementa la sua mutazione antropologica, assoldando pattuglie di specialisti nella lotta contro il lavoro i suoi valori i suoi diritti, la cittadinanza, la rappresentanza e infine la democrazia, facendo dell’disuguaglianza una necessità inderogabile, della rinuncia un doveroso realismo, dell’appagamento dell’avidità dei padroni, dei finanzieri, degli investitori,  la molla fatale e ineludibile per la creazione di una ricchezza che distribuirà chissà quando e chissà mai la sua polverina d’argento in giro, che magari qualche granello ne cascherà sui poveri. Beh non è polvere d’argento, è polvere da sparo e i cannoni sono puntati contro di noi.


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