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Il lungo addio di Civati

civati-sentenza-cassazione-silvio-berlusconi-770x513Da un certo punto di vista è un peccato: lo spettacolo di Civati che minacciava l’uscita dal Pd rinunciando poi regolarmente ai suoi propositi era diventato uno spettacolo imperdibile o meglio l’espressione kafkiana di un dramma dilaniante: quello fra l’appartenenza a una casta politica di tutela europea e  le idee politiche. Adesso che Civati ha definitivamente deciso di andarsene dal Pd  non potremo più godere dello spettacolo dei penultimatum, ma ci possiamo consolare con il pensiero che almeno uno abbia avuto la forza di uscire dal partito neo reazionario. Forse lo ha fatto perché da come si messe le cose, con l’Italicum di mezzo e con un guappo al potere, le probabilità di continuare la carriera politica nel Pd sono come fare sette tirando un dado solo. Proprio per questo non è escluso che ben presto una piccola pattuglia di contestatori senza possibilità di conciliazione con Renzi e i suoi “autori” segua Civati con l’intenzione  di dare vita a “un progetto di sinistra di governo”.

Ben venga ma è chiaro che tutto sta in queste sei parole che sono la poi la croce a cui la sinistra italiana (e non solo) si è inchiodata con tutto il carico di relativa ambiguità. Sinistra di governo potrebbe significare qualcosa di molto positivo, segnalando l’intenzione di non voler creare qualcosa che si vada a sommare (dopo una sottrazione ovviamente) a rimasugli ed epigoni di tante sconfitte paghi in qualche modo delle briciole che il ricco epulone del potere fa scendere dalla tavola: le operazioni a somma zero o addirittura negativa hanno fatto il loro tempo ed è  stato un pessimo tempo. Potrebbe invece indicare l’obiettivo di ricollegarsi finalmente a quella base della piramide sociale che ha subito interamente il massacro di questi anni.

Ma potrebbe anche significare un’ altra cosa, la stessa che ha segnato il Pd fin dalla nascita, divenuta imbarazzante con il sostegno dell’operazione Monti e intollerabile con Renzi:  continuare a credere che presentarsi come forza di governo significhi per ciò stesso rinunciare a rappresentare un’idea alternativa di società, chinare il capo comunque di fronte a tutto ciò che di fatto rappresenta la governance del pensiero unico. Questa è storia del passato, la storia di politiche di destra perseguite da sinistra ed è anche la storia degli ultimi anni in cui il Pd di Bersani si è appiattito su Monti, sull’austerità, sull’eurismo e insomma su tutto ciò che richiedeva tagli di diritti, welfare, tutele, uguaglianza e democrazia in ragione di assurde regole di bilancio e dell’altrettanto grottesco obiettivo della competitività. E’ anche la storia di Civati e di altri contestatori che hanno condiviso la gestione Bersani e dunque la riforma Fornero, il pareggio di bilancio in Costituzione, il fiscal compact e via dicendo.

Dunque  il pericolo che dietro l’espressione sinistra di governo si celi un indefinito, confuso ed ennesimo spirito compromissorio esiste. Il fatto è che negli ultimi due decenni le cose si sono invertite rispetto al passato: ogni sinistra, ma questo vale per qualunque forma di opposizione al pensiero unico che aspiri a governare non può che essere radicale, altrimenti si rivela inutile, superflua e senza alcun appeal elettorale, facilmente oscurabile dalle retoriche di palazzo e di banca. Quindi per prima cosa bisogna mettere in campo le idee e i programmi conseguenti invece di commisurare questi alle alleanze possibili, ricreare  la prospettiva di un futuro piuttosto che impantanarsi con il bricolage disponibile sulla piazza. Oggi il presente va costruito sul futuro.


Il “conte Tacchia”, nuovo eroe dei padroncini

giardielloQuante volte viene da dimettersi da italiani di fronte alla stupidità dilagante, al servilismo intollerabile, alla mancanza di senso etico, alla fragilità di cui il Paese fa mostra in ogni occasione? Una volta al giorno temo, alcune volte anche di più. E così ieri non è bastato dover toccare con mano la tempra e l’indipendenza dal potere del grande anticorruttore Cantone, immediatamente schieratosi con De Gennaro dopo la sentenza della Corte sulla tortura un tema che chiama in causa la democrazia e la civiltà del Paese, mostrando di essere più che una medicina un belletto per nascondere le piaghe dell’Expo,un San Giorgio in cartolina.

No,non bastava, anzi il peggio doveva ancora venire e questa volta si è coagulato dal basso con il sostegno immediatamente dato su facebook, ma anche sui siti leghisti, ufficiali e non, all’assassino del tribunale di Milano. La giustificazione di un atto così grave ha radici futili, ottuse, prodotte esattamente da quel Paese di furbetti e idioti morali, da cui nasce poi la corruzione dilagante. “Claudio Giardiello sicuramente ha fatto un gesto estremo spinto dal’esasperazione e da uno stato che pensa solo a strozzarti con tasse assurde spingendoti al fallimento”, recita una delle pagine Fb prontamente apprestata per onorare l’assassino. Insomma la solita lamentazione rituale di padroncini e/o aspiranti tali scattata come un tic prima ancora che si capisse come la tragica vicenda se ha qualcosa a che vedere con le tasse è semmai con l’evasione delle stesse, con la spartizione di fondi neri per milioni e con le liti suscitate da un’avidità senza remore. Il tutto naturalmente maturato in quell’ambiente che fa della lamentazione ontologica il proprio credo, l’alibi perfetto per auto assolversi da ogni peccato, compresa la bancarotta fraudolenta, ma che non è poi estraneo ai moduli  commedia all’italiana, tanto che il protagonista della vicenda era chiamato “Conte Tacchia” e i suoi complici, vittime, sodali,  il “Marchesino”, “Tinto Brass”, il “Predatore”, il “Comandante”,

E’ più o meno lo stesso ceto che ormai da un quarto di secolo campa alla grande sulle esternalizzazioni, sulle precarizzazioni, sullo sfruttamento del lavoro, facendo della favola liberista – stato inefficiente, privato efficiente – l’alfa e l’omega del proprio orizzonte sub culturale. Invece anche questo evento casca loro addosso come l’uccello morto delle auto menzogne: la sorveglianza del tribunale di Milano è infatti affidata a privati (gli stessi che sorveglieranno l’Expo) con i risultati che abbiamo visto. Non ci vuole molto a capire che i margini di profitto e l’efficienza trovano sempre un equilibrio al ribasso rispetto all’interesse pubblico.

Non c’è dubbio che reazioni così scoperte e scomposte siano il sintomo di un accumulo di tensione che non riesce a trovare alcuna sponda e naviga nel vuoto, che pianificare una strage in tribunale per togliersi dalle grane sia un’assurda follia però in qualche modo sostenuta da una progressiva perdita di prestigio dello stato e delle sue istituzioni, che l’esaltazione di simili “eroi” anche se marginale denuncia il drammatico scadimento e l’eclissi di ogni idea sociale dietro il corpo nero della soluzione individuale e persino armata di ogni problema. Anche questo è ciò che abbiamo consentito e voluto.

 


La disoccupazione aumenta: è lo sjob act

o.269064Come volevasi dimostrare la luce in fondo al tunnel è solo un mortaretto mediatico e il job act un inganno per i cittadini e probabilmente un autoinganno per una classe dirigente alla disperata ricerca di galleggiamento. L’Istat infatti spazza via il trionfalismo fasullo dell’aumento dei contratti a tempo indeterminato e certifica la risalita della disoccupazione al 12, 7 %. Possiamo certamente dare la colpa a Renzi e al suo governo di aver deliberatamente preso in giro i cittadini spacciando misure a favore dell’offerta e di Confindustria come panacea per il lavoro. Possiamo considerare responsabile storico quell’ambiente tra liberale e socialdemocratico, con centro intellettuale nella Bocconi Chicago addict  che da decenni vede nella caduta dei salari e nella cancellazione dei diritti del lavoro la strada maestra della competitività al ribasso di valori civili. Possiamo mettere sul banco di accusa l’Europa che si è fatta conquistare interamente dal liberismo e dallo spirito delle troike. Possiamo persino accusare le sinistre, nella loro infinita varietà, di essersi arrese a tutto questo senza combattere o di aver combattuto con armi sbagliate e a volte d’epoca.

Sì, possiamo dire di tutto, ma dobbiamo riconoscere che la crisi è strutturale e non può essere risolta all’interno del recinto della tradizionale politica o in quello del riformismo più o meno ipocrita degli ultimi vent’anni. Bisogna prendere atto che l’aumento di produttività e di competitività realizzato a scapito di retribuzioni, orari di lavoro, diritti e tutele non solo è eticamente repellente e del tutto contrario al progresso immaginato, ma è esattamente il motivo della crisi, non la sua causa e men che meno il suo rimedio. Il fatto è che  a parità di produzione c’è sempre meno lavoro, che l’equilibrio in qualche modo raggiunto dal capitalismo industriale dentro la cui logica era necessario che le merci massivamente prodotte fossero massivamente acquistate, è completamente saltato, lasciando spazio a un capitalismo finanziario dedito alla creazione di denaro fittizio, la cui massima preoccupazione è quella di evitare i contraccolpi della disoccupazione sempre più strutturale attraverso imposizione di oligarchiche, creazione di nemici e destabilizzazione geopolitica, ma disposta persino alla guerra pur di rimanere al potere.

La realtà, peraltro ormai delineata a livello scientifico da molti studi oltre che supportata dai dati empirici, è che la diffusione delle tecnologie elettroniche e robotiche sta espellendo dal lavoro specializzato e competente un numero enorme di persone e che al contrario di quanto si ipotizzasse in passato, il settore terziario non riesce ad assorbire il surplus anche perché la stessa rivoluzione tecnologica sta facendo strage di posti pure nei servizi. Chi comprerà dunque i prodotti? Al contrario di quanto si pensa o viene detto il problema non è affatto la flessibilità che anzi diminuisce drasticamente nei settori più complessi e a massima concentrazione di sapere. La flessibilità e la precarietà sono invece considerate consustanziali oltre che opportune alle attività di basso livello che ancora non sono state intaccate dalle macchine e per le quali si richiede una modesta esperienza e un sapere minimo. Si tratta sostanzialmente di una favola per aumentare i profitti per alimentare la caldaia finanziaria, ovvero quella dove brucia il capitale fittizio.

 

Siamo dunque a uno snodo epocale di cui la crisi generalizzata nella quale stiamo vivendo non è che un effetto, dapprima nascosto dalla globalizzazione, ma infine deflagrato, man mano che si andavano esaurendo gli eserciti di riserva a basso e bassissimo costo in Asia e in altre aree del mondo. Come uscirne fuori senza mettere in conto a medio e forse breve termine una guerra distruttiva che consumi molta forza lavoro e con essa la civiltà stessa?  La soluzione ovvia, a meno di non immaginare una sorta di luddismo del terzo millennio o di rifugiarci in qualche arcadia, sarebbe quella di diminuire drasticamente gli orari, aumentare i salari, ridare dignità, tutele e certezze anche al lavoro meno specializzato, vale a dire l’esatto contrario di ciò che si sta facendo oggi. Solo così si potrebbero risollevare le sorti di una domanda aggregata strutturalmente in calo e creare dunque nuove attività. Questo però – oltre ad avere conseguenze enormi sul terreno geopolitico – andrebbe tutto a discapito dei profitti e introdurrebbe il germe di una fuoriuscita dal capitalismo, la maturazione di nuove e diverse idee di società, il ritorno ad aspirazioni ormai abbandonate come ferri arrugginiti. Perciò si fa tutto il contrario di ciò che si dovrebbe nella speranza che basti un maggior controllo sociale, una trasformazione delle società democratiche in autoritarie per mantenere il controllo e l’egemonia culturale.

E’ in questo contesto che si situano sia le ridicole sceneggiate di Renzi, i non sense dei suoi consiliori, l’acquiescenza servile di un milieu politico intento alle sue camarille. Ma dove si situano anche  le proposte di reddito di cittadinanza o reddito sostitutivo o sussidio di disoccupazione a tempo indeterminato o integrazione di reddito (il ventaglio è ampio e politicamente molto differente): è fin troppo chiaro che a qualcosa di questo genere bisognerà arrivare necessariamente, tuttavia per paradossale che sia queste misure tamponano il problema, ma se impostate male non lo risolvono affatto, anzi possono essere, come del resto accade in Germania con i mini jobs, surrettiziamente  funzionali a certe logiche di umiliazione del lavoro che lo stato finisce per supportare con i soldi pubblici. Ciò che occorre è davvero un mondo nuovo.


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